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lunedì 4 dicembre 2017

Massoneria: storia, usi e costumi

Il ‘Grande Architetto dell’Universo’
che campeggia nel GE (che sta per
General Electric) Building del 
Rockfeller Center di Manhattan 
con il suo compasso e la scritta
“Wisdom and knowledge shall
be the stability of thy times”
(La sapienza e la conoscenza 
saranno la stabilità dei tempi),
grattacielo costruito nel 1933.
"Massonerìa, sostantivo femminile [abbreviazione di frammassoneria, dal francese franc-maçonnerie, derivata da franc-maçon = "libero muratore"]. Associazione segreta dei cosiddetti "liberi muratori", che ha avuto la sua prima manifestazione storica nel XVI secolo. Il termine si usa talvolta, in senso figurato, per indicare una consorteria, un gruppo esclusivo di persone che, esercitando collettivamente il proprio potere o la propria influenza, sul piano politico, finanziario, ecc., agiscono in modo da curare e proteggere gli interessi dei singoli componenti del gruppo."
Da http://www.treccani.it/enciclopedia/massoneria/

Il termine "massoneria" deriva quindi dal nome francese  maçon  (muratore) così come dall'inglese  mason (muratore) e gli aderenti alle Logge massoniche, le loro sedi, erano chiamati "frammassoni", i fratelli massoni, poiché la fratellanza interna è una vocazione comune a tutta l'organizzazione, tanto che fu proprio la Massoneria che nel tempo riuscì a far aggiungere la parola Fraternité agli slogan simbolo della rivoluzione francese Liberté ed Égalité.

Allestimento tipico massonico:
 Bibbia (la memoria del popolo ebraico e
della sua alleanza con la propria
divinità), squadra e compasso,
strumenti indispensabili ai
costruttori.
Visto che il primo oggetto-culto su cui si fonda la Massoneria è la Bibbia, che racchiude memoria, insegnamenti e leggi del popolo ebraico, andiamo ad esplorare i moventi che hanno determinato l'esigenza dell'istituzione di società segrete di tipo massonico che, pur facendo supporre di possedere antiche grandi conoscenze di tipo metafisico, dietro la promanazione di alti ideali, si occupano di fatto ad interessi corporativi di parte e di potere politico, oltre alla gestione di imperi economici.

Menorah, il candelabro
ebraico descritto in
Esodo 25,31-40. Roma,
arco di Tito.
Vediamo ora gli antefatti storici insiti nell'ebraismo, fatti molto antichi, che determinarono l'esigenza dell'esistenza di un "ente" segreto che perorasse una causa di parte, che a sua volta emanò la Massoneria, precisando che le date non sono indicate in base al calendario ebraico ma all'era volgare (abbreviata in e.v., corrispondente a d.C.), comprendente prima dell'era volgare (abbreviata in p.e.v., corrispondente ad a.C.), che indica il posizionamento temporale di una data relativamente al calendario gregoriano usato in Occidente. Sono sottintesi come e.v. gli anni 1 e successivi, e indicati con p.e.v. gli anni precedenti. La locuzione deriva da Era Vulgaris, usata per la prima volta nel 1615 da Giovanni Keplero, volendo indicare il concetto di "era popolare". Questa terminologia è stata adottata in diverse culture non cristiane, da molti studiosi sia di religioni che di altri settori accademici, per non specificare il riferimento a Cristo, dal momento che la datazione sarebbe scorretta se Yeshuah Ben Yossef, Gesù figlio di Giuseppe chiamato il Cristo, fosse nato circa 7 anni prima della data convenzionale dell'anno 1, quindi al tempo di Erode il Grande, come pensano molti storici. Inoltre molte persone non-cristiane desiderano utilizzare termini non-cristiani. Con le datazioni riferite all'era volgare o del popolo infatti, non si fa esplicitamente uso del titolo religioso Cristo, utilizzato nella notazione avanti Cristo e dopo Cristo.

Tornando al popolo ebraico, da Eber deriva il termine ebreo, utilizzato per la prima volta come epiteto di Abramo in Genesi 14:13. Eber sarebbe stato ancora in vita quando nacquero alcuni dei figli di Giacobbe.

Ubicazione di Ebron, nella tribù
di Giuda.
Nel II millennio p.e.v. - La storia dei primi ebrei e dei loro vicini è soprattutto quella della Mezzaluna Fertile e della costa orientale del Mediterraneo. Inizia tra quelle popolazioni che occupavano l'area compresa tra i fiumi Nilo, Tigri e Eufrate. Circondata da siti delle antiche culture di Sumer, Egitto e Babilonia, dai deserti d'Arabia e dagli altopiani dell'Asia Minore, la terra di Canaan (grosso modo corrispondente al moderno Israele, ai Territori palestinesi, a Giordania e Libano) è stato un luogo di incontro tra civiltà. La terra era attraversata da antiche rotte commerciali e possedeva porti importanti sul Golfo di Aqaba e sulla costa del Mar Mediterraneo, quest'ultima esposta all'influenza di altre culture della Mezzaluna Fertile. Secondo le sacre scritture ebraiche, che divennero la Bibbia ebraica (Tanakh), gli ebrei discendono dall'antico popolo di Israele che si stabilì nel paese di Canaan tra la costa orientale del Mediterraneo ed il Giordano. Antichi scritti ebraici descrivono i "Figli di Israele" come discendenti di antenati comuni, tra cui Abramo, che proveniva dalla città sumera di Ur, suo figlio Isacco e il figlio di Isacco, Giacobbe (o Israel). La letteratura religiosa suggerisce che i viaggi nomadi degli ebrei si incentrava intorno a Ebron (a sud di Gerusalemme) nei primi secoli del secondo millennio p.e.v., intorno al 1.800 p.e.v. e sembra che la grotta di Macpela fosse il loro luogo di sepoltura, in tale località. È sorprendente comunque come i nomi Eber ed Ebron abbiano la stessa radice.

Giambattista Tiepolo: "Rachele
e gli idoli rubati" (1726-1728)
dettaglio di Giacobbe, Palazzo
Patriarcale, Udine  
- L'antico popolo di Israele consisteva in dodici tribù, ognuna discendente da uno dei dodici figli di Giacobbe, chiamato anche Israel, che divenne patriarca poiché, dopo avere comprato la primogenitura con un piatto di lenticchie da Esaù, il fratello gemello nato poco prima di lui, con la complicità della madre Rebecca gli scippò anche la benedizione del padre Isacco in punto di morte, riservata al primogenito... e si trattava di una benedizione speciale: "Dio ti conceda rugiada del cielo e terre grasse e abbondanza di frumento e di mosto. Ti servano i popoli e si prostrino davanti a te le genti. Sii il signore dei tuoi fratelli e si prostrino davanti a te i figli di tua madre. Chi ti maledice sia maledetto e chi ti benedice sia benedetto!" (Genesi 27,28-29). È chiaro che a quel punto Esaù si era inferocito e voleva di uccidere il fratello scippatore, ma la madre Rebecca, sempre di parte, si lamentò col marito Isacco: "Ho disgusto della mia vita a causa di queste donne hittite: se Giacobbe prende moglie tra le hittite come queste, tra le figlie del paese, a che mi giova la vita?" (Genesi 27,46) inducendolo a spedire Giacobbe, per proteggerlo da Esaù, da suo fratello Labano, nella città di Harran, nel nord. Qui Giacobbe si innamorò della bella Rachele, figlia di Labano e quindi sua cugina, per cui la chiese in sposa allo zio che acconsentì purché egli lavorasse sette anni per lui. Giacobbe accettò senza considerare che Labano avesse un'altra figlia da sistemare, Lia, di qualche anno maggiore di Rachele, ma non carina come la sorella: era come sfiorita e con gli occhi smorti. Passati i sette anni, Labano, figlio di buona donna, concesse in moglie a Giacobbe la figlia primogenita Lia, che lui non amava, dicendogli che se avesse voluto anche Rachele, avrebbe dovuto lavorare per lui altri sette anni. E così fu, per cui Giacobbe, o Israel che dir si voglia, si ritrovò con due mogli e le loro ancelle, schiave concubine che gli dettero anche dei figli.

- Nei capitoli 29 e 30 della Genesi, nella Torah, si racconta il significato dei vari nomi dei figli di Giacobbe, che rispecchiano la competitività tra le due mogli: Leà, più vecchia e più feconda e sua sorella Rachele, la più amata, ma a lungo sterile:
Genesi 30
31 Il Signore vide che Leà era odiata [trascurata dal marito], e la rese feconda; e Rachele (fu) sterile.
32 Leà divenne incinta, e partorì un figlio, cui pose nome Ruben, poiché disse: Sì, il Signore ha veduto la mia miseria. Sì, ora mio marito mi amerà.
33 Rimasta nuovamente incinta, partorì un figlio, e disse: Sì, il Signore ha osservato ch’io sono trascurata, quindi mi diede anche questo. E lo chiamò Simeone.
34 Rimasta nuovamente incinta, partorì un figlio, e disse: Ora finalmente mio marito vivrà presso di me, poiché gli ho partorito tre figliuoli. Perciò gli pose nome Levi.
35 Rimasta nuovamente incinta, partorì un figlio, e disse: Finalmente renderò omaggio al Signore [conoscendo questo benefizio al di là dei miei meriti]; perciò gli pose nome Giuda. Indi si rimase di
partorire.
Genesi 30
1 Rachele, vedendo che non figliava a Giacobbe, ebbe invidia di sua sorella, e disse a Giacobbe: Dammi figliuoli, altrimenti io muojo.
2 Giacobbe si adirò contro Rachele, e disse: Fo io forse le veci di Dio, il quale ti negò il frutto del ventre?
3 Ed ella disse: Evvi la mia serva Bilhà; sposala. Quand’ella figlierà, io ne riceverò la prole sulle mie ginocchia, e col suo mezzo sarò madre anch’io.
4 Ella gli diede in moglie Bilhà sua serva, e Giacobbe la sposò.
5 Bilhà rimasta incinta, partorì a Giacobbe un figlio.
6 Rachele disse: Iddio mi fece giustizia, e di fatti m’esaudì, e mi diede un figlio. Perciò gli pose nome Dan.
7 Bilhà serva di Rachele, rimasta nuovamente incinta, partorì un secondo figlio a Giacobbe.
8 Rachele disse: Una lotta di Dio [acerrima] lottai con mia sorella ed anche ho vinto. Quindi gli pose nome Naftalì.
9 Leà vedendo ch’erasi rimasta di figliare, prese la sua serva Zilpà, e la diede in moglie a Giacobbe.
10 Zilpà serva di Leà partorì a Giacobbe un figlio.
11 Leà disse: Con buona sorte! Quindi gli pose nome Gad.
12 Zilpà serva di Leà partorì un secondo figlio a Giacobbe.
13 Leà disse: Con mia felicità! Sì, le donne mi diran beata. Così gli pose nome Ascèr.
14 Ruben andando per la campagna nella stagione della messe del frumento, trovò dei Dudaìm [specie di fiori, secondo molti Mandragore], e li recò a Leà sua madre. Rachele disse a Leà: Dammi di grazia alcuni dei Dudaìm di tuo figlio.
15 Ella le disse: È dunque poco toglierti il mio marito, che vorresti prenderti anche i Dudaìm di mio figlio? E Rachele disse: Ebbene; giaccia egli teco questa notte, in cambio dei Dudaìm di tuo figlio.
16 Giacobbe venendo la sera dalla campagna, Leà gli uscì incontro, e disse: Appo me verrai, poiché io t’ebbi in prestito mediante i Dudaìm di mio figlio. Ed egli giacque con lei quella notte.
17 Iddio esaudì Leà, ed ella rimase incinta, e partorì a Giacobbe un quinto figlio.
18 Leà disse: Iddio m’ha dato il mio premio; perché ho dato la mia serva a mio marito. Quindi gli pose nome Issachàr.
19 Leà rimase nuovamente incinta, e partorì a Giacobbe un sesto figlio.
20 Leà disse: Iddio m’ha fornita d’una felice provvisione; finalmente mio marito abiterà meco, poiché gli ho partoriti sei figli. Quindi gli pose nome Zevulùn.
Raffaello Sanzio: "Andata a Canaan"
(1517-19), Loggia di Raffaello,
Città del Vaticano.
21 Poscia partorì una figlia, e le pose nome Dinà.
22 Iddio poi si mostrò memore di Rachele, l’esaudì, e la rese feconda.
23 Rimasta incinta, partorì un figlio, e disse: Iddio ha dato fine alla mia ignominia.
24 Gli pose nome Giuseppe, con dire: Il Signore m’aggiunga un altro figlio.

25 Ora, quando Rachele ebbe partorito Giuseppe, Giacobbe disse a Lavàn: Lascia ch’io vada al mio luogo (natio) ed al mio paese.
Genesi 35
15 Giacobbe nominò il luogo dove Dio gli aveva parlato, Beth-El.
16 Partiti di Beth-El, e mancando un breve tratto di terra per arrivare ad Efràt, Rachel partorì, ed ebbe difficile parto.
17 Mentr’ella penava a partorire, la levatrice disse: Non temere, poiché anche questo è per te un figlio.
Giambettino Cignaroli  (1706-1770):
"Morte di Rachele", Venezia.
18 Nell’atto che spirava - imperocchè (indi) morì - gl’impose nome Ben-Onì [figlio del mio lutto]; e suo padre lo nominò Binjamìn [figlio della destra, caro come la man destra].
19 Rachel morì, e fu sepolta sulla strada d’Efràt, ora Betlemme.
20 E Giacobbe eresse una lapide sulla sua sepoltura: è quella che tuttora dicesi la lapide sepolcrale di Rachel.
21 Israel partì e tese il suo padiglione più in là di Migdal-Eder.
Migdal Eder,[pronuncia mig-dal'-ay'
-der], migdal = torre ed eder = gregge
in ebraico, quindi "Torre del gregge",
nei pressi di Betlemme, in Giudea.
22 Ora, soggiornando Israel in quel paese, Ruben andò e giacque con Bilhà concubina di suo padre, del che Israel ebbe notizia. (Episodio questo che Giacobbe-Israel rinfaccerà a Ruben durante la sua strana benedizione ai figli prima di morire, N.d.R.) [Colla nascita di Binjamìn] i figli di Giacobbe furono dodici.
23 (Cioè:) figli di Leà: Ruben, primogenito di Giacobbe ; e Simeone e Levi e Giuda, e Issachàr e Zevulùn.
24 Figli di Rachel: Giuseppe e Binjamìn.
25 Figli poi di Bilhà serva di Rachel: Dan e Naftalì.
26 E figli di Zilpà serva di Leà: Gad e Ascèr. Son questi i figli di Giacobbe, che gli nacquero in Paddàn-Aràm.

Immagine del Mandylion,
ritenuta la prima icona di
Gesù, da http://www.
- Gli studiosi interpretano Micah 4: 8 come una profezia che indica che il Messia sarebbe stato rivelato dalla "torre del gregge" (Migdal Eder) che è collegata con la città di Betlemme , a sud-est di Gerusalemme. « E tu, O torre del gregge, collina di figlia Sion, vi verrà, verrà l'ex dominio, la sovranità della figlia Gerusalemme. » (Micah 4: 8 NRSV). « Ma tu, o Betlemme di Efrata, che sono uno dei piccoli clan di Giuda, da te verrà per me uno che deve governare in Israele, la cui origine è di vecchio, dai tempi antichi. Perciò egli li abbandonerà fino al momento in cui chi ha lavorato ha generato; poi il resto della sua famiglia tornerà al popolo d'Israele. Egli siede e nutre il suo gregge in forza del Signore, nella maestà del nome del Signore, suo Dio. E vivranno sicuri, perché adesso sarà grande ai confini della terra; ed egli sarà quello della pace » (Micah 5: 2-5 NRSV). Fonti mishnaic indicano che gli animali "trovati" (che sono stati tenuti?) Nei campi entro una certa distanza da Migdal Eder sono stati soggetti ad essere utilizzati come animali sacrificali nei riti del tempio di Gerusalemme.

Icona di Maria Maddalena
da https://frognews.bg/laif
-stail/etno-kalendar/poch
itame-mariia-magdalina
-dnes.html
- Secondo i documenti del Priorato di Sion, (http://www.prieure-de-sion.com/1/gene
alogia_di_gesu_e_di_maria_1089786.html) quella che nei Vangeli è chiamata Maria Maddalena, si chiamava in realtà Mariamne Migdal-Eder,  Principessa della tribù di Beniamino, per cui Maddalena è la derivazione da Migdal. Era figlia di Mariamné, Principessa di Beniamino, Nazarena Bat (figlia di) Ménahem e di Erode I il Grande, Re d'Israele, idumeo. Per quanto riguarda i discendenti di Gesù e Maddalena, va precisato che l'ebraismo è trasmesso per via matrilineare e in particolare quindi è la tribù a cui appartiene la madre quella di cui fa parte la prole. Per "Il Sangraal o sangue reale, Maria Maddalena moglie di Gesù e loro figlia, Sara la Nera" clicca QUI.

Charles Thevenin:"Beniamino
abbraccia Giuseppe" (1789).
- Il racconto biblico non dice più nulla della vita di Beniamino fino al momento in cui durante una carestia, Giacobbe manda i suoi figli (eccetto Beniamino) a comprare grano in Egitto e dove incontrano il fratello Giuseppe, che avevano venduto come schiavo. Giuseppe, diventato viceré dell'Egitto, obbliga i suoi fratelli a ritornare con Beniamino. Quando essi ritornano in Egitto Giuseppe è contento di rivedere il suo fratellino. Li lascia partire insieme ma fa collocare una coppa nel sacco di Beniamino per poterlo accusare di furto. Giuseppe vuol far mettere in prigione Beniamino ma Giuda si offre al suo posto per far sì che possa tornare dal padre Giacobbe. Vedendo che i suoi fratelli hanno appreso la lezione, comportandosi con Beniamino diversamente da come si erano comportati con lui, rivela ad essi la sua identità e li perdona.

Mosaico delle 12 tribù di Israele, dalla
facciata della sinagoga di Givat
Mordechai Etz Yosef, via Ha Rav
Gold, a Gerusalemme. In alto, da
destra a sinistra: Reuben, Judah, Dan,
Asher. In mezzo, da destra a sinistra:
Simeon, Issachar, Naphtali, Joseph.
In basso, da destra a sinistra: Levi,
(nel mosaico sembra raffigurato il
pettorale, con le 12 pietre, dei sommi
sacerdoti, da Esodo 28) Zebulun, Gad
e Benjamin. Da https://commons.wik
- La speciale benedizione che Giacobbe impartisce ai figli e a due nipoti sul suo letto di morte, sembra più una serie di profezie. Da Genesi della Torah:
Genesi 48
1 Dopo queste cose fu detto a Giuseppe: Ecco, tuo padre è ammalato. - Ed egli prese seco i due suoi figli, Manasse ed Efraim.
2 Fu narrato e detto a Giacobbe: Ecco, tuo figlio Giuseppe è venuto a te. - Israel si sforzò, e sedette sul letto.
3 Giacobbe disse a Giuseppe: Iddio onnipotente mi è apparso in Luz, nella terra di Cànaan, e mi benedisse.
4 E mi disse: Ecco io son per farti prolificare e divenir numeroso, e ti renderò un aggregato di popoli; e darò questo paese in perpetuo possesso alla tua discendenza dopo di te.
5 Ora, i tuoi due figli, nati a te nel paese d’Egitto, innanzi ch’io venissi appo te in Egitto, sono miei [voglio che siano riguardati come due tribù]. Efraim eManasse saranno miei, egualmente che Ruben e Simeone.
6 La prole poi che genererai dopo di essi, sarà tua: sotto il nome dei loro fratelli verranno chiamati nel (ricevere il) loro retaggio.
7 A me poi, quand’io veniva da Paddàn, morì Rachel nella terra di Cànaan, per viaggio, mentre mancava un breve tratto di terra per arrivare ad Efràt, ed io la seppellii colà sulla strada d’Efràt,
ora Betlemme.
8 Israel, veduti i figli di Giuseppe, disse: Chi sono questi?
9 Giuseppe disse a suo padre: sono i miei figli, che Dio mi diede in questo paese. - E quegli disse: Me li reca quì, ch’io li benedica.
10 Israel avea per la vecchiaja la vista indebolita, non poteva vedere [distintamente]. Quegli glieli appressò, ed egli li baciò ed abbracciò.
11 Israel disse a Giuseppe: Io non avrei giudicato di (dover mai più) vedere la tua faccia, ed ecco che Dio mi fece vedere anche la tua prole.
12 Giuseppe li scostò dalle ginocchia di lui, e si prostrò colla faccia a terra.
13 Indi Giuseppe li prese amendue, Efraim colla destra, corrispondente alla sinistra d’Israel, e Manasse colla sinistra, corrispondente alla destra d’Israel; e glieli appressò.
14 Ma Israel porse la sua destra e la pose sul capo d’Efraim, il quale era il minore, e la sinistra sul capo di Manasse. Egli [apparentemente] sbagliò nel collocare le sue mani, poiché era Manasse il primogenito.
15 Benedisse Giuseppe, e disse: Quel Dio, davanti al quale camminarono i miei padri, Abramo ed Isacco; quel Dio ch’ebbe cura di me, dacché esisto sino ad oggi;
16 L’angelo, che mi ha liberato da ogni male, benedica questi giovanetti, in guisa che si perpetui in essi il mio nome, e quello de’ miei padri Abramo ed Isacco, e si propaghino in gran numero in mezzo al paese.
17 Giuseppe, vedendo che suo padre metteva la mano destra sul capo d’Efraim, n’ebbe dispiacere; e sollevò la mano di suo padre, per levarla d’in sul capo d’Efraim, (e porla) sul capo di
Manasse.
18 Giuseppe disse a suo padre: Non così, padre mio; poiché questi è il primogenito; metti la tua destra sul capo suo.
19 Ma suo padre ricusò, e disse: Lo so, figlio mio, lo so: anche quello formerà un popolo, ed anche quello diverrà potente: però suo fratello minore diverrà più potente di lui, e la sua discendenza sarà un aggregato di popolazioni.
20 Egli li benedisse in quel giorno, con dire: Israel benedirà [cui vorrà benedire], nominando te, e dicendo: Ti faccia Dio simile ad Efraim ed a Manasse! - Egli così antepose Efraim a
Manasse.
21 Indi Israel disse a Giuseppe: Io sono per morire; ma Dio sarà con voi, e vi farà tornare alla terra de’ vostri padri.
22 Io poi ti assegno una porzione di più de’ tuoi fratelli, (in ciò) ch’io debbo conquistare sugli Emorei colla mia spada e col mio arco.

Genesi 49
1 Giacobbe chiamò i suoi figli, e disse: Entrate, ch’io v’annunzii ciò che vi accadrà nei tempi avvenire.
2 Raccoglietevi (intorno a me), ed ascoltate, o figli di Giacobbe; e prestate attenzione ad Israel vostro padre.
3 Ruben, mio primogenito tu sei, mia virtù, e primizie del mio vigore; superiore in rango, e (insieme) superiormente fiero.
4 Impetuoso come l’acqua, non devi godere superiorità; perocchè salisti al letto di tuo padre. Allora disonorasti… Egli il mio strato salì!
5 Simeone e Levi son (del tutto) fratelli, strumenti d’ingiustizia sono le loro spade.
6 Nel loro consiglio non entri la mia persona; nel loro congresso non ti unire, o mio onore: perocchè nella loro collera uccidono un uomo, e nella loro calma storpiano un bue.
7 Maledetta la loro collera, poiché è feroce; e l’ira loro, poiché è inflessibile! Voglio dividerli in Giacobbe, e sparpagliarli in Israel.
8 Giuda, tu riceverai gli omaggi de’ tuoi fratelli, la tua mano coglierà la cervice de’ tuoi nemici, prostrerannosi a te i figli di tuo padre.
9 Qual giovine leone egli è Giuda – tu ritorni [illeso], figliuol mio, dopo aver fatto preda - egli si piega, si corica, a guisa di leone, o di leonessa, e chi lo farebbe alzare?
10 Non verrà a mancare lo scettro da Giuda, nè il Baston del comando dai piedi suoi; a segno che (anche allora che) si verrà a Scilò [a fare la distribuzione della terra conquistata, Giosuè Capo 18], a lui sarà l’obedienza dei popoli [una superiorità sulle altre tribù].
11 Egli lega alla vite il suo puledro, alla vite dell’uva migliore il figlio dell’asina sua; lava nel vino il suo vestito, e nel sangue delle uve i suoi panni.
12 Ha rubicondi gli occhi per l’abbondanza del vino, e candidi i denti per l’abbondanza del latte.
13 Zevulùn abiterà al lido del mare; egli (starà) al lido delle navi, ed il suo confine (sarà) presso a Sidòn.
14 Issachàr è un asino corpulento, che si corica tra i graticolati [in luoghi riparati].
15 Trova felice il riposo, ed ameno il suolo; piega quindi il dorso a portar la soma, e si fa obediente tributario.
16 Dan difenderà la sua gente, al pari di uno dei Capi d’Israel.
17 Sia Dan qual serpente sulla strada, qual cerasta sulla via; che morde le calcagna del cavallo, ed il cavalcatore ne cade all’indietro.
18 Da te, Dio Signore, io spero la salute.
19 Gad aggredito da orde nemiche, taglierà loro il calcagno.
20 D’Ascèr saranno pingui i prodotti: egli somministrerà regie delizie.
21 Naftalì è una cervia sciolta; egli, che tributa (a Dio) parole di contentezza.
22 Una pianta prosperosa è Giuseppe , pianta prosperosa (situata) presso una fonte; i cui rami si spaziano sopra il pergolato.
23 E lo amareggiarono, e lo saettarono; gli furono avversi i saettieri.
24 Ma resistè vigoroso l’arco suo, e furono agili le sue braccia; col (soccorso del) Dio tutelare di Giacobbe; di Lui, ch’è il pastore, anzi la rocca d’Israel.
25 Col favore (cioè) del Dio di tuo padre, il quale ti soccorrerà; dell’Onnipossente che ti benedirà, benedizioni provenienti dall’alto cielo, benedizioni dell’imo-giacente abisso: benedizioni
(dico, del cielo che fa l’uffizio) delle mammelle, e (del suolo, che fa l’uffizio) della matrice.
26 Le benedizioni che ti dà tuo padre si alzano ai beni provenienti dai monti, alle dolcezze delle alte colline. Verranno [tutte queste benedizioni] sul capo di Giuseppe, sulla testa di lui ch’è il distinto tra’ suoi fratelli.
27 Binjamìn è un lupo rapace, il quale la mattina mangia preda, e la sera divide bottino.
28 Tutti questi dodici sono i Capi tribù d’Israel, e questo è quanto disse loro il loro padre benedicendoli; a ciascheduno dei quali diede la sua speciale benedizione.
29 Indi diede loro suoi ordini, e disse loro: Io sono per raccogliermi alla mia gente: seppellitemi presso ai miei padri, nella grotta situata nel campo dell’hhitteo Efròn.
30 Nella grotta situata nel campo di Machpelà, ch’è dirimpetto a Mamrè, nella terra di Cànaan; campo che Abramo comprò dall’hhitteo Efròn, in possessione ad uso di cimitero.
31 Ivi seppellirono Abramo, e Sara sua moglie; ivi hanno seppellito Isacco e Rebecca sua moglie; ed ivi ho sepolto Leà.
32 L’acquisto del campo, e della grotta in esso situata, fu fatto col consenso degli Hhittei.

33 Giacobbe, terminato di dare gli ordini ai suoi figli, ritirò i piedi dentro del letto, indi spirò, e si raccolse alla sua gente.

- Alla prima struttura di 12 tribù quindi, ne successe una con Efraim e Manasse citati come figli di Giuseppe, ma adottati da Giacobbe. Anche in questo caso, il primogenito fu scippato dal suo diritto da Giacobbe-Israele stesso, come era successo ad Esaù, fratello maggiore di Giacobbe-Israel. Queste due tribù furono a capo del Regno di Israele, nato nella parte nord del Regno di Davide dopo la morte di Salomone.
A questo punto, con la tribù di Giuseppe il totale sarebbe stato di 14 tribù e pur elidendola, 13, una di troppo per l'ordine del 12. Infatti poi sarà la tribù di Binjamìn a non avere un suo territorio, oltre a quella di Levi, i "cohen", sommi sacerdoti, che si sostenevano con le "decime" di 48 città e le donazioni del popolo.

Michelangelo: "Mosè" (1513
 -1515), basilica di S.Pietro,
Città del Vaticano.
- La benedizione di Mosè sulla tribù di Beniamino sarà: « ...Caro al Signore se ne sta tranquillo fidando in Lui: Egli lo protegge continuamente ed Egli riposa tra le sue braccia » (Deuteronomio 33.12). La tribù di Beniamino sarà, insieme a Levi e Giuda, fra le uniche tribù rimaste, dopo la distruzione del Regno del Nord. In Ez 1,26, nella Mistica, JHWH è un Essere metà Giuda e metà Beniamino, assiso sul trono di Levi. Secondo le leggende germaniche, i figli di Beniamino altri non sono che i Franchi, o gli anglosassoni, secondo i casi.

Goshen e Canaan.
Nel 1.428 p.e.v. - I testi religiosi ebraici (la "Torah" scritta, l'insieme dei primi 5 libri del "Tanakh") raccontano la storia di Giacobbe e dei suoi dodici figli, che lasciarono Canaan durante una grave carestia e si stabilirono a Goshen, nel nord dell'Egitto, dove si dice che i loro discendenti furono resi schiavi dal governo egizio guidato dal Faraone, sebbene non ci siano prove indipendenti di quanto sia avvenuto. 

Territori delle 12 tribù d'Israele.
Nel 1.312 p.e.v. - Dopo la schiavitù in Egitto, YHWH, il Dio di Israele, mandò il profeta ebreo Mosè della tribù di Levi a liberare gli Israeliti dalla cattività. Secondo la Bibbia, gli ebrei miracolosamente emigrarono dall'Egitto (un evento conosciuto come Esodo), e tornarono alla loro patria ancestrale di Canaan. Questo evento segna la formazione di Israele come nazione politica in Canaan. Secondo la Bibbia, dopo la loro emancipazione dalla schiavitù egiziana, il popolo d'Israele vagò e visse nel deserto del Sinai per un arco di 40 anni prima di conquistare Canaan nel XIV secolo a.e.v., sotto il comando di Giosuè. Mentre viveva nel deserto, secondo gli scritti biblici, la nazione di Israele ricevette i Dieci Comandamenti sul Monte Sinai da YHWH e portati da Mosè. Questo ha segnato un inizio dell'Ebraismo normativo e ha contribuito alla formazione della prima religione abramitica. Dopo esser entrati a Canaan, porzioni di terreno furono assegnate a ciascuna delle dodici tribù di Israele. Per diverse centinaia di anni il territorio d'Israele fu organizzata in una confederazione di dodici tribù, governate da una serie di Giudici (in ebraico: Shôphaatîm o shoftim, il termine che significa anche "governatori"). Dopo di che, osserva la Bibbia, arrivò la monarchia israelita.

Il Canaan in una mappa
in lingua olandese.
- Tuttavia l'archeologia rivela una storia diversa delle origini del popolo ebraico: non necessariamente gli ebrei lasciarono il Levante. L'evidenza archeologica delle origini in gran parte indigene di Israele in Canaan, non in Egitto, è "schiacciante" e non lascia "spazio ad un esodo dall'Egitto o un pellegrinaggio di 40 anni attraverso il deserto del Sinai", secondo i minimalisti biblici. Molti archeologi hanno abbandonato l'indagine archeologica di Mosè e dell'Esodo, reputandola "una ricerca inutile". Un secolo di ricerca da parte di archeologi e egittologi non ha trovato nessuna prova che possa essere direttamente correlata alla narrazione in Esodo di una schiavitù egiziana e rispettiva fuga (vedi Faraoni nella Bibbia), con viaggi nel deserto, il che porta all'ipotesi che dell'Età del Ferro, Israele avesse le sue origini in Canaan, non in Egitto: La cultura dei primi insediamenti israeliti è cananea, i loro oggetti di culto sono quelli del dio cananeo El, la ceramica rientra nella tradizione cananea locale e l'alfabeto usato è protocananeo. Praticamente l'unico marcatore che distingue i villaggi "israeliti" dai siti cananei è l'assenza di ossa di maiale, sebbene rimanga discusso se questo debba essere preso per un marcatore etnico o dovuto ad altri fattori.

Territorio di competenza della tribù
di Beniamino, che affluirà in
quella di Giuda.
- Comunque siano andate le cose, alla tribù di Beniamino fu assegnato il territorio in cui sorgeva Gerico, considerata il primo centro urbano mondiale (di 10.000 anni fa) e dove re David, succeduto a Saul, primo re d'Israele che apparteneva alla tribù di Beniamino, fece costruire Gerusalemme, che sarà capitale del Regno d'Israele e dell'ebraismo. 

Dal 1.140 p.e.v. - Da: "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore: "Tra le genealogie incluse nei Dossiers segreti (del Priorato di Sion, N.d.R.), c'erano numerose annotazioni. Molte si riferivano specificatamente ad una delle dodici tribù di Israele, la tribù di Beniamino. Uno di questi riferimenti cita con notevole rilievo tre passi biblici: Deuteronomio 33, Giosué 18 e Giudici 20 e 21.
- Il capitolo 33 del Deuteronomio contiene le benedizioni impartite da Mosé ai patriarchi delle dodici tribù. Per Beniamino, Mosè dice: « II prediletto del Signore abita tranquillo presso di lui; e il Signore lo proteggerà per tutto il giorno, e dimorerà tra le sue spalle » (32:12). In altre parole, Beniamino e i suoi discendenti furono destinatari di una speciale, altissima benedizione. Questo, almeno, era chiaro. Naturalmente, ci sconcertava la promessa secondo la quale il Signore avrebbe dimorato « tra le spalle di Beniamino ». Dovevamo associarla alla leggendaria « voglia » distintiva dei Merovingi, la croce rossa tra le scapole? Il nesso ci sembrava piuttosto stiracchiato. D'altra parte, c'erano altre similarità, più chiare, tra Beniamino e l'oggetto della nostra indagine. Secondo Robert Graves, ad esempio, il giorno consacrato a Beniamino era il 23 dicembre, (1) la festa di San Dagoberto. Fra i tre clan che formavano la tribù di Beniamino, c'era il clan di Ahiram che in qualche modo oscuro potrebbe essere collegato a Hiram, costruttore del Tempio di Salomone e personaggio centrale della tradizione massonica. Inoltre, il discepolo più devoto di Hiram si chiamava Benoni; e Benoni, particolare piuttosto interessante, era il nome dato a Beniamino neonato dalla madre, Rachele, prima di morire.
- La seconda citazione biblica (Giosué 18) dei Dossiers segreti è più chiara. Parla dell'arrivo del popolo di Mosé nella Terra Promessa e dell'assegnazione dei territori a ognuna delle dodici tribù. Secondo tale divisione, il territorio della tribù di Beniamino include quella che divenne poi la città santa di Gerusalemme. In altre parole, Gerusalemme, prima ancora di diventare la capitale di Davide e di Salomone, era stata assegnata alla tribù di Beniamino. Secondo Giosué (18:28), la parte spettante ai Beniaminiti comprendeva « Zelah, Elef, Iebus, cioè Gerusalemme, Gabaa, Kiriat-Iearim; quattordici città e i loro villaggi. Questo fu il possesso dei figli di Beniamino, secondo le loro famiglie ».
- Il terzo passo biblico citato dai Dossiers, (Giudici 21:1-3. Il Libro dei Giudici è stato probabilmente scritto tra il 1.045 e il 1.000 a.C. e i versi 17-21, che sono un’appendice e che non si collegano ai capitoli precedenti, si riferiscono al tempo in cui “non c’era nessun re in Israele”, databile quindi prima del 1.027 a.C., data di inizio del regno di Saul, N.d.R.) riguarda una successione di eventi piuttosto complessa. Un Levita, mentre attraversa il territorio dei Beniaminiti, viene aggredito, e la sua concubina viene violentata da adoratori di Belial, una variante della Dea Madre dei Sumeri, chiamata Ishtar dai Babilonesi e Astarte dai Fenici. Il Levita convoca i rappresentanti delle dodici tribù e chiede vendetta; e nell'assemblea viene conferito ai Beniaminiti il compito di consegnare i malfattori alla giustizia. Ci si aspetterebbe che i Beniaminiti si affrettassero a obbedire. Ma per una ragione inspiegata, invece, prendono le armi per proteggere i « figli di Belial ». II risultato è una guerra accanita e cruenta fra i Beniaminiti e le altre undici tribù. Nel corso delle ostilità, queste undici tribù scagliano una maledizione contro chiunque darà una figlia in sposa a un Beniaminita. Quando la guerra finisce e i Beniaminiti sono stati virtualmente sterminati, tuttavia, gli Israeliti vittoriosi si pentono della maledizione che però non può essere revocata.  « Gli Israeliti avevano giurato a Mizpa: Nessuno di noi darà la figlia in moglie a un Beniaminita ». Il popolo venne a Betel, dove rimase fino alla sera davanti a Dio, alzò la voce prorompendo in pianto e disse: Signore, Dio d'Israele, perché è avvenuto questo in Israele, che oggi in Israele sia venuta meno una delle sue tribù? » (Giudici 21:1-3).
Qualche versetto più avanti, il lamento si ripete: « Gli Israeliti si pentivano di quello che avevano fatto a Beniamino loro fratello e dicevano: Oggi è stata soppressa una tribù d'Israele. Come faremo per le donne dei superstiti, perché abbiamo giurato per il Signore di non dar loro in moglie nessuna delle nostre figlie? » (Giudici 21: 6-7). E ancora: « II popolo dunque si era pentito di quello che aveva fatto a Beniamino, perché il Signore aveva aperto una breccia nelle tribù d'Israele. Gli anziani della comunità dissero: Come procureremo donne ai superstiti, poiché le donne beniaminite sono state distrutte? Soggiunsero: Le proprietà dei superstiti devono appartenere a Beniamino perché non sia soppressa una tribù in Israele. Ma noi non possiamo dar loro in moglie le nostre figlie, perché gli Israeliti hanno giurato: Maledetto chi darà una moglie a Beniamino! » (Giudici 21: 15-18). Di fronte al pericolo d'estinzione che minaccia un'intera tribù, gli anziani si affrettano a trovare una soluzione. A Shiloh, in Betel, tra breve vi sarà una festa; e le donne di Shiloh, i cui uomini erano rimasti neutrali durante la guerra, devono essere considerate prede disponibili. Ai Beniaminiti superstiti viene detto di recarsi a Shiloh e di tendere un'imboscata nelle vigne. Quando le donne della città si raduneranno per danzare, i Beniaminiti dovranno rapirle e prenderle in moglie. Non è affatto chiaro perché i Dossiers segreti insistano nel richiamare l'attenzione su questo passo. Ma qualunque ne sia la ragione, i Beniaminiti, nella storia biblica, sono evidentemente molto importanti. Nonostante le devastazioni causate dalla guerra, recuperano in fretta almeno il prestigio, se non la consistenza numerica. Anzi, lo recuperano al punto da dare a Israele il suo primo re, Saul (vissuto nel periodo1047-1007 a.C. e re dal 1.027 a.C.,  N.d.R.). Nonostante la rinascita dei Beniaminiti, i Dossiers fanno capire che la guerra contro i seguaci di Belial segnò una svolta decisiva. Sembrerebbe che in seguito al conflitto molti Beniaminiti andassero in esilio. Nei Dossiers c'è una nota sensazionale, in lettere maiuscole:
Le 12 tribù d'Israele e la migrazione
in Arcadia di quella di Beniamino.
Da "Il Santo Graal" di Baigent,
Leigh e Lincoln. Vedi anche QUI.
UN GIORNO I DISCENDENTI DI BENIAMINO LASCIARONO LA LORO TERRA; CERTI RIMASERO, DUEMILA ANNI PIÙ TARDI GOFFREDO VI [DI BUGLIONE] DIVENNE RE DI GERUSALEMME E FONDÒ L'ORDINE DI SION.
A prima vista sembrava che non ci fosse un nesso tra i due fatti. Ma quando radunammo i riferimenti frammentari contenuti nei Dossiers segreti cominciò a emergere una storia coerente. Secondo questa storia, molti Beniaminiti andarono in esilio. A quanto pare si trasferirono in Grecia, nel Peloponneso centrale: in Arcadia, dove si sarebbero imparentati con la locale famiglia regnante. Verso l'inizio dell'era cristiana, avrebbero risalito il Danubio e il Reno, imparentandosi per matrimonio con certe tribù teutoniche e generando i Franchi Sicambri: gli antenati dei Merovingi. Secondo i « documenti del Priorato », quindi, i Merovingi discendevano, attraverso l'Arcadia, dalla tribù di Beniamino. In altre parole i Merovingi e i loro discendenti, ad esempio le famiglie dei Plantard e dei Lorena, erano di origine semitica o israelita. E se Gerusalemme faceva parte dell'eredità dei Beniaminiti, Goffredo di Buglione marciando sulla Città Santa, avrebbe in pratica rivendicato la sua antica, legittima eredità. È significativo il fatto che Goffredo, unico tra i principi d'Occidente che intrapresero la Prima Crociata, cedesse tutte le sue proprietà prima della partenza, indicando così che non intendeva ritornare in Europa. È superfluo aggiungere che non avevamo nessuna possibilità di accertare se i Merovingi fossero o no d'origine beniaminita. Le notizie dei « documenti del Priorato » si riferivano a un passato troppo oscuro e remoto, che non poteva trovare conferma documentale. Ma le affermazioni non erano né uniche né nuove. Al contrario, erano in circolazione da molto tempo, nella forma di vaghe dicerie e di tradizioni nebulose. Per citare un solo esempio, Proust vi attinge nella sua opera; e più recentemente il romanziere Jean d'Ormesson ipotizza che certe nobili famiglie francesi siano d'origine ebraica. E nel 1965 Roger Peyrefitte, che sembra divertirsi molto a scandalizzare i suoi compatrioti, ci riuscì benissimo in un romanzo affermando che tutta la nobiltà francese e gran parte della nobiltà europea erano ebree. L'affermazione, anche se indimostrabile, non è del tutto implausibile, come non lo sono l'esilio e la migrazione attribuiti alla tribù di Beniamino dai « documenti del Priorato ». La tribù di Beniamino prese le armi in difesa dei seguaci di Belial, una forma della Dea Madre spesso associata alle immagini di un toro o di un vitello. C'è un motivo di credere che anche i Beniaminiti venerassero la stessa divinità.
Nicolas Poussin (1594-1665):
"L'adorazione del vitello d'oro".
Anzi è possibile che l'adorazione del Vitello d'Oro di cui parla l'Esodo - e che, cosa piuttosto significativa, è il tema di uno dei quadri più famosi di Nicolas Poussin (1594 - 1665), fosse un rito tipicamente beniaminita. Dopo la guerra contro le altre undici tribù d'Israele, i Beniaminiti, andando in esilio, dovettero necessariamente dirigersi verso occidente, verso la costa fenicia. I Fenici avevano navi in grado di trasportare un gran numero di profughi. E sarebbero stati disposti ad aiutare i Beniaminiti fuggiaschi, poiché anche loro adoravano la Dea Madre sotto il nome di Astarte, Regina del Cielo. Se vi fu veramente un esodo dei Beniaminiti dalla Palestina, si potrebbe sperare di trovarne qualche traccia. E la si incontra nel mito greco. C'è la leggenda del figlio di re Belo, Danao, che giunge in Grecia per nave, insieme alle figlie. Le figlie avrebbero introdotto il culto della Dea Madre, che divenne il principale culto degli Arcadi. Secondo Robert Graves, il mito di Danao ricorda l'arrivo nel Peloponneso di « coloni provenienti dalla Palestina ». Graves sostiene che re Belo è in realtà Baal o Bel, o forse Belial dell'Antico Testamento. È inoltre il caso di osservare che una delle famiglie della tribù di Beniamino era la famiglia di Bela.
Il primo quadro che Nicolas
Poussin ha fatto dal
titolo "I pastori
d'Arcadia".
In Arcadia, il culto della Dea Madre non soltanto prosperò, ma sopravvisse più a lungo che in ogni altra parte della Grecia. Fu associato al culto di Demetra, poi a quello di Artemide (la Diana dei Romani). Con il nome locale di Arduina, Artemide divenne la divinità tutelare delle Ardenne: e dalle Ardenne vennero i Franchi Sicambri per stabilirsi nell'attuale Francia. L'animale totemico di Artemide era l'orsa, Callisto, il cui figlio era Arcade, l'Orso, nume eponimo dell'Arcadia. E Callisto, collocata in ciclo da Artemide, divenne la costellazione dell'Orsa Maggiore. Quindi, potrebbe esservi qualcosa di più di una coincidenza nell'appellativo « Ursus », riferito ripetutamente alla stirpe Merovingia.
Particolare del primo quadro "I pastori
d'Arcadia" di N. Poussin.
Vi sono comunque altri indizi, al di fuori della mitologia, che fanno pensare a una migrazione ebrea in Arcadia. Nei tempi classici, l'Arcadia era dominata dal potente Stato militarista di Sparta. Gli Spartani assimilarono in gran parte la più antica cultura degli Arcadi; anzi il leggendario arcade Liceo può essere identificato con Licurgo, il legislatore spartano. Quando diventavano adulti, gli Spartani, come i Merovingi, attribuivano uno speciale significato magico alle loro chiome, che erano egualmente lunghissime (così come quelle del biblico Sansone e degli altri nazirei, n.d.r.). Secondo un autore, « la lunghezza dei capelli denotava il loro vigore fisico ed era un simbolo sacro ».
Il secondo quadro di Nicolas Poussin:
 "I pastori d'Arcadia".
E c'è di più: i due libri dei Maccabei, nella Bibbia, sottolineano il legame tra gli Spartani e gli Ebrei. Maccabei 2 parla di certi Ebrei che « si erano recati presso Spartani, nella speranza di trovarvi protezione in nome della comunanza di stirpe ». E Maccabei 1 afferma esplicitamente: « Si è trovato in una scrittura, riguardante gli Spartani e i Giudei, che essi sono fratelli e che discendono dalla stirpe di Abramo ». I Merovingi si vantavano di discendere da Noè, che consideravano, ancor più di Mosé, come la fonte della sapienza biblica: una posizione interessante, che mille anni dopo riaffiorò nella massoneria europea. Inoltre, sostenevano di discendere in linea retta dall'antica Troia; e questo, sia vero o no, contribuirebbe a spiegare perché in Francia ricorrono nomi troiani come Troyes e Paris (che in francese significa tanto Parigi quanto Paride). Diversi autori assai più recenti, inclusi quelli dei « documenti del Priorato », hanno cercato di far risalire i Merovingi all'antica Grecia, e precisamente alla regione chiamata Arcadia.
Particolare del secondo quadro di
Nicolas Poussin: "I pastori d'Arcadia"
Secondo questi documenti, gli antenati dei Merovingi erano imparentati con la casa reale d'Arcadia. A una data imprecisabile, verso l'inizio dell'era cristiana, avrebbero intrapreso una migrazione, risalendo dapprima il Danubio e poi il Reno, e si sarebbero stabiliti nel territorio che oggi è l'attuale Germania occidentale. Oggi può apparire del tutto accademico che i Merovingi discendessero da Troia o piuttosto dall'Arcadia, e del resto le due affermazioni non sono inevitabilmente in conflitto. Secondo Omero, un numeroso contingente di Arcadi partecipò all'assedio di Troia. Secondo gli antichi storici greci, Troia sarebbe stata addirittura fondata da coloni provenienti dall'Arcadia. È inoltre il caso di ricordare che l'orso, nell'Arcadia antica, era un animale sacro, un totem oggetto di culti misterici al quale venivano fatti sacrifici rituali. Anzi, lo stesso nome « Arcadia » deriva da Arkades, che significa « il Popolo dell'Orso ». Gli antichi Arcadi sostenevano di discendere da Arkas (Arcade), il dio eponimo del territorio, il cui nome significa anche « orso ». Secondo la mitologia greca, Arcade era figlio di Callista, una ninfa seguace di Artemide la Cacciatrice. I moderni conoscono Callista come la costellazione dell'Orsa Maggiore. Presso i Franchi Sicambri, dai quali provennero i Merovingi, l'orso era egualmente tenuto in grande onore. Come gli antichi Arcadi, veneravano l'orso quale forma di Artemide, o più precisamente della sua equivalente gallica, Arduina, dea eponima delle Ardenne. Il culto misterico di Arduina perdurò fin nel Medioevo; uno dei centri era la città di Luneville, non lontana da altre due località che ricorrono spesso nella nostra indagine, Stenay e Orval. Ancora nel 1304 la Chiesa promulgava statuti per vietare il culto della dea pagana. Data la posizione magica, mitica e totemica dell'orso nel territorio merovingio delle Ardenne, non è sorprendente che il nome Ursus, « orso », venisse associato alla stirpe regale merovingia dai « documenti del Priorato ». Alquanto più sorprendente è il fatto che in gallese la parola che significa orso sia arth, da cui deriva il nome Arthur. Anche se a questo punto rinunciammo ad approfondire, la coincidenza ci affascinò: non soltanto Artù era contemporaneo dei Merovingi, ma come loro era in qualche modo associato all'orso."

Stemma del Priorato di Sion, da:
http://www.prieure-de-sion.com/1/
- Questo esodo di esponenti della tribù di Beniamino determinerà, nel tempo e con l'apporto di altri contributi genetici ebraici, l'istituzione dell'Ordine di Nostra Signora di Sion, che poi divenne il Priorato di Sion, costituito ufficialmente il 15 luglio 1.099 con la presa di Gerusalemme da parte dei crociati. A sua volta, l'Ordine di Sion emanò i Cavalieri Templari e vari circoli Rosacrociani, Massoneria inclusa. Il motto dell'ordine, guarda caso, è proprio "Et in Arcadia Ego".

Rembrandt: "Saul e Davide" (1651-'58)
Nel 1.030 p.e.v. - Sul Regno di Israele appena formatosi (che comprende, secondo il racconto biblico, i territori degli attuali Israele, Cisgiordania e Giordania, abitato allora prevalentemente da Ebrei) regna Saul figlio di Chis, appartenente alla tribù di Beniamino e primo re di Israele. Sembra che il suo regno abbia segnato il passaggio da una società tribale ad una statale. Il significato del nome Saul in ebraico è "richiesto/pregato". Secondo la narrazione del libro di Samuele, Saul si recò da Samuele a Ramah per consultarlo, e il sacerdote lo unse segretamente come Re, per ispirazione di "YHWH". Poco dopo, Samuele radunò l'assemblea del popolo di Israele a Mizpa, dove Saul fu estratto a sorte come Re. In seguito Saul condusse una campagna militare vittoriosa contro gli Ammoniti, confermandosi così nel favore popolare e nella carica. Nella successiva guerra contro i Filistei, Saul, con la propria condotta aggressiva, disgustò l'anziano Samuele, che si allontanò da lui. La guerra fu vinta per l'audace imboscata di Gionata, figlio prediletto del Re, contro il campo filisteo. Nella successiva guerra contro gli Amaleciti, Saul si rifiutò di obbedire al comando di Samuele di distruggere completamente la popolazione e di giustiziare il loro re Agag. Secondo la narrazione del libro di Samuele, questa disobbedienza spinse Samuele stesso a rimuovere l'unzione di re da Saul, a smettere di esserne consigliere e a ungere segretamente, come nuovo re, David, della tribù di Giuda, che sarà la tribù più numerosa. Tuttavia Saul continuò a regnare e la successione non avvenne che diversi anni dopo. Davide giunse a corte come arpista per alleviare le sofferenze del re, che, dopo la perdita dell'unzione regale, si sentiva perseguitato da uno spirito malvagio. Nella successiva guerra contro i Filistei, Davide ottenne un grande successo sconfiggendo Golia, il campione dell'esercito nemico, e ottenendo così la vittoria nella battaglia di Gath. Saul divenne geloso del successo di Davide, che comunque strinse una grande amicizia con il figlio prediletto del re, Gionata. Tale amicizia fu così profonda da divenire proverbiale. Nella successiva guerra contro i Filistei, lo spirito di Samuele predisse a Saul la sconfitta degli israeliti, ma egli mosse ugualmente battaglia a Ghilboa, dove venne duramente sconfitto e perse la vita assieme a tre dei suoi figli, incluso Gionata. La narrazione biblica ne descrive il suicidio nelle ultime fasi dello scontro (1 Samuele 31,4), suicidio aiutato da un amalecita.

Il regno di David da:
https://it.wikipedia.
org/w/index.php?
curid=1773158
Nel 1.010 p.e.v. - A Saul segue David come "re di Giuda e re d'Israele", l'archetipo del re degli Ebrei, descritto nel Primo e Secondo libro di Samuele, nel primo libro dei Re e nel primo libro delle Cronache. È interessante, a proposito dell'onore di David, ciò che narra 2Sam 11: "Un tardo pomeriggio Davide, alzatosi dal letto, si mise a passeggiare sulla terrazza della reggia, quando dall’alto, vide una bellissima donna che faceva il bagno. Mandò subito ad informarsi chi fosse quella donna. Gli fu detto: “È Betsabea, moglie di Uria l’Hittita”, tuo fedele soldato. Allora Davide, non preoccupandosi affatto che la donna era sposa di un suo valoroso condottiero, mandò dei messaggeri a prenderla. Essa andò da lui ed egli giacque con lei. Ovviamente non sappiamo quanto lei fosse consenziente e quanto tempo rimase col suo amante; sappiamo tuttavia, che una volta tornata a casa, Betsabea si accorse di avere concepito un figlio e fece sapere a Davide di essere rimasta incinta di lui. Allora Davide, preoccupato, escogitò un piano che gli permetteva di scagionarsi dal guaio che aveva causato sperando che il tradimento non fosse scoperto. Mandò a chiamare il marito di Betsabea, Uria l’Hittita, dal campo di battaglia e lo invitò a casa. Il soldato orgoglioso dell’invito, si precipitò immediatamente dal suo re. Arrivato Uria, Davide si informò dell’andamento della guerra, delle sue truppe e infine lo invitò a tornare a casa, da sua moglie. Sperava che dopo la lunga assenza egli giacesse con lei e così poteva giustificarsi la gravidanza. “Scendi a casa tua e lavati i piedi” gli ordinò il re. Uria uscì dalla reggia ma non ascoltò le parole del re, dormì alla porta della reggia con tutti i servi del suo signore e non scese a casa sua. La sua onestà e fedeltà alla legge della guerra santa, gli impediva di avere rapporti sessuali in tempo di guerra, si sarebbe di certo sentito un vigliacco, anche se il re in persona glielo aveva ordinato! Mangiare, bere e dormire in un bel letto, con la sua bella moglie, mentre i suoi soldati stavano nel campo di battaglia: no! Non avrebbe potuto. La cosa fu riferita a Davide: “Uria non è sceso a casa sua”. Allora Davide disse a Uria: “Non vieni forse da un viaggio? Perché dunque non sei sceso a casa tua?” Il re ovviamente voleva che Uria si unisse alla moglie tanto da non avere nessun dubbio sulla sua gravidanza, e così evitare di essere compromesso. Ma Uria rispose a Davide: “L’arca d’Israele e Giuda abita sotto le tende, Ioab, il mio comandante e la sua gente sono accampati in aperta campagna e io dovrei entrare in casa mia per mangiare e bere e per dormire con mia moglie? Per la tua vita e per la vita della tua anima, io non farò tal cosa!” Davide, allora invitò ad Uria a rimanere lì anche l’indomani. Così Uria rimase a Gerusalemme quel giorno e il seguente. Davide lo fece mangiare e bere con sé e lo fece ubriacare al fine di affievolire la sua resistenza; ma la sera Uria uscì e rimase ancora una volta a dormire con i servi e non scese a casa sua. La mattina dopo, Davide scrisse una lettera a Ioab e gliela mandò per mano dello stesso Uria. Nella lettera aveva scritto così: “Ponete Uria in prima fila, dove più ferve la mischia; poi ritiratevi da lui perché resti colpito e muoia”. Così fu fatto, Uria fu mandato proprio dove il nemico aveva gli uomini più valorosi. Gli uomini della città fecero una sortita e attaccarono le sue truppe e fra gli ufficiali di Davide perì anche il povero Uria. Davide venne informato da un messaggero dell’esito della missione e di come insieme ad altri ufficiali Uria era caduto. Betsabea, saputo che suo marito era morto, fece il lamento per il suo uomo, ma era solo una ipocrisia bella e buona, tant’è che passati i giorni del lutto, Davide la mandò a prendere e l’accolse nella sua casa. Essa diventò sua moglie e gli partorì il figlio.
Caravaggio: "Davide con la
testa di Golia" (1610). Da notare
che il volto di Golia è quello
del Caravaggio stesso.
David, figlio di Iesse, durante il suo regno, tradizionalmente datato attorno al 1.010-970 p.e.v., conquista la città di Gebus in cui fonda Gerusalemme, che stabilisce come capitale, essendo intermedia tra le tribù del nord e quelle del sud. Secondo il Tanakh (la Bibbia ebraica) nel primo Libro delle Cronache, i Gebusei erano una tribù canaanita che, sul Monte Sion, avevano costruito e abitato Gebus. David organizzerà uno stato centralizzato sul modello egizio con funzionari, esercito (prevalentemente mercenari), tasse. Combatterà vittoriosamente i popoli vicini (filistei, moabiti, ammoniti, edomiti, aramei di Damasco) riducendoli in stati vassalli o tributari e creando un forte regno "dall'Eufrate fino all'Egitto", approfittando della relativa debolezza di Egitto e Assiria per i quali rappresentò una sorta di comodo stato cuscinetto.

Ricostruzione di come doveva essere
il tempio di Salomone da https://
Nel 988 p.e.v. - A Gerusalemme, Salomone, figlio di re David, fa iniziare la costruzione del primo tempio ebraico, vedi: https://cultura
progress.blogspot.it/2015/01/salomone-e-il-suo-tempio-massoneria-e.html. Il nome di Hiram Abif ricorre spesso come figura allegorica nel rituale massonico, in cui è indicato come l'architetto capo della costruzione del tempio di Salomone e si tratta probabilmente del biblico  Huram-Abi, il capomastro di altissima competenza proveniente da Tiro, citato in Cronache II, 2:13, dove si narra di una richiesta formale fatta da Re Salomone di Gerusalemme al Re Hiram I di Tiro, suo genero, per maestranze e materiali per costruire un nuovo tempio. Il Re Hiram risponde: "Io ti sto inviando Huram-Abi, un uomo di grande abilità, discendente di parte materna dalla tribù di Dan e con padre nativo di Tiro. È molto capace nel lavorare con oro e argento, bronzo e ferro, pietra e legno e nell'utilizzo di lino fine tinto di porpora, blu e rosso cremisi. È un esperto in vari tipi di bassorilievo ed incisione e può eseguire qualsiasi disegno gli venga proposto. Lavorerà con i tuoi mastri e con quelli del mio signore, David tuo padre". Nel Primo Libro dei Re, 7:13-14 della Bibbia, Huram-Abi viene descritto come il figlio di una vedova di Tiro, assunto da Salomone per eseguire gli ornamenti bronzei del nuovo tempio. Rifacendosi a questo passo biblico, i massoni spesso si riferiscono a Hiram Abif come al "figlio della vedova". Secondo la versione della sua storia tramandata nel rituale massonico, l'architetto Hiram Abif venne ucciso da tre operai, che lavoravano alla costruzione del tempio, nel tentativo di estorcere informazioni segrete al Grande Capo Mastro. Quali che fossero queste informazioni o segreti, Hiram non rivelò nulla. Nella versione che ci è stata tramandata, Hiram Abif aveva diviso i suoi operai in tre livelli e assegnato ad ogni livello una parola segreta (per farsi identificare nel momento della riscossione della paga). Secondo la tradizione massonica gli apprendisti erano identificati con la parola "Boaz", gli operai con "Jachin" e i maestri con "Jehovah". Ancora secondo la tradizione massonica più conosciuta, Hiram venne ucciso da tre lavoratori che volevano sapere la parola segreta per passare ad un grado successivo. Venne colpito tre volte alla testa e le sue spoglie furono sepolte, per essere poi recuperate in seguito da Re Salomone, che assicurò all'uomo un'appropriata e degna sepoltura. Gli storici revisionisti e massoni, Christopher Knight e Robert Lomas, dibattono nel loro libro "La chiave di Hiram" l'ipotesi che Hiram Abif fosse in realtà il faraone di Tebe, Ta'o il Coraggioso. In ogni caso, Abif è parte integrante della leggenda fondante della società massonica. Inoltre, secondo una tesi esposta nel libro del giornalista Sergio Frau, "Le colonne d'Ercole: un'inchiesta", vi sarebbe stata stretta relazione tra gli shardana (da sher-dan, un popolo del mare che potrebbe essere identificato con quello sardo), i prìncipi della tribù ebraica di Dan e la perduta tribù che accompagnava Mosè nell'Esodo, tribù alla quale Hiram sarebbe appartenuto. Queste cronache bibliche sono alla base di molte leggende e tradizioni della Massoneria, che usa la costruzione del Tempio come metafora per l'educazione morale. In massoneria il concetto di Hiram risorto sta a identificare il raggiungimento dell'IlluminazioneNel portico del tempio vi erano due colonne, dette Jachin e Boaz (1 Re 7:21; Re II 11:14; 23:3), alte 18 cubiti e sormontate da capitelli con gigli, alti 5 cubiti. Le camere, costruite attorno al tempio sui lati meridionale, occidentale e settentrionale (Re I 6:5-10). Formavano parte della costruzione ed erano usate come magazzini. Erano presumibilmente alte un piano; due ulteriori livelli furono aggiunti, forse più tardi. Nel 1240 Federico II Hohenstauffen farà costruire Castel del Monte, in Puglia, secondo l’architettura del Tempio di Salomone le cui quattro misure-chiave  erano:  60 - 30 - 20 - 12 cubiti (la misura del cubito era di circa mezzo metro e corrispondeva idealmente alla lunghezza dell'avambraccio, a partire dal gomito fino alla punta del dito medio).
La Papessa dei
Tarocchi.
Il significato esoterico delle due colonne (massoniche) all'ingresso del tempio: da https://groups.google.com/forum/#!msg/mindkontrol/Sfsr_YTpAdg/au3fev5i1kQJ:
Nei Tarocchi, "La papessa" (Grande Sacerdotessa) siede in mezzo alle due colonne Jachin e Boaz. Come con la maggior parte dei simboli occulti, le colonne massoniche nascondono molteplici livelli di significato, alcuni destinati al profano e altri diffusi tra i più alti gradi della Massoneria. Tuttavia, è generalmente risaputo che Jachin e Boaz rappresentano l'equilibrio tra due forze opposte. « Questi sono i nomi [Jachin e Boaz] dei due pilastri costruiti sotto il portico del Tempio di Re Salomone. Erano alti diciotto cubiti ed erano splendidamente decorati con ghirlande, melograni e trame varie. Sulla parte superiore di ogni colonna vi erano delle grandi coppe - oggi erroneamente chiamati sfere o globi - una delle coppe conteneva il fuoco e l'altra l'acqua. Il globo celeste (originariamente la coppa di fuoco), che sormonta la colonna di destra (Jachin), è il simbolo dell'uomo divino, mentre il globo terrestre (la coppa di acqua), che sormonta la colonna di sinistra (Boaz), significa l'uomo terreno . Questi due pilastri, connotano anche rispettivamente, le espressioni attive e passive dell'energia divina, il sole e la luna, lo zolfo e il sale, bene e male, luce e oscurità. Tra di loro la porta che conduce alla Casa di Dio, la loro presenza alle porte del Santuario è un ricordo anche del fatto che Geova sia androgino e una divinità antropomorfa. Le due colonne parallele indicano anche i segni zodiacali del Cancro e del Capricorno, collocati nella stanza delle iniziazione per rappresentare la nascita e la morte - gli estremi della vita fisica. Di conseguenza, esse significano l'estate ed i solstizi invernali. ». « Alef è l'uomo, Bet è la donna, uno è il principio, due è il verbo, la parola. A è il principio attivo, B è il passivo, la monade è Boaz, la diade è Jachin. Nei trigrammi di Fohi, l'unità è YANG e la diade è YIN. Boaz e Jakin sono i nomi dei due pilastri simbolici che precedono l'entrata principale del Tempio di Salomone. Nella Cabala questi pilastri spiegano tutti i misteri dell'antagonismo, naturale, politico o religioso. Chiarisce anche la "battaglia procreativa" tra uomo e donna, in quanto, secondo la legge della natura, la donna deve resistere all'uomo così da farsi sopraffare da quest'ultimo. Il principio attivo cerca il principio passivo, il pieno vuole il vuoto, le fauci del serpente attirano la coda del serpente, girando circolarmente quindi, fugge e insegue se stesso contemporaneamente. La donna è la creazione dell'uomo, e la creazione universale è la sposa del principio primo. » La permanente alleanza tra ragione e fede non sarà il risultato dalla loro assoluta distinzione e separazione, ma dalla loro collaborazione reciproca, inaridendo così il loro fraterno "principio di concorrenza". Tale è il significato dei due pilastri del portico di Salomone, uno chiamato Jachin e l'altra Boaz, una bianca e l'altra nera. Sono distinte e separate, sono addirittura contrarie in apparenza, se una forza cieca cercasse di unirle facendole avvicinare l'un l'altra, il tetto del tempio crollerebbe. Separatamente, il loro potere è uno, unite sono due poteri che si distruggono l'un l'altro.

Giovanni Demin (1789-1859): "La
regina di Saba in visita a Salomone".
Nel 970 p.e.v. - Alla morte di Davide il regno di Israele e Giuda passa a uno dei suoi figli, Salomone il cui lungo regno, descritto nel Primo libro dei Re, è tradizionalmente datato tra il 970-933 p.e.v. (o 931 p.e.v.). Diversamente dal padre, sarà un re prevalentemente pacifico. Costruì il tempio a Gerusalemme (probabilmente restaurando un tempio cananeo preesistente), stabilì rapporti diplomatici e commerciali con i popoli confinanti creando anche un porto sul Mar Rosso, perfezionò il sistema statale centralizzato abbozzato da Davide, creò un sistema di tassazione e di corvée che generarono malcontento: corvée è un termine francese utilizzato nelle società feudali per indicare un tipo di prestazione dovuta da parte del vassallo o schiavo al signore feudale tramite giornate di lavoro gratuito, solitamente destinato alla coltivazione delle terre padronali. Salomone fortificò diverse città del regno e durante il suo regno si ribellarono e riottennero la piena indipendenza Damasco ed Edom. Cedette inoltre al re di Tiro (che era suo genero) parte della Galilea.

La divisione fra il
regno d'Israele a nord
(con le sue capitali) e
regno di Giuda a sud.
Nel 933 (o 931 o 926) p.e.v. - Alla morte di Salomone, le tensioni sempre presenti tra le tribù del nord e quelle del sud (Simeone, la maggior parte di Beniamino e soprattutto Giuda) si acuirono per la pesantezza delle corvée, fino a giungere alla scissione del regno. Già le tribù si stavano spaccando politicamente e alla morte di Salomone una guerra civile scoppiò tra le dieci tribù israelite del nord e le tribù di Giuda (mentre quella di Simeone era stata assorbita da Giuda) e Beniamino a sud; le tribù del nord non accettavano come re Roboamo (933-916), figlio di Salomone. La nazione si divise così in Regno di Israele (territori in seguito chiamati EfraimSamaria) a nord e il Regno di Giuda a sud. A nord, il Regno d'Israele aveva come capitale Tirza, mentre nel sud continuò a regnare da Gerusalemme la dinastia davidica sul Regno di Giuda. Il primo re del nuovo Regno di Israele fu Geroboamo, che apparteneva alla tribù di Efraim ed era figlio di Nebat di Zereda e di Zerua, fu inizialmente servo di re Salomone, e narra l'antico Testamento che gli fu profetizzato (da Aia) il destino di re della parte di Israele che si sarebbe staccata dal Regno unificato. Questo fatto, una volta risaputo, avrebbe destato l'ostilità verso Geroboamo da parte di Salomone che, dice la Bibbia, da quel momento cercò di eliminarlo, provocandone la fuga presso il faraone Shishak. Alla morte di Salomone, Geroboamo rientrò in Israele, dove divenne sovrano di dieci delle dodici tribù israelitiche con cui formò il regno settentrionale di Israele, mentre le tribù di Giuda e di Beniamino rimasero fedeli alla stirpe di Davide. Con Geroboamo, che regnò dal 930 al 909 p.e.v., il primordiale culto monoteistico di YHWH si fuse con altri culti cananei; fece infatti installare in Betel ed in Dan (le estremità sud e nord del nuovo regno dove vi erano già dei santuari) due vitelli d'oro per la loro adorazione, scegliendo inoltre sacerdoti che non appartenevano alla tribù di Levi. Il comportamento di Geroboamo fu aspramente contestato dal profeta Achia, che gli pronosticò, per tramite della moglie, la morte del figlio Abia e la futura rovina per il suo regno. La storia dei re del nord e del sud è descritta dal Primo e Secondo libro dei Re. I due regni furono profondamente diversi. Il rapporto tra essi fu prevalentemente conflittuale, sebbene questi conflitti siano stati poco più che scaramucce di frontiera.

Stele di Tel-Dan, da http://slide
player.it/slide/927482/
- Il regno d'Israele (933-722 p.e.v.), più vasto, ricco e popolato rispetto alla Giudea, era collocato sulle principali vie di comunicazioni internazionali e dunque più aperto agli influssi culturali e religiosi stranieri, infatti il primordiale culto monoteistico di YHWH si fuse con altri culti cananei. Dal punto di vista politico fu caratterizzato da una forte instabilità: i suoi 19 re finirono spesso assassinati o deposti con colpi di stato militari. Numerosi furono gli scontri con gli Aramei. I principali re furono:
- Omri (885-874), che trasferì la capitale a Samaria, probabilmente fondata ex novo. Durante il suo regno Moab riguadagnò l'indipendenza, come testimoniato anche dalla stele di Mesha, ritrovata nel 1868 in Giordania e datata all'842-840.
- Acab (874-853), che guidò una coalizione antiassira di re palestinesi con rinforzi egizi dalla quale ne uscì sconfitto a Qarqar. La stele di Tel-Dan, ritrovata nel 1933 nel nord d'Israele, riporta un'iscrizione in aramaico databile all'853 p.e.v. nella quale Cazael re di Damasco si vanta di aver ucciso un re "della casa di Davide" e rappresenta la prima fonte storica extrabiblica relativa al re Davide. Da allora il regno divenne un vassallo tributario dell'Assiria. Il fatto non è riportato dalla Bibbia ma testimoniato da una cronaca assira. 
- Geroboamo II (783-743) riportò il regno a un relativo benessere e riconquistò alcuni territori in Transgiordania. Di esso testimonia un sigillo ritrovato a Meghiddo di "Shema, funzionario di Geroboamo". 
Nel regno del nord furono attivi diversi profeti: Elia (c.a 850 p.e.v.), Eliseo (c.a 800 p.e.v.), Amos e Osea (c.a 750 p.e.v.).

Impero Assiro, da http://www.trecc
ani.it/enciclopedia/assiria/#gallery
Dal 745 p.e.v. - Tiglatpileser III, (in accadico: Tukultī-Apil-Ešarra ... - 727 p.e.v.) considerato il fondatore dell'Impero Neo-Assiro, fu uno dei principali re dell'Assiria nell'VIII secolo p.e.v. su cui regnò dal 745 al 727 p.e.v. Il nome, che letteralmente significa "la mia fiducia nel figlio di Escharra", viene trascritto anche in altri modi (per esempio Tiglath Pileser o Tiglatpileser), e compare in un certo numero di varianti nelle fonti antiche (in 2 Cronache 28:20, per esempio, si trova Tillegath-Pilneser). Era stato governatore dell'antica Kalhu (che poi fu rinominata Nimrud) conosciuto con il nome di Pul e infatti diverse fonti, fra cui ancora la Bibbia (1 Cronache 5:26 e 2 Re 15:19,20) ricordano Tiglat-Pileser III anche come Pul o Pulu, nome con cui fu proclamato re di Babilonia. Sotto il suo regno il potere assiro nel Vicino Oriente crebbe in seguito alle sue fortunate campagne militari. Appena divenuto re sconfisse Urartu (nella moderna Armenia), che aveva esercitato una vera e propria egemonia sotto il regno di Sarduri II, esteso fino alla Siria e alla Mesopotamia settentrionale. Dopo aver sottomesso Babilonia, facendosi incoronare "Re Pul di Babilonia", Tiglat-Pileser diresse i suoi eserciti in Siria, dove si era istallato il regno aramaico di Hamath. Dopo un assedio durato tre anni, Arpad, città del regno di Hamath, venne espugnata, riducendosi così il potere del regno di Hamath.

Parte della stele di Zaakur
di Tell Afis, 45 km a sud-
est di Aleppo, territorio
del Regno di Hamath, di
epoca aramaica realizzata
in basalto, di cui si
conservano solo
quattro frammenti e
che era alta 2 metri.
Riporta un'iscrizione del
re Zakkur in aramaico, si
ritiene che risalga all'805-
775 p.e.v.
Museo del Louvre, Parigi.
Nel 740 p.e.v. - Azariah (Uzziah), o Acaz (noto agli assiri come Yahu-khazi), re di Giuda, essendo un alleato del re di Hamath, fu costretto da Tiglat-Pileser III a rendergli omaggio e a pagare tributi annui (2º Re 16, 5-9; 1 Cr 5,6.26), come ricordano le iscrizioni assire: "Nel quinto anno del regno del sovrano assiro Tiglat-Pileser III, vittoria su Azariah (Uzzia), re di Giuda",  i cui atti sono narrati nel 2° Libro delle Cronache 26:6-15.

Dal 735 p.e.v. - Il re di Israele Pekach, alleato con Rezin, re (degli Aramei) di Damasco (regno di Hamath), cerca allora di coinvolgere Acaz (Azariah o Uzzia), re di Giuda, in una coalizione antiassira. Al suo rifiuto, organizza una "spedizione punitiva" nota come guerra siro-efraimita (o più raramente "efraimitica"), un insieme di campagne militari svoltesi in Palestina tra il 735-732 p.e.v. che videro schierati il regno aramaico-siriaco di Hamath e il regno di Israele (o Efraim) contro il piccolo regno di Giuda, il cui re Acaz non volle aderire alla coalizione antiassira.
Osea

Nel 733 p.e.v. - Tiglat-Pileser III distrugge Damasco, occupa il territorio dei Filistei sulle coste del Mar Mediterraneo e attacca il regno di Israele le cui regioni settentrionali diventano provincia assira, a capo di cui insedia un certo Osea (un profeta ebreo minore che governerà nel periodo 732-722 p.e.v.). Molti degli abitanti vengono impalati o deportati (una prima volta) nell'impero assiro (2Re:15,29; 1Cr:5,26). Questi eventi sono narrati nella Bibbia, che descrive come Tiglat-Pileser III sconfisse Pekah, re di Israele, e Rezin, re degli Aramei, (da cui la lingua aramaicaN.d.R.), alleatisi contro di lui. Il re di Israele Pekah venne ucciso da Osea mentre il re di Hamath, Rezin, fu giustiziato dal sovrano assiro.

Tiglat-Pileser III: stele dalle mura del
palazzo reale (British Museum,
Londra)
Nel 732 p.e.v. - Tiglat-Pileser III stronca un'alleanza anti-assira, eliminando la “regina” araba Shamsī, così come precedentemente aveva vanificato un altro tentativo anti-assiro condotto da Zebībē, “regina” degli arabi ( šarrat Aribi ) e sacerdotessa dei Qedar (Qidri) di Adummatu (Dūma/Dūmat al-Jandal, oggi al-Jōf). Costruì inoltre un palazzo reale a Nimrud (il cosiddetto "palazzo centrale") dove i suoi annali regi furono incisi sulle lastre di pietra con le sue campagne militari. Alla sua morte gli successe Ululai, governatore di Zimirra in Fenicia, che prese il nome di Salmanassar V.

Nel 722 p.e.v. - Osea si ribella agli assiri e interviene il re assiro Salmanassar V che distruggerà la città di Samaria e deporterà per la seconda volta gran parte della popolazione israelita in varie zone del nord della mesopotamia (2Re17,6), dove si fonderanno con le altre popolazioni (deportati che saranno ricordati come le Dieci tribù perdute d'Israele), e deporterà nella neoistituita provincia assira di Samaria varie popolazioni di diverse origini (2Re17,24).

Cattività d'Israele e deportazioni
di Gentili (non ebrei) in Israele, da
https://www.conformingtojesus
.com/charts-maps/it/mappa_della
_cattivita_assira-babilonese.htm
- Dal punto di vista storico, di tutto il Regno d'Israele, solo una frazione della popolazione fu deportata: l'entità esatta è oggetto di dispute fra gli storici, tuttavia il re assiro Sargon II (che regnò dal 721 a.C. al 705 p.e.v. dopo aver preso il trono a Salmanassar V nel 721 p.e.v.) si vanta in una sua iscrizione di avere deportato dal regno in tutto 27.290 persone, quindi palesemente non l'intera popolazione. In questi casi in genere venivano deportati solo gli artigiani e l'élite aristocratica: sicché i poveri, am 'aaretz, furono lasciati in patria come braccianti e contadini sottomessi all'élite straniera. Nel territorio settentrionale rimase pertanto sempre una popolazione di fede yahwista, come attestato anche dalla Bibbia. Tale popolazione discendeva palesemente dalle popolazioni ebraiche del Regno del Nord: l'archeologia non ha infatti riscontrato dopo la conquista assira una cesura generale della cultura materiale, pur registrando le distruzioni belliche e una catastrofica diminuzione del numero di abitanti e insediamenti. Questa popolazione dei "rimasti" (che all'epoca del ritorno generalizzato dei deportati dagli assiri e dai babilonesi potrebbe forse essere stata rafforzata dal ritorno in patria dei discendenti degli esiliati) si mescolò col tempo con i gruppi non ebraici e non yahwisti, che a loro volta erano stati deportati nel territorio dell'ex Regno di Israele (e dei quali restano tracce archeologiche), formando i samaritani.

La Bibbia racconta (spiegandolo con l'effetto di una "visione" mandata da Dio) di come anche i nuovi venuti adottarono il culto di Dio che era stato delle popolazioni del luogo. Questa assimilazione degli elementi stranieri, però, lungi dall'essere giudicata positivamente, è anzi deprecata da una parte rilevante dei redattori post-esilici dei libri biblici. Fu infatti proprio questa mescolanza di popoli e lingue, secondo la visione purista ed esclusivista di questi redattori, a costituire la "perdita" di tali popolazioni, cioè l'allontanamento dal "vero" culto di Dio (quello officiato sul Tempio di Gerusalemme).

Dunque, nella descrizione di quanto accadde in questo periodo la ricostruzione storica e il racconto biblico divergono: Secondo la ricostruzione storica, le popolazioni ebraiche dell'ex Regno di Israele (i Samaritani) non cessarono mai di considerarsi ebrei (se non addirittura i "soli veri" ebrei) e di praticare la religione yahwista, arrivando a convertire ad essa le popolazioni non-yahwiste deportate nel loro territorio. Esse continuavano a seguire le prescrizioni mosaiche sulla base del testo del Pentateuco, si consideravano discendenti dirette di Abramo e quindi eredi del suo patto allo stesso titolo dei Giudei, e arrivarono a costruire sul Monte Garizim un proprio Tempio per venerarvi Dio, che nel 128 p.e.v. Giovanni Ircano I distrusse. Secondo il racconto biblico, invece, l'ex Regno di Israele fu totalmente svuotato attraverso la deportazione dalle popolazioni ebraiche (la cui sorte fu quella di essere, appunto, "tribù perdute", svanite nel nulla); al loro posto furono mandati popoli "stranieri". La conversione degli stranieri al culto di Dio non ne fa assolutamente degli ebrei, dato che essi non discendono da Abramo e non hanno quindi ereditato l'alleanza che Dio ha stretto esclusivamente coi suoi discendenti. Solo i Giudei sono "veri" ebrei, e solo il culto del Tempio di Gerusalemme è legittimo. Oltre a ciò lo stesso yahwismo samaritano è per lo meno dubbio, essendo aperto da parte giudaica ad accuse di sincretismo, quando non addirittura di idolatria pura e semplice.

- La sparizione della menzione delle tribù dal testo biblico è un dato di fatto, a cui corrisponde un effettivo avvenimento storico: la sparizione dell'organizzazione tribale, causata però non dalla deportazione, bensì dall'evoluzione sociale. Nel nuovo mondo degli imperi mesopotamici le tribù avevano infatti perso le loro funzioni sociali, al punto che almeno due tribù (Simeone e Giuseppe) scompaiono spontaneamente dalla Bibbia ancora prima dell'Esilio babilonese e di una, quella dei Leviti, gli storici dubitano che sia mai esistita come entità tribale vera e propria, essendo piuttosto una corporazione funzionale, cioè più una casta che una tribù in senso antropologico. La direzione dell'evoluzione storica, che favoriva entità statuali centralizzate e unitarie al posto delle federazioni tribali dell'epoca precedente, è mostrata del resto dal fatto che perfino una delle due tribù superstiti del Regno di Giuda, quella di Beniamino, scomparve spontaneamente, fondendosi con quella di Giuda. In altre parole le tribù non furono "perdute", nel senso comunemente inteso nel linguaggio corrente, secondo cui le popolazioni che le componevano andarono "smarrite" nel calderone di popoli dell'Esilio, bensì si estinsero da sé (sul suolo stesso di Samaria e di Giuda) in quanto formazioni sociali superate. La popolazione che aveva composto le tribù non "scomparve" alla loro scomparsa, ma continuò ad abitare sulle terre che occupava da secoli, ma con un'organizzazione sociale di tipo differente.

Impero Babilonese, da: http://www.t
reccani.it/enciclopedia/babilonia/
Nel 597 p.e.v. - Prima deportazione degli Ebrei a Babilonia. La deportazione e l'esilio babilonesi, che durerà 70 anni, di un imprecisato numero di ebrei dell'antico Regno di Giuda da parte di Nabucodonosor II, inizia con l'assedio di Gerusalemme.

Nel 586 p.e.v. - Gerusalemme è conquistata e distrutta dai babilonesi di Nabucodonosor II che distruggono il Tempio di Salomone (il primo tempio) e traggono in schiavitù numerosissimi ebrei. La distruzione del Tempio provocherà cambiamenti drammatici nella cultura e religione ebraiche.

- A seguito della distruzione del Regno d'Israele prima, e del Regno di Giuda poi, una parte della popolazione di religione ebraica di entrambi i regni fu deportata dai conquistatori. Parte dei giuditi, dei leviti e dei beniaminiti fece ritorno a Gerusalemme, e vi costruì il secondo Tempio. Definirono se stessi come il cosiddetto Resto d'Israele. Un'altra parte scelse di rimanere nei paesi di nuovo insediamento, gettando le basi per le comunità ebraiche "babilonesi" che avrebbero avuto un ruolo importante nell'ebraismo dei secoli successivi.

- Infatti ancora oggi il testo di studio più importante e completo (derivato dalla Torah orale) dell'ebraismo è il Talmud Babilonese, in cui i maestri stessi sono distinti fra rabbì, coloro che insegnarono in terra d'Israele ed i rav, coloro che operarono nei territori babilonesi.

- La Bibbia, nel suo racconto, cessa di preoccuparsi della sorte di quanti erano venuti meno al patto con Dio. Il punto di vista della redazione post-esilica della Bibbia vuole quindi esprimere unicamente il destino divino del resto d'Israele. Le perdute tribù furono: Ruben, Dan, Neftali, Gad, Aser, Issachar, Zabulon, Efraim, Manasse. Secondo la maledizione riportata in Genesi 49,5-7, sorte simile a queste nove tribù ebbero i simeoniti: Simeone infatti scomparve già all'epoca del profeta Samuele (intorno al X secolo p.e.v.), e il suo territorio, il più meridionale, era stato inglobato in quello di Giuda. In Apocalisse 7, Dan e Efraim sono le uniche due tribù non menzionate fra quelle che alla fine dei tempi avranno la salvezza (12.000 per ognuna delle dodici tribù di Israele). Nel racconto sono presenti alla visione anche uomini in vesti bianche di tutte le lingue e popoli della terra morti per la loro fede durante il periodo della Grande Tribolazione, che sono riferibili a priori anche a singoli individui delle tribù di Dan e Efraim. Anche nell'Antico Testamento si fa riferimento per queste due tribù a una dispersione definitiva, senza ritorno in Israele fino alla fine dei giorni. L'omonima città di Dan sorgeva nel punto più a settentrione di Israele, e qui (e a Betel, estremo sud del Regno) re Geroboamo fece costruire il vitello d'oro. Dopo avere adorato il vitello d'oro, commettendo peccato di idolatrìa contro il Dio dell'Antico Testamento, le tribù di Dan e Efraim sarebbero state disperse da Israele con la promessa che non avrebbero fatto mai più ritorno in queste terre (1Re 12:26-33; 15:20; 2Re 10:29). Per i leviti, che condivisero la stessa maledizione di Simeone, invece le cose andarono meglio e la loro dispersione, divisione (questo il significato della parola ebraica levi) venne convertita in un privilegio (non più diviso, ma separato, prescelto): solo i Leviti infatti potranno diventare sacerdoti officianti il culto di Dio.

- La Bibbia identifica nel ritorno di un "resto" purificato di Giuda e Beniamino un preciso piano divino. Solo questo "resto", temprato e purificato dalla prova/punizione dell'esilio, era destinato a ristabilire l'alleanza con Dio e il suo culto, a Gerusalemme. Questo punto di vista (che prevalse non senza contrasti e che comunque impiegò un lungo periodo di tempo per risultare vincente) pone implicitamente il problema della sorte di quanti non fecero parte del "resto", di coloro cioè che furono appunto "perduti", o per meglio dire che furono esclusi da questo progetto. La curiosità verso la sorte per la parte "perduta" dell'ebraismo è precedente all'era moderna (se ne trova traccia già nell'apocrifo Libro di Esdra), ma fu soprattutto con il cristianesimo, una religione fortemente inclusiva e proselitistica, che l'ideologia dei rimpatriati dall'Esodo (base del Giudaismo successivo) apparve incomprensibile per il suo inflessibile esclusivismo. Nacque così la leggenda delle dieci tribù "perdute", che spiegava la sparizione dalla storia ebraica di una parte consistente delle popolazioni non con la loro esclusione e con la loro trasformazione in "altro" (cioè nei Samaritani), bensì con un trasferimento fisico da Israele verso un mitico e non specificato "altrove", accompagnato da una "dimenticanza" delle proprie origini e, cosa ben più grave, dall'apostasia da Dio e dalla conversione a culti non ebraici. Questo mito ha avuto un importantissimo ruolo fondativo in molti fenomeni religiosi, per lo più di derivazione cristiana, che si sono presentati come il "ritorno" di una o più "tribù perdute".

- Fra le innumerevoli tradizioni che rivendicano la discendenza dalle "tribù perdute", si possono citare le seguenti. Nel periodo ellenistico l'ebraismo attraversò un periodo di grande fervore proselitistico, del quale il Cristianesimo (che inizialmente era solo una setta ebraica) è il lascito più evidente e duraturo. Numerosi furono i popoli che si convertirono all'ebraismo in questo periodo, e per secoli dal Nordafrica all'Arabia si creò una costellazione di popolazioni cristiane, ebraiche e pagane che facevano della loro fede un elemento di identità e coesione etnica. Facile quindi, in tale clima, che alcuni di questi popoli (dai berberi nordafricani ai beduini arabi) iniziassero a presentarsi come i discendenti anche in senso etnico di una delle "tribù perdute".
Tra la fine dell'VIII secolo e l'inizio del IX secolo il khan e i nobili Cazari si convertono all'ebraismo, imitati da una parte della popolazione. Questa conversione di massa fu palesemente un tentativo di sottrarsi ai tentativi di influire politicamente sull'impero cazaro attraverso la religione. Il Khanato si trovava infatti stretto tra l'Islam ad est ed il Cristianesimo ad ovest. Benché anche qui non si sia mancato di parlare, in seguito, di discendenza dalle "tribù perdute", l'origine proselitistica (e non etnica) del regno ebraico cazaro è un dato storico indiscutibile. Più corretta quindi l'azzeccata definizione coniata da Arthur Koestler nella sua celebre monografia sul regno ebraico cazaro: "La tredicesima tribù". Gli etiopi sono un popolo prevalentemente cristiano. Ma fin dal XV secolo esistono testimonianze che parlano di ebrei neri, i Falascià. Non si distinguono dalle popolazioni delle terre di cui sono originari né per la lingua né per i tratti, ma solo per la religione professata. Sono anch'essi i discendenti della grande stagione del proselitismo ebraico e si pensa discendano da popolazioni ebraiche del periodo della tarda Diaspora mescolatesi a proseliti indigeni. Anch'essi sono stati identificati come una delle "tribù perdute d'Israele", tuttavia il loro caso è diverso, in quanto si tratta di un gruppo che non ha mai perso né il culto (per quanto in forma impoverita e contaminata da elementi cristiani, che hanno fatto tentennare a lungo sull'effettiva ebraicità dei Falascià) né l'identità ebraica, e che quindi non è mai stato "perduto". Per questo la loro piena ebraicità è stata infine riconosciuta alla fine del XX secolo, permettendo loro l'emigrazione in Israele. Una forte comunità ebraica si stabilì nell'800 in Giappone, a Kobe, a Sud dell'isola di Honshu. Anche per spiegare le origini di questa popolazione si è parlato di una "tribù perduta". In epoca più vicina a noi i Mormoni, che si dicono discendenti sempre della tribù di Beniamino, identificano negli indiani d'America i discendenti non delle dieci "tribù perdute", ma di un altro gruppo ebraico: i Nephiti", gruppo di cui non c'è traccia nella Bibbia, ma cui parla il loro libro di Mormon. Per questo la loro religione ha sempre avuto un atteggiamento di attenzione verso le popolazioni dei Nativi americani. il Rastafarianesimo è una religione che considera i neri i figli diretti di Re Davide, poiché gli Africani, nella loro concezione, sono tutti Etiopi, che secondo la Bibbia discendono da re Salomone, giudeo, e dalla regina di Saba, etiope (in realtà araba yemenita). Non si tratta quindi in senso stretto di una tribù "perduta", quanto di una indifferenziata discendenza "dimenticata". Nel bestseller Holy Blood, Holy Grail di Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln, si pretende i Franchi (Sicambri, N.d.R.) essere diretta discendenza della tribù (peraltro mai "perduta") di Beniamino, mentre i loro sovrani Merovingi addirittura di essere i discendenti divini di Gesù e della Maddalena (era questo il "Sang Réal", "sangue Reale", che divenne poi il "Santo Graal" delle leggende medievali). Si tratta di un libro del 1982 che ha dato lo spunto a moltissimi altri testi sulla "linea di sangue del Graal", ma non è suffragata da alcuna fonte storica a parte l'ovvia citazione della famosa leggenda medievale dello sbarco della Maddalena in Francia, resa popolare da Jacopo da Varazze nella Legenda Aurea.

- La riscoperta delle tribù perdute ha trovato negli ultimi decenni una nuova linfa in alcuni ambienti religiosi ebraici, che pensano di poter recuperare le tribù perdute e farle tornare in Israele. In questo contesto, il recupero di popolazioni di origine ebraica (pur non facendo parte della tradizione ebraica ortodossa) rafforzerebbe la presenza ebraica in Israele, con immissioni di popolazioni del Terzo Mondo ad elevato tasso di natalità ed estremamente interessate e motivate ad emigrare in un Paese del Primo Mondo. Questo piano ha suscitato una ferma opposizione anche all'interno dello stesso mondo ebraico, in quanto spesso le popolazioni che si proclamano di origine ebraica sono in realtà fazioni dissidenti di contesti cristiani, auto-identificatesi col popolo ebraico attraverso la lettura della Bibbia cristiana. Il sospetto è che dietro la pretesa di ascendenza ebraica ci sia solo il desiderio di emigrare in un Paese sviluppato per migliorare le proprie condizioni di vita. Questo non ha impedito che proseguisse la ricerca dei discendenti delle tribù perdute, e il perfezionamento della loro conversione all'ebraismo come premessa alla loro emigrazione in Israele. Il dibattito suscitato da questi gruppi spiega comunque l'enorme pubblicistica, sia a stampa sia su Internet, relativa al tema delle "tribù perdute". I principali gruppi che rivendicano oggi una discendenza da una "tribù perduta" sono: Bene Ephraim (India), Bnei Menashe (India), Ebrei di Persia (che sono pienamente ebrei; in questo caso l'ascendenza si limita a spiegare la loro origine), House of Israel (Ghana), Igbo (Nigeria, sono di religione cristiana e non si considerano ebrei), Lemba (Sudafrica). Inoltre i Pashtun afghani e i Kashmiri pongono le loro origini leggendarie in una non meglio specificata "tribù perduta d'Israele", ma non si considerano ebrei. Un incidente diplomatico, riguarda i cosiddetti discendenti della tribù di Manasse, gli Bnei Menashe, "scoperti" qualche anno fa in India. La tribù conta circa 7.000 membri e abita una zona montuosa del NordEst del Mizoram. Il Mizoram è uno Stato a prevalenza cristiana, mentre la maggior parte della popolazione del Manipur è indù. All'inizio del XX secolo, i membri della tribù si erano convertiti al cristianesimo. Nel 2.006 i rabbini sefarditi inviati da Israele hanno seguito la conversione dei tribali e li hanno dichiarati “discendenti di ebrei”. La maggioranza della popolazione non conosce la lingua ebraica, ma i riti che officiano sono stati giudicati analoghi a quelli praticati in Israele. Dopo 27 secoli son pronti per essere accolti in Eretz Yisrael, nonostante le proteste – anche a livello diplomatico – di Nuova Delhi, che ha chiesto ufficialmente al governo israeliano di far cessare le attività di proselitismo sul proprio suolo. Che nasca da leggende o da veridicità scientificamente provabili, questo forte sentimento di riabbracciare i propri fratelli perduti ha trovato reale attuazione dal Sionismo in poi, nella costruzione dello Stato di Israele, prima, quindi nell'istituzione dell'Operazione Salomone, che aiutò i Falascià, e infine in Shavei Israel, associazione fondata nel 2.004 da un gruppo di Sefarditi, il cui scopo è proprio quello di aiutare “ebrei dispersi” a tornare in Israele.

- Erano detti sefarditi (dall'ebraico Sefarad, = Spagna) gli ebrei abitanti la penisola iberica. Nel Tanakh, l'insieme dei libri che compongono la bibbia ebraica, nel libro di Ovadia, (Haftarah di Vayishlach) e solo qui in tutto il Tanakh, troviamo il termine Sepharad per indicare una non meglio identificata città vicino-orientale. Tale luogo è tuttora dibattuto, ma "Sefaràd" fu identificata da ebrei successivi come la penisola iberica e ancora significa "Spagna" o "spagnolo" in ebraico moderno e proviene appunto da Sefarad. Si riferisce quindi ai discendenti di coloni ebrei originari del Vicino Oriente, che vivevano nella penisola iberica fino al momento dell'Inquisizione spagnola; si può anche riferire a coloro che usano lo stile sefardita nella loro liturgia, o si definiscono sefarditi per le tradizioni e usanze che mantengono, provenienti dal periodo iberico: in base a ciò, il termine ebreo sefardita indica la persona che segue la Halakhah sefardita.

Teoria della derivazione dell'impero
britannico dalla tribù di Efrem e
degli USA da quella di Manasse.
Da: https://www.cai.org/it/studi
-della-bibbia/l%E2%80
%99israele-britannico
- Sussistono inoltre i convincimenti, avvalorati da particolari analisi della Bibbia, che inglesi e statunitensi facciano parte delle perdute tribù d'Israele e che i reali inglesi discendano da David, supposizioni iniziate, guarda caso, nel '600, proprio quando in Gran Bretagna nasce la Massoneria. Da http://www.santaruina.it/israele-britannico: « Nel 1587, in una lettera datata 27 aprile e indirizzata a John Foxe, Sir Francis Drake scrive: “Che Dio sia glorificato, la sua Chiesa e la sua Regina preservate, i nemici della verità vinti e che possiamo avere ininterrotta pace in Israele”. Che significato può avere tutto ciò? La questione si riallaccia alla bizzarra credenza dell’anglo-israelismo in relazione alle tribù perdute di Israele. Morto Salomone, narra la Bibbia, le dodici tribù di Israele si divisero in un regno del Nord (di Israele), che riuniva dieci tribù, e in un regno del Sud (di Giuda) - con capitale a Gerusalemme -  che riuniva le tribù di Giuda e di Beniamino. Nell’VIII° secolo gli Assiri occuparono il regno di Israele e deportano le dieci tribù del Nord. Che ne fu delle dieci tribù del Nord? Gli storici, quasi unanimemente, sono convinti che esse si siano disperse, verosimilmente assimilate dai popoli presso cui erano state deportate. Questo svolgimento dei fatti non è stato accettato da tutti ed ecco sorgere le teorie più strane, in particolare dal Seicento in poi. La più importante di queste afferma che gli anglosassoni, in particolare modo gli inglesi, sono i discendenti diretti delle “tribù scomparse”. Da queste ed altre astruse credenze e interpretazioni si origina una dottrina segreta, che non è affatto da sottovalutare e, più avanti, ne vedremo il perché.[…] La tesi dell’ “Israele britannico” fu esposta, nel secolo scorso, dal medico inglese John Wilson, che nel 1840 diede alle stampe un curioso volume dal titolo “Our Israelitish Origin” (La nostra origine israelita) e da George Moore (1861) nel libro “The Ten Tribes” (Le dieci tribù). E’ utile sottolineare che “Lo storico dell’arte fabiano John Ruskin, alla fine dell’800, entusiasmava la gioventù aristocratica predicando la superiorità anche razziale della casta signorile britannica, a cui come ‘vero Israele’ era offerto il dominio del mondo: una missione morale, poiché il mondo andava incivilito estendendo ad esso, volente o nolente, i benefici del superiore umanesimo britannico” (M. Blondet, Complotti – I fili invisibili del mondo – 1. Stati Uniti, Gran Bretagna,Milano 1995, pag. 49). A proposito del termine “vero Israele”, Arnold Toynbee nel suo libro del 1934: “A Study of History”, scrive: “Fra i protestanti di lingua inglese si trovano ancora alcuni fondamentalisti che si reputano ‘il popolo eletto’ nel senso letterale del termine, quale viene usato dal Vecchio Testamento. Questo ‘Israele Britannico’ fa fiduciosamente risalire il suo ceppo fisico alle scomparse Dieci Tribù” (A. Toynbee, Panorami della storia, Milano 1954, vol. II, pag. 53). Il convincimento che la monarchia inglese fosse l’erede del regno di Israele concedeva ratificazione biblica all’imperialismo britannico. […] Sono vitali ancora oggi queste dottrine occulte? Maurizio Blondet ci informa: “Nel 1991, mentre ero a Washington (infuriava la Guerra del Golfo), mi capitò… di constatare che i British Israelites esistono tuttora. Conservo un loro curioso libretto che pubblicarono allora, The Prophetic Expositor, che è una summa delle loro credenze”. Blondet si dilunga sulle loro convinzioni: “Presto tornerà il Messia e instaurerà il Regno di Dio, che sarà ‘un regno concreto e materiale, con territorio, leggi, popolo e trono’. Sarà ovviamente la Casa Reale Britannica, ‘discendente da Davide’, a occupare quel trono. […]  Abbiamo visto che il ruolo “divino” era stato perso dall’Inghilterra a causa del suo comportamento e che ben presto fu rimpiazzata da un Israele americano. Non è assurdo credere, a questo punto, che “Benjamin Franklin obbediva alle stesse suggestioni quando, come membro del ‘Triumvirato’ incaricato di disegnare il sigillo degli USA, proponeva nel 1776 di raffigurarvi ‘Mosé che divide il Mar Rosso mentre il Faraone e i suoi armati sono sommersi dalle acque” (Ibidem, pag. 96). Stupirà ancora di più sapere che il simbolo dell’aquila poi adottato come suggello dell’America, secondo David Austin, derivava proprio dall’Apocalisse: “che ne è divenuto dell’aquila sulle cui ali la donna perseguitata (Ap., 12,14) fu portata nella wilderness americana, non si potrebbe rispondere che essa si è posata sul sigillo civile degli Stati Uniti?” (S. Bercovitch, America puritana, Roma 1992, pag. 175).[…] Queste sono le assurde premesse sulle quali si fonda il fondamentalismo americano che vede ogni sua guerra come una sorta di crociata. L’ex presidente USA, Ronald Reagan, abbracciò questa dottrina segreta e pronunciò discorsi dai toni messianici infuocati: “Tutte le altre profezie che si dovevano realizzare prima di Armageddon sono avvenute. Nel trentesimo capitolo del profeta Ezechiele si dice che Dio raccoglierà i figli di Israele dalle lande pagane dove sono stati dispersi per riunirli di nuovo nella terra promessa. Dopo 2000 anni, questo momento è finalmente giunto. Per la prima volta nei tempi, ogni cosa è pronta per la battaglia di Armageddon e il secondo avvento di Cristo”. E, ancora, rivolgendosi ai soldati americani, l’ex presidente Ronald Reagan tuonò: “Voi oggi state respingendo le forze del male che vorrebbero estinguere la luce che noi abbiamo custodito per 2000 anni” (Le due frasi di Ronald Reagan sono citate da Majid Valcarenghi e Ida Porta, in “Operazione Socrate”, Firenze 1995, pagg. 101-102). Il giornalista Ronnie Dugger in un lungo articolo, pubblicato nel 1984, sul “The Guardian”, si chiese: “Gli americani potrebbero giustamente chiedersi se il loro presidente… sia personalmente predisposto dalla teologia fondamentalista ad attendersi un qualche Armageddon che inizi con una guerra nucleare in Medio Oriente. (…). Se in Medio Oriente insorgesse una crisi e minacciasse di trasformarsi in un confronto nucleare, il presidente Reagan potrebbe essere incline a credere di assistere all’arrivo dell’Armageddon deciso dalla volontà di Dio?” (“The Guardian”, 21 aprile 1984. L’articolo fu pure pubblicato sul “Washington Post”).[…] E’ evidente la sopravvivenza di tendenze apocalittico-millenaristiche nella cultura contemporanea degli USA. Tendenze piuttosto evidenti anche nella politica estera americana. Scrive ancora Gobbi che l’America ha combattuto: “Soltanto in questo secolo… “battaglie finali” contro il fascismo, il comunismo e, più recentemente, contro il fondamentalismo islamico; e soprattutto sono ancora fondamentalmente convinti di essere un “popolo eletto”, una “Nazione Redentrice” (R. Gobbi, op. cit., pag. 223). »
Teoria dei riferimenti a Israele
nello stemma britannico.
Inoltre da https://www.cai.org/it/studi-della-bibbia/l%E2%80%99israele-britannico: « Dio diede il regno di Israele a David in seguito ad un patto duraturo (2 CRON 13:4,5). In un altro versetto, vediamo che Dio aveva promesso di mettere i suoi discendenti sul trono per sempre (SALM 89:29,30). Questo patto ci sarebbe sempre stato anche se suo figlio avesse peccato e si fosse allontanato da Dio (SALM 89:31-37). Da Roboamo (successore di Salomone) a Sedekia, si può vedere il continuo succedersi sul trono dei discendenti di Davide. Tuttavia, la successione sembra interrompersi ad un certo punto. Geremia, profeta al tempo del sopra citato Re Sedekia, ebbe un ruolo molto importante nel verificarsi degli eventi nella storia di Israele. Ciò viene anche rimarcato dal fatto che lui è uno del pochi che, come si dice nella Bibbia, furono scelti da Dio ancora prima di nascere. Giovanni Battista e Gesù Cristo sono gli altri due. La missione di Geremia è chiaramente spiegata nel capitolo 2, al versetto 10 del libro che prende il suo nome: "Ecco, oggi ti costituisco sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare". Sedekiah, il successore di David, fu catturato e portato in Babilonia. Suo figlio ed i nobili furono uccisi (GER 39:1-7). Egli fu tenuto prigioniero fino alla sua morte (GER 52:11). Ciò sollevò la questione su chi avrebbe potuto portare avanti la linea di Davide. Chi era il successore al trono di Davide? Una speranza era riposta nel predecessore di Sedekiah, Joiakim. Lui era stato catturato da Nebucadnetsar ma fu poi liberato (2 RE 25:27-30). Purtroppo, non c’erano possibilità che lui fosse il successore al trono poiché Dio Stesso aveva proclamato che nè Joiakim (= Conia) nè nessuno dei suoi figli avrebbe mai potuto sedersi di nuovo sul trono (GER 22:24,25,30). Dio sarebbe stato capace di mantenere il patto con David, che il suo trono sarebbe durato per sempre? Prima di dare una risposta a questa domanda, diamo un’occhiata alla situazione del popolo di Israele a quel tempo. Al tempo del regno di Re Sedekiah (Re del Regno del Sud), le dieci tribù di Israele (Regno del Nord) erano già state costrette a stare in schiavitù sotto gli assiri per 130 anni. I conquistatori ripopolarono con altre nazioni il regno del Nord ormai vuoto. Fra di essi c’erano anche persone provenienti da Babilonia, da Cutha, Avva, Hamath, ecc. (2 RE 17:24). Questi popoli vivevano ancora in Samaria al tempo di Gesù. Tramite la Bibbia sappiamo che i Giudei (Regno del Sud) non si mescolarono con i pagani della Samaria fino al tempo di Gesù, 600 anni più tardi. La capitale del Regno del Nord era Samaria. Geremia, Ezechiele e Daniele furono usati come profeti quando Gesù fu portato via (130 anni dopo il popolo di Israele). Quindi, Geremia portò a termine la prima parte della sua missione: "demolire e distruggere", ma il regno non fu poi ricostruito. Come già sappiamo, tutti i figli di Sedekiah morirono. Geremia era anche uno degli schiavi che furono trasportati in Babilonia. Egli fu rilasciato da Nebucadnetsar con il permesso di andare ovunque egli desiderasse. Il suo viaggio lo portò a Mitspa (GER 40:6). Il motivo erano le figlie di Sedekiah (GER 41:10). Geremia sapeva che la legge ebraica permetteva alle figlie di diventare eredi dirette in assenza di eredi maschi. Ma c’era una condizione ovvero che esse si sposassero con qualcuno della stessa tribù (NUM 27:7-10; NUM 36). Geremia andò in Egitto con le principesse ed il suo assistente Baruc. Aveva trovato le principesse e quello di cui aveva bisogno ora era un uomo della linea regale e della tribù regale di Giuda. Per trovarlo dobbiamo risalire all’albero genealogico di Giuda. In Genesi 38:29 & 30 si parla della nascita dei due gemelli di Giuda. Si chiamavano Zara e Farez. Zara era il primogenito, ma mentre stava per nascere ritirò dentro la sua mano (con il filo rosso) e quindi Farez venne fuori dal ventre per primo. La rottura di cui parlò l’ostretica (GEN 38:28-30) sarebbe stata guarita molto tempo dopo. La linea di Farez, il secondogenito, fu benedetta e Davide discendeva proprio da questa linea. La guarigione della rottura poteva solo significare che lo scettro sarebbe passato dalla linea di Farez alla linea di Zara. Questo trasferimento non si verificò prima dell’epoca del Re Sedekiah di Giuda perchè egli era un discendente della linea Farez. Pertanto ciò si doveva verificare dopo che il Re Sedekiah avesse lasciato il trono. Tuttavia, Dio aveva promesso a David che la sua linea (Farez) sarebbe rimasta sempre sul trono, per tutte le generazioni. Quindi, la guarigione poteva solo verificarsi se un erede al trono della linea di Farez avesse sposato un discendente della linea di Zara. La storia ci dimostra che un gruppo appartenente alla linea di Zara raggiunse la costa centrorientale Irlandese all’epoca del regno del Re Davide. I popoli di Israele oggi - Torniamo al popolo di Israele (Regno del Nord) dopo che essi furono deportati e poi liberati. Dove andarono? O per meglio dire, dove sono oggi? La Bibbia ci offre alcune profezie circa i luoghi dove Israele andò dopo esser stato reso libero: vediamo tutte le caratteristiche dei posti che Israele avrebbe dovuto possedere. Essi non avranno alcun re per molto tempo: OSEA 3:4 "Rimeranno molti giorni senza un re". Il trono sarà nel mare ed il popolo governerà sul mare. 2 SAM 7:10: "e non andrà più via". Così Israele avrà finalmente una terra. OSEA 12:2: "Seguono il vento d’est = verso l’occidente". SALM 89:25: stabilirò la mano (= Scettro) di David nel mare; il suo trono sarà nel mare e lui controllerà le rotte del mare". Questa terra è a nord ovest di Israele. ISA 49:3,6: in riferimento a Israele (Giacobbe). Versetto 12: da molto lontano dal nord e dall’ovest = nord-ovest (non c’è nessuna parola ebrea che significa nord-ovest) si trova su un’isola molto lontana. GER 31:9&10: sulle isole "molto lontane". Quando prendi una mappa geografica dell’Europa e tiri una linea dritta da Gerusalemme verso Nord Ovest, attraverso il continente europeo e il mare, e poi lungo le isole nel mare, arrivi direttamente alle Isole Britanniche!! Inoltre, ci sono moltissimi fatti storici che dimostrano che la Gran Bretagna e gli USA sono proprio le “tribù perdute” di Efraim e Manasse. Daremo più in là uno sguardo ad essi. I nomi ebrei - Il popolo di Israele è anche conosciuto come “il popolo del patto”. La parola ebrea per “patto” è 'berith' (che si pronuncia 'brit'). La parola ebrea per “uomo” o per “popolo“ è 'iysh' oppure 'ish'. La parola per “uomo del patto” oppure per “popolo del patto” sarebbe quindi 'Brit-ish'. Sarà pure una mera coincidenza che il popolo del patto di Dio si chiama oggi “British” (Britannico)? Abramo ricevette una promessa da Dio che la sua discendenza si sarebbe chiamata Isacco (GEN 21:12). Ciò viene enfatizzato ancora una volta in ROM 9:7 ed in EBR 11:18. Si tratta di una mera coincidenza il fatto che il termine “Sassoni” ('Saxons') sembri essere molto simile al termine “figli di Isacco” ('Saac's sons')? » E qui ci sarebbe posto anche per i tedeschi! (N.d.R.) Inoltre è interessante l'analisi dello stemma britannico: « I differenti blasoni in tutto il mondo sono il simbolo della storia delle nazioni che essi rappresentano. Il blasone reale britannico ha dei particolari che identificano il popolo della Gran Bretagna come discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe. Esso, così come si presenta oggi (aldilà di piccolo variazioni), esiste sin dal regno di Re Giacomo I (1603-1625 A.D.). Egli fu l’unico che promosse una nuova traduzione inglese della Bibbia, la “King James Bible”. 49 dei più grandi professori di lingue bibliche (ebreo e greco) lavorarono su di essa usando i manoscritti ebraici (chiamati “Massora”) fino a quando la Bibbia di Re Giacomo non fu pubblicata nel 1611 (ROM 9:4). Dio benedisse la Gran Bretagna e l’America tanto quanto esse rispettarono la Bibbia. Un esempio storico può chiaramente spiegare tutto ciò: il re Filippo di Spagna preparò la sua “Armada”, all’epoca pensata di essere invincibile, per attaccare la Gran Bretagna. Il 19 luglio 1588, le imbarcazioni della flotta spagnola furono segnalate al largo della costa Britannica. Sebbene la flotta britannica potesse contare solo su un contrattacco di 80 piccole navi, contro le 149 “dell’ Armada spagnola", si verificò il miracolo. Una forte tempesta, proprio in quel momento, diede la vittoria alla Gran Bretagna. Consapevole dell’intervento di Dio, la regina Elisabetta I, ordinò che fosse coniata una moneta d’argento riportante la seguente incisione: “Egli soffiò e loro furono dispersi", con il nome di Dio “Jehovah” in ebreo scritto sopra di essa. Sul retro della moneta c’era il disegno di una chiesa fondata sulla roccia con un’incisione latina: “Io posso essere attaccata ma non ferita”. L’iscrizione sullo scudo - I simboli sullo scudo hanno tutti un’origine antica. I leoni inglesi sono posti nel primo e nel quarto riquadro, il leone scozzese invece nel secondo. Questo leone è il leone di Giuda che si trovava anche sullo stendardo reale degli Stewarts scozzesi (la Casa Reale di Scozia), trasferito poi sul blasone britannico dopo l’unificazione dell’Inghilterra e della Scozia nel 1603. Nel terzo riquadro c’è invece l’arpa che rappresenta l’Irlanda del Nord e che è l’arpa di Davide. Pertanto, tutti i simboli presenti sul blasone trovano la loro origine in Giuda. Ciò conferma la promessa di Dio in 2 SAM 7:12,13, una promessa che si realizzò alla lettera! La famiglia della regina Elisabetta risale al Re Davide. Copie del suo albero genealogico possono essere trovate nel Museo Britannico e nel Castello di Windsor. L'iscrizione "Dieu et mon Droit" - Se la si traduce, questa frase francese significa “Dio ed il mio diritto” ed appare sotto il blasone sui nastri. Essa parla del “diritto di nascita”. Se si considerano tutte le promesse di diritto di nascita fatte da Dio ad Abramo e poi ad Isacco e Giacobbe diventa chiaro che queste promesse si realizzano completamente negli Anglosassoni di oggi. Quindi ci si deve aspettare che la “promessa di diritto di nascita” compaia sul blasone della Gran Bretagna. La frase francese scritta introno allo scudo significa: “Maledetto si chiunque ti maledice” (GEN 27:29). Il leone - Il leone, essendo il re degli animali (PROV 30:30), rappresenta la predominanza di Israele sulle alter nazioni. La Bibbia collega il simbolo del leone ad Israele (GEN 49:9; MIC 5:8). L'unicorno - Così come il leone, l’unicorno è anche un simbolo di potere e forza. Mosè e Balaam fanno corrispondere l’unicorno con Israele (NUM 24:8). Un’altra connessione può essere riscontrata in DEUT 33:17. L’unicorno era originariamente parte del blasone scozzese, ma poi fu aggiunto al leone inglese nel 1603 D.C.. Le registrazioni storiche dimostrano che l’unicorno potrebbe essere anche trovato sullo stendardo della tribù di Efraim durante la sua migrazione nel deserto. Questo è un’altra coincidenza che sottolinea che i Britannici discendono per metà dalla tribù di Efraim. Il leone con la corona - Il leone con la corona si trova seduto sulla corona sull’elmetto riportato sullo scudo. In LUC 1:32-33 si legge: "...ed il Signore gli (Gesù) darà il trono di Davide, suo padre. Egli regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno...". Pertanto, Gesù è rappresentato dal leone della tribù di Giuda (APO 5:5) in una posizione che enfatizza il Suo diritto a governare sulla Casa di Davide e Giacobbe. L’elmetto e lo scettro - L’apostolo Paolo citava questi simboli in una sua lettera agli Efesini. In EFE 2:12, Paolo usa la frase “La Federazione di Israele” ("Commonwealth of Israel" nella King James Bible), un’espressione poco usuale a quei tempi poiché una Federazione di Israele non esisteva. Secondo le profezie del Vecchio Testamento Israele doveva essere una benedizione speciale per le altre nazioni. 
Grazie alle loro attività missionarie, America e Gran Bretagna divennero i principali responsabili della diffusione della Bibbia e di conseguenza della diffusione dello Spirito Santo negli ultimo giorni, così come professato dalla Bibbia (ATTI 2:16-21). Le lingue di fuoco vicino all’elmetto - A destra ed a sinistra degli ornamenti dell’elmetto vengo fuori alcune cose come. "lingue di fuoco". Questi ornamenti sottolineano il diffondersi dello Spirito Santo. Leggiamo questa spiegazione della Bibbia: "ed apparvero loro delle lingue di fuoco che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro." ATTI 2:3. L'identificazione di Manasse (le benedizioni di Israele): le promesse nazionali furono dapprima fatte ad Abramo e poi ripetute ai discendenti di Isacco e di Giacobbe (= Israele). Dei dodici figli di Israele, Giuseppe era l’unico ad ereditare le promesse ed i suoi due figli Efraim e Manasse le ereditarono a loro volta. Giacobbe benedisse Efraim e Manasse sul suo letto di morte e preferì, contrariamente alla tradizione, il giovane Efraim piuttosto che il “primogenito“ Manasse (GEN 48:19). Come si può vedere, il blasone reale della Gran Bretagna presenta dei simboli che si ricollegano alle promesse di Efraim. »

L'impero Persiano, da: http://www.
homolaicus.com/storia/antica
/grecia/grecia_classica/images
/impero-persiano.jpg
Nel 539 p.e.v. - I persiani conquistano Babilonia e nel 537 il loro re, Ciro il Grande, permette agli ebrei di tornare in Giudea e di ricostruire Gerusalemme, le sue fortificazioni e il Tempio. Non consente tuttavia il ripristino della monarchia giudea, fatto che rende i sacerdoti della Giudea l'autorità dominante. Senza il potere vincolante della monarchia, l'autorità del Tempio nella vita civile fu amplificato. È in questo periodo che emerge il partito dei Sadducei come il partito dei sacerdoti, delle élite consociate e dell'aristocrazia delle antiche famiglie nell'ambito delle quali venivano reclutati i sacerdoti dei ranghi più alti, nonché, in particolare, il Sommo sacerdote.
Rembrandt Harmenszoon Van Rijn: "Il
festino di Baldassarre" (1636), episodio
tratto dal Libro di Daniele. Baltassar,
re di Babilonia, nonostante l'assedio da
parte di Ciro, preferisce organizzare un
banchetto a corte, anziché provvedere
alla difesa della città. I commensali
fanno libagioni e si cibano nelle coppe
e nel vasellame trafugato tempo prima
dal padre di Baltassar, Nabucodonosor,
durante la conquista di Gerusalemme e
il saccheggio del tempio; ma il sovrano
babilonese patirà la stessa sorte fatta
soffrire da suo padre al popolo ebraico.
Nel dipinto, la premonizione a tale
amaro destino avviene, nel bel mezzo
del convito, da una improvvisa
apparizione dall'oscurità della tela.
Una scritta su una parete recita: "Dio ha
computato il tuo regno e gli ha posto
fine. […] Il tuo regno è messo a pezzi,
ed è dato a Medi e Persiani".
La corrente dei sadducei si richiamava, nel proprio nome,  all'antico e leggendario Sadoc (o anche Zadk o Zadoq), il sommo sacerdote al tempo dei re David e di suo figlio Salomone. Suo padre Elèazar era un figlio di Aronne della tribù di Levi, primo sommo sacerdote e fratello di Mosé. Inizialmente Sadoc esercitava il suo ministero nel santuario di Gabaon, mentre un secondo sommo sacerdote, Abiatar, parimenti discendente di Aronne, seguiva il re David. Alla morte di questi, Sadoc intervenne nella lotta per la successione al trono schierandosi dalla parte di Salomone contro Adonia, sostenuto da Abiatar. La vittoria di Salomone fu anche la vittoria di Sadoc, che rimase unico sommo sacerdote. Sadoc fu considerato il capostipite delle famiglie sacerdotali di Gerusalemme (sadociti) nel periodo postesilico. Dei Sadducei e della loro spiritualità non conosciamo molto perché la loro fazione, ritenuta in seguito colpevole di collaborazionismo nei confronti dei romani, fu letteralmente sterminata durante la rivolta giudaica del I secolo. Sul piano dottrinale si ritiene, in base alle scarse informazioni pervenuteci, che i Sadducei, (a differenza dei Farisei, successivi a loro) considerassero vincolante solamente la cosiddetta Legge scritta, ossia quanto tramandato nei libri della Bibbia ebraica o Tanakh e non credevano alla resurrezione dei morti, ossia alla perpetuazione dell'individuo dopo la morte, in corpo e spirito e sembra che respingessero anche l'esistenza di un'anima immortale; pare che non accettassero nemmeno la dottrina degli angeli.. Tuttavia è lecito dubitare che avessero, al riguardo, una posizione di netta preclusione, sia perché ciò non si concilierebbe con il contenuto della stessa Legge scritta, sia perché l'evidenza archeologica delle modalità di sepoltura seguite dai Sadducei attesta, in ogni caso, una fede nell'esistenza di un mondo ultraterreno del quale il defunto, alla morte, entra a far parte. Il calendario liturgico dei Sadducei differiva leggermente da quello adottato poi dai Farisei, e ciò spiega le lievi divergenze temporali relative ai racconti della Passione tra i Vangeli sinottici e quello di San Giovanni. Il rifiuto della tradizione orale fu, probabilmente, il fattore che consentì ai Sadducei di aprirsi alla cultura dell'ellenismo, pur conservando la fede nel giudaismo, facendo di essi un'élite intellettuale ed imprenditoriale capace di esercitare notevole influenza persino nell'ambito della politica imperiale romana. La loro permeabilità agli influssi stranieri, connessa alla capacità di mantenere intatta la propria identità, è tipica dei ceti aristocratici di ogni tempo ed ogni nazione e l'opposizione ai Sadducei da parte dei Farisei riecheggia motivi di orgoglio nazionale e di rivalsa anti-aristocratica che troviamo, nella storia, replicati numerose volte in diversi contesti. Sebbene i Sadducei siano scomparsi dalla scena storica nel I secolo, ai loro insegnamenti si richiamarono i Caraiti, che ruppero con l'ebraismo rabbinico nell'VIII secolo. Tuttavia una questione fondamentale distingue le due sette: i Caraiti credevano nella resurrezione, nell'immortalità dell'anima e nelle ricompense e punizioni dopo la morte.

Nel 516 p.e.v. - Dopo la sua costruzione, viene consacrato il Secondo Tempio di Gerusalemme. Visto che la sua costruzione avveniva sotto gli auspici di una potenza straniera (l'impero Persiano), nonostante la posizione predominante del partito dei Sadducei, si scatenarono persistenti dispute di autorità culturale nel pensiero ebraico, che determinarono lo sviluppo di varie sette o "scuole di pensiero" ognuna delle quali si avocava l'autorità esclusiva di rappresentare il "giudaismo" e che evitava in genere i rapporti sociali, soprattutto i matrimoni, con membri di altre sette. Nello stesso periodo, il consiglio dei saggi noto come Sinedrio aveva codificato la Bibbia ebraica (Tanakh), stabilendone un canone dal quale, dopo il ritorno da Babilonia, veniva pubblicamente letta la Torah nei giorni di mercato.

Nel 475 p.e.v. circa - Spesso associata con Serse I di Persia, la Regina Ester rivela la sua identità al re e lo implora di aiutare il suo popolo, rivelandogli il complotto di Aman contro gli Ebrei. Ester era la figlia di Abicàil della tribù di Beniamino, una delle due tribù che costituivano il Regno di Giuda prima della sua distruzione da parte dei babilonesi e la deportazione, nel 597, dell'élite del regno giudaico nelle province dell'impero persiano. Alla morte dei genitori, Ester era stata adottata dal cugino Mordechai, che occupava una funzione amministrativa nel palazzo reale a Susa. Avendo sentito che il re Assuero (normalmente identificato con il re persiano Serse) cercava una nuova sposa, Mordechai fece partecipare la cugina Ester alle selezioni e, venendo scelta e divenne la sposa di Assuero. Quando il primo ministro Aman decise di sterminare tutti i giudei del regno, Mardocheo, che aveva sempre vegliato su Ester, la esorterà a presentarsi al re per intercedere in favore del proprio popolo. Sebbene fosse proibito con pena di morte accedere al re senza essere chiamati, dopo un digiuno di tre giorni Ester gli si presentò innanzi per chiedergli il favore di accettare il suo invito a cena insieme ad Aman. Durante la cena li invita ad una seconda cena e durante quel secondo banchetto informa il re di essere giudea, precisando che Aman aveva decretato lo sterminio di tutti i giudei del regno. Ottenne allora dal re il diritto per i giudei di difendersi il giorno in cui avrebbero dovuto essere sterminati. Mordechai stilò quindi un decreto con cui istituì la festa dei Purim, perché la tristezza si era tramutata in gioia e il lutto in giorno di festosa letizia. Così, il 14 e il 15 del mese di adbar (marzo) sono giorni di allegria, nei quali, nelle sinagoghe, si legge il libro di Ester.

Nel 459 p.e.v. circa - Vedendo dilagare l'anarchia in Giudea, il successore di Serse, Artaserse I di Persia, invia Esdra a ristabilire l'ordine. Esdra detto "lo scriba" fu colui che condusse il ritorno del secondo contingente di Ebrei dall'esilio babilonese e a cui vengono attribuiti i vari Libri di Esdra (ritenuti diversamente canonici o apocrifi dalle religioni bibliche) e i libri delle Cronache della Bibbia. Figlio o nipote di Seraiah, era discendente diretto di Pincas, figlio di Aronne, della tribù di Levi, primo sommo sacerdote. Ciò che si conosce della sua storia è contenuto negli ultimi quattro capitoli del Libro a lui attribuito, e in Neemia 8 e 12,26. Fu considerato come un secondo Mosè, e degno anch’egli di ricevere la Torah. Egli introdusse la scrittura quadrata ebraica per usarla nella redazione della Torah. Il Tempio non fu più l'unica istituzione di vita religiosa ebraica. Nel tempo di Esdra lo Scriba, le case di studio e di culto rimasero importanti istituzioni secondarie della vita ebraica. Fra le pratiche che egli introdusse insieme all'Assemblea dei Sapienti, che dirigeva, vi fu la lettura trisettimanale della Torah: il lunedì, il giovedì, e il sabato pomeriggio. Al di fuori della Giudea, la sinagoga era spesso chiamata casa di preghiera e sebbene la maggior parte degli ebrei non potessero frequentare regolarmente il servizio del Tempio, si potevano però incontrare nella sinagoga per le preghiere di mattina, pomeriggio e sera. Sebbene i sacerdoti controllassero i rituali del Tempio, i sapienti, gli scribi e i saggi, successivamente chiamati Rabbini (in ebraico "mio maestro"), dominavano lo studio della Torah. Questi saggi mantenevano una tradizione orale che credevano si fosse originata sul Monte Sinai insieme alla Torah scritta di Mosè. I Farisei traevano le loro origini da questo nuovo gruppo di autorità. Il termine Fariseo deriva dal latino pharisæus-i attraverso il greco pharisaios, dall'ebraico pārûsh (dal verbo pārāsh, al plurale pĕrûshîm ) e aramaico parush o parushi, che significa "colui che si è separato o distintosi". Al contrario dei Sadducei, i Farisei sostenevano che avesse pari, se non anche superiore importanza, la Legge orale, ossia la tradizione interpretativa del Tanakh, trasmessa in maniera verbale, di generazione in generazione, che avrebbe poi portato alla scrittura del Talmud. La corrente dei Farisei costituisce, probabilmente, il gruppo religioso più significativo all'interno dell'ebraismo nel periodo che va dalla fine del II secolo p.e.v. all'anno 70 ed oltre. Essi, in vari momenti, si identificavano come un partito politico, un movimento sociale ed una scuola di pensiero, a cominciare dal periodo del Secondo Tempio (515 p.e.v.) fino alla rivolta dei Maccabei contro il regno seleucide. I conflitti tra Farisei e Sadducei hanno avuto luogo nel contesto di conflitti sociali e religiosi tra ebrei che erano iniziati nella cattività babilonese e si aggravarono con la conquista romana, richiesta, fra l'altro dei Farisei in chiave anti-sadducea.

Nel 332 p.e.v. - Alessandro Magno conquista la Persia, la Fenicia e Gaza, probabilmente tralasciando la Giudea e senza entrare nella zona collinare dominata dagli ebrei, ma dirigendosi verso l'Egitto. Qui inizia il periodo ellenistico della storia ebraica e la spaccatura tra sacerdoti e saggi si sviluppò durante questo tempo, quando gli Ebrei si confrontarono con nuove lotte politiche e culturali. Nominalmente, comunque, Gerusalemme e la Giudea, dal 331 p.e.v. farà parte dell'impero macedone.

Nel 323 p.e.v. - Con la morte di Alessandro Magno, il potere effettivo passa nelle mani dei suoi generali, i diadochi, che si spartiscono il suo immenso impero suddividendolo in satrapìe. La Persia è suddivisa tra vari satrapi macedoni, tra i quali emerge presto la figura di Seleuco, satrapo di Babilonia mentre la Giudea è governata dai satrapi egiziano-ellenici Tolomei fino al 198 p.e.v., quando l'Impero Seleucida siriano-ellenico, con Antioco III, ne assume il controllo.

- Sadoc (o Zadok), era stato il sommo sacerdote al tempo dei re David e di suo figlio Salomone. Così come Esdra lo scriba , essendo discendente diretto di Pincas, figlio di Aronne, era suo discendente, Sadoc lo era poiché suo padre Elèazar era un altro figlio di Aronne. Inizialmente Sadoc esercitava il suo ministero nel santuario di Gabaon, mentre un secondo sommo sacerdote, Abiatar, parimenti discendente di Aronne, seguiva il re David. Alla morte di questi, Sadoc intervenne nella lotta per la successione al trono schierandosi dalla parte di Salomone contro Adonia, sostenuto da Abiatar. La vittoria di Salomone fu anche la vittoria di Sadoc, che rimase unico sommo sacerdote. Sadoc fu considerato il capostipite delle famiglie sacerdotali di Gerusalemme (sadociti) nel periodo postesilico.

Nel II sec. p.e.v. - Da Sadoc deriverà non solo il gruppo politico dei sadducei ma anche un movimento religioso fondato probabilmente da membri di famiglie sacerdotali, più tardi conosciuto col nome di esseni.
I Sadducei costituirono un'importante corrente spirituale del tardo giudaismo (fine del periodo del secondo Tempio) e anche una distinta fazione politica verso il 130 a.C. sotto la dinastia asmonea, cercarono di vivere un giudaismo illuminato e di trovare un compromesso anche con il potere romano.

Nel 167/161 p.e.v. - Rivolta dei Maccabei (chiamati Asmonei) contro l'impero ellenistico dei Seleucidi, condotta da Giuda Maccabeo e conclusasi con la vittoria e l'instaurazione della festa di Hanukkah. Gerusalemme è liberata nel 165 p.e.v. e il secondo Tempio restaurato.

- La dinastia giudaica dei re-sacerdoti degli Asmonei, detta anche dei Maccabei, dal soprannome di uno dei suoi rappresentanti più illustri (dall'aramaico maqqaba' = martello), acquistò importanza storica in Israele da quando (168 a. C.) Mattatia, sacerdote della località di Modin, pronipote di Asmoneo, iniziò la rivolta contro il re di Siria Antioco IV Epifane (175-164 a. C.), persecutore del culto israelitico. La lotta si prolungò oltre la morte di Mattatia, sotto l'abile guida dei suoi figli. Tra di essi primeggiò Giuda Maccabeo, il quale ottenne una serie di strepitose vittorie contro le truppe di Antioco; occupò Gerusalemme, ne purificò il Tempio e vi fece riprendere i sacrifici nel 164; nell'anno 160 fu ucciso in battaglia. Gli succedette il fratello Gionata (160-143), che non solo riportò nuove vittorie, ma soprattutto, da abile politico, seppe approfittare delle rivalità interne dei pretendenti al trono di Siria dopo la morte di Antioco IV. Giovanni, Simeone ed Eleazaro, altri figli di Mattatia, continuarono la lotta e riuscirono a stabilire amichevoli rapporti con Roma, rafforzando notevolmente la loro posizione e preparando la liberazione completa della Palestina, che avvenne sotto Giovanni Ircano (134-104). Con lui e il successore Aristobulo I (104-103) iniziò la decadenza degli Asmonei: rivalità e gelosie familiari e lotte di partiti resero la situazione sempre più precaria; sotto Alessandro Janneo (103-76) divampò la guerra civile dal 93 all'88; un breve intermezzo si ebbe sotto Alessandra Salomè (76-67), ma alla sua morte si riaccese la guerra tra i suoi figli. I pretendenti ricorsero a Pompeo, il quale nel 63 occupò la Palestina. Aristobulo, uno dei contendenti, fu portato a Roma prigioniero, l'altro, Ircano, perse il titolo di re. Gli Asmonei vennero infine spodestati dalla famiglia dell'idumeo Antipatro, al quale succedette Erode. Antigono, ultimo degli Asmonei, fu fatto uccidere da Erode nel 25 a. C.

Nel 141 p.e.v. - Un'assemblea di sacerdoti e altri proclama Simone Maccabeo, figlio di Giuda Maccabeo, sommo sacerdote e capo del popolo, in effetti instaurando la dinastia degli Asmonei come Casa Reale della Giudea. Nasce così una nuova monarchia nella figura di re-sacerdoti, investendo il sommo sacerdote di autorità sia politica che religiosa. Sebbene gli Asmonei fossero considerati eroi per essersi liberati dai Seleucidi, il loro potere mancava della legittimità conferita dalla discendenza della dinastia davidica del Primo Tempio. La dinastia degli Asmonei (forse dall'eponimo Asmon, il nome del bisnonno di Mattatia, padre dei Maccabei) iniziava con Simone Maccabeo che inaugurava il nuovo regno di Giudea nel 140 p.e.v., investito sia del potere civile che religioso. Poiché i re dovevano idealmente discendere dalla casa di David, i Maccabei, che erano una famiglia di sacerdoti, non avevano un effettivo diritto al potere regale. Il loro regno venne messo in pericolo dall'opposizione dei Farisei, e il Talmud li ricorda appena. Sovrani del Regno di Giudea fino alla metà del I secolo a.C., gli Asmonei restaurarono le istituzioni politiche e religiose dell'antico Israele. In seguito alla vittoriosa ribellione condotta da Giuda Maccabeo contro il seleucide Antioco IV Epìfane, suo figlio Simone Maccabeo ottenne il titolo ereditario che diede inizio alla dinastia asmonea. Alla sua morte, il figlio Giovanni Ircano, il primo sovrano vero e proprio, ampliò notevolmente il regno di Giudea portandolo alla sua massima potenza, fino a comprendere l'Idumea, i cui abitanti, gli Edomiti, furono obbligati a convertirsi, e divennero dunque Ebrei, cosa che non piacque ai Farisei. Gli succedettero i figli: brevemente Aristobulo I, quindi Alessandro Ianneo, che parteggiò per i Sadducei nelle loro lotte contro i Farisei. Sotto il regno di Alessandro Ianneo, un edomita di nome Antipa fu nominato strategos dell'Idumea, mantenendo questo ruolo anche durante il successivo regno della moglie Shelomit (Salomé) Alexandra (76-67 a.C.). Salomé Alexandra, che era stata moglie sia di Aristobulo I che di Alessandro Ianneo in seguito, salì al trono nel 78 a.C. e favorì invece i Farisei. Il figlio Giovanni Ircano II divenne re e sommo sacerdote, ma fu contrastato dal fratello Aristobulo II. Seguirono anni di transizione violenta del potere alla dinastia erodiana, prima con Antipatro, figlio di Antipa, che divenne il principale consigliere e ministro di Giovanni Ircano II, stringendo forti legami con la Repubblica romana, poi con suo figlio Erode: ne scaturì una guerra civile che offrì a Roma il pretesto per intervenire.

Dal 164 p.e.v. (a.C.) - La rivolta dei Maccabei aveva portato alla formazione di un regno ebraico indipendente, su cui regnavano i Maccabei, conosciuti come la Dinastia Asmonea, che durò fino al 63 p.e.v. Sebbene la Giudea raggiungesse l'indipendenza già nel 164 p.e.v. con la liberazione di Gerusalemme da parte di Giuda Maccabeo, è solo con il regno di Giovanni Ircano I (134-104), figlio di Simone Maccabeo, che ebbe inizio la vera e propria dinastia asmonea. Sotto il regno di Ircano vennero conquistati e convertiti forzatamente gli Idumei e si consolidarono i gruppi dei sadducei, farisei e forse anche esseni. Nel 128 a.e.v., Giovanni Ircano I distrusse il tempio dei samaritani sul monte Garizim e secondo la ricostruzione storica, le popolazioni ebraiche dell'ex Regno di Israele (i Samaritani) non cessarono mai di considerarsi ebrei (se non addirittura i "soli veri" ebrei) e di praticare la religione yahwista, arrivando a convertire ad essa le popolazioni non-yahwiste deportate nel loro territorio. Esse continuavano a seguire le prescrizioni mosaiche sulla base del testo del Pentateuco, si consideravano discendenti dirette di Abramo e quindi eredi del suo patto allo stesso titolo dei Giudei. Giovanni Ircano, il primo sovrano vero e proprio, ampliò notevolmente il regno di Giudea portandolo alla sua massima potenza, fino a comprendere l'Idumea, i cui abitanti, gli Edomiti, furono obbligati a convertirsi, e divennero dunque Ebrei, cosa che non piacque ai Farisei, probabilmente dubbiosi sulla discendenza da Abramo degli Edomiti. La dinastia Asmonea alla fine si disintegrò a causa della guerra civile tra i figli di Alessandra Salomé, Giovanni Ircano II e Aristobulo II. Il popolo, che non voleva essere governato da un re che non discendeva da David, ma dal clero teocratico, fece appello in questo spirito alle autorità romane: seguì quindi una campagna romana di conquista e annessione, guidata da Pompeo che occupò Gerusalemme nel 63 p.e.v..

Ricostruzione di come poteva
presentarsi il secondo tempio
di Gerusalemme.
Dal 19 p.e.v. - Erode I il Grande, l'idumeo che grazie all'appoggio di Roma è re d'Israele, inizia i lavori di ristrutturazione e ampliamento del secondo tempio di Gerusalemme. Il Secondo Tempio di Gerusalemme era la ricostruzione del primo Tempio di Gerusalemme (il Tempio di Salomone), distrutto dal babilonese Nabucodonosor II nel 586 a.C. Il Secondo Tempio fu completato nel 515 p.e.v. (a.C.), dopo l'esilio babilonese, così come raccontato nel Libro di Neemia, e distrutto nel 70 d.C. dal generale romano Tito. Secondo le fonti rabbiniche della Torah Orale, il Tempio venne distrutto 420 anni dopo la sua costruzione. Durante questo periodo esso fu il centro culturale e spirituale del Giudaismo ed il luogo dei sacrifici rituali. Erode il Grande, a partire dal 19 a.C., fece un ampliamento importante del Secondo Tempio; per questo motivo il Tempio di Gerusalemme, da quella data, viene anche chiamato Tempio di Erode il Grande. Secondo i documenti del Priorato di Sion, (http://www.
prieure-de-sion.com/1/genealogia_di_gesu_e_di_maria_1089786.html) quella che nei Vangeli è chiamata Maria Maddalena, si chiamava in realtà Mariamne Migdal-Eder, Principessa della tribù di Beniamino, per cui Maddalena è la derivazione da Migdal. Era figlia di Mariamné, Principessa di Beniamino, Nazarena e di Erode I il Grande, Re d'Israele, Idumeo. Per quanto riguarda i discendenti di Gesù e Maddalena, va precisato che l'ebraismo è trasmesso per via matrilineare e in particolare quindi è la tribù a cui appartiene la madre quella di cui fa parte la prole. Per "Il Sangraal o sangue reale, Maria Maddalena moglie di Gesù e loro figlia, Sara la Nera" clicca QUI.

Da  http://www.prieure-de-sion.com/1/genealogia_di_gesu_e_di_maria_1089786.html:
Ubicazione dell'antica Betania.
Nel 18 - A Béthania (chiamata oggi al-Eizariya, sita a pochi chilometri a est di Gerusalemme), Mariamne Migdal-Eder (la "Torre del gregge", menzionata nella Genesi 35:21 e Micah 4: 8, da cui deriva il nome Maddalena), Principessa della Tribù di Be (Beniamino, la tribù a cui era stato assegnato il territorio di Gerusalemme e territori limitrofi), nata a Béthania e morta nel 63 in S.te Beaume, Provence, sposa Joanan Le Baptiste (Giovanni Battista) Ben (figlio di) Zachariah le Sadok (in ebraico, il giusto, nome del Sommo Sacerdote), morto nel 26 a Gerusalemme, probabile cugino di Yeshuah Ben Yossef (Gesù figlio di Giuseppe). Dal loro matrimonio nascerà Jean Yeshuah le Tzadik, nato nel 20 a Béthania e morto nel 118 a Shingo, nell'Heraï, in Giappone.

Ubicazione di Tabga, in Galilea.
Nel 26 - Secondo i documenti del Priorato di Sion, (http://www.prieure-de-sion.com/1/genealogia_di_gesu_e_di_maria_1089786.html) a Tabgha, in Galilea, Mariamne Migdal-Eder, Principessa della Tribù di Beniamino, nata a Béthania e morta nel 63 in Ste Beaume, Provence, sposa in seconde nozze Yeshuah Ben Yossef (Gesù figlio di Giuseppe), nato 1 a Bethléem e morto nel 33 a Jérusalem, figlio di Myriam, Principessa Nazarena della tribù di Giuda Bat (figlia di ) Héli, nata a Sepphoris, Galilea e morta nel 60 a Ephèso, in Anatolia e di Yossef ben (figlio di) Jacob, nato a Betlemme e morto nel 19 a Nazareth. Mariamne Migdal-Eder (da cui il nome Maddalena) era titolata, in quanto principessa della tribù di Beniamino, discendente da sacerdoti Esseni, da Giuda di Gamla che istituì il movimento dei Zeloti nonché figlia di Erode I il Grande, re d'Israele, ad ungere (autorizzare consacrare) Yeshuah Ben Yossef  (nato, come annunciato dalle profezie, a Betlemme, discendente da re David per parte di padre e dai Maccabei oltre che da re David per parte di madre) re di Gerusalemme, e quindi dei giudei.

Santa Sara la Nera, venerata
dai Gitani a Saintes Maries
de la Mer in Provenza,
Francia. Vedi anche QUI.
Nel 27 - Da quel matrimonio, nel 27 nasce Sarah-Damaris Principessa di Juda Bat (figlia di) Yeshuah, i cui discendenti affluiranno nella stirpe Merovingia.  Sempre secondo i documenti del Priorato di Sion: Sarah-Damaris Princesse de Juda Bat Yeshuah, nata nel 27 e morta in data sconosciuta ha sposato Anthénor IV pré-mérovingien nel 45. Anthénor IV, figlio di Clodomer III pré-mérovingien, nato nel 21 in Metz e morto nel 79. Figlio di Sarah-Damaris Princesse de Juda Bat Yeshuah e Anthénor IV pré-mérovingien: Rathérius pré-mérovingien nato nel 45 in Metz e morto in data sconosciuta.

Nel 33 - Secondo i documenti del Priorato di Sion, in Giudea nel 33, da quello stesso matrimonio nasce Yeshuah-Joseph Yuz Asaf Jésus le cadet, Joseph Harama (ḥarām, in arabo=proibito, indica qualsiasi comportamento o situazione vietati) Théo (di origine greca che indica 'relazione con Dio o con la divinità') du Graal Ben Yeshuah, morto nel 120 in Srinagar, Cachemire.
I suoi discendenti saranno santi (Beato Svetonio), bardi (Taliesin), eroi e paladini della stirpe del Graal le cui gesta sono state cantate nel medioevo: i Re pescatori (Titurel compreso), Gundicaro (il Gunther della saga dei Nibelunghi), Godogisel Galains Thierry (delle gesta di Lorrai di Ginevra), Krimilde dei Burgundi (della saga dei Nibelunghi), Garin le Loherain de Monglane (delle gesta di Garin de Monglane), Aelius Gracilis Gerbert (del Lohengrin) fiino a S. Guglielmo di Gellone.
Da http://it.peacereporter.net/articolo/22138/Ges%F9+riposa+in+India: A nord della penisola indiana, in Kashmir, c’è un santuario che ospita due tombe, una delle quali sarebbe quella di Gesù. Gesù è morto come un uomo comune e giace in una tomba a Srinagar, capitale dello Stato indiano del Kashmir. Sembra la sceneggiatura di un romanzo di Dan Brown, e invece è la Lonely Planet, famosa collana di guide turistiche, che riporta la descrizione della “tomba di Gesù”, nel sito sepolcrale di Roza Bal, il cui significato deriva dal kashmiro Rauza-Bal, “tomba del profeta”. A nulla è servita la presa di distanza pubblicata nella più recente edizione della guida sull’India: la tomba è ormai meta di pellegrinaggio da parte di stranieri curiosi e di teorici della cospirazione. Il dibattito va avanti da decenni e sembra che la tomba contenga due siti di sepoltura: uno è quello di un santo musulmano del periodo medievale, Syed Naseerudin, l’altro è di un predicatore carismatico arrivato in Kashmir da Israele nel 30 d.C., Yuz Asaf, chiamato anche Issa. Tutto il movimento che ruota attorno alla vicenda e i turisti che riempiono il sito sacro, non sono ben visti dalla popolazione musulmana locale, per la quale la tomba contiene i resti dell’antico santo Sufi, il più recente inquilino di Roza Bal, la cui vita è ampiamente documentata, e che ha attirato su di sé tutta l’attenzione religiosa in epoca recente. Di Yuz Asaf, invece, si dice sia arrivato con la madre Maria, e il suo nome nella lingua del Kashmir vuol dire “il guaritore” o “il pastore”. Le storie riguardanti versioni alternative o spurie del Nuovo Testamento, tra le quali la possibilità che Gesù sia sopravvissuto alla crocifissione e abbia viaggiato fino in Kashmir con la madre o con la moglie, sono molto antiche, ma negli ultimi cento anni hanno cominciato a destare sempre più interesse. Della tomba di Roza Bal si hanno testimonianze dal 112 d.C., prima dell’avvento dell’Islam, ma sia i musulmani che i cristiani sono concordi nell’affermare che tutta questa storia è blasfema: per entrambe le religioni Gesù Cristo è stato assunto in cielo da Dio, e alcune sette credono in una sua seconda venuta. Il guardiano del piccolo santuario che sorge a Srinagar dichiara con fermezza che entrambe le sepolture sono musulmane, ma i sostenitori della tesi che nel tempio di Roza Bal ci sia la tomba di Cristo portano diversi argomenti a favore delle loro teorie: tra loro c’è Suzanne Olsson, ricercatrice che vive a New York, autrice di “Jesus in India, the lost tomb”. La Olsson dice di essere la 59esima discendente di Cristo e ha un progetto dal nome ambizioso: “il Dna di Dio”, che vuole studiare sette siti sepolcrali tra Pakistan, Kashmir e Tibet, sperando che l’esame del Dna a Rosa Bal produca la prova conclusiva della sua discendenza. Sostiene anche che in quello che è oggi il Pakistan, dove sarebbe passata durante il suo viaggio, si trovi la tomba di Maria, in un sito noto col nome di Murree.
Da http://www.viverealtrimenti.com/comunita-islamica-ahmadiyya-eterodossia-e-non-violenza/: "Roza Bal è un santuario, situato nel quartiere di Srinagar, in India, venerato dagli Ahmadiyya. È la tomba di due santi Ahmadiyya, Yuzasaf e Syeduddin. Yuzasaf è il nome arabo di Siddharta nella leggenda di Barlaam e Josaphat. Nel 1899 Mirza Ghulam Ahmad ha fatto l'affermazione che Yuzasaf era in realtà Gesù di Nazaret, e ha affermato che Gesù è arrivato in Kashmir, dopo essere sopravvissuto alla crocifissione. La tomba ha guadagnato popolarità come "la tomba potenziale di Gesù" anche sulla base di un resoconto nella Storia del Kashmir del poeta sufi Khwaja Muhammad Azam Didamari (1747) che il santo Yuzasaf ivi sepolto era un profeta e un principe straniero. Per corroborare questa tesi Mirza Ghulam Ahmad ha riconsiderato radicalmente la dottrina della morte e resurrezione di Gesù, tentando di dimostrare, scrive nella sua introduzione a Jesus in India, «che Gesù non è morto sulla croce, né è asceso al cielo; di conseguenza è anche escluso che possa ritornare sulla terra. Al contrario, la realtà dei fatti è che è morto all’età di centoventi anni a Srinagar, in Kashmir, dove la sua tomba può ancora essere visitata nel quartiere Khan Yar". Quindi si tratterebbe non di Gesù ma di suo figlio, colui che fra l'altro ha dato il nome alla dinastia del Graal.

Nel 33 - Secondo i Vangeli, a Gerusalemme viene crocifisso Yeshuah Ben Yossef, Gesù figlio di Giuseppe, per quanto nel Corano, IV, 157-158 è scritto: "E dissero: «Abbiamo ucciso il Messia Gesù figlio di Maria, il Messaggero di Allah!». Invece non l’hanno né ucciso né crocifisso, ma così parve loro. Coloro che sono in discordia a questo proposito, restano nel dubbio: non hanno altra scienza e non seguono altro che la congettura. Per certo non lo hanno ucciso ma Allah lo ha elevato fino a Sé. Allah è eccelso, saggio."

Nel 35 - In un’antica cronaca, attribuita a Flavio Lucio Destro, senatore romano e prefetto del pretorio dell’Impero Romano d’Occidente, morto nella prima metà del V secolo, troviamo una notizia importante: “Gli ebrei di Gerusalemme, scagliatisi con violenza contro i beati Lazzaro, Maddalena, Marta, Marcella, Massimo, il nobile Giuseppe d’Arimatea e numerosi altri, li caricano su di una nave senza remi, né vele, né timone e li mandano in esilio. Ed essi guidati, attraverso il mare da una forza divina, raggiungono incolumi il porto di Marsiglia”. Anche il vescovo Equilino racconta lo stesso episodio che ancora oggi è molto noto nella Provenza in Francia.
Giotto:"Viaggio a Marsiglia e miracolo
della famiglia del governatore" (1307
-8), cappella della Maddalena nella
basilica inferiore di San Francesco
in Assisi, affrescata da Giotto e
dalla sua bottega nel 1307-1308.
La tradizione medioevale sintetizzata nella Legenda aurea di Jacopo da Varagine o Varazze, che fu arcivescovo di Genova (dove Legenda è un latinismo che sta per Testo che deve essere letto nel giorno della ricorrenza festiva), vuole che Pietro abbia affidato la Maddalena a Massimino, uno dei 72 discepoli di cui ci parla il vangelo di Luca. Massimino, la Maddalena, suo fratello Lazzaro, sua sorella Marta, la serva di Marta Martilla e Cedonio, cieco dalla nascita guarito dal Signore, catturati dagli infedeli sarebbero stati abbandonati su di una nave per farli morire, ma miracolosamente la nave sarebbe giunta a Marsiglia, in Francia. Nel 1.601, il cardinale Cesare Baronio, eminente bibliotecario del Vaticano, nei suoi "Annales Ecclesiasticae" afferma che Giuseppe di Arimatea si recò per la prima volta a Marsiglia nel 35 e di lì fu poi mandato a predicare in Inghilterra.

Gesù e Maria Maddalena
da http://www.prieure-
de-sion.com/1/sang
_real_1014525.html
- In un libro del 1977, "Jesus died in Kashmir: Jesus, Moses and the ten lost tribes of Israel", Andreas Faber-Kaiser esaminò la leggenda secondo cui Gesù incontrò una donna del Kashmir, la sposò ed ebbe da lei diversi figli. L'autore intervistò anche il fu Basharat Saleem il quale dichiarava di essere un discendente kashmiro di Gesù.

N.d.R. - In effetti, fra i documenti in possesso del Priorato di Sion (http://www.prieure-de
-sion.com/1/genealogia_di_gesu_e_di_maria_1089786.html) prima degli incendi della II guerra mondiale, risultava che un figlio di Gesù e Maria MaddalenaYeshuah-Joseph Yuz Asaf, Jésus le cadet, Joseph Harama Théo du Graal Ben Yeshuah, era nato nel 33 in Giudea e morto nel 120 in Srinagar, Cachemire.

Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln svilupparono e resero popolare l'ipotesi secondo cui una linea di sangue di Gesù e Maria Maddalena diede vita alla dinastia Merovingia nel loro controverso saggio del 1982 "Il santo Graal".
Nel suo libro del 1992 "Jesus and the Riddle of the Dead Sea Scrolls: Unlocking the Secrets of His Life Story", anche Barbara Thiering sviluppò l'ipotesi di una linea di sangue di Gesù e Maria Maddalena, basando le sue conclusioni storiche sull'applicazione della cosiddetta tecnica Pescher al Nuovo Testamento.
Nel suo libro del 1993 "The Woman with the Alabaster Jar: Mary Magdalen and the Holy Grail", Margaret Starbird sviluppò l'ipotesi che Santa Sara fosse la figlia di Gesù e Maria Maddalena e che questa fosse la fonte della leggenda associata con il culto a Saintes-Maries-de-la-Mer dove, secondo una tradizione riportata dalla Legenda Aurea, Maria Maddalena sarebbe sbarcata dopo avere lasciato la Palestina. Ella dichiarò anche che il nome "Sara" significa "Principessa" in ebraico, rendendola così la figlia dimenticata del "sang réal", il sangue reale del Re dei Giudei.
Nel suo libro del 1996 "Bloodline of the Holy Grail: The Hidden Lineage of Jesus Revealed", Laurence Gardner presentò gli alberi genealogici di Gesù e Maria Maddalena come gli antenati di tutte le famiglie reali europee dell'Era volgare. Da http://www.angolohermes.com/Approfondimenti/Graal/Arimatea.html: Gardner parte dall'ipotesi che Gesù fosse discendente diretto dalla linea di Davide e che, di conseguenza, il suo concepimento e quello dei suoi fratelli avesse seguito le normali regole di successione davidica. La sua analisi prosegue, vagliando attentamente ogni fonte disponibile, canonica o apocrifa, storica o letteraria, accettata dalla chiesa ufficiale o rifiutata, senza disdegnarne alcuna, con la ricostruzione della cosiddetta "Linea di Sangue", cioè la discendenza diretta di Gesù originata con il suo matrimonio con Maria Maddalena. L'analisi delle testimonianze porta Gardner a delineare la tesi che Gesù e Maria Maddalena ebbero tre figli: una primogenita femmina, che chiamarono Tamar, e due maschi: Joshua, ossia Gesù, detto "il Giusto" (chiamato Gais nei romanzi del Graal), il maggiore, e Josephes, il minore. Dopo la Crocifissione, la Maddalena e Giuseppe d'Arimatea lasciarono la Palestina e si imbarcarono diretti in Francia, dove l'apostolo Filippo era stato mandato ad annunciare la parola di Dio. Fu così che mentre Maria Maddalena rimase in Francia con Tamar e Josephes, Giuseppe portò con sé il piccolo Gesù Giusto in Britannia, e quindi le leggende su Gesù adolescente che giunge in Inghilterra al seguito di Giuseppe di Arimatea hanno un plausibile fondamento. Non solo: questa ipotesi spiega anche l'apparente dicotomia delle leggende sul Graal. Infatti, i due più grandi filoni sul Santo Graal sostengono che esso sia stato portato da Maria Maddalena in Francia, e contemporaneamente da Giuseppe di Arimatea in Britannia. Se il Graal metaforicamente indica la discendenza di Cristo, allora ecco spiegata l'apparente contraddizione! Vedi anche "Il Sangraal o sangue reale, Maria Maddalena moglie di Gesù e loro figlia, Sara la Nera" cliccando QUI.

Nel 50 Primo concilio dei Cristiani a Gerusalemme. Il cristianesimo delle origini si presenta con il duplice aspetto di Giudeo-cristianesimo ed Etno-cristianesimo (o Cristianesimo dei Gentili, non Ebrei), come si desume dai racconti degli Atti di Luca e da alcune lettere di Paolo (come la Lettera ai Galati e le lettere ai Corinzi). Tuttavia mostra che le due anime convivono senza alcuna scissione e di avere raggiunta una formula di concordia con il Primo Concilio di Gerusalemme (Atti 15). I cristiani assunsero dal Giudaismo le sue Sacre scritture tradotte in greco ellenistico lette non nella maniera degli ebrei (anche a causa della prevalente origine greco-romana della maggioranza dei primi adepti), dottrine fondamentali come il monoteismo, la fede in un messia o cristo, forme del culto (incluso il sacerdozio), concetti di luoghi e tempi sacri, l'idea che il culto debba essere modellato secondo il modello celeste, l'uso dei Salmi nelle preghiere comuni. Forse il Cristianesimo inteso come religione distinta da quella ebraica lo possiamo individuare a partire dalla seconda metà del II secolo, dove i cristiani, che credono negli insegnamenti di Gesù, sono quasi soltanto i non ebrei.

- Ecco quindi che la memoria di Gesù (non di Nazareth ma Nazireo) si spartisce fra quella che sarà la chiesa cristiana, ufficializzata e sostenuta da Costantino il Grande dal 313 e i difensori della stirpe del Graal che affluiranno nell'ordine di Sion. La chiesa comunque sapeva!

- Il nazireato (in ebraico: Nazir, cioè "consacrato", "separato") è, nella Bibbia, la consacrazione di un ebreo a Yahweh con il conseguente voto di seguire alcuni rigidi precetti di vita; il consacrato è detto nazireo, ma anche nazareo, nazirita, nazarita o nazareno. Gli obblighi inerenti a questo voto sono illustrati nella Bibbia, nel Libro dei Numeri (6,1-21) e nel Libro dei Giudici (Gc13,1-14): il nazireo non può mangiare cibi impuri né cibi provenienti dalla vigna. Nello specifico,cfr. "Descrizione nella Bibbia", questo voto di nazireato richiedeva che l'uomo o la donna seguissero le seguenti regole: Astenersi dal vino, aceto di vino, uva, uva passa, liquori intossicanti, aceto distillato da tali sostanze, e dal mangiare o bere qualsiasi sostanza che contenga traccia d'uva. Evitare di tagliarsi i capelli in testa, ma consentire alle ciocche di capelli di crescere. Non diventare impuro/a toccando cadaveri o tombe (quindi non si può partecipare a funerali né entrare in un cimitero), anche di membri di famiglia e parenti stretti. Dopo aver seguito queste regole per un determinato lasso di tempo (specificato al momento del voto individuale), la persona si immergeva in un mikveh e faceva tre offerte: una come offerta d'olocausto (olah, bruciata sull'altare del Tempio), una coppia di tortore o di piccioni (uno come offerta del peccato e l'altro come Olocausto) e un giovane montone come offerta per la colpa (shelamim), oltre ad un cesto di pane azzimo, grano e libagione, che accompagnavano l'offerta di pace. Il nazireo poi compiva davanti a un sacerdote il rito nel quale gli venivano rasati i capelli, che poi erano bruciati nello stesso fuoco come sacrificio di comunione (Numeri 6:18). Alcuni personaggi biblici, tuttavia, furono nazirei per tutta la vita "fin dal seno materno" (ab utero), come ad esempio l'eroe Sansone (Gc13,2-7), uno dei Giudici d'Israele, al quale Dio donò una forza sovrumana proprio per la sua iniziale obbedienza ed osservazione del voto di nazireato (13,1-16,31). Nell'ebraico moderno la parola "nazir" viene comunemente usata per i monaci, sia cristiani che buddhisti - questo significato ha infatti rimpiazzato quello biblico originale. Da notare comunque che la tradizione dei "capelli lunghi" viene tuttora osservata con l'uso dei "payot" da parte di alcuni uomini e ragazzi delle comunità religiose ebraiche ortodosse, secondo l'interpretazione dell'ingiunzione biblica contro la rasatura degli "angoli" (in tondo) della propria testa.

Giuseppe d'Arimatea.
Nel 63 - Considerando le antiche cronache e incrociando le varie testimonianze, il 63 è il probabile anno in cui Giuseppe d'Arimatea e Yeshuah-Joseph Yuz Asaf, Jésus le cadet, Joseph Harama Théo du Graal Ben Yeshuah, (da http://www.prieure-de-sion.
com/1/genealogia_di_gesu_e_di_maria_1089786.html) figlio di Gesù e Maria Maddalena, sbarcano in Britannia. Gildas III (516-570), cronista delle origini, affermava nel suo "De Excidio Britanniae" che i primi precetti della cristianità vennero portati in Gran Bretagna durante gli ultimi giorni dell'imperatore Tiberio Cesare. Tiberio morì nell'anno 37 e questa data è compatibile con quanto affermò, nel 1601, il cardinale Cesare Baronio, eminente bibliotecario del Vaticano, che nei suoi "Annales Ecclesiasticae" affermò che Giuseppe di Arimatea si recò per la prima volta a Marsiglia nel 35 e di lì fu poi mandato a predicare in Inghilterra. Nella Gallia del I sec. si trovava un personaggio importante della cristianità: l'apostolo Filippo. Gildas e Guglielmo di Malmesbury concordano nell'affermare che fu Filippo ad organizzare la missione verso la Britannia. Nel "De Sancto Joseph ab Arimathea" di John Capgrave (1393-1464) si afferma che "quindici anni dopo l'Assunzione [cioè nell'anno 63, considerando che Maria fu assunta in Cielo nell'anno 48] egli [Giuseppe] si recò da Filippo apostolo tra i Galli". La conferma viene da Freculfo, vescovo di Lisieux nel IX sec.: anche lui scrisse che San Filippo organizzò la missione in Britannia per far annunciare colà il vangelo. Dunque, San Giuseppe arrivò in Britannia con dodici apostoli, e di lì cominciò a diffondere il Vangelo. Accolto freddamente dalla popolazione locale, fu però tenuto in gran considerazione dal re Arvirago di Siluria, fratello di Carataco il Pendragone, che lo accolse con onore e gli donò una vasta proprietà di terra (12 hides, equivalenti a 1440 acri, circa 580 ettari), da usare come base, presso Glastonbury, nel Somerset. A Glastonbury Giuseppe di Arimatea eresse una primitiva chiesa di fango e rami intrecciati, che fu di fatto il primo edificio cristiano di Britannia, e che costituì il nucleo originario della futura Abbazia di Glastonbury, destinata a diventare ampia e facoltosa, seconda per estensione e per ricchezza soltanto a quella di Westminster, a Londra. L'arrivo di Giuseppe a Glastonbury fu segnato da un evento miracoloso: trovandosi sulla sommità di una collina, chiamata Wearyall Hill, Giuseppe si distese a riposare, piantando il proprio bastone accanto a sé. Al suo risveglio, il bastone aveva miracolosamente attecchito ed era diventato un albero. Quest'albero divenne poi noto come "Santa Spina". Variante del comune biancospino, esso però assunse solo qui, nei dintorni di Glastonbury, una caratteristica peculiare, quella di fiorire due volte all'anno: all'inizio della primavera e in inverno, in prossimità del solstizio. Poiché queste due date cominciarono ad essere associate alla due più grandi feste della cristianità, ossia la Pasqua e il Natale, che ricordavano la nascita e la morte di Gesù, esso venne chiamato "Santa Spina" (Holy Thorn, o Glastonbury Thorn) e divenne oggetto di gran venerazione, che dura tuttora.

Nel 66/70 - Prima guerra giudaica contro l'occupazione romana, conclusasi con la distruzione del Secondo Tempio e la caduta di Gerusalemme. 600.000 persone vengono uccise dai romani durante il conflitto e 97.000 catturate e portate in cattività come schiavi. Il Sinedrio viene trasferito a Yavne da Jochanan Ben Zakkai (Concilio di Jamnia). Il Fiscus iudaicus viene imposto su tutti gli ebrei dell'Impero Romano, che abbiano o meno partecipato alla rivolta. Le cause delle tre rivolte giudaiche (o guerre giudaico-romane) vanno ricercate nell'epoca precedente alla dominazione romana, dove vennero sviluppate le teorie apocalittiche e premessianiche che trovarono ampio spazio nella letteratura di quei tempi, in special modo nel Libro di Daniele, idee che successivamente, in epoca romana, avrebbero permesso l'identificazione dell'Impero Romano come quarto impero premessianico, che avrebbe preceduto la comparsa del Messìa, il quale avrebbe guidato la guerra finale fra il bene e il male. Daniele, vissuto nell’epoca babilonese, avrebbe scritto una serie di profezie alle quali, in epoca più recente, furono aggiunte interpretazioni di colorazione apocalittica con i particolari delle guerre tra i Seleucidi e i Lagidi. Un redattore ignoto avrebbe pubblicato il libro così aggiornato ad uso dei Giudei dell’epoca maccabeica (II sec. p.e.v.). Nel suo libro, Daniele presenta il quadro storico nell'ottica della sua profezia, con precisazioni assolutamente insolite nell’antica letteratura profetica, ma consone allo stile apocalittico in voga negli ultimi secoli prima dell’èra cristiana. Ispirandosi agli eventi del passato, l’autore ne rileva il significato nello spirito dei profeti antichi e lo proietta nel futuro. Nell’avvicendarsi dei grandi imperi e nelle vessazioni da esso subite, il popolo d’Israele è rimasto indenne, manifestando la presenza di Dio che lo ha protetto. Così accadrà anche per il futuro, quando il Messia verrà a debellare definitivamente le potenze malefiche. L’Apocalisse di Giovanni prolungherà questa prospettiva fino alla fine dei tempi. Gesù si approprierà il misterioso titolo di “Figlio dell’uomo”, usato per la prima volta da Daniele per il Messia. Tornando alla prima guerra giudaico-romana, va precisato che Gerusalemme cadde soprattutto a causa della terribile guerra civile che la devastò. Secondo Filone di Alessandria, nel 40 l'imperatore romano Caligola avrebbe tentato di far collocare una statua con le proprie fattezze nel tempio di Gerusalemme, sostenendo di essere un dio e pretendendo quindi di essere venerato; chi si fosse opposto sarebbe stato mandato a morte. All'ordine imperiale si sarebbero opposti i Giudei, comunicando al legato del territorio di Siria, che incorporava la Giudea, che Caligola avrebbe dovuto annientare l'intero popolo, in quanto la loro legge e i loro costumi vietavano di porre nel Tempio immagini di divinità. Seguì poi la morte di Caligola nel 41. Successive opere, come il Quarto libro dei Maccabei, descrivono una resistenza civile dei giudei e non armata all'oppressione romana. Dopo il 44, secondo lo storico ebreo Giuseppe Flavio, vi furono altre cause di scontento nella popolazione: il malgoverno dei prefetti romani, come Lucceio Albino e Gessio Floro, e la crescente avversione dei Giudei all'aristocrazia, sia laica che sacerdotale, sempre più corrotte. Tali condizioni avrebbero accresciuto la certezza di essere nel periodo di tribolazione premessianica, come preannunciato nel Libro di Daniele, in special modo, con il manifestarsi di numerosi profeti ritenuti mendaci. Nel 66, il procurator Augusti della Giudea, Gessio Floro, pretese che fossero prelevati diciassette talenti dal Tempio e, trovando una forte opposizione da parte degli ebrei, mandò avanti i propri soldati, che provocarono la morte di 3.600 persone. In seguito Floro, con il pretesto di ottenere una dimostrazione di fedeltà da parte dei Giudei, ordinò che accogliessero due coorti dell'esercito romano che si stavano dirigendo a Gerusalemme da Cesarea. Le coorti avevano l'ordine di attaccare la folla qualora questa avesse insultato Floro, cosa che avvenne, provocando un altro intervento contro la popolazione. Le coorti, facendo uso della forza per raggiungere la fortezza Antonia, il forte di Gerusalemme a ridosso del Tempio, vennero assalite dalla popolazione, perciò Floro, sedata l'agitazione, disse che sarebbe partito da Gerusalemme per andare a Cesarea, lasciando un presidio all'Antonia. Floro, alla presenza del governatore di Siria Gaio Cestio Gallo, dichiarò che erano stati i Giudei ad iniziare i disordini. Dopo la visita a Gerusalemme degli ispettori di Cestio, che diede ragione ai Giudei, la situazione sembrò distendersi, ma le frange ebraiche più radicali diedero inizio alla guerra occupando Masada e sterminandone la guarnigione romana, mentre Eleazaro ben Simone, sacerdote del Tempio, proibì di eseguire i consueti sacrifici in favore dei Romani e occupò il Tempio. Floro inviò duemila cavalieri a domare la rivolta, che si era estesa per tutta la città alta di Gerusalemme. I rivoltosi, guidati da un certo Menahem, incendiarono gli edifici romani della città, mentre il sommo sacerdote del Tempio, Anania, venne assassinato fuori città. Menahem venne ucciso a sua volta quando fu raggiunto dagli uomini di Eleazaro, e i pochi seguaci scampati fuggirono a Masada. A Cesarea, Floro fece uccidere tutti i Giudei della città, circa diecimila, fatto che fece estendere la ribellione a tutta la Giudea settentrionale, dove Giudei e Siri si massacrarono a vicenda senza pietà. Ad Alessandria scoppiarono altri tumulti, ma Tiberio Alessandro, governatore della città, li sedò violentemente. Infine Cestio intervenne di persona con la XII legione; partendo da Tolemaide saccheggiò diverse zone della Giudea e, quando giunse a Seffori, affrontò un gruppo di rivoltosi, sconfiggendolo. Di qui si diresse verso Gerusalemme, dove si stava svolgendo la festa delle capanne; i rivoltosi vinsero il primo scontro, ma vennero sconfitti nel secondo, così Cestio poté conquistare alcuni quartieri di Gerusalemme. A causa dell'indugio di Cestio, molti Giudei giunsero dalle regioni circostanti in soccorso dei rivoltosi e lo obbligarono a ritirarsi frettolosamente; pochi giorni dopo l'esercito di Cestio fu quasi completamente distrutto tra Bethoron e Antipatride, e Cestio stesso si salvò con difficoltà. I rivoltosi diedero poi ad Eleazaro ben (figlio di) Simone la guida della rivolta, che organizzò la difesa e la gestione delle diverse regioni, affidate ai suoi uomini più fedeli. In questo periodo emerge la figura di Giovanni di Giscala, figlio di un certo Levi, capo di una nuova fazione di rivoltosi che complottò contro Giuseppe ben Mattia (Joseph ben Matthias, che divenne poi lo storico romanizzato Giuseppe Flavio) per sottrargli il controllo della Galilea, affidatogli da Eleazaro. Si arrivò così all'occupazione di Gerusalemme da parte di Giovanni ben Levi di Giscala e dei suoi briganti... ma non solo. Giovanni andava in giro ad istigare il popolo alla guerra, facendo credere che avessero speranze di vittoria, presentando come debole la posizione dei Romani, esaltando invece la propria forza, sostenendo che "nemmeno se avessero messo le ali, i Romani avrebbero mai potuto superare le mura di Gerusalemme". E mentre il comandante Tito, figlio del generale Vespasiano, faceva ritorno a Cesarea Marittima, la rivolta in Gerusalemme prendeva l'avvio, sobillata dalla gente del contado. Contemporaneamente Vespasiano si recava a Iamnia e ad Azoto, le sottometteva e vi collocava una guarnigione, per poi far ritorno a Cesarea con un gran numero di Giudei venuti a patti. C'era poi, tra i Giudei una grande confusione, poiché quando questi ottenevano un po' di tregua dai Romani, si battevano tra di loro, chi a favore della pace e chi della guerra. Successe anche che alcuni capi banda, ormai sazi di depredare il territorio, si riunirono in un grande esercito formato da briganti e riuscirono a penetrare in Gerusalemme. La città non possedeva, infatti, un suo comando militare e, per tradizione, era aperta senza riserve ad ogni giudeo, soprattutto in quel momento, quando la gente arrivava spinta dal desiderio di trovare nella capitale una difesa comune. Ciò fu anche causa della rovina della città, poiché quella massa inutile e oziosa consumò tutte le riserve di cibo che avrebbero potuto mantenere i combattenti, attirando sulla città, oltre alla guerra, anche rivolte interne e fame. Provenienti dal contado entrarono, infine, in città altri briganti che, aggregatisi a quelli già presenti, non si limitarono al furto e alla rapina, ma anche all'assassinio a cominciare dalle persone più eminenti. Essi cominciarono con l'imprigionare Antipa, uno dei membri della famiglia reale, a cui era stato affidato il tesoro pubblico; poi fu la volta di Levia, uno dei notabili, e Sifa figlio di Aregete, anch'essi di stirpe regia, oltre a tutti quelli che ricoprivano cariche importanti. Molti di questi vennero poi messi a morte per evitare che le loro numerose casate potessero vendicarsi e che quindi il popolo insorgesse contro tale iniquità. Essi erano riusciti a contrastare il potere e le antiche tradizioni dei sommi sacerdoti. Si facevano chiamare Zeloti e fecero del grande Tempio il loro quartier generale. Ma ciò non durò a lungo, poiché il popolo, incitato da Gorion, ben (figlio di) Giuseppe, da Simeone ben (figlio di) Gamaliel e dai più autorevoli tra i sommi sacerdoti (tra cui Gesù  ben (figlio di) Gamaliele e Anano ben (figlio di) Anano), insorse contro la loro tirannide. Ciò condusse all'inevitabile scontro tra il popolo di Gerusalemme, più numeroso, e gli Zeloti, inferiori di numero ma meglio addestrati ed armati.
Giuseppe Flavio racconta che le vicende successive videro il popolo di Gerusalemme, posto sotto l'alto comando del sommo sacerdote Anano, richiedere l'aiuto dei Romani (o forse si trattava solo di una diceria messa in circolazione da Giovanni ben Levi di Giscala), mentre gli Zeloti chiesero aiuto agli Idumei, che poterono radunare ben 20.000 armati, sotto il comando di Giovanni ben Levi di Giscala, Giacomo ben (figlio di) Sosa, Simone ben (figlio di) Tacea e Finea ben (figlio di) Clusoth. E così, una volta giunti gli Idumei, gli Zeloti si trovarono assediati dal popolo di Gerusalemme, che a sua volta era assediato dagli Idumei. Questi ultimi, con il calare della notte e grazie ad un provvidenziale temporale, riuscirono ad introdursi all'interno delle mura cittadine, raggiungendo il grande Tempio, dove li attendevano gli Zeloti. Insieme si precipitarono per le vie di Gerusalemme, pronti a massacrare la popolazione residente. La battaglia che ne seguì vide, inizialmente il popolo riuscire a respingere le forze alleate straniere, ma poi soccombere tragicamente alla miglior preparazione militare dei due alleati. « Il piazzale davanti al Grande Tempio fu trasformato in un lago di sangue, e il giorno nacque sopra ottomila e cinquecento cadaveri. » (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 5.1.313). Ancora Giuseppe Flavio racconta del terribile massacro che ne seguì: « Ma ciò non bastò ad appagare il furore degli Idumei, che, una volta entrati in città, la depredarono, casa per casa, uccidendo chiunque avessero incontrato. [...] poi diedero la caccia ai sommi sacerdoti [...] In poco tempo riuscirono a catturarli e li uccisero. Quindi, accalcandosi presso i loro cadaveri, sbeffeggiavano il corpo di Anano per il suo amor di patria e quello di Gesù per il suo discorso dalle mura. Giunsero ad un tale livello di follia, da gettare i loro corpi senza seppellirli [...] Non credo di sbagliare a dire che la morte di Anano segnò l'inizio della distruzione di Gerusalemme [...] » (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 5.2.315-318). « Dopo la morte dei sommi sacerdoti, Zeloti e Idumei si avventarono sul popolo facendone grande strage, quasi fossero un branco di bestie immonde. La gente comune veniva massacrata sul posto, subito dopo essere stata catturata, mentre i giovani nobili, una volta catturati, erano incatenati, gettati in prigione, con la speranza che qualcuno passasse dalla loro parte. Ma nessuno si lasciò persuadere, perché tutti preferirono morire piuttosto che schierarsi contro i propri compatrioti, dalla parte di quella feccia. Tremende furono le pene che dovettero sopportare, dopo ogni rifiuto: vennero flagellati e torturati, e quando erano ormai stremati, a stento gli toglievano la vita. Quelli che erano catturati di giorno, venivano massacrati di notte, ed i loro cadaveri venivano trasportati fuori e gettati lontano per far posto ad altri prigionieri. Il terrore del popolo fu tale, che nessuno osava più piangere o disperarsi apertamente per un congiunto ucciso, né dargli sepoltura. Piangevano di nascosto dopo essersi rinchiusi in casa, gemendo stando attenti a non farsi sentire, poiché chi piangeva apertamente avrebbe subìto la stessa sorte del compianto. [...] Alla fine, morirono dodicimila giovani della nobiltà. » (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 5.3.327-333)
E dopo questa strage, gli Idumei, pentiti di essere stati coinvolti in questo modo dagli Zeloti, temendo inoltre la reazione dei Romani, preferirono mettere in libertà circa duemila cittadini rinchiusi in carcere, che prontamente fuggirono dalla città raggiungendo Simone, mentre, subito dopo, si ritirarono da Gerusalemme tornandosene nei loro territori. La loro partenza non produsse però la cessazione delle ostilità tra il popolo e gli Zeloti, che al contrario continuarono a commettere terribili delitti con rapidità fulminea. Le loro vittime erano per lo più uomini coraggiosi e nobili. E mentre queste cosa accadevano a Gerusalemme, molti ufficiali romani, considerando una fortuna inaspettata il dissenso scoppiato fra i nemici, erano favorevoli a marciare sulla città, incitando il loro comandante in capo, Vespasiano, ad intervenire il più rapidamente possibile. Ma Vespasiano rispose che, non erano questi i ragionamenti da fare, poiché, qualora si fosse mosso subito contro la città, avrebbe indotto le due fazioni giudee a trovare un accordo e conciliarsi; in caso contrario, se avesse saputo aspettare, li avrebbe trovati ridotti di numero a causa della guerra civile prodottasi all'interno della città. Questo è quanto Vespasiano disse ai suoi ufficiali: « Se qualcuno crede che la gloria della vittoria sarà meno bella senza combattere, prenda in considerazione che la vittoria ottenuta senza correre pericoli è migliore rispetto a quella che ne consegue passando attraverso l'incertezza della battaglia. E non sono meno gloriosi coloro che raggiungono gli stessi risultati in combattimento, riuscendo a dominarsi con freddo freddo calcolo. » (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 6.2.372-373.). E così, mentre le schiere nemiche si assottigliavano, Vespasiano avrebbe potuto utilizzare un esercito più forte, grazie all'opportunità di poter evitare di combattere e quindi, di affaticarsi inutilmente. I Giudei, infatti, non stavano cercando di fabbricare nuove armi o consolidare le proprie mura o raccogliere alleati, tanto che un rinvio dello scontro sarebbe risultato a danno delle armate romane ma, consumati dalla guerra civile e dalla discordia, subivano quotidianamente perdite maggiori di quelle che avrebbero subito se fossero stati attaccati dai Romani. Conveniva, pertanto, lasciare che si sterminassero a vicenda. Gli ufficiali alla fine riconobbero la validità delle argomentazioni di Vespasiano, anche perché la cosa risultò ancor più palese quando un gran numero di disertori cominciarono ad arrivare ogni giorno, eludendo la vigilanza degli Zeloti, con gravi disagi e rischi. Frattanto Giovanni ben Levi di Giscala, aspirava al dominio assoluto tra gli Zeloti, insofferente com'era di avere uguale dignità a quella dei suoi pari. Egli contravveniva sempre agli ordini emanati dagli altri, mentre diventava inflessibile e chiedeva il rispetto assoluto di quelli emanati da egli stesso. Ciò creò due fazioni avverse all'interno degli Zeloti poiché se da un lato riuscì a guadagnarsi la simpatia di molti, rimase elevato il numero di quelli a lui ostile, che temevano Giovanni potesse instaurare un suo regime monarchico, se si fosse impadronito del potere. E così Giovanni cominciò a comportarsi come un re nemico nei confronti dei suoi avversari, seppure non in modo aperto. Al contrario, le due fazioni degli Zeloti si limitavano ad un vicendevole controllo. La loro rivalità si sfogava sul popolo, facendo quasi a gara a chi lo tartassasse maggiormente, tanto che il popolo, se avesse potuto scegliere il male minore, tra la guerra, l'oppressione e la lotta delle fazioni, avrebbe certamente scelto la guerra. Ciò portò da parte di molti a cercare rifugio presso le popolazioni straniere, compresi i Romani. E poiché la sorte non sembrava arridere ai Giudei, sopraggiunse una nuova sventura. Non lontano da Gerusalemme si trovava la munitissima fortezza di nome Masada, fatta costruire dal re Erode il Grande tra il 37 ed il 31 e.v. per nascondervi i suoi tesori, al riparo in caso di guerra e per immagazzinarvi tonnellate di riserve alimentari e d'acqua. Questa fortezza era stata occupata da una banda detta dei Sicarii, che fino a quel momento si era limitata a saccheggiare il territorio limitrofo, rubacchiando solo lo stretto necessario per vivere, poiché la paura conteneva la loro voglia di estendere le loro rapine. Quando però seppero che l'esercito romano non si muoveva e che Gerusalemme era dilaniata dalla guerra civile, si decisero ad intraprendere azioni a più largo raggio. Il giorno della festa degli Azzimi, che i Giudei celebravano in ricordo della liberazione dalla schiavitù in Egitto, i predoni di Masada diedero l'assalto ad una cittadina di nome Engadde, compiendo un terribile massacro, dove persero la vita anche settecento tra donne e bambini. Svuotarono, quindi, le case e s'impadronirono dei prodotti agricoli più maturi, trasportando tutto il bottino a Masada. Poi fu la volta di tanti altri villaggi nei dintorni della fortezza, i quali furono presi d'assalto, mentre le fila di questi briganti andavano ad ingrossarsi per il continuo arrivo di ogni genere di feccia, proveniente da ogni parte. Ciò provocò anche in altre regioni della Giudea l'insorgere di tante altre bande, che fino a quel momento erano rimaste tranquille. E così la guerra civile fece sì che i briganti potessero compiere ogni tipo di rapina o saccheggio con grandissima rapidità, senza che nessuno potesse bloccarli o punirli. Non c'era infatti territorio della Giudea che non fosse stato devastato, come lo era, invece per altri motivi, quello della sua capitale, Gerusalemme.
Roma, arco di Tito, particolare della razzìa del tesoro
del secondo, tempio in cui si riconosce la menorah.
Si arrivò poi alla presa di Gerusalemme da parte dei romani, comandati da Tito. Dopo le varie rivolte in Giudea, dove il potere di Roma era stato richiesto dai giudei stessi per sedare dissidi interni, Tito distrugge il secondo Tempio di Gerusalemme portandone il tesoro, detto "di Salomone", a Roma. In tutto questo riepilogo è importante comprendere la  responsabilità degli Zeloti riguardo alla fine della sovranità giudaica. L'assedio di Masada è stato l'episodio che ha concluso la prima guerra giudaica, nel 73. Masada (o Massada, o Metzadain ebraico) era un'antica fortezza, situata su una rocca a 400 m di altitudine rispetto al Mar Morto, nella Giudea sud-orientale, a circa 100 km a sud-est di Gerusalemme. Nel 66, Masada era stata conquistata da un migliaio di Sicarii che vi si insediarono con donne e bambini; quattro anni dopo (nel 70), una volta caduta Gerusalemme, vi trovarono rifugio gli ultimi strenui ribelli Zeloti non ancora disposti a darsi per vinti. Al governo della Giudea, successe Lucio Flavio Silva, poiché Sesto Lucilio Basso morì improvvisamente nel 72. Il nuovo governatore, avendo osservato che tutto il  paese era stato sottomesso tranne l'unica fortezza di Masada, ancora in mano ai ribelli, radunò la sua armata dalla regione circostante e marciò su di essa. Masada era stata occupata dai Sicarii, che avevano eletto quale loro leader un certo Eleazar ben Yair, un uomo potente, discendente da quel Giuda che aveva persuaso molti Giudei a sottrarsi al censimento fatto nel 6-7 e.v. da Publio Sulpicio Quirinio in Giudea.

Nel 410 - I Visigoti, su cui regna Alarico, conquistano e saccheggiano Roma. L'episodio avviene dopo anni di promesse (non mantenute) di terre ad Alarico da parte dell'imperatore romano, come pagamento per i servizi militari prestati dai Visigoti all'impero. Come narra lo storico Procopio, Alarico s'impadronì dei « tesori di Salomone, re degli Ebrei, mirabili a vedersi perché quasi tutti adorni di smeraldi, che anticamente erano stati presi a Gerusalemme dai Romani ». Da allora Roma perse la sua importanza mondiale, al punto che la nuova capitale dell'impero d'occidente fu trasferita a Ravenna.

Dal 417 - Da “Il Santo Graal” di Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln, 1982 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.: "All'inizio del V secolo, l'invasione degli Unni causò grandi migrazioni di quasi tutte le tribù europee. Fu a quell'epoca che i Merovingi, o più esattamente i loro antenati Sicambri, attraversarono il Reno e si trasferirono in massa nella Gallia, stabilendosi nel territorio oggi corrispondente al Belgio e alla Francia del nord, nei pressi delle Ardenne. Un secolo dopo, questa regione venne chiamata regno d'Austrasia. E il nucleo del regno d'Austrasia era l'attuale Lorena. I Sicambri che affluirono in Gallia non erano un'orda di barbari feroci e sporchi venuti a invadere tumultuosamente il territorio. Invece, tutto si svolse in modo placido e civile. I Sicambri avevano mantenuto per secoli stretti contatti con i Romani e anche se erano pagani, non erano selvaggi. Al contrario, conoscevano bene le usanze e i sistemi amministrativi dei Romani, e ne seguivano le mode. Alcuni Sicambri erano diventati alti ufficiali dell'esercito imperiale, altri addirittura consoli. Quindi l'afflusso dei Sicambri portò non tanto a un'invasione cruenta quanto a una pacifica assimilazione. E quando verso la fine del V secolo l'Impero romano si sfasciò, i Sicambri colmarono il vuoto che era venuto a formarsi. Non lo fecero con la violenza e con la forza. Mantennero in vigore le vecchie consuetudini e apportarono poche innovazioni. Senza sconvolgimenti, assunsero il controllo dell'apparato amministrativo rimasto vacante. Il regime dei primi Merovingi si mantenne quindi piuttosto conforme al modello dell'Impero romano. Almeno due personaggi storici che hanno portato il nome di Meroveo; c'è stato un Meroveo capotribù sicambro che era vivo nel 417, combatté agli ordini dei Romani e morì nel 438. Almeno un esperto moderno ritiene che questo Meroveo si recasse a Roma causando grande sensazione; si raccontava infatti della visita di un imponente capo franco, dalla fluente chioma bionda. Il sovrano dal quale i Merovingi presero il nome è molto sfuggente, e la sua realtà storica è eclissata dalla leggenda, Meroveo (Mérovée o Merovech o Meroveus) era un personaggio semi-sovrannaturale degno del mito classico. Anche il suo nome attesta la sua origine miracolosa: riecheggia la parola francese che significa « madre » e la parola che, in francese e in latino, significa « mare ». Secondo il principale cronista dei Franchi e la tradizione successiva, Meroveo era figlio di due padri. Quando era già incinta del marito, re Clodio, la madre di Meroveo andò a nuotare nell'oceano.
Andrea Farronato: "Quinotauro".
Si dice che venne sedotta e violentata da un essere marino non identificato venuto d'oltremare: « bestea Neptuni Quinotauri similis », una « bestia di Nettuno simile a un Quinotauro », qualunque cosa fosse un Quinotauro. Apparentemente, l'essere ingravidò per la seconda volta la regina. E quando Meroveo nacque, nelle sue vene scorreva un miscuglio di due sangui diversi: quello di un sovrano franco e quello di un misterioso essere marino. Queste leggende fantastiche, naturalmente, sono molto frequenti non solo nel mondo antico ma anche nella tradizione europea di tempi più tardi. Di solito non sono del tutto immaginarie, bensì simboliche o allegoriche, e nascondono una realtà storica concreta dietro una facciata fantastica. Nel caso di Meroveo, la facciata fantastica potrebbe indicare un matrimonio, un lignaggio trasmesso tramite la madre, come ad esempio nel giudaismo, oppure un'unione tra stirpi dinastiche grazie alla quale i Franchi acquisirono legami di sangue con qualcun altro, forse con una stirpe « d'oltremare », una stirpe che, per qualche ragione, nella leggenda successiva fu trasformata in un essere marino. Comunque, grazie al suo sangue duale, Meroveo sarebbe stato dotato di un impressionante repertorio di poteri sovrumani. E qualunque fosse la verità storica velata dalla leggenda, la dinastia merovingia continuò a essere circondata da un alone di magia, di incantesimo e di sovrannaturale. Secondo la tradizione, i sovrani merovingi erano adepti occulti, iniziati a scienze arcane, praticanti di arti esoteriche: degni rivali di Merlino, il loro fiabesco quasi contemporaneo. Spesso erano chiamati « i re incantatori » o « i re taumaturghi ». Grazie a qualche proprietà miracolosa del loro sangue potevano guarire gli infermi mediante l'imposizione delle mani; e secondo un racconto le nappe che frangiavano le loro vesti avrebbero posseduto prodigiosi poteri risanatori. Si diceva che fossero chiaroveggenti e capaci di comunicare telepaticamente con gli animali e il mondo naturale, e che portassero una potentissima collana magica. Si diceva che conoscessero un incantesimo arcano che li proteggeva e conferiva loro una longevità eccezionale, che la storia, sia detto per inciso, non sembra confermare. E tutti avevano una « voglia » caratteristica che li distingueva da tutti gli altri uomini, li rendeva immediatamente identificabili e attestava il loro sangue sacro o semidivino. Questa « voglia », si dice, aveva la forma di una croce rossa, situata sul cuore - una bizzarra anticipazione del blasone dei Templari - o tra le scapole."

Nel 419 - I Visigoti ottengono il sud della Gallia, nucleo del futuro regno Visigoto o, visto che il regno si è fuso con le realtà locali, sarebbe meglio definirlo Visigotico. Tra il 407 ed il 409 i Vandali, alleati con gli Alani, popolazione Sarmatica di origine iranica ed altre tribù germaniche quali i Suebi o Svevi (confederati Alemanni), avevano invaso la penisola iberica. In risposta all'invasione dell'Hispania, Onorio, imperatore romano d'Occidente, arruolò i Visigoti per riconquistare il controllo del territorio. Allora il re dei Visigoti, Vallia siglò un trattato con il generale romano Flavio Costanzo: in cambio di 600.000 misure di grano e del territorio della regione d'Aquitania, dai Pirenei alla Garonna, i Visigoti, in qualità di alleati ufficiali ovvero stato vassallo dell'impero (foederati), si impegnavano a combattere in nome dei romani i Vandali, gli Alani e i Suebi che nel 406 avevano attraversato il fiume Reno e si erano dislocati nella provincia d'Hispania. I Visigoti inoltre, già in larga parte romanizzati e cristiani ariani, restituirono Galla Placidia all'imperatore.
   Carta con la migrazione dei Visigoti
          nel corso del IV e V secolo.
Nel 416 i Visigoti invasero l'Hispania, dove tra il 416 ed il 418 distrussero i Vandali silingi (il loro re Fredbal fu inviato a Ravenna, prigioniero) e sconfissero gli Alani così duramente, che questi rinunciarono ad eleggere il successore del defunto re Addac e si posero sotto il governo di Gunderico, re dei vandali asdingi, che da allora assunse il titolo di reges vandalorum et alanorum. Nel 418 i Visigoti si accingevano ad attaccare i Vandali asdingi ed i Suebi che si trovavano in Galizia, ma Costanzo li richiamò in Gallia, temendo che divenissero troppo potenti ed assegnò loro altre terre in Aquitania nel 419, la così detta Aquitania secunda, la zona di Tolosa. Questa donazione venne probabilmente fatta con il contratto di hospitalitas, l'obbligo di ospitare i soldati dell'esercito. Si formò così il nucleo del futuro regno visigoto che si sarebbe espanso fin oltre i Pirenei. Walia stabilì la propria corte a Tolosa, che divenne la capitale visigota per il resto del quinto secolo.
          Carta del regno dei Visigoti
       nella seconda metà del V secolo.
Ora, nel 66 d.C. la Palestina era insorta contro la dominazione romana e quattro anni dopo, nel 70 d.C., nell'ambito della prima guerra giudaica Gerusalemme fu rasa al suolo alle legioni dell'imperatore romano Vespasiano, comandate da suo figlio Tito. Il tempio fu saccheggiato e il suo contenuto venne portato a Roma. Come si può vedere nei bassorilievi dell'arco trionfale di Tito, il tesoro trafugato includeva la Menorah, il grande candeliere d'oro a sette braccia, sacro alla religione ebraica, e forse anche l'Arca dell'Alleanza. Tre secoli e mezzo più tardi, nel 410 d.C., Roma fu saccheggiata a sua volta dagli invasori Visigoti guidati da Alarico il Grande, che portarono via, in pratica, tutte le ricchezze della Città Eterna. Come narra lo storico Procopio, Alarico s'impadronì dei « tesori di Salomone, re degli Ebrei, mirabili a vedersi perché quasi tutti adorni di smeraldi, che anticamente erano stati presi a Gerusalemme dai Romani ». Perciò, è del tutto possibile che un tesoro avesse cambiato ripetutamente mano nel corso dei secoli, passando dal Tempio di Gerusalemme ai Romani, da questi ai Visigoti che lo avrebbero custodito nei territori di Tolosa, in Settimania, (chiamata poi anche Gothia, proprio per la presenza dei Goti) la diocesi delle Septem Provinciae istituita dall'imperatore Diocleziano, per poi passare ad altre mani.

Nel 448 - Il figlio del primo Meroveo, omonimo del padre, è proclamato re dei Franchi a Tournai, e regnerà fino alla morte, avvenuta dieci anni più tardi. Da “Il Santo Graal” di Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln, 1982 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.: "Probabilmente fu il primo re ufficiale di tutti i Franchi. Forse fu per questo, o forse in ricordo dell'evento simboleggiato dalla sua nascita favolosa, la dinastia da lui fondata venne chiamata Merovingia. Di solito si pensa a una dinastia come a una famiglia regnante che non succede semplicemente a un'altra casa regnante, ma lo fa spodestando, deponendo o soppiantando i predecessori. In altre parole, si pensa che le dinastie incomincino con un colpo di stato che spesso comporta l'estinzione della precedente stirpe reale. Nel caso dei Merovingi, tuttavia, non c'è una transizione violenta o brusca, un'usurpazione, uno spodestamento o l'estinzione di una dinastia precedente. Al contrario, la casa poi chiamata Merovingia regnava già sui Franchi, a quanto sembra. I Merovingi erano già re legittimi e debitamente riconosciuti. Ma sembra che uno di loro avesse qualcosa di speciale, tanto che diede il suo nome a tutta la dinastia. I Merovingi spesso erano chiamati anche « i re lungichiomati ». Come Sansone nell'Antico Testamento, non si tagliavano i capelli. Come quella di Sansone, la loro chioma conteneva la loro virtù: l'essenza e il segreto del loro potere. Qualunque fosse la base di questa credenza circa il potere delle chiome dei Merovingi, sembra che venisse presa molto sul serio ancora nel 754 d.C. Quando Childerico III, quell'anno, fu deposto e imprigionato, gli furono tagliati i capelli per espresso ordine del papa. Per quanto siano stravaganti, le leggende che circondano i Merovingi sembra avessero una base concreta nella posizione particolare di cui godevano questi sovrani. Infatti i Merovingi non erano considerati sovrani nel senso moderno della parola. Erano considerati re-sacerdoti, incarnazione del divino, in altre parole, non diversamente dagli antichi faraoni egizi. Non regnavano semplicemente per grazia di Dio. Al contrario, apparentemente erano considerati incarnazioni viventi della grazia di Dio: una distinzione di solito riservata soltanto a Gesù. E sembra che si dedicassero a pratiche rituali che se mai sembrano più tipiche del sacerdozio anziché della regalità. Ad esempio, i teschi dei monarchi merovingi che sono stati ritrovati presentano quella che appare come un'incisione rituale, un foro alla sommità della calotta cranica. Incisioni simili si possono osservare nei teschi dei sommi sacerdoti vissuti nei primi tempi del buddismo tibetano: venivano praticate per permettere all'anima di fuggire dopo la morte, e per aprire un contatto diretto con il divino. C'è motivo di ritenere che la tonsura dei religiosi cattolici sia un residuo di questa consuetudine merovingia. Nel 1653, un'importante tomba merovingia fu scoperta nelle Ardenne: la tomba di re Childerico I, figlio di Meroveo e padre di Clodoveo, il più famoso e influente di tutti i sovrani di questa stirpe. La tomba conteneva armi, oggetti preziosi ed emblemi della regalità, come ci si poteva attendere di trovare nel sepolcro di un monarca. Ma conteneva anche oggetti legati piuttosto alla magia, agli incantesimi e alla divinazione: una testa mozza di cavallo, ad esempio, una testa taurina d'oro e una sfera di cristallo. Uno dei simboli merovingi più sacri era l'ape; e la tomba di re Childerico conteneva non meno di trecento minuscole api d'oro massiccio. Con il resto del materiale trovato nella tomba, le api furono affidate a Leopoldo Guglielmo d'Asburgo, governatore militare dei Paesi Bassi austriaci, e fratello dell'imperatore Ferdinando III. In seguito, gran parte del tesoro fu restituita alla Francia. E quando fu incoronato imperatore nel 1804, Napoleone pretese che quelle api d'oro fossero fissate alle vesti che indossò per l'occasione.
Questo episodio non è l'unica manifestazione dell'interesse di Napoleone per i Merovingi. Infatti incaricò un certo abate Pichon di compilare varie genealogie, per accertare se la stirpe merovingia fosse sopravvissuta o no alla caduta della dinastia. Era appunto sulle genealogie commissionate da Napoleone che si basavano in gran parte quelle contenute nei « documenti del Priorato ». Le leggende che circondano i Merovingi si rivelarono in tutto degne dell'epoca di Artù e dei romanzi del Graal. Nel contempo, però, costituivano un temibile ostacolo tra noi e la realtà storica che aspiravamo a esplorare. Quando finalmente riuscimmo a raggiungere questa realtà storica, o almeno quel poco che ne rimaneva, constatammo che era alquanto diversa dalle leggende. Ma non era meno misteriosa, straordinaria ed evocativa. Potemmo trovare poche notizie accertabili circa le vere origini dei Merovingi. Loro stessi si vantavano di discendere da Noè, che consideravano, ancor più di Mosé, come la fonte della sapienza biblica: una posizione interessante, che mille anni dopo riaffiorò nella massoneria europea. Inoltre, sostenevano di discendere in linea retta dall'antica Troia; e questo, sia vero o no, contribuirebbe a spiegare perché in Francia ricorrono nomi troiani come Troyes e Paris (che in francese significa tanto Parigi quanto Paride). Diversi autori assai più recenti, inclusi quelli dei « documenti del Priorato », hanno cercato di far risalire i Merovingi all'antica Grecia, e precisamente alla regione chiamata Arcadia. Secondo questi documenti, gli antenati dei Merovingi erano imparentati con la casa reale d'Arcadia. A una data imprecisabile, verso l'inizio dell'era cristiana, avrebbero intrapreso una migrazione, risalendo dapprima il Danubio e poi il Reno, e si sarebbero stabiliti nel territorio che oggi è l'attuale Germania occidentale. Oggi può apparire del tutto accademico che i Merovingi discendessero da Troia o piuttosto dall'Arcadia, e del resto le due affermazioni non sono inevitabilmente in conflitto. Secondo Omero, un numeroso contingente di Arcadi partecipò all'assedio di Troia. Secondo gli antichi storici greci, Troia sarebbe stata  addirittura  fondata da coloni provenienti dall'Arcadia. È inoltre il caso di ricordare che l'orso, nell'Arcadia antica, era un animale sacro, un totem oggetto di culti misterici al quale venivano fatti sacrifici rituali. Anzi, lo stesso nome « Arcadia » deriva da Arkades, che significa « il Popolo dell'Orso ». Gli antichi Arcadi sostenevano di discendere da Arkas (Arcade), il dio eponimo del territorio, il cui nome significa anche « orso ». Secondo la mitologia greca, Arcade era figlio di Callista, una ninfa seguace di Artemide la Cacciatrice. I moderni conoscono Callista come la costellazione dell'Orsa Maggiore. Presso i Franchi Sicambri, dai quali provennero i Merovingi, l'orso era egualmente tenuto in grande onore. Come gli antichi Arcadi, veneravano l'orso quale forma di Artemide, o più precisamente della sua equivalente gallica, Arduina, dea eponima delle Ardenne. Il culto misterico di Arduina perdurò fin nel Medioevo; uno dei centri era la città di Luneville, non lontana da altre due località che ricorrono spesso nella nostra indagine, Stenay e Orval. Ancora nel 1304 la Chiesa promulgava statuti per vietare il culto della dea pagana. Data la posizione magica, mitica e totemica dell'orso nel territorio merovingio delle Ardenne, non è sorprendente che il nome Ursus, « orso », venisse associato alla stirpe regale merovingia dai « documenti del Priorato ». Alquanto più sorprendente è il fatto che in gallese la parola che significa orso sia arth, da cui deriva il nome Arthur. Anche se a questo punto rinunciammo ad approfondire, la coincidenza ci affascinò: non soltanto  Artù  era  contemporaneo  dei  Merovingi, ma come loro era in qualche modo associato all'orso."

Dal 451 - Da http://www.prieure-de-sion.com/1/i_merovingi_1077235.html: La Dinastia dei Merovingi, fu la prima dinastia dei Re franchi, discendente dal capostipite Meroveo. La nostra tradizione insegna che da Meroveo, il quale era anche un mistico ed un Mago, oltre ad essere un condottiero, sono passate molte delle antiche conoscenze che ad oggi appartengono al nostro venerabile Ordine. Meroveo, non è stato solo un personaggio storico, ma anche mitico e leggendario, di fatti, una antica leggenda lo dipingeva come figlio del Re e di un mostro marino che si era unito a sua moglie. (Mito che cela anche l'innesto della stirpe generata da Gesù e Maddalena in quella di derivazione babilonese, N.d.R.). Questa leggenda, in realtà è un mito creato per tramandare una conoscenza assolutamente fondamentale, per permettere di svelare le antichissime origine dei Merovingi, che sono in realtà risalenti all'antica Babilonia, essendo il mostro marino descritto nella leggenda, una antica rappresentazione di Nimrod, colui che fece edificare la torre di Babele e governò Babilonia. Esistono di fatti, diverse rappresentazioni di Nimrod, che lo ritraggono con un copricapo raffigurante le sembianze di un pesce; questo stesso copricapo è stato adottato poi dai Papi della Chiesa Cattolica Romana, fino ai giorni di oggi. Meroveo iniziò ad acquisire vero potere dopo l'alleanza coi romani e dopo aver preso parte alla battaglia dei Campi Catalunici del 451 D.C. contro gli Unni di Attila. Fu a seguito di questi eventi, che Meroveo riusci ad installare nella Francia settentrionale il regno dei Merovingi. A Meroveo succedette nel 457 D.C. il figlio Childerico I, estroso e stravagante regnante, amante delle belle donne e protagonista di innumerevoli avventure galanti, che si rivelarono spesso rischiose, per le modalità ed il contesto, come quando ospitato dal Re di Turingia, ne sedusse la moglie Basina, che lo seguì in Gallia e lo sposò, abbandonando il precedente matrimonio. Clodoveo, nato verso il 466 D.C. , divenne Re a soli 15 anni, ed è considerato il vero fondatore della dinastia. Salito al Trono nel 481 D.C. coalizzò le tribù dei Franchi ed iniziò una politica di espansione a spese dei Visigoti, dei Burgundi, degli Alemanni e dei Turingi. Il giovane Re franco, già estremamente talentuoso nelle arti politiche e di guerra, era stato preparato con dovizia dal padre e non impiegò molto ad affermare il suo regno come una forza dominante in Europa, quando, all'età di 20 anni, si oppose a Siagrio, l'ultimo governatore romano della Gallia. Insieme a una serie di alleati, Clodoveo combattè Siagrio con successo, nella battaglia di Soissons nel 486 D.C. dove lo sconfisse severamente. Nel tentativo di evitare la cattura, Siagrio scappò a Tolosa, una città situata nel sud-ovest della Gallia, dove confidava di trovare rifugio presso il giovane Re visigoto Alarico II. Clodoveo e il suo esercito hanno seguito Siagrio e hanno chiesto la sua consegna. Alarico, non desiderando un conflitto con Clodoveo, accordò la consegna del prigioniero. Siagrio è stato consegnato a Clodoveo a Soissons dove sarebbe stato decapitato.

Dal 481 - Regno di Clovis (Clodoveo). Da “Il Santo Graal” di Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln, 1982 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.: "II più famoso di tutti i sovrani merovingi fu il nipote di Meroveo, Clodoveo I, che regnò tra il 481 e il 511. Sotto di lui che i Franchi si convertirono al cristianesimo. E fu per mezzo di Clodoveo che Roma incominciò a stabilire una supremazia indiscussa nell'Europa occidentale, una supremazia destinata a restare incontestata per un millennio. Nel 496, la Chiesa di Roma era in una situazione precaria. Durante il V secolo la sua stessa esistenza era stata gravemente minacciata. Fra il 384 e il 399 il vescovo di Roma aveva già incominciato a chiamarsi « papa », ma la sua posizione ufficiale non era superiore a quella di ogni altro vescovo, ed era molto diversa da quella dei pontefici di oggi. Non era, in nessun senso, il capo spirituale e supremo della cristianità. Rappresentava semplicemente certi interessi, una delle tante forme divergenti di cristianesimo, che lottava disperatamente per sopravvivere tra una torma di scismi e di concezioni teologiche contrastanti. Ufficialmente la Chiesa romana non aveva autorità maggiore, poniamo, di quella celtica, con la quale era continuamente in conflitto. Non aveva autorità maggiore di certe eresie come l'arianesimo, che negava la divinità di Gesù e insisteva sulla sua umanità. Per gran parte del V secolo, anzi, tutte o quasi tutte le diocesi dell'Europa occidentale furono ariane o vacanti. Se la Chiesa di Roma voleva sopravvivere e affermare la propria autorità, le era necessario l'appoggio di un campione, un potentissimo personaggio laico che la rappresentasse. Se il cristianesimo doveva evolversi secondo la dottrina romana, questa dottrina doveva venire diffusa e imposta da una forza secolare, abbastanza potente da contrastare ed estirpare la sfida costituita da ogni altro credo cristiano rivale. Non è sorprendente che la Chiesa di Roma, in quei momenti di disperata necessità, si rivolgesse a Clodoveo. Nel 486 Clodoveo aveva già esteso notevolmente i domìni merovingi, partendo dalle Ardenne per annettersi numerosi regni e principati confinanti e per sconfiggere parecchie tribù rivali. Molte città importanti - ad esempio Troyes, Reims e Amiens - furono così incorporate nel suo regno. In meno di un decennio apparve evidente che Clodoveo era ormai avviato a diventare il sovrano più potente dell'Europa occidentale. La conversione e il battesimo di Clodoveo si rivelarono di un'importanza fondamentale per la nostra indagine. Ne era stata compilata una cronaca, in tutti i particolari, più o meno all'epoca in cui avvenne il fatto. Due secoli più tardi la cronaca, La vita di san Rémy (o Remigio), fu distrutta, e si salvarono soltanto poche e sparse pagine manoscritte. Tutto indica che fu distrutta di proposito. Ma i frammenti pervenuti fino a noi attestano l'importanza di ciò che accadde. Secondo la tradizione, la conversione di Clodoveo fu improvvisa e inaspettata, e si compì grazie alla moglie del re, Clotilde, fervida devota di Roma, che sembra assillasse il marito fino a quando questi accettò la sua fede e che in seguito fu canonizzata per questi meriti. È detto che nell'impresa Clotilde fu guidata e assistita dal suo confessore, san Remigio. Ma dietro queste tradizioni si cela una verità storica molto più pratica e terrena. Quando Clodoveo si convertì al cristianesimo di Roma e divenne il primo re cattolico dei Franchi, si guadagnò ben più dell'approvazione della moglie, un regno assai più sostanzioso di quello dei Cieli. Si sa che nel 496 vi furono numerosi incontri segreti tra Clodoveo e san Remigio. Subito dopo, fu ratificato un accordo tra il re e la Chiesa di Roma. Per quest'ultima, l'accordo rappresentava un grande trionfo politico. Avrebbe assicurato la sua sopravvivenza e la posizione di suprema autorità spirituale dell'Occidente. Avrebbe consolidato la posizione di Roma, alla pari con quella di Costantinopoli. Avrebbe offerto prospettive egemoniche e mezzi efficienti per sradicare le innumerevoli eresie. E Clodoveo sarebbe stato colui che avrebbe realizzato tutto questo, la spada della Chiesa di Roma, lo strumento che le avrebbe permesso d'imporre il suo dominio spirituale, il braccio secolare e la manifestazione concreta della sua potenza. In cambio, Clodoveo ricevette il titolo di «Novus Costantinus». In altre parole, doveva presiedere un impero unificato, un «Sacro romano impero» destinato a succedere a quello diviso, creato da Costantino, e più tardi distrutto dai Visigoti e dai Vandali. Secondo un esperto moderno, prima del battesimo Clodoveo fu « fortificato... da visioni di un impero, successore di quello di Roma, che sarebbe stato patrimonio della razza merovingia ». Secondo un altro autore moderno, «Clodoveo doveva diventare così una specie di imperatore dell'Occidente, patriarca dei Germani occidentali, e pur non governando, avrebbe regnato su tutti i popoli e tutti i re». II patto tra Clodoveo e la Chiesa, insomma, ebbe conseguenze enormi per la cristianità. E non solo per la cristianità di quel tempo, ma per tutto il millennio successivo. Il battesimo di Clodoveo segnò la nascita di un nuovo impero romano: un impero cristiano basato sulla Chiesa di Roma e amministrato, a livello laico, dalla stirpe merovingia. In altre parole, venne stretto un vincolo indissolubile tra Chiesa e Stato, ognuno dei quali giurava all'altro fedeltà perpetua. A ratifica di questo vincolo, nel 496 Clodoveo si fece battezzare da san Remigio a Reims. Al momento culminante della cerimonia, san Remigio pronunciò le famose parole: Mitis depone colla, Sicamber, adora quod incendisti, incendi quod adorasti. (China umilmente la testa, o Sicambro, adora ciò che bruciavi, e brucia ciò che adoravi.). È importante notare che il battesimo di Clodoveo non fu un'incoronazione, contrariamente a quanto talvolta sostengono gli storici. La Chiesa non nominò re Clodoveo. Clodoveo era già re, e la Chiesa non poteva far altro che riconoscerlo. E così facendo, si legò ufficialmente non soltanto a Clodoveo, ma anche ai suoi successori: non a un individuo, ma a una stirpe. Sotto questo aspetto, il patto ricorda l'alleanza che, nell'Antico Testamento, Dio stringe con re Davide: un patto che può venire modificato, come nel caso di Salomone, ma non revocato, infranto o tradito. E i Merovingi non persero mai di vista questo parallelo. Per il resto della sua vita, Clodoveo realizzò quanto la Chiesa si attendeva da lui. Con efficienza irresistibile, la fede fu imposta con la spada; e con la sanzione, e il mandato spirituale della Chiesa, il regno franco estese i suoi domìni a est e a sud, abbracciando gran parte dell'odierna Francia e dell'odierna Germania. Fra i numerosi avversari di Clodoveo i più importanti furono i Visigoti, che avevano abbracciato l'eresia ariana. Contro l'Impero visigoto, situato a cavallo dei Pirenei ed esteso a nord fino a Tolosa, Clodoveo condusse le sue campagne più assidue e organizzate. Nel 507 inflisse ai Visigoti una sconfitta decisiva nella battaglia di Vouillé. Poco più tardi l'Aquitania e Tolosa caddero in mano ai Franchi. L'Impero visigoto a nord dei Pirenei si sfasciò sotto l'incalzare delle forze di Clodoveo. Da Tolosa, i Visigoti ripiegarono su Carcassonne. Poi, cacciati anche da Carcassonne, insediarono la loro capitale, il loro ultimo bastione, nel Razès, a Rhédae che oggi si chiama Rennes-le-Château."
Clodoveo I (Tournai, 466 circa - Parigi, 27 novembre 511), figlio del re Childerico I e di sua moglie Basina, fu il secondo sovrano storicamente accertato della dinastia dei Merovingi, del regno dei Franchi Sali, dal 481 alla sua morte. In francese Clovis e in tedesco Chlodwig o Chlodowech, il suo nome deriva dal franco Hlodowig, composto da hlod (illustre) e wig (battaglia), e dunque significa "illustre in battaglia": da esso derivano i nomi Luigi e Ludovico. L'unica data che può considerarsi certa nella vicenda storica di Clodoveo è quella della morte, avvenuta nel 511 a Parigi il 27 novembre e venne sepolto nella basilica parigina dei Saints-Apôtres, (poi divenuta l'abbazia di Sainte-Geneviève e oggi il Pantheon di Parigi), sulla Montagne Sainte-Geneviève. I figli Clotario, Clodomiro, Teodorico e Childeberto, in conformità della tradizione franca, si divisero il regno, costituito dall'antica Gallia, con esclusione della Provenza, della Settimania (corrispondente all'antica Gallia Narbonense) e del regno dei Burgundi:
- Teodorico I è re di Reims,
- Clodomiro è re di Orléans,
- Childeberto I è re di Parigi,
- Clotario I è re di Soissons.

Nel 511 - Alla morte di Clodoveo, i suoi quattro figli maschi, come stabilito dal diritto franco-salico, ereditano il regno, che si suddivide in quattro regni merovingi: Neustria, Austrasia, Burgundia e Aquitania, mentre la Settimania, a sud, rimane appannaggio del regno iberico dei Visigoti.
I 4 Regni merovingi dopo
la morte di Clodoveo nel
511: Neustria, Aquitania,
Austrasia, Burgundia. A
sud, Settimania o Gothia.
Da "Il Santo Graal" di
Michael Baigent, Richard
Leigh, Henri Lincoln,
1982 Arnoldo Mondadori
Editore.
 Durante il medioevo, Settimania era il nome dato all'attuale dipartimento francese della Linguadoca-Rossiglione, salvo alcune parti del Gard e della Lozère. Secondo alcune fonti, sembra che la Settimania dovesse la sua origine onomastica al periodo romano antico, allorché la Legione VII (Legio Septima) si trovava là di guarnigione, fino all'inizio del Medioevo. Presumibilmente invece, il suo nome deriva da "Septem Provinciae", il nome che, con la riforma di Diocleziano, prese la Diocesi che raggruppava le sette province galliche meridionali: Gallia Viennensis, Gallia Narbonensis Prima e Secunda, Aquitania Prima e Secunda, Novempopulana e Alpi Marittime. 
In giallo, la Settimania
o Gothia.
Dopo la conquista romana della Gallia Transalpina mediterranea (nel 122 a.C.), questa regione diventò Provincia romana, chiamata Provincia Nostra o semplicemente Provincia (da cui il nome di Provenza) e ricevette poi il nome di Gallia Narbonensis. Al tempo della conquista dei Visigoti, nel 412, della Gallia meridionale, il nome più largamente impiegato per quella regione, era stato "Settimania". Dopo la disfatta visigota nella battaglia di Vouillé del 507, per mano dei Franchi, la Settimania, limitata alla sola Linguadoca-Rossiglione restò l'unico lembo della Gallia in mano visigota, dipendente dal regno di Spagna fino alla conquista araba del 719 e per questo, in tempi merovingi e carolingi, era conosciuta anche come « Gothie » o « Gothia ».

Dal 558 - Clotario I detto il Vecchio è re di tutti i regni franchi. Clotario I detto il Vecchio (le Vieux) (497 - Compiègne, 29 novembre 561) è stato un re franco della dinastia dei Merovingi che, dal 511 ha regnato sull'Austrasia del nord e sulla Guascogna poi, dal 524 sulla valle della Loira, a sud del fiume, dal 534 su parte della Burgundia, dal 555 su tutta l'Austrasia e l'Aquitania ed infine, dal 558, su tutto il regno dei Franchi. Era il figlio quartogenito del re dei Franchi Sali della dinastia merovingia, Clodoveo I e della sua seconda moglie, Clotilde, che secondo il vescovo Gregorio di Tours (536 - 597), era la figlia del re dei Burgundi, Chilperico II e della moglie, di cui non si conosce il nome (dalle genealogie di Sion: Clothilde Ste Clothilde des Burgondes de Bourgogne nata nel 475 in Burgondie e morta il 3 giugno 545 in Monastère St Martin, Tours, Franceera era figlia di Chilpéric II de Bourgogne e Agrippine de Narbonne). Alla morte di Clotario I, i figli superstiti si divisero il regno dei Franchi:
- a Cariberto toccò quello che era stato il regno di Childeberto I, la Neustria, l'Aquitania, la Guascogna e parte della Provenza, con capitale Parigi;
- a Gontrano toccò quello che era stato il regno di Clodomiro, la Burgundia, con capitale Orleans;
- a Chilperico I toccò quello che era stato il regno di suo padre, il nord-ovest dell'Austrasia, con capitale Soissons;
- a Sigeberto I toccò quello che era stato il regno di Teodorico I, l'Austrasia e parte della Provenza, con capitale Reims.

Nel 584 - Chilperico I muore assassinato, nei dintorni di Chelles, durante il rientro da una battuta di caccia, da uno sconosciuto che riusce a dileguarsi. La salma di Chilperico fu trasportata a Parigi e fu tumulata in un monastero alle porte di Parigi, il monastero di San Vincenzo, che in seguito divenne famoso col nome di Saint-Germain-des-Prés. Gli succedette il figlioletto Clotario II, ancora in fasce, e la reggenza venne esercitata dalla moglie ex-concubina Fredegonda. Uomo avaro, dissoluto, ingordo e crudele, a detta di Gregorio di Tours, che non gradiva di essere divenuto suo suddito dopo la conquista di Tours da parte di Chilperico e che lo definì Nerone dei nostri tempi ed Erode, il suo regno fu segnato da una lunga scia di sangue. Chilperico gravò di tributi il suo popolo, impose pesanti ammende ai più ricchi per poterli depredare più facilmente e fu particolarmente geloso delle ricchezze dalla chiesa, che cercò di recuperare dichiarando nulli tutti i lasciti alla chiesa stessa, revocando addirittura i lasciti di suo padre. In materia religiosa fu scettico nei confronti della Trinità, che vietò di menzionare in tutte le chiese del regno (si doveva menzionare solo Dio). Nonostante tutto fu un estimatore della civiltà romana ed aveva buoni rapporti con gli Ebrei (il suo incaricato per gli acquisti era un ebreo di nome Prisco, con cui ebbe alcune dispute circa la Santa Trinità). Chilperico si sposò tre volte: la prima moglie, sposata, nel 550 circa, fu Audovera, che gli diede cinque figli: Teodeberto (ca. 550-573), citato da Gregorio di Tours come figlio primogenito, catturato a Soissons dallo zio Sigeberto e restituito, in buona salute, al padre un anno dopo. Fu ucciso in battaglia, durante la guerra civile, dopo aver devastato la Turenna; Meroveo (?-Thérouanne 577), erede del regno di Neustria, dopo la morte del fratello, che sposò la zia, la regina madre di Austrasia, Brunechilde; Clodoveo (?-Noisy-le-Grand 580), citato da Gregorio di Tours come figlio terzogenito, dopo la morte di Meroveo, si rifugiò a Bordeaux e fu ucciso per ordine della matrigna, Fredegonda, fu sepolto accanto al fratello Meroveo in un monastero alle porte di Parigi, il monastero di San Vincenzo, che in seguito divenne famoso col nome di Saint-Germain-des-Prés; Basina (?-dopo il] 590), che fu violentata dai servi di Fredegonda e costretta ad entrare in convento e farsi suora, nell'abbazia della Santa Croce di Poitiers, che rifiutò l'invito del padre a recarsi nella penisola iberica per il matrimonio con Recaredo, l'erede al trono del regno dei Visigoti e che guidò una rivolta, assieme alla cugina Clotilde, figlia di Cariberto, contro la badessa, Leubovera; Clodesinde (ca. 567-?), non è citata da Gregorio di Tours, ma nel Liber Historiæ Francorum. La seconda moglie fu Galsuinda, che non gli diede figli e la terza moglie fu Fredegonda che gli diede sei figli: Rigonda (569- ?) fidanzata, nel 584, con Recaredo, l'erede al trono del regno dei Visigoti; Clodeberto (?-Soissons 580), morto di dissenteria; Sansone (573-577), morto per la febbre causata dalla diarrea, prima di compiere i cinque anni; Dagoberto (ca. 579-580), morto piccino; Teodorico (ca. 582-583), morto piccino, per la dissenteria; Clotario (primavera 584-18 ottobre 629), che successe al padre come re di Neustria e Aquitania e dal 614 fu re di tutti i Franchi.

Nel 613 - Mentre si accingeva a riprendere la lotta contro Clotario II, Teodorico II morì di dissenteria, nel suo palazzo di Metz, lasciando il regno al figlio maggiore Sigeberto II di circa undici anni, che si accingeva a governare sotto la reggenza della bisavola Brunechilde, ma che venne tradito dai nobili e dal clero austrasiani, guidati da Pipino di Landen e da Arnolfo di Metz; infatti, i nobili e il clero Austrasiani si erano ribellati a Brunechilde, che era una forte sostenitrice dell'autorità statale e non aveva intenzione di concedere potere ai dignitari. Clotario II, invece si era impegnato a riconoscere grandi privilegi all'aristocrazia; l'ereditarietà di cariche come quella di maggiordomo di palazzo, l'esenzione dalle tasse per il clero e il diritto al papa di eleggere i vescovi: fu così che i due maggiori dignitari della corte austrasiana, il beato Pipino di Landen e sant'Arnolfo di Metz, congiurarono contro Sigeberto II e Brunechilde facilitando l'entrata nel regno d'Austrasia a Clotario II di Neustria. Sigeberto II era affiancato alla guida dell'esercito burgundo dal maggiordomo di palazzo, Warnacario che, temendo per la propria vita, cospirò con i maggiorenti Burgundi, per consegnare a Clotario, Brunechilde, Sigeberto ed i suoi fratellastri. Sigeberto II e Brunechilde tentarono di resistere e ordinarono agli eserciti di Austrasia e di Burgundia di avanzare. Lo scontro con le truppe di Clotario II avvenne sul fiume Aisne, ma per il comportamento degli austrasiani che non combatterono e per il tradimento di Warnacario e la diserzione di molti ufficiali, anche i burgundi si ritirarono. Sigeberto, sconfitto, con pochi fedeli sostenitori, tentò la fuga verso il fiume Aire ma venne catturato, coi fratellastri Corbus e Meroveo, mentre il secondogenito Childeberto riuscì a sottrassi alla cattura. Sigeberto II, di circa undici anni, fu immediatamente ucciso, assieme a Corbus, di circa nove anni, mentre Meroveo fu graziato. La bisnonna di Sigeberto II, la reggente, Brunechilde aveva tentato di raggiungere Orbe, ma venne catturata sul lago di Neuchâtel. Secondo Fredegario, dopo tre giorni di torture, Brunechilde venne legata alla coda di un cavallo per i capelli, per un braccio e per un piede. Il cavallo fu fatto correre finché Brunechilde ripetutamente colpita dagli zoccoli del cavallo morì. Clotario II divenne così re di tutti i Franchi e alla corona di Neustria poté unire quelle di Austrasia e Borgogna.

Nel 614 - Il 18 ottobre, rimasto l'unico re dei Franchi, Clotario II mantenne l'impegno preso con la nobiltà e con l'Editto di Parigi (o Edictum Clotarii), confermò le grandi concessioni ai nobili e al clero, garantì l'autonomia dei tre regni e sancì che ognuno di questi sarebbe stato retto da un maggiordomo, la cui carica venne resa ereditaria. Concesse che il clero ed i vescovi venissero eletti dal popolo, in un congresso, presieduto dal metropolita, scegliendo il candidato ritenuto migliore; il re non aveva più il diritto di imporre il suo candidato, ma accettare quello eletto dal popolo e consacrarlo oppure chiedere che si procedesse alla scelta di un secondo candidato. Concesse inoltre che il clero ed i vescovi godessero del privilegio di poter essere giudicati solo da altri ecclesiastici ed infine concesse a tutte le chiese del regno il diritto di asilo, cioè qualsiasi malfattore, che entrava in una chiesa, non poteva più essere arrestato dai soldati e dalle guardie del re. Clotario II aveva finito di smantellare quanto rimaneva della concezione romana dello Stato, che quindi più fortemente assunse il carattere patrimoniale tipico della cultura barbarica, in cui le cariche e il territorio erano considerate proprietà privata. Pipino di Landen e Arnolfo di Metz assunsero il controllo della corte (i loro figli, Begga e Ansegiso, si sposarono e generarono Pipino di Herstal, bisnonno di Carlo Magno). Il regno divenne un insieme di potentati civili ed ecclesiastici. Nel 622, su pressione dei potentati austrasiani, Clotario II proclamò re d'Austrasia suo figlio Dagoberto, che era stato educato ed era ancora sotto la tutela di Arnolfo di Metz e Pipino di Landen.

Nel 629 - In ottobre, Clotario II morì, dopo 45 anni di regno (il più lungo di tutta l'età merovingia) e fu sepolto nella chiesa dell'abbazia di San Vincenzo (oggi Saint-Germain-des-Prés), presso Parigi. Gli subentrarono i due figli, Dagoberto I e Cariberto. Il re dei Franchi, con Clotario II, perse molto del suo potere, che passò alla nobiltà (soprattutto ai maggiordomi di palazzo) e all'alto clero: per questo motivo i suoi successori vennero detti i Re fannulloni. Clotario II sposò in prime nozze Adaltrude (citata nel Liber Historiae Francorum), dalla quale ebbe due figli: Meroveo (? - † 604), che fu inviato dal padre assieme al suo maggiordomo di palazzo, Landerico contro il maggiordomo di palazzo di Burgundia, Bertoaldo, in una zona tra la Loira e la Senna e fu catturato dal nemico durante la battaglia che ne seguì, nel 604 e di lui non si ebbero più notizie ed Emma, andata sposa, come seconda moglie, dopo il 618 al re del Kent, Eadbald († 640). Clotario sposò in seconde nozze Bertrude (? - † 618 o 619) e da lei ebbe forse tre figli: Dagoberto (ca. 606 - † 639), prima re dei franchi d'Austrasia e poi re di tutti i Franchi, un figlio morto infante verso il 617 e Berta, andata sposa al Maestro di palazzo di Burgundia, Warnacherio († 626). Clotario infine, nel 618, in terze nozze sposò Sichilde (sorella di Gomatrude, che sposerà Dagoberto I), che viene citata da Fredegario per un suo supposto tradimento con un certo Boso che Clotario fece sopprimere. Da Sichilde Clotario II ebbe un figlio, Cariberto († 632), re d'Aquitania.

Nel 651 - Nasce il re merovingio Dagoberto II (652 circa - foresta di Woëvre, presso Stenay, 23 dicembre 679), erede al trono d'Austrasia.
Ubicazione di Stenay, da
"Il Santo Graal" di
Michael Baigent, Richard
Leigh, Henri Lincoln.
1982, Arnoldo
 Mondadori Editore.
Unico figlio maschio del re della dinastia merovingia dei Franchi Sali di Austrasia, Sigeberto III e della moglie Inechilde. Quando nel 656 morì suo padre, furono messi in atto tentativi romanzeschi per impedirgli di salire al trono. L'infanzia e la giovinezza di Dagoberto sembrano uscite da una leggenda medievale o da una favola e  invece è storia documentata. Alla morte del padre, Dagoberto fu fatto rapire dal maestro di palazzo in carica, Grimoaldo. Tutte le ricerche risulteranno vane, e non fu difficile convincere la corte che il bambino era morto. Grimoaldo concertò allora l'ascesa al trono del proprio figlio, affermando che quella era stata la volontà espressa dal precedente sovrano, il padre di Dagoberto. Il trucco riuscì. Persino la madre di Dagoberto, convinta che il bambino fosse morto, accettò l'autorità dell'ambizioso maestro di palazzo. Grimoaldo, tuttavia, non aveva avuto il coraggio di andare fino in fondo e di fare uccidere il giovanissimo principe. Dagoberto era stato segretamente affidato al vescovo di Poitiers. Anche il vescovo, sembra, non osò far assassinare il bambino. Perciò Dagoberto fu relegato in Irlanda, in esilio perpetuo. Crebbe nel monastero irlandese di Slane, non lontano da Dublino; e nella scuola annessa al chiostro ricevette un'istruzione di gran lunga superiore a quella che avrebbe potuto conseguire nella Francia di quei tempi. Sembra che durante questo periodo frequentasse la corte del Sommo re di Tara. Inoltre fece amicizia con tre principi della Northumbria che studiavano anch'essi a Slane. Nel 666, probabilmente quando viveva ancora in Irlanda, Dagoberto sposò Matilde, una principessa di stirpe celtica. Poco tempo dopo si trasferì dall'Irlanda in Inghilterra e si stabilì a York, nel regno di Northumbria. Qui si legò di stretta amicizia con san Wilfrid, vescovo di York, che divenne il suo mentore. Durante questo periodo persisteva tutt'ora il dissidio tra la Chiesa di Roma e la Chiesa celtica, che rifiutava di riconoscerne l'autorità. Wilfrid, in nome dell'unità del cristianesimo, si era prodigato per ricondurre la Chiesa celtica nella sfera di Roma, e c'era riuscito nel famoso Concilio di Whitby, nel 664. Ma forse la sua successiva amicizia con Dagoberto II non era immune da altre motivazioni. Al tempo di Dagoberto la devozione dei Merovingi nei confronti di Roma, promessa nel patto stretto fra Clodoveo e la Chiesa un secolo e mezzo prima, non era molto fervida. Fedele sostenitore di Roma, Wilfrid aspirava a consolidare la supremazia del papato, non soltanto in Gran Bretagna ma anche sul continente. Nell'eventualità che Dagoberto ritornasse in Francia e rivendicasse il trono d'Austrasia, era consigliabile assicurarsi la sua fedeltà. Molto probabilmente Wilfrid vedeva nel re in esilio il futuro braccio armato della Chiesa. Nel 670 Matilde, la consorte celtica di Dagoberto, morì nel dare alla luce la terza figlia. Wilfrid si affrettò a combinare un nuovo matrimonio per il vedovo, e nel 671 Dagoberto si risposò. Se le sue prime nozze avevano avuto una potenziale importanza dinastica, le seconde l'ebbero ancora di più. La seconda moglie di Dagoberto era infatti Giselle de Razès, figlia del conte di Razès e nipote del re dei Visigoti. In altre parole, ora la stirpe reale merovingia era imparentata con la stirpe reale visigota. In questa unione c'erano i semi di un impero embrionale che avrebbe unito gran parte della Francia moderna e si sarebbe esteso dai Pirenei alle Ardenne. Inoltre questo impero avrebbe portato sotto l'influenza di Roma i Visigoti che avevano ancora forti tendenze ariane. Quando Dagoberto sposò Giselle, era già ritornato sul continente. Secondo la documentazione pervenuta fino a noi, le nozze furono celebrate nella residenza ufficiale della sposa, a Rhédae, l'odierna Rennes-le-Château. Anzi, sembra che si svolgessero nella chiesa di Saint Madeleine, l'edificio sul quale venne successivamente eretta la chiesa di Bérenger Saunière. Dal primo matrimonio di Dagoberto erano nate tre figlie, ma non un erede maschio. Da Giselle, ebbe altre due figlie e finalmente, nel 676, un figlio, il futuro Sigisberto IV. E quando nacque Sigisberto, Dagoberto era re. Per circa tre anni, sembra, era rimasto a Rennes-le-Château, seguendo da lontano le vicissitudini del suo regno al nord. Finalmente, nel 674, si era presentata l'occasione favorevole. Con l'appoggio di sua madre e dei consiglieri di questa, il monarca esule si proclamò re d'Austrasia. Wilfrid di York diede un importante contributo al suo reinsediamento. Secondo alcuni, vi contribuì anche un personaggio molto più sfuggente e misterioso, sul quale si hanno pochissime notizie storiche: sant'Amatus, vescovo di Sion in Svizzera. Dagoberto, reinsediato sul trono dei suoi avi, non fu affatto un « re fannullone ». Anzi, si dimostrò un degno successore di Clodoveo. Si accinse immediatamente a imporre e a consolidare la sua autorità, reprimendo l'anarchia che imperversava in Austrasia e ristabilendo l'ordine. Regnò con fermezza, piegando vari nobili ribelli che disponevano di una potenza militare ed economica sufficiente per sfidare il trono. E si dice che avesse ammassato un considerevole tesoro a Rennes-le-Château: queste ricchezze dovevano venire usate per finanziare la riconquista dell'Aquitania, che una quarantina d'anni prima si era staccata dal regno merovingio e si era proclamata indipendente. Nel contempo, Dagoberto dovette costituire una grossa delusione per Wilfrid di York. Se il vescovo aveva sperato di fare di lui il braccio armato della Chiesa, si trovò di fronte a un grave disappunto. Anzi, sembra certo che il re frenasse i tentativi di espansione della Chiesa nei suoi domini, e incorresse quindi nella collera delle gerarchie ecclesiastiche. Esiste una lettera inviata a Wilfrid da uno sdegnatissimo prelato franco, il quale si scaglia contro Dagoberto, colpevole di imporre tasse e di «tenere in dispregio le chiese di Dio e i loro vescovi». A quanto sembra, questi non furono i soli motivi di dissidio fra Dagoberto e Roma. Grazie al matrimonio con una principessa visigota, il re aveva acquisito vasti territori nell'attuale Linguadoca. E forse aveva acquisito anche qualcosa d'altro. I Visigoti erano fedeli alla Chiesa di Roma soltanto nominalmente. Anzi, la loro devozione al papato era molto evanescente, e nella famiglia reale predominavano ancora le tendenze ariane. Secondo vari indizi, Dagoberto avrebbe assimilato queste tendenze. Nel 679, quando era sul trono da tre anni, Dagoberto s'era già fatto molti nemici influenti, sia laici che religiosi. Frenando le loro ribelli aspirazioni autonomistiche, aveva destato il rancore di certi nobili vendicativi. Osteggiando i suoi tentativi di espansione, si era attirato l'antipatia della Chiesa. Creando un regime centralizzato ed efficiente, aveva acceso l'invidia e la preoccupazione di altri potentati franchi, sovrani dei regni confinanti. E alcuni di questi sovrani avevano alleati e agenti nel regno di Dagoberto. Uno di questi era il maestro di palazzo del re, Pipino II il Grosso oppure Pipino il Giovane di Herstal, (nipote di Pipino I il Vecchio, di Landen, Maggiordomo di palazzo del regno merovingio di Austrasia per il re Clotario II, che fu il capostipite della dinastia dei Pipinidi). E Pipino II, schierandosi clandestinamente con gli avversari politici di Dagoberto, non indietreggiò di fronte al tradimento e all'assassinio. Come quasi tutti i sovrani merovingi, Dagoberto aveva almeno due capitali. La più importante era Stenay, al limitare delle Ardenne. Presso il palazzo reale di Stenay si estendeva un grande bosco, considerato sacro da tempo immemorabile e chiamato Foresta di Woèvres. Il 23 dicembre 679, Dagoberto andò a caccia in questa foresta. Considerando la data, è possibile che la caccia costituisse una specie di occasione rituale. Comunque, ciò che avvenne ricorda moltissimi echi leggendari, incluso l'assassinio di Sigfrido nel Nibelungenlied. Verso mezzogiorno, sopraffatto dalla stanchzza, il re si adagiò per riposare in riva a un ruscello, ai piedi di un albero. Mentre dormiva, uno dei suoi servitori - che, sembra, era anche suo figlioccio - gli si accostò furtivamente ed eseguendo gli ordini di Pipino gli conficcò una lancia in un occhio. Altre fonti tramandano che Dagoberto II si scontrò spesso col maggiordomo di Neustria, Ebroino, sempre intenzionato a riunire i regni Franchi sotto Teodorico III, che nel 677, attaccarono invano l'Austrasia. E fu probabilmente lo stesso Ebroino ad organizzare la partita di caccia in cui, nel 679, Dagoberto perse la vita a seguito di un colpo di spada all'inguine da parte di alcuni congiurati. Questo episodio potrebbe avere ispirato, nella saga del SanGraal, la leggenda del re pescatore che non poteva procreare poiché ferito ai genitali; inoltre il figlio di Dagoberto, Sigisberto IV, il legittimo erede al trono merovingio, rimase nascosto e protetto in Occitania, ignorato e di cui non fu nota l'esistenza. Gli assassini fecero ritorno a Stenay, decisi a sterminare il resto della famiglia reale. Non si sa di preciso fino a che punto riuscirono nel loro intento. Ma è certo che per il regno di Dagoberto e la sua famiglia fu la fine, improvvisa e violenta. La Chiesa non si disperò. Anzi, si affrettò ad avallare l'operato degli assassini del re. Esiste addirittura una lettera inviata da un prelato franco a Wilfrid di York, che cerca di razionalizzare e giustificare il regicidio. Il corpo di Dagoberto e la sua sorte postuma ebbero vicissitudini piuttosto strane. Subito dopo la sua morte, fu sepolto a Stenay, nella cappella reale di Saint Rémy. Nell'872, quasi due secoli dopo, fu esumato a trasportato in un'altra chiesa. La nuova chiesa divenne Saint Dagobert, perché lo stesso anno il re fu canonizzato: non dal papa (i pontefici si sarebbero arrogati questo privilegio, esclusivo soltanto nel 1159), bensì da un sinodo metropolitano. Non è chiaro perché Dagoberto venisse canonizzato. Secondo una fonte ciò avvenne perché si credeva che le sue reliquie avrebbero salvato la zona di Stenay dalle scorrerie dei Vichinghi; ma questa spiegazione non è molto illuminante, poiché non si capisce perché le reliquie dovessero avere un potere miracoloso. Le autorità ecclesiastiche sembrano dimostrare al riguardo un'ignoranza imbarazzante. Ammettono che Dagoberto, per qualche ragione imprecisata, era divenuto l'oggetto di un culto in piena regola e aveva un suo giorno festivo, il 23 dicembre, anniversario della sua morte. Tuttavia, non sono assolutamente in grado di precisare perché tutto questo fosse avvenuto. È possibile, certo, che la Chiesa si fosse pentita della parte che aveva avuto nell'assassinio del re. Quindi la canonizzazione di Dagoberto potrebbe essere stata una sorta di riparazione. Tuttavia, se questo è vero, non viene spiegato perché fosse ritenuto necessario un gesto del genere, e neppure perché fosse compiuto ben due secoli dopo. A stretto rigore delle fonti storiche ufficiali, Dagoberto non fu l'ultimo sovrano della dinastia merovingia. Anzi, i sovrani merovingi conservarono il trono, almeno nominalmente, per altri tre quarti di secolo. Ma gli ultimi Merovingi meritarono davvero l'epiteto di « re fannulloni ». Molti erano estremamente giovani, e quindi spesso erano deboli e indifese pedine nelle mani dei maestri di palazzo, non potevano imporre la propria autorità e prendere decisioni. Erano poco più che vittime; e molti di loro vennero uccisi. Inoltre, i Merovingi di questo tardo periodo dinastico appartenevano a rami cadetti, non al ceppo principale disceso da Clodoveo e Meroveo. Questo ceppo era stato eliminato con Dagoberto II. Perciò, a tutti i fini pratici, l'assassinio di Dagoberto può essere considerato come la fine della dinastia merovingia. Ma Dagoberto II aveva avuto un figlio maschio: Sigisberto IV. Secondo alcune fonti, Sigisberto IV, alla morte del padre Dagoberto II, fu salvato da una sorella e portato clandestinamente a sud, nei domini della madre, la principessa visigota Giselle di Razès.

- I Merovingi del tardo periodo dinastico appartenevano a rami cadetti, non al ceppo principale disceso da Clodoveo e Meroveo, ceppo eliminato con Dagoberto II. Perciò, a tutti i fini pratici, l'assassinio di Dagoberto può essere considerato come la fine della dinastia merovingia. Ma Dagoberto II aveva avuto un figlio maschio: Sigisberto IV. Secondo alcune fonti, Sigisberto IV, alla morte del padre Dagoberto II, fu salvato da una sorella e portato clandestinamente a sud, nei domini della madre, la principessa visigota Giselle di Razès.

Nel 681 - Si dice che il merovingio Sigisberto IV, figlio di Dagoberto II, sia arrivato in Linguadoca e, poco tempo dopo, abbia adottato o ereditato i titoli dello zio, duca di Razès e conte di Rhédae. Si dice inoltre che assumesse il cognome o soprannome di «Plant-Ard» (divenuto in seguito Plantard), da réjeton ardent, «ardente virgulto» della vite merovingia. Con questo nome e i titoli ereditati dallo zio, si dice, perpetuò la sua stirpe. E nell'841-886 un ramo di questa stirpe culminò in Bernardo III di  Tolosa  detto  Plantavelu  (Piede di Velluto), un nome derivato apparentemente da Plant-Ard o Plantard, il cui figlio divenne duca d'Aquitania e conte d'Alvernia: Guglielmo I, il Pio o il Vecchio (892-918). Fra gli altri indizi frammentari c'è un atto datato 718, riguardante la fondazione di un monastero, a pochi chilometri da Rennes-le Château, a opera di «Sigisberto, conte di Rhédae, e sua moglie, Magdala». Se si esclude questo atto, per un altro secolo non si ha alcuna notizia dei titoli di Rhédae e di Razès. Tuttavia, quando uno dei due ricompare, si riaffaccia in un contesto di estremo interesse.
Da Guglielmo I il Pio discenderà Guglielmo IX d'Aquitania il Trovatore o Guglielmo di Poitiers (1086-1127), nonno di Alienor (Eleonor) d'Aquitania che il 22 luglio 1137, sposando Luigi VII, diventerà regina di Francia. Eleonora d'Aquitania (Bordeaux, 1.122 - Fontevrault, 1º aprile 1.204), fu duchessa d'Aquitania e di Guascogna, contessa di Poitiers, Regina consorte di Francia dal 1.137 al 1.152 e poi d'Inghilterra dal 1.154 al 1.189. Fu anche una mecenate dei trovatori, nella sua fastosa corte aquitana. Suo figlio favorito sarà Riccardo I Cuor di Leone.

Nel 737 - Muore Teodorico IV, re merovingio, senza eredi. Mentre il potere della dinastia merovingia stava diminuendo, durante il periodo detto dei "re fannulloni", i Pipinidi, maggiordomi di palazzo, avevano accresciuto il loro potere, al quale mancava ormai il solo titolo reale. Importante era stata la riorganizzazione dei regni dei Franchi in vista di una militarizzazione, ristrutturando la proprietà agraria in maniera da poter disporre da una classe di guerrieri dotati di cavallo, rapidi e forti grazie anche a nuove tecniche come l'introduzione della staffa che permetteva uno scontro frontale a cavallo tramite l'ancorazione delle lance. Carlo Martello mise come proprietari dei terreni più importanti esponenti di famiglie a lui fedeli, spianando la strada ad un consenso per una sua futura appropriazione del trono. Incontrò inoltre una forte resistenza ecclesiastica, avendo espropriato molte terre di diocesi e monasteri, alla quale rispose in maniera dura contro i più ostili oppositori, esautorandoli e sostituendoli con persone di sua fiducia, ma fu più prudente nei confronti della Chiesa franca in generale, cercando un miglior rapporto diretto con il papato, sostenendo per esempio le campagne missionarie verso i frisoni, gli alamanni e i turingi.

Nel 718 - Un atto datato 718, riguarda la fondazione di un monastero, (probabilmente appartenente all'ordine cluniacense N.d.R.) a pochi chilometri da Rennes-le Château, a opera di «Sigisberto, conte di Rhédae, e sua moglie, Magdala».

Nel 752 Pipino il Breve, figlio di Carlo Martello e a sua volta maestro di palazzo dell'ultimo re merovingio, Childerico III (detto l'Idiota o il re fantasma, quarantaseiesimo e ultimo re dei Franchi della dinastia dei merovingi che regnò su Neustria, Burgundia ed Austrasia dal 743 sino al 751), lo depone e lo relega in un monastero: con l'appoggio della chiesa di Roma diventa il primo re dei Franchi carolingio  (aggettivo derivante da Carlo Martello, suo padre).

Nel 756 - In Italia Pipino sconfigge i Langobardi. I Langobardi avevano conquistato Ravenna, capitale dell'esarcato dell'Impero Bizantino nel 751, e cominciarono a fare pressione su Roma. Papa Stefano II definisce l'impero romano d'oriente "Imperio Grecorum", "impero dei greci" che verrà poi definito come "bizantino", da Bisanzio, antico nome della città in cui venne fondata "Costantinopoli nuova Roma" da Costantino I il Grande e nel 754 si rivolge quindi a Pipino il Breve, Maggiordomo di Palazzo del Regno franco di Neustria per muovere guerra ai Longobardi. Per convincerlo gli mostra un documento falso: la “Donazione di Costantino”, secondo il quale l' antico imperatore avrebbe donato alla Chiesa numerose terre in Italia. Di conseguenza Stefano II pretese la consegna di parte del Veneto, quasi tutta l'Emilia Romagna, la Toscana, l'Umbria, le Marche, il Lazio, metà dell'Abruzzo e la Corsica. In cambio Pipino avrebbe potuto inglobare i restanti territori longobardi ed essere consacrato protettore della cristianità.  Pipino il Breve sconfisse i Longobardi nel 756 e assegnò al papa i territori che sarebbero appartenuti alla Chiesa per circa mille anni.

Settimania (o Gothia).
Dal 759 - Tra il 759 e il 768 il signore di Settimania (Gothia o Gotia) - che includeva il Razès e Rennes-le-Château - viene ufficialmente proclamato re. Nonostante la disapprovazione di Roma, è riconosciuto dai Carolingi, dei quali si dichiara vassallo. Nelle cronache pervenute fino a noi figura più di frequente con il nome di Teodorico, o Thierry, e su Wikipedia è indicato come Teodorico I conte di Autun. Teodorico I era discendente di Dagoberto II, re merovingio d'Austrasia, unico figlio maschio del re dei Franchi Sali di Austrasia della dinastia merovingia Sigeberto III e della moglie Inechilde. Dagoberto II, dal suo primo matrimonio con Matilde, principessa di stirpe celtica, aveva avuto tre figlie, ma non un erede maschio. Da Giselle de Razès, figlia del conte di Razès e nipote del re dei Visigoti, nel suo secondo matrimonio, ebbe altre due figlie e finalmente, nel 676, un figlio, il futuro Sigisberto IV, antenato di Teodorico I. La maggioranza degli studiosi moderni ritengono infatti Teodorico di discendenza merovingia, ma era riconosciuto tanto da Pipino il Breve quanto dal Califfo di Baghdad come il seme della casa di Davide, come lo era stato Gesù. Questo Teodorico sarebbe nato a Baghdad: era un esilarca, cioè disceso dagli ebrei in esilio a Babilonia fin dai tempi della cattività babilonese, fra il VII e il VI sec. a.C. Il suo nome arabo era Natronai al-Makir. Questi sposò inoltre la sorella di Pipino, Alda, nonna di Raimondo I di Tolosa e zia di Carlomagno. Il Principato si estese con la donazione di molti territori concessi dai sovrani carolingi, tra cui alcuni appezzamenti della Chiesa, che causarono malumore al Papa Stefano III. La Settimania (o Septimania) ospitava una vasta popolazione ebraica prima tollerata, poi perseguitata dai Visigoti. La conquista dei Mori fu perciò ben accettata dagli ebrei locali, un po' come era successo in Spagna. La Settimania rimase in mano araba per circa quarant'anni, diventando un principato moresco con capitale Narbona. Usando la zona come base di partenza, i Mori si spinsero in Francia fino a lambire Lione. La loro avanzata fu però fermata da Carlo Martello, maestro di palazzo del re merovingio Childerico III, nella battaglia di Poitiers del 732. Intorno al 752, Pipino il Breve, figlio di Carlo Martello e a sua volta maestro di palazzo dell'ultimo re merovingio, Childerico III, lo depose e lo relegò in un monastero: con l'appoggio della chiesa di Roma divenne il primo re dei Franchi carolingio (da Carlo Martello, suo padre). Pipino aveva stretto alleanza con gli aristocratici locali, portando così la Settimania sotto il suo dominio, tranne la capitale Narbona, difesa strenuamente da Arabi ed Ebrei. Dopo sette anni di assedio, Pipino, Re dei Franchi, fece un patto con gli ebrei di Narbona: in cambio del loro aiuto contro i Mori e del loro appoggio per la sua legittimazione a successore dei Merovingi, avrebbe concesso agli Ebrei di Settimania un principato ed un re esclusivamente loro. Quindi nel 759 la popolazione ebrea si rivoltò contro gli occupanti mori, aprì le porte a Pipino, che conquistò la città. Poco più tardi, gli Ebrei riconobbero Pipino come sovrano nominale e convalidarono le sue pretese alla sua legittimazione. Quello che non è facilmente comprensibile, è il motivo per cui il re usurpatore chiede l'avvallo degli Ebrei alla rimozione di un re merovingio, ma risulta chiaro se si pensa che la stirpe merovingia si era incrociata con i discendenti di Gesù e di Maria Maddalena (Migdal Eder), sua moglie, che proprio in Occitania, dopo la crocifissione, era approdata, con la figlia Sarah-Damaris e il figlioletto Yeshuah-Joseph Théo del Graal, insieme ad un gruppo di cui facevano parte Giuseppe d'Arimatea, membro del Sinedrio di Gerusalemme e Lazzaro, forse fratello di Maria Maddalena, chiamata anche Maria di Betania nei Vangeli (vedi QUI). Una leggenda parla di una violenza subita dalla madre di Meroveo quando già era incinta di lui, da parte di un essere proveniente da Oltremare: il cronista Fredegario, afferma che Meroveo fu concepito quando Basina, moglie di Clodione, mentre era seduta in riva al mare fu posseduta dal mostro Quinotauro (con cinque corna), che era uscito dal mare e questo evento giustifica il nome Meroveo; figlio del mare. Questo episodio potrebbe far pensare ad una stirpe proveniente da oltremare che si incrocia con un'altra, continentale e regale. I Merovingi erano detti i "Re Lungochiomati", per la loro abitudine di non tagliarsi mai i capelli, ed anche i "Re Taumaturghi", per le loro supposte abilità nella guarigione delle persone. Secondo una diffusa leggenda medievale, essi erano discendenti della linea di Davide e i loro poteri derivavano, appunto, dall'avere sangue divino nelle proprie vene. L'abitudine di non tagliare i capelli, dunque, potrebbe fare riferimento al "nazireato", la forma giudaica di consacrazione a Dio, la stessa che nella Bibbia è attribuita al personaggio di Sansone e la stessa alla quale potrebbero aver aderito Giovanni Battista e persino Gesù (secondo l'ipotesi che "Nazareno" non intenda "di Nazareth", ma "Nazireo"). La cultura occitana ha inventato i "Romanzi", storie cavalleresche intrecciate all'amor cortese che mescolano leggende e verità, e proprio nei primi romanzi, si fa cenno del "Sangraal", tradotto come Santo Graal, ma che poteva essere il Sangue Reale, e non dimentichiamoci che Gesù voleva essere il re di Gerusalemme, unto a quello scopo dalla nobile Maria Maddalena della tribù di Beniamino, l'antica proprietaria nominale del territorio di Gerusalemme. Anche la famosa scritta INRI, Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum (Gesù Nazareno Re dei Giudei), posta sulla croce, ribadisce questa sua volontà, e la festività gitana delle tre Marie, che si celebra tuttora in Camargue, fa intravvedere in Sara proprio la nipote della madonna, la figlia di Gesù e della Maddalena. Ricordiamoci inoltre che Gesù era chiamato Rabbi, "maestro", e per tutti i rabbi è indispensabile avere figli, per seguire l'insegnamento: crescete e moltiplicatevi. Poi la chiesa cattolica, secoli dopo, impose il celibato nell'ambito clericale, ma questa è un'altra storia. Alla chiesa di Roma non conveniva certamente accettare che esistessero discendenti di Gesù, il Cristo!
Da: "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore.

    Cartina dell'espansione del regno
    dei Franchi dal 481con Clodoveo
         all' 814 con Carlo Magno. E'
       indicata Aquisgrana (Aachen).
             Nell'800 Carlo Magno è
          incoronato imperatore del
             Sacro Romano Impero.
       A sud la Settimania, o Gothia.
Nel 768 - Carlo Magno diventa re dei Franchi inaugurando l'investitura reale per la stirpe carolingia. Egli, dopo aver vinto i Longobardi d'Italia, sollecitato dal papa, diviene Re D’Italia. Da allora il territorio dei Franchi sarà chiamato Francia. Alla morte di Carlo Martello (741) la Francia era priva di re, ma non di maggiordomi, coi figli di Carlo Pipino il Breve e Carlomanno più forti che mai. Essi misero sul trono Childerico III, dalla genealogia incerta, eloquentemente soprannominato il re fantasma, essendo solo un fantoccio nelle mani dei Pipinidi. Il regno era di fatto comandato da Carlomanno (il nord con Austrasia, Alemannia e Turingia) e Pipino (il sud con Neustria, Borgogna e Provenza). Carlomanno si ritirò in seguito in un'abbazia, così che Pipino si trovò ad essere di fatto l'unico uomo di potere. In questo contesto Pipino si decise a fare il passo fondamentale, inviando a papa Zaccaria degli ambasciatori nel 751 per saggiarne la disponibilità a incoronarlo re.Assodata la disponibilità del papa, che proprio in quegli anni era in cerca di alleati contro la minacciosa espansione dei longobardi verso Roma, Pipino fece rinchiudere il suo signore Childerico III e si proclamò re al suo posto. La fine del regno dei merovingi fu marcata, secondo la tradizione franca dei "re capelluti", dalla rasatura che venne imposta a Childerico. Pipino divenne così il primo re dei Franchi carolingi, per prima cosa secondo le tradizioni del suo popolo e in seguito per la Chiesa cattolica. Fu cruciale per la storia europea l'atto, giuridicamente illegittimo, dell'incoronazione papale (fino ad allora i re erano stati solo benedetti, mentre lo status giuridico a regnare doveva provenire dall'unico erede dell'Impero romano, il sovrano bizantino), sia che Pipino stesse usurpando un titolo di sovrano "sacrale" verso i Germani, sia che il papa si stesse arrogando un potere di legittimazione che non aveva fondamento giuridico definito. Ma nella pratica la sacralità del papa compensò la fine della sacralità della dinastia merovingia, inoltre la presenza di un imperatore "eretico" (iconoclasta) come Leone III sul trono di Bisanzio causava un vuoto di potere che il papa aveva già manifestato di volersi arrogare (nacque proprio in quegli anni il falso documento della Donazione di Costantino). Nacque in quegli anni anche la cerimonia dell'unzione regale con uno speciale olio benedetto, un atto estraneo al mondo germanico o romano, che si rifaceva direttamente all'unzione dei Re d'Israele presente nella Bibbia. In quel periodo nacque probabilmente per analogia anche la leggenda dell'unzione di Re Clodoveo con un olio benedetto portato miracolosamente da una colomba all'arcivescovo di Reims san Remigio per volere dello Spirito Santo. La nuova sacralità arrogata dai carolingi era "più alta" della tradizionale sacralità con risvolti pagani arrogata dai merovingi. Papa Stefano II si recò in Francia per chiedere il sostegno di Pipino il Breve, che ricevette con la nomina per sé e per i suoi figli a patrizi romani (cioè protettori di Roma), ed inviò i suoi eserciti in Italia nel 754 e nel 756, sconfiggendo le truppe di re Astolfo dei Longobardi. La benevolenza del papato e l'energia dei nuovi sovrani cancellarono presto dalla memoria collettiva qualsiasi ricordo di usurpazione.

Nel 770 Guglielmo (Guillem) di Gellone o Guglielmo d'Aquitania Guglielmo I di Tolosa  Guglielmo d'Orange compie vent'anni. (Tesi storica scatenata dalla ricostruzione de: "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore). Il signore di Settimania (o Gotia) Teodorico, o Thierry, che su Wikipedia è indicato come Teodorico I conte di Autun ebbe come figlio Guglielmo (o Guillem) di Gellone, (750 circa - Gellona, 28 maggio 812), re degli Ebrei di Settimania, conte di Barcellona, di Tolosa, d'Alvernia e di Razés, e che era, tramite la madre Alda, cugino di Carlomagno, che era stato il primo imperatore incoronato dal papa, a legittimare la divinità dell'investitura e non a caso il suo dominio prese il nome di Sacro Romano Impero. Guglielmo (o Guillem) di Gellone, conosciuto anche come Guglielmo d'AquitaniaGuglielmo I di TolosaGuglielmo d'Orange o, come nel caso di Dante Alighieri,  Guiglielmo, fu riconosciuto come discendente di Davide dai Carolingi, dal Califfo di Baghdad e dal Papa, e parlava correntemente l'ebraico e l'arabo. Il suo stemma era il Leone di Giuda, lo stesso degli esilarchi e del re David, dei re merovingi e dei primi re carolingi e dell'Etiopia (vedine anche il motivo QUI). Il Leone di Giuda è il simbolo della tribù ebraica di Giuda, il quarto figlio di Giacobbe, considerato il fondatore della tribù. L'associazione tra Giuda e il leone può essere innanzitutto trovata nella benedizione di Giacobbe a Giuda di cui si legge nel Libro della Genesi: «A te, Giuda, tributeranno omaggio i tuoi fratelli, la tua mano sarà sulla cervice dei tuoi nemici, si prostreranno a te i figli di tuo padre. Tu, Giuda, sei un leoncello quando torni, o figlio mio, dalla preda. Allorché egli se ne sta chino, coricato come un leone, chi oserebbe farlo alzare? Lo scettro non si dipartirà da Giuda né il bastone del comando di tra i suoi piedi fino a che verrà il Messia verso il quale convergerà l'ossequio dei popoli. Egli lega alla vite il suo puledro ed alla vite pregiata il figlio della sua asina; lava il vestito nel vino ed i panni nel sangue dell'uva. Ha gli occhi rossi per il vino e bianchi i denti per il latte» (Genesi 49:8-12). 
Il leone di Giuda con il bastone
del comando.
Il re Davide, Salomone e Gesù discesero dalla tribù di Giuda, di cui il leone è simbolo. Il Leone di Giuda è anche un'espressione usata nell'Apocalisse per indicare il Messia. Nelle campagne militari Guglielmo rispettava rigorosamente il Sabato e le feste ebraiche, divenne Pari di Carlomagno e alla sua morte porse sul capo la corona imperiale a Ludovico, figlio e successore di Carlo, che avrebbe esclamato "Nobilissimo Guglielmo... è la tua stirpe che ha innalzato la mia" (William, count of Orange, a cura di Glanville Price, 1975). Inoltre, come prova dell'antica presenza ebraica, nello stemma di molte città della zona figura la stella a sei punte, tra cui lo stemma di Rennes le Château, sito di riferimento nella ricerca del Santo Graal. E comunque Guglielmo d'Aquitania, conosciuto anche come Guglielmo di Gellone o Guglielmo I di Tolosa o ancora, in composizioni poetiche, come Guglielmo d'Orange (750 circa - Gellona, 28 maggio 812), che fu conte di Tolosa, duca di Narbona e marchese di Gotia, nell'806 si ritirò nel monastero che aveva fondato a Gellona (l'odierna Saint-Guilhem-le-Désert, nel dipartimento dell'Hérault nella regione della Linguadoca-Rossiglione) nell'804, guadagnandosi fama di santità: San Guglielmo d'Aquitania fu quindi venerato santo dalla Chiesa cattolica, e la sua memoria liturgica è il 28 maggio. Dante Alighieri lo nomina come "Guiglielmo" nella Divina Commedia, ponendolo nel XVIII canto del Paradiso, verso 46. Ma anche prima di Dante, Guillem era divenuto oggetto di un interesse letterario. All'inizio del XIII secolo figurò come protagonista di Willehalm, un romanzo epico incompiuto composto da Wolfram von Eschenbach, la cui opera più famosa, Parzival, è probabilmente il più importante di tutti i romanzi dedicati ai misteri del Santo Graal. In un primo momento ci sembrò piuttosto curioso che Wolfram - il quale in tutte le altre opere parla del Graal, della « famiglia del Graal » e della stirpe della « famiglia del Graal » - all'improvviso si fosse dedicato a un tema radicalmente diverso, come Guillem de Gellone. D'altra parte, in un altro romanzo Wolfram affermava che il e castello del Graal », dimora della « famiglia del Graal », era situato nei Pirenei: in quello che, all'inizio del IX secolo, era il dominio di Guillem de Gellone. Guillem ebbe stretti rapporti con Carlomagno. Sua sorella, anzi, sposò uno dei figli di Carlomagno, stabilendo così un legame dinastico con il sangue imperiale. E lo stesso Guillem fu uno dei principali comandanti imperiali nelle continue guerre contro i Mori. Nell'803, pochi anni dopo l'incoronazione di Carlomagno come Sacro romano imperatore, Guillem conquistò Barcellona, raddoppiando i propri territori ed estendendo la sua influenza al di la dei Pirenei. Carlomagno gli era così grato per i suoi servigi che confermò come istituzione permanente il suo principato. L'atto di ratifica è andato perduto o distrutto, ma vi sono abbondanti testimonianze della sua esistenza. Autori indipendenti e inoppugnabili hanno compilato genealogie dettagliate della stirpe di Guillem de Celione, della sua famiglia e dei suoi discendenti. Tuttavia queste fonti non danno alcuna indicazione circa gli antecedenti di Guillem, eccettuato suo padre Teodorico. Insomma, le vere origini della famiglia erano avvolte nel mistero. E gli storici contemporanei considerano con una certa perplessità, in genere, l'apparizione enigmatica e improvvisa, di un casato tanto influente. Di lui i documenti dicono che era nato in Borgogna, che era figlio del conte di Autun, Teodorico I (ca. 720 - ca. 804) di antica famiglia Merovingia e di Alda o Audana (?-† 751), figlia di primo o secondo letto di Carlo Martello, come è scritto in un documento dell'804, in occasione della fondazione del monastero di Gellone, e per questo Guglielmo era cugino di Carlo Magno di cui fu anche paladino. Da notare che Raimondo I di Rouergue (820 circa - 865 circa) , che fu conte di Quercy dall'849 e poi conte di Tolosa dall'852 all'863 e anche conte di Rouergue dall'849 fino alla morte, era figlio secondogenito del conte di Rouergue, Fulcoaldo (?-† 849 circa) e di Senegonda, figlia di Alda, la moglie di Teodorico I e quindi Senegonda era sorella o sorellastra di San Guglielmo di Gellone; quindi i conti di Tolosa erano parenti consanguinei di Guglielmo di Gellone, che vantava la sua discendenza, attraverso i Merovingi, dalla casa di David.

Nell' 841 - Nell'841-886 un ramo della stirpe di Sigisberto IV, figlio di Dagoberto II, culmina in Bernardo III di Tolosa  detto  Plantavelu  (Piede di Velluto), un nome derivato apparentemente da Plant-Ard o Plantard, il cui figlio divenne duca d'Aquitania e conte d'Alvernia: Guglielmo Iil Pio o il Vecchio (892-918). Fra gli altri indizi frammentari c'è un atto datato 718, riguardante la fondazione di un monastero, a pochi chilometri da Rennes-le Château, a opera di «Sigisberto, conte di Rhédae, e sua moglie, Magdala». Se si esclude questo atto, per un altro secolo non si ha alcuna notizia dei titoli di Rhédae e di Razès. Tuttavia, quando uno dei due ricompare, si riaffaccia in un contesto di estremo interesse. Da Guglielmo I il Pio discenderà Guglielmo IX d'Aquitania il Trovatore o Guglielmo di Poitiers (1086-1127), nonno di Alienor (Eleonor) d'Aquitania che il 22 luglio 1137, sposando Luigi VII, diventerà regina di Francia. Eleonora d'Aquitania (Bordeaux, 1.122 - Fontevrault, 1º aprile 1.204), fu duchessa d'Aquitania e di Guascogna, contessa di Poitiers, Regina consorte di Francia dal 1.137 al 1.152 e poi d'Inghilterra dal 1.154 al 1.189. Fu anche una mecenate dei trovatori, nella sua fastosa corte aquitana. Suo figlio favorito sarà Riccardo I Cuor di Leone.

Nell' 886 - Da “Il Santo Graal” di Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln, 1982 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milan: "La stirpe di Sigisberto IV, sopravvissuto all'assassinio del padre Dagoberto II, ha adottato il cognome Plantard e, col titolo conte di Razès, ha perpetuato la schiatta in Guillem de Gellone fino a Bernard Plantaveluduca d'Aquitania. Nell'886, naturalmente, il « virgulto fiorente della vite merovingia » era ormai sbocciato in un complicato albero genealogico. Un ramo era costituito da Bernard Plantavelu e dai duchi d'Aquitania. E c'erano altri rami. I « documenti del Priorato » affermano che il nipote di Sigisberto IV, Sigisberto VI, era conosciuto con il nome di « principe Ursus ». Tra l'877 e l'879 il « principe Ursus » sarebbe stato proclamato ufficialmente « re Ursus ». Con l'aiuto di due nobili, Bernard d'Auvergne e il marchese di Gothie, avrebbe scatenato un'insurrezione contro Lodovico II di Francia per riconquistare ciò che gli spettava di diritto. Gli storici indipendenti confermano che l'insurrezione vi fu veramente tra l'877 e l'879. Il capo, l'istigatore, non viene nominato come Sigisberto VI. Ma vi sono riferimenti a un personaggio chiamato « principe Ursus ». Si sa inoltre che il « principe Ursus » partecipò a una strana e complessa cerimonia a Nimes, nella quale cinquecento ecclesiastici cantarono il Te Deum. In base a tutti i resoconti, si direbbe che la cerimonia fosse un'incoronazione. Forse fu l'incoronazione cui alludono i « documenti del Priorato » : la proclamazione a re del « principe Ursus ». Ancora una volta, i « documenti del Priorato » trovavano una conferma indipendente. Ancora una volta, sembravano attingere a notizie non ottenibili altrove, notizie che a volte contribuivano a spiegare certe cesure nella storia accettata. In questo caso, ci avevano apparentemente detto che l'enigmatico « principe Ursus » era in realtà il discendente diretto, tramite Sigisberto IV, dell'assassinato Dagoberto II. E l'insurrezione, che gli storici non sapevano come spiegare, ora poteva venire interpretata come il tentativo perfettamente comprensibile compiuto dalla deposta dinastia merovingia per riconquistare l'eredità che le spettava: l'eredità conferita da Roma mediante il patto con Clodoveo, in seguito tradito. Secondo i « documenti del Priorato » e le fonti indipendenti, l'insurrezione fallì; il « principe Ursus » e i suoi sostenitori furono sconfitti in una battaglia presso Poitiers nell'881. A causa di questo insuccesso, la famiglia Plantard avrebbe perduto i possedimenti nella Francia meridionale, sebbene conservasse ancora i titoli ormai soltanto nominali di duca di Rhédae e conte di Razès. Il principe Ursus » sarebbe morto in Bretagna, mentre la sua famiglia si legava per matrimonio con la casa ducale bretone. Prima della fine del IX secolo, quindi, il sangue merovingio era affluito nei ducati di Bretagna e di Aquitania. Negli anni che seguirono, la famiglia - incluso Alain, in seguito duca di Bretagna - avrebbe cercato rifugio in Inghilterra, dove formò un ramo chiamato « Planta ». Ancora una volta, autori indipendenti confermano che Alain, con i familiari e il seguito, fuggì in Inghilterra per sottrarsi ai Vichinghi. Secondo i « documenti del Priorato », un membro del ramo inglese della famiglia, elencato come Bera VI, sarebbe stato soprannominato « l'Architetto ». Si dice che lui e i suoi discendenti, dopo aver trovato ricetto in Inghilterra al tempo di re Athelstan, praticassero « l'arte della costruzione »: un accenno apparentemente enigmatico. È interessante ricordare che le fonti massoniche fanno risalire l'origine della massoneria in Inghilterra al regno di Athelstan. Era possibile che la stirpe merovingia, ci chiedemmo, oltre a rivendicare il trono francese, fosse collegata in un modo o nell'altro a qualcosa che costituiva il nucleo della massoneria?"

Squadra e compasso massonici
con la G del grande oriente
d'Italia, da: http://trasquadra
ecompasso.blogspot.com
/2011/05/il-grado-di-
compagno.html
- Da Bera VI, soprannominato « l'Architetto », che con i suoi discendenti, dopo aver trovato ricetto in Inghilterra al tempo di re Athelstan, si dice praticassero « l'arte della costruzione », possono trarre origine nella massoneria i simboli della progettazione di costruzioni, squadra e compasso.

- Da “Il Santo Graal” di Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln, 1982 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano: "Tra i miti medievali più popolari e suggestivi c'è quello di Lohengrin, il « Cavaliere del Cigno ». Da una parte, è strettamente legato ai favolosi romanzi del Graal; dall'altra cita vari personaggi storici, e forse è unico, in questa sua mescolanza di realtà e di fantasia. E grazie a opere come quella di Wagner, continua ancora oggi a esercitare il suo fascino. Secondo le leggende medievali, Lohengrin - chiamato talvolta Helias, un nome che lo associa al sole - apparteneva all'elusiva e misteriosa « famiglia del Graal ». Nel romanzo di Wolfram von Eschenbach, è figlio di Parzival, il supremo « Cavaliere del Graal ». Un giorno, nel sacro tempio o castello del Graal a Munsalvaesche, Lohengrin avrebbe udito la campana della cappella suonare senza che nessuno la toccasse: era il segnale che il suo aiuto veniva disperatamente richiesto altrove. Abbastanza prevedibilmente, chi lo richiedeva era una damigella in angustie: la duchessa di Brabante secondo alcune fonti, la duchessa di Buglione secondo altre. La dama aveva bisogno disperato di un campione, e Lohengrin si affrettò a raggiungerla su una navicella trainata da cigni araldici. In singolar tenzone, Lohengrin sconfisse il persecutore della duchessa e la sposò. Al momento delle nozze, tuttavia, pronunciò un monito. La consorte non doveva mai chiedergli quali fossero la sua origine, la sua stirpe e il luogo da cui era venuto. Per alcuni anni, la dama obbedì alla volontà del marito. Ma alla fine, spinta dalle insinuazioni scurrili di alcuni invidiosi, osò rivolgergli la domanda proibita. Lohengrin fu quindi costretto ad andarsene, e svanì nel tramonto a bordo della navicella trainata dai cigni. E lasciò alla moglie un figlio di discendenza incerta. Secondo vari racconti, il bambino divenne in seguito il padre o il nonno di Goffredo di Buglione. Per la mentalità moderna è difficile valutare l'enorme importanza che ebbe nella coscienza popolare Goffredo di Buglione, non soltanto ai suoi tempi ma fino al XVI secolo. Oggi, quando si pensa alle Crociate, si pensa a Riccardo Cuor di Leone, re Giovanni, magari Luigi IX (san Luigi), o Federico Barbarossa. Ma fino a tempi relativamente recenti, nessuno di questi personaggi godette del prestigio e della gloria di Goffredo. Goffredo, comandante della Prima Crociata, era l'eroe popolare supremo, l'eroe per eccellenza. Fu Goffredo a inaugurare le Crociate. Fu Goffredo a strappare Gerusalemme ai Saraceni. Fu Goffredo a togliere il sepolcro di Cristo agli infedeli. E fu Goffredo, più di tutti gli altri, a conciliare agli occhi della fantasia popolare gli ideali della cavalleria e la fervida pietà cristiana. Perciò non è sorprendente che Goffredo diventasse oggetto di una venerazione che persistette per molto tempo dopo la sua morte. Di conseguenza, si può comprendere perché a Goffredo venissero attribuiti illustri antenati mitici. Si può comprendere perché Wolfram von Eschenbach e altri romanciers medievali lo collegassero direttamente al Graal e lo presentassero come discendente diretto della misteriosa « famiglia del Graal ». E queste genealogie fantastiche appaiono ancora più comprensibili se si pensa che la vera genealogia di Goffredo permane tuttora oscura. La storia non è in grado di stabilire con certezza chi fossero i suoi antenati. I « documenti del Priorato » ci fornivano la più plausibile - forse la prima veramente plausibile - tra le genealogie di Goffredo di Buglione venute alla luce sino a ora. Fin dove era possibile controllarla, tale genealogia risultava esatta. Non trovammo indizi che la smentissero, ma ne trovammo molti che la suffragavano; e colmava in modo convincente numerose e sconcertanti lacune storiche. Secondo la genealogia contenuta nei « documenti del Priorato », Goffredo di Buglione, tramite la bisnonna che sposò Hugues de Plantard nel 1009, era discendente diretto della famiglia Plantard. In altre parole, Goffredo era di sangue merovingio, e discendeva direttamente da Dagoberto II, Sigisberto IV e dai « re perduti », les rois perdus. Per quattro secoli, sembra, il sangue reale merovingio scorse in numerosi alberi genealogici. E alla fine, con un processo analogo all'innesto dei vitigni nella viticoltura, avrebbe dato come frutto Goffredo di Buglione, duca di Lorena. E nella casa di Lorena istituì una nuova eredità."

- Da “Il Santo Graal” di Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln, 1982 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano: "La croce di Lorena è un simbolo a forma di croce con doppia trasversa. È chiamata anche croce patriarcale. Il simbolo Unicode della Croce di Lorena è ☨ (U+2628). La croce a doppia traversa, chiamata croce d'Angiò poi di Lorena, figura nello stemma dei duchi d'Angiò divenuti duchi di Lorena dal 1473 (con Renato II 1451 - 1508, figlio di Iolanda d'Angiò). Deve la sua forma alla croce cristiana; sulla piccola traversa superiore è rappresentato il titulus crucis, cioè l'iscrizione che Ponzio Pilato avrebbe fatto porre sulla croce di Gesù: "Gesù Nazareno, re dei Giudei", abbreviata in "INRI" (dal latino Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum). Essa rappresenta un reliquiario contenente un frammento della vera croce, venerata dai duchi d'Angiò, a partire da Luigi I (1339 - 1384) che lo fece ricamare sul suo vessillo. Questo reliquiario, conservato a Baugé, aveva una doppia traversa. Questa rivelazione gettava una luce nuova e significativa sulle Crociate. Ora potevamo inquadrare le Crociate in una prospettiva diversa, e scorgervi qualcosa di più del gesto simbolico di strappare ai Saraceni il sepolcro di Cristo. Ai propri occhi e agli occhi dei suoi fedeli, Goffredo sarebbe stato ben più che il duca di Lorena. Sarebbe stato, in effetti, un re legittimo, esponente a buon diritto della dinastia deposta con Dagoberto II nel 679. Ma se Goffredo era un re legittimo, era anche un re senza regno, e la dinastia dei Capetingi, appoggiata dalla Chiesa di Roma, ormai era insediata troppo saldamente in Francia perché fosse possibile detronizzarla. Che cosa può fare un re senza regno? Forse trovarlo. Oppure crearlo. Il regno più prezioso del mondo intero: la Palestina, la Terrasanta, dove era vissuto Gesù. Il sovrano di questo regno non sarebbe stato uguale a tutti i monarchi d'Europa? E presiedendo sul più sacro tra tutti i luoghi della terra, non avrebbe ottenuto vendetta contro la Chiesa che quattro secoli prima aveva tradito i suoi avi?"

Nel 1.086 - Da Guglielmo I il Pio discende Guglielmo IX d'Aquitania il Trovatore Guglielmo di Poitiers (1086-1127), nonno di Alienor (Eleonor) d'Aquitania che il 22 luglio 1137, sposando Luigi VII, diventerà regina di Francia. Eleonora d'Aquitania (Bordeaux, 1.122 - Fontevrault, 1º aprile 1.204), fu duchessa d'Aquitania e di Guascogna, contessa di Poitiers, Regina consorte di Francia dal 1.137 al 1.152 e poi d'Inghilterra dal 1.154 al 1.189. Fu anche una mecenate dei trovatori, nella sua fastosa corte aquitana. Suo figlio favorito sarà Riccardo I Cuor di Leone.

Carta di Gerusalemme nel 1099 con lo
schema della sua conquista da parte
dei crociati. Sono indicate le stalle
del tempio di Salomone.
Nel 1.099 - Nell'ambito della crociata dei Nobili, durante la prima crociata, il 15 luglio i cristiani conquistano Gerusalemme. Quello stesso giorno, in quel luogo, Goffredo di Buglione istituisce l'Ordine iniziatico e cavalleresco di Nostra Signora di Sion presso l'abbazia sul monte omonimo, a sud della città, da: http://www.prieure-de-sion.com/1/storia_del_priorato_di_sion_
1011194.html.
Stemma del priorato di Sion,
da: http://www.prieure-de-sion.com/1/
L'Ordine, chiamato in seguito "di Sion", pare avesse dei compiti ben precisi:
- da una parte proteggere e favorire la stirpe generata dall'unione di Yeshuah Ben Yossef (colui che chiamiamo Gesù Cristo) nato a Betlemme e morto nel 33 a Gerusalemme con Mariamne Migdal-Eder (Torre del Gregge, nei pressi di Betlemme) Principessa della Tribù di Beniamino Migdal-Eder, nata a Béthania e morta nel 63 in S.te Beaume, in Provenza, colei che chiamiamo Maria Maddalena... La stirpe del Sangue Reale, il Santo Graal, di cui Goffredo di Buglione faceva parte, vedi https://culturaprogress.blogspot.it/2014/12/il-sangraal-o-sangue-reale-maria.html.
- inoltre custodire le prove documentali inerenti quella stirpe affluita in quella dei Merovingi, le cui radici erano nell'antica Babilonia e probabilmente nei beniaminiti migrati verso il 1.140 a.e.v. (a.C.) in Arcadia e poi in Gallia, fino ad unirsi a quella del Graal, vedi https://culturaprogress.blogspot.it/2015/01/il-fiume-sotterraneo-che-collega.html.
Il 22 luglio a Goffredo di Buglione, discendente della famiglia del Sangue Reale, viene offerta la corona di Re di Gerusalemme ma lui la rifiuta, accettando il potere sul quel nuovo regno col titolo di "Advocatus Sancti Sepulchri" (Difensore del Santo Sepolcro). Gli succederà, come Re, suo fratello Baldovino.

Nel 1.104 - Hugues de Payns, fra i fondatori e primo Gran Maestro dell'ordine dei Cavalieri Templari, giunge per la prima volta in Terra Santa per accompagnare il suo Signore, il conte Ugo di Champagne poi, in pellegrinaggio, ritornerà nel 1.107.

La croce "patente" dei
Cavalieri Templari.
Nel 1.118 - Hugues de Payns (o Payens) è il primo Gran Maestro dell'Ordine del Tempio, la più alta carica dell'Ordine. Quello dei "Pauperes commilitones Christi templique Salomonis" (Poveri Compagni d'armi di Cristo e del Tempio di Salomone), meglio noti come Cavalieri Templari o semplicemente Templari, uno dei primi e più noti ordini religiosi cavallereschi cristiani medioevali. La nascita dell'Ordine si colloca nella Terrasanta al centro delle guerre tra forze cristiane e islamiche scoppiate dopo la prima crociata indetta nel 1.096. La motivazione ufficiale della nascita dell'ordine, narra che in quell'epoca le strade della Terrasanta erano percorse da pellegrini provenienti da tutta Europa, che venivano spesso assaliti e depredati. Per difendere i luoghi santi e i pellegrini nacque così anche quest'ordine religioso. Intorno al 1.114, un pugno di cavalieri decise di fondare a Gerusalemme il nucleo originario dell'Ordine Templare, ottenendo da re Baldovino, come sede, quelle  che erano state le stalle del tempio di Salomone, da cui presero anche il nome "Templari". Per dieci anni i cavalieri franchi, tutti imparentati fra di loro, rimasero nel numero di nove. L'Ordine venne ufficializzato nel 1.129, assumendo una regola monastica redatta da San Bernardo di Chiaravalle, abate dell'ordine dei Cistercensi e nipote di uno dei nove cavalieri, André de Montbard. Il doppio ruolo di monaci e combattenti, che contraddistinse l'Ordine Templare negli anni della sua maturità, fu sempre fonte di perplessità in ambito cristiano. L'ordine Templare si dedicò nel corso del tempo anche alle attività agricole, creando un grande sistema produttivo e a quelle finanziarie, gestendo i beni dei pellegrini e arrivando a costituire il più avanzato e capillare sistema bancario dell'epoca.
I Templari furono i primi in Europa ad emettere lettere di credito, veri e propri assegni, che permettevano così di versare in qualsiasi presidio dell'ordine denaro, e potere incassarlo in altri presidi Templari. Cresciuto nei secoli in potere e ricchezza, l'ordine si fece nemico il re di Francia Filippo il Bello (che era indebitatissimo con l'ordine) e andò incontro, attraverso un drammatico processo, alla dissoluzione definitiva tra il 1.312 e il 1.314. I templari erano identificabili per la loro sopravveste bianca, a cui in seguito si aggiunse una distinta croce rossa (la croce patente), ricamata sulla spalla, che assunse infine grandi dimensioni sul torace o sulla schiena, come si vede in molte rappresentazioni dei cavalieri crociati.
Beauceant.
Accanto alla croce rossa in campo bianco, fra i simboli dei templari c'era il beauceant, il vessillo, ed era una bandiera o uno scudo. La sua particolarità consisteva nella caratteristica divisione in due parti simmetriche, i cui colori erano il bianco ed il nero, forse la rappresentazione del dualismo tra il Bene e il Male, riferimento esoterico a forze cosmiche opposte e complementari. Questo dualismo comunque, molto diffuso nel medioevo, si ritrova in molteplici rappresentazioni, tra cui le matrici sigillari classiche e quelle criptiche. Nell'immaginario popolare la figura dei Templari rimane una delle più controverse, sia per il valore etico dell'ordine stesso, sia per gli enormi dubbi sollevati contro la storiografia ufficiale, da parte di alcuni studiosi, riguardo un'evidente resistenza occulta dell'ordine alla scomparsa ufficiale. Tale resistenza farebbe sopravvivere i Templari fino ai giorni nostri, tramite moderne associazioni come la Massoneria. In "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore, si ipotizza che i Templari siano stati l'emanazione di un ordine segreto (l'Ordine iniziatico e cavalleresco di Nostra Signora di Sion, chiamato brevemente ordine di Sion, istituito il 15 luglio 1099 a Gerusalemme da Goffredo di Buglione l'abbazia sul monte omonimo (http://www.prieure-de-sion.com/1/storia_del_priorato_di_sion_1011194.html) che affidava loro il compito di proteggere la stirpe del Sang Raal, il sangue reale della stirpe di Gesù e Maddalena che era confluita nella stirpe merovingia con Meroveo, e dai merovingi era affluita in vari casati fino al casato di Goffredo di Buglione, a cui venne offerta la fatidica corona di Gerusalemme. Nello stesso "Il Santo Graal" troviamo inoltre l'elenco dei Gran maestri dei Cavalieri Templari fornito da Henri Lobineau nei Dossiers segreti:
1) Hugues de Payen dal 1118 al 1131,
2) Robert de Bourgogne dal 1131 al 1150,
3) Bernard de Tremblay dal 1150 al 1153,
4) Bertrand de Blancfort dal 1153 al 1170,
5) Janfeders Fulcherine o Gaufridus Fulcherius o Geoffroy Foucher dal 1170 al 1171,
6) François Othon de St Amand dal 1171 al 1179,
7) Théodore o Theodoricus o Terricusde Glaise dal 1179 al 1184,
8) François Gérard de Riderfort dal 1184 al 1190,
quindi dalla fondazione pubblica dell'ordine del Tempio fino alla sua separazione dall'ordine di Sion e all'episodio del «taglio dell'olmo» a Gisors nel 1188.
Anche Raimondo IV di Tolosa o di Saint-Gilles, il più anziano, ricco ed esperto comandante militare fra i nobili della prima crociata, (fra l'altro discendente di Bernardo III di  Tolosa detto Plantavelu, Piede di Velluto) era imparentato sia con i sovrani merovingi che con quelli carolingi. La parentela fra i sovrani merovingi e i conti di Tolosa era dovuta all'antenato di Raimondo di Saint-Gilles che era stato il nono conte di Tolosa prima di lui, Raimondo I di Rouergue (820 circa - 865 circa), che fu conte di Quercy dall'849 e poi conte di Tolosa dall'852 all'863 e anche conte di Rouergue dall'849 fino alla morte. Raimondo I fu il figlio secondogenito del conte di Rouergue, Fulcoaldo (? - † 849 circa) e di Senegonda, sorella di San Guglielmo di Gellone, discendente diretto della stirpe morovingia; entrambi erano figli di Alda o Audana, sorella di Pipino il Breve e figlia di Carlo Martello, moglie di Teodorico I o Thierry, signore di Settimania (Gothia) e conte di Autun, di discendenza merovingia. Alda o Audana fu quindi nonna di Raimondo I di Tolosa e zia di Carlomagno. Tutto questo risulta dal documento n° 160 del 3 novembre 862 delle Preuves de l'Histoire Générale de Languedoc in cui il conte di Tolosa, Raimondo, fece una donazione per l'anima del padre Fulcoaldo, la madre Senegonda ed il fratello Fredelone.
Uno dei primi sigilli
dei Militum
Christi.
La data ufficiale della nascita dell'ordine è il 1.118 -1.120. La povertà di questi cavalieri, testimoniata dal loro primo sigillo, con due cavalieri su un cavallo, verrà poi smentita dalla grande ricchezza che accumularono, dovuta anche al principio che, chi entrava nell'ordine, doveva lasciare all'ordine stesso tutti i suoi averi e le sue eredità, oltre al fatto che facendo voto di celibato, i monaci-guerrieri non potevano riconoscere figli come legittimi eredi. Il crogiuolo da cui scaturirono i Templari, San Bernardo e i romanzi del Santo Graal è stata la corte di Champagne, a Tyre. Guillame de Tyre riferisce che il fondatore dell'ordine del tempio fu Hugues de Payen, un nobile vassallo del conte di Champagne, che gli dovette giurare sottomissione e fedeltà quando divenne lui stesso templare nel 1.124. Con il tempo, la loro rete di presidi si sparse in Europa e nel Medio Oriente, e organizzarono anche, a tassi d'interesse modesti, il trasferimento sicuro ed efficiente del denaro per conto dei mercanti, una classe che finì per dipendere sempre più da loro. Il denaro depositato in una città, ad esempio, poteva essere richiesto e ritirato in un'altra, per mezzo di lettere cambiarie redatte in codici complicati. I Templari divennero così i più importanti cambiavalute dell'epoca, e il presidio di Parigi diventò il centro della finanza europea. I Templari non si occupavano soltanto di denaro: diffondevano anche il pensiero, grazie ai continui contatti, caratterizzati da una mentalità aperta, con la cultura islamica e con quella giudaica. l'Ordine assunse per così dire un ruolo di « stanza di compensazione » per nuove idee, nuove dimensioni della conoscenza e nuove scienze. I Templari avevano un vero e proprio monopolio della tecnologia più avanzata del loro tempo: quanto di meglio veniva prodotto dagli armaioli, artigiani del cuoio, i muratori, gli architetti e gli ingegneri militari. Contribuirono allo sviluppo dei rilevamenti topografici, della cartografia, delle costruzioni stradali e della navigazione. Possedevano porti, cantieri e una flotta commerciale e militare che fu tra le prime ad adottare la bussola. Inoltre, poiché erano combattenti, la necessità di curare le ferite e le malattie li rese esperti nell'uso delle medicine. L'Ordine possedeva ospedali propri, propri medici e chirurghi i quali, tra l'altro, usavano estratti di muffe che precorrevano gli antibiotici. Inoltre, avevano una concezione piuttosto moderna dell'igiene e della pulizia. E con una mentalità non meno in anticipo sui tempi, consideravano l'epilessia non già una possessione demoniaca ma una malattia controllabile. Ispirato da tanti successi, in Europa l'Ordine del Tempio divenne sempre più ricco, potente e fiero dei propri successi. Non è sorprendente, forse, che diventasse anche sempre più arrogante, brutale e corrotto.
Ingresso dell'antica abbazia di
Clairvaux, che oggi è un
penitenziario, nel dipartimento
dell'Aube, nel nod-est
francese, regione
Champagne-Ardenne.
« Bere come un Templare » era una frase molto comune a quel tempo.
E certe fonti affermano che l'Ordine non mancava mai di reclutare cavalieri scomunicati. A Troyes, alla corte del conte di Champagne, fin dal 1.070 era fiorita un'influente scuola di studi cabalistici ed esoterici, e fu nel 1.128, al concilio di Troyes, che i Templari furono ufficialmente riconosciuti. Durante i due secoli sucessivi Troyes fu un centro strategico dell'Ordine e ancora oggi c'è un bosco, vicino alla città, chiamato Forêt du Temple. Va detto inoltre che il conte di Champagne, che fu cavaliere-monaco dell'ordine del Tempio dal 1.124, nel 1.115 aveva donatoSan Bernardo, protettore dei Templari nonché redattore della loro regola monastica, il terreno su cui costruì la celebre abbazia cistercense di Clairvaux (Chiaravalle).

Affinità fra la forma della
costellazione della Vergine
e la mappa delle località
in cui i cistercensi fecero
costruire le cattedrali gotiche
in Francia. Da: http://
- A proposito dei simboli della progettazione di costruzioni,  squadra  compasso, nella massoneria, possiamo constatare che la grande fortuna incontrata dall'ordine cistercense era parallela a quella dei Templari, crocevia di conoscenze gnostiche, cabalistiche e alchemiche... ma non solo.
Con i cistercensi, in Francia si costruiscono le cattedrali gotiche utilizzando conoscenze nuove (o riscoperte) e rappresentando simboli palesemente alchemico-esoterici, come scrive Fulcanelli in "Mistero delle Cattedrali".
Da http://www.templaricavalieri.it/cattedrali_gotiche.htm: "I Cavalieri Templari, si ritiene avessero rinvenuto documenti relativi alle "LEGGI DIVINE DEI NUMERI, DEI PESI E DELLE MISURE" sotto le rovine del Tempio di Salomone a Gerusalemme e li avrebbero forniti ai costruttori di cattedrali. Le cattedrali gotiche sono dei veri e propri libri di pietra, per tramandare straordinarie conoscenze che solo poche persone iniziate a simboli ed a codici particolari, avrebbero potuto comprendere. Infatti la grandiosità, l'imponenza e tutta una serie di misteri non risolti hanno fatto diffondere attorno alle cattedrali gotiche numerose leggende legate a figure ed oggetti leggendari della storia del Cristianesimo, dai Cavalieri Templari al Santo Graal. Furono costruite improvvisamente in Europa, intorno al 1.128 (cattedrale di Sens), proprio dopo il ritorno dei Cavalieri Templari dalla Terrasanta, con una maestria costruttiva tecnica e architettonica completamente diversa dalle precedenti chiese romaniche. Una dopo l'altra, sorsero le cattedrali di Evreux, di Rouen, di Reims, di Amiens, di Bayeux, di Parigi, fino ad arrivare al trionfo della cattedrale di Chartres. I piani di costruzione e tutti progetti originali di esecuzione di queste cattedrali non sono mai stati trovati. Le opere murarie erano fatte con una maestria eccezionale. Per i tecnici, come gli architetti, ad esempio, possiamo vedere come i contrafforti esterni esercitano una spinta sulle pareti laterali della navata, e così facendo il peso, anziché gravare verso il basso, viene come spinto verso l'alto, e tutta la struttura appare proiettata verso il cielo. Le Cattedrali inoltre sono tutte poste allo stesso modo: con l’abside rivolto verso est (cioè verso la luce), sono tutte dedicate a Notre Dame, cioè alla Vergine Maria e se unite insieme formano esattamente la costellazione della Vergine. Inoltre vennero costruite su luoghi già considerati sacri al culto della "Grande Madre", ritenuto il culto unitario più diffuso prima del Cristianesimo; molti di questi luoghi inoltre sono dei veri e propri nodi di correnti terrestri, ovvero punti in cui l'energia terrestre è molto forte (grandi allineamenti di megaliti). Hanno pianta a croce latina: la croce "é il geroglifico alchemico del crogiuolo" (Fulcanelli), ed è nel crogiuolo che la materia prima necessaria per la Grande Opera alchemica muore, per poi rinascere trasformata in un qualcosa di più elevato... ...Le "Vergini Nere", statue o bassorilievi, che raffigurano appunto la vergine Maria, con la particolarità della carnagione scura. E' da sottolineare la relazione tra le statue di Iside, la divinità egizia corrispondente alla dea greca Gea ("la Terra"), che venivano custodite nei sotterranei dei templi egizi, con le Vergini Nere, anch'esse collegate al culto della Terra, diffuso in tutta l'Europa. La stessa Madonna sarebbe la cristianizzazione di questa figura troppo radicata nell'immaginario popolare, da poter essere estirpata del tutto. Per questo, i costruttori delle cattedrali gotiche, che anche in altri particolari (ad esempio quello di erigere le cattedrali sui luoghi sacri alla Grande Madre) si erano dimostrati legati a tale culto, avrebbero colorato in modo diverso il volto della Vergine cattolica, affinché coloro che "sapessero" avrebbero facilmente compreso di chi si trattasse realmente. Uno dei simboli maggiormente presente nelle cattedrali è il labirinto che sta ad indicare la via che l'uomo deve percorrere per conseguire l'iniziazione. Rappresenta anche il cammino di fede: dall'esterno, seguendo un tortuoso percorso, si arriva al centro. Il labirinto della Cattedrale di Chartres ha un diametro di dodici metri e il percorso si snoda per duecento metri. I pellegrini dovevano percorrere in ginocchio il labirinto, sul pavimento del presbiterio, per andare al loro "centro". Ma perché uomini di tanto tempo fa dovevano diventare matti a riprodurre, sotto varie forme, alcune proporzioni fisse? Perché, a livello simbolico, riprodurre forme, misure e ritmi cosmici negli edifici sacri voleva dire cercare di riprodurre in Terra e in piccolo la grande armonia celeste. Insomma, dei piccoli Microcosmi che dovevano riprodurre e rappresentare il Macrocosmo e, con esso, la perfezione di Dio. Si è parlato di "forme", "misure" e "ritmi" e abbiamo visto attraverso l’uso di figure geometriche precise e del ricorrere di numeri e proporzioni cari alla geometria sacra. Ma ci sono anche i "ritmi" dell’universo. Come venivano rappresentati questi "ritmi"? Ad esempio, attraverso lo sfruttamento della luce del sole in giorni precisi dell’anno. La Piramide di Cheope ha alcuni condotti che secondo alcuni sono orientati in modo tale da far entrare all’interno raggi di sole in giorni particolari. Ugualmente, l’ombra proiettata dalla Piramide in occasione del solstizio d’inverno rispetterebbe precise proporzioni. Ugualmente le torri di Castel del Monte, fatto costruire da Federico II, proiettano ombre precise in certi giorni: in occasione di quello d’autunno, a mezzogiorno, la lunghezza delle ombre corrisponde alla lunghezza del cortile interno, poi l’ombra si allunga fino ad indicare la circonferenza delle mura che anticamente circondavano il castello stesso; senza contare che in occasione del solstizio d’estate, un raggio di sole attraversa la finestra sopra il portale principale per andare a "colpire" un rettangolo posto su una parete del cortile interno."

Alienor d'Aquitania.
Nel 1.122 - Guglielmo IX d'Aquitania il Trovatore o Guglielmo di Poitiers (1086-1127) è stato il nonno di Alienor (Eleonor) d'Aquitania che il 22 luglio 1137, sposando Luigi VII, diventerà regina di Francia. Eleonora d'Aquitania (Bordeaux, 1.122 - Fontevrault, 1º aprile 1.204), è stata duchessa d'Aquitania e di Guascogna, contessa di Poitiers, Regina consorte di Francia dal 1.137 al 1.152 e poi d'Inghilterra dal 1.154 al 1.189. Mecenate dei trovatori (da trobar = poetare), il suo figlio favorito sarà Riccardo I Cuor di Leone.

Stemma della Repubblica
marinara di Venezia.
Nel 1.124 - Si sottoscrive un trattato di alleanza tra il regno di  Gerusalemme e la Repubblica di Venezia, che si era affrancata dalla dipendenza di Costantinopoli nel IX secolo, prima dell'inizio dell'assedio di Tiro nel febbraio 1.124 (la città capitolò ai crociati più tardi quello stesso anno). Il trattato fu negoziato dal Patriarca Guermondo e quindi è conosciuto come "Pactum Warmundi" dalla forma latina del suo nome, Warmundus. Precedenti trattati erano stati negoziati tra Gerusalemme e Venezia ed altre città-stato italiane, ed agli stessi veneziani erano stati concessi privilegi nel 1.100 e nel 1.110 in cambio di aiuto militare, ma questo trattato fu molto più ampio. Il Pactum concesse ai veneziani di avere proprie chiese, strade, piazze, bagni, mercati, unità di misura, mulini e forni in ogni città controllata dal re di Gerusalemme, ad eccezione di Gerusalemme stessa, dove la loro autonomia era più limitata. Nelle altre città, furono autorizzati ad utilizzare le unità di misura veneziane per fare affari e commerciare con altri veneziani, per il resto dovevano usare le unità di misura ed i prezzi stabiliti dal re. In Acri, fu loro concesso un quartiere della città, dove ogni veneziano "possa essere libero come nella stessa Venezia". In Tiro ed Ascalona (sebbene non ancora conquistate), fu loro concesso un terzo della città ed un terzo della campagna circostante che probabilmente, nel caso di Tiro, comprendeva ventuno villaggi. Questi privilegi erano totalmente esenti da tassazione, mentre le navi veneziane sarebbero state assoggettate ad imposizione se avessero trasportato pellegrini e in questo caso il re aveva personalmente diritto ad un terzo della tassa. Per il loro aiuto nell'assedio di Tiro ai veneziani furono assegnati 300 "bisanti saraceni" per anno dalle entrate di quella città. Essi furono autorizzati ad utilizzare le proprie leggi nelle cause civili tra veneziani o nel caso in cui era un veneziano ad essere convenuto, mentre se l'attore era veneziano la questione sarebbe stata decisa nei tribunali del Regno Se un veneziano naufragava o moriva nel Regno, le sue proprietà sarebbero state inviate indietro a Venezia invece che essere confiscate dal re. Tutti coloro che vivevano nel quartiere veneziano di Acri o nei distretti veneziani nelle altre città erano soggetti alle leggi veneziane. Il Pactum fu firmato dal Patriarca Guermondo; Ebremaro, arcivescovo di Cesarea; Bernardo, Arcivescovo di Nazaret; Aschetino, vescovo di Betlemme; Ruggero, vescovo di Lidda; Guildin, abate di Santa Maria di Giosafat; Gerardo, priore della Santo Sepolcro; Aicardo, priore del Templum Domini; Arnaldus, priore di Monte Sion; Guglielmo di Buris ed il cancelliere Pagano (probabilmente Hugues de Payns, Ugo de Pagano in latino, Gran Maestro dell'ordine dei cavalieri templari, la "Militia Christi templique Salomonis"). A parte Guglielmo e Pagano, nessuna autorità secolare fu testimone al trattato, forse a indicare che i veneziani consideravano Gerusalemme un feudo papale.

Dal 1.175 - Chrétien de Troyes, ispirato dagli ideali cavallereschi occitani e probabilmente informato sugli eventi riportati sopra, scriverà poi, fra il 1.175 e il 1.190, "Le Roman de Perceval ou le conte du Graal", romanzo in versi che aprirà il filone narrativo del Sangraal, re Artù, il primo re, nella saga bretone,  cristiano e che narrerà di Perceval (Parsifal). Sempre "Parzival" poi, è uno dei maggiori poemi epici medievali attribuito al poeta tedesco Wolfram von Eschenbach, che lo compose intorno al 1.210 e scrisse inoltre un'opera su Guglielmo di Gellone, o San Guglielmo d'Aquitania, di stirpe merovingia: "Willehalm". "Parzifal" è il primo Bildungsroman (romanzo di formazione), che narra le avventure di Parzival alla ricerca di una umanità interiore migliore, superiore in qualità agli ideali di vita cortese che i cavalieri dell'epoca seguivano. Nel suo romanzo epico, Wolfram cita i Templari come i cavalieri che custodiscono il Santo Graal, il castello del Graal e la famiglia del Graal. La fonte primaria del poema è proprio l'incompiuto "Le Roman de Perceval ou le conte du Graal" di Chrétien de Troyes, di 12.000 versi, suddiviso in 16 canti; il "Parzival" è composto da 16 libri, a loro volta suddivisi in una trentina di stanze di distici in rima. Nella narrazione Parzival, un giovane pieno di ardore e assetato di avventure, giunge alla corte di Re Artù, e dopo alcune esperienze con i cavalieri, saranno gli insegnamenti di Trevrizent, suo zio eremita, ad indicargli la via della saggezza nell'andare in soccorso al re Amfortas che gli consegna il regno del Graal. Altro personaggio centrale del romanzo è Gawain, (Galvano, in italiano: esiste anche una spada nella roccia in Italia, nell'Abbazia di San Galgano, edificata nell'ordine cistercense e situata tra i paesi di Monticiano e Chiusdino, 30 Km. a ovest di Siena) cavaliere di re Artù anch'egli, con tutta una serie di amori e avventure che si intrecciano. “Sir Gawain e il Cavaliere Verde o "Sir Galvano e il Cavaliere Verde" è invece un romanzo allitterativo scritto in medio inglese e risalente al tardo XIV secolo, narrante un'avventura di Galvano, un cavaliere appartenente alla Tavola Rotonda. In questo racconto Galvano accetta la sfida lanciata da un misterioso cavaliere completamente verde nei capelli, vestiti e pelle. Il Cavaliere Verde dichiara che permetterà a chiunque di infliggergli un colpo di ascia senza che esso si difenda se egli stesso potrà restituire il colpo esattamente dopo un anno e un giorno. Gawain accetta la sfida e con un sol colpo decapita lo sfidante, questi non muore ma raccoglie la sua testa, balza a cavallo e rimembra a Galvano che gli deve soddisfazione alla data concordata. La storia di Sir Galvano, impegnato nell'avventuroso viaggio per raggiungere il luogo prescelto ove riceverà il colpo, dimostra il suo spirito di cavalleria e lealtà. Il poema ci è giunto in un singolo manoscritto, codificato come Cotton Nero A.x, che contiene altre tre opere Pearl, Cleanness e Patience (Perla, Purezza e Pazienza). Si sospetta che l'autore sia sempre lo stesso anonimo chiamato, per tanto, "Pearl Poet" o "Gawain Poet". Tutti e quattro i poemi sono scritti in un dialetto del Medio inglese parlato nel nord-ovest delle Midlands. La storia nasce quindi dal folklore gallese e inglese, con prestiti evidenti dai più antichi racconti sul "gioco della decapitazione" e vengono messi in risalto l'importanza che la cavalleria e l'onore hanno nelle situazioni di pericolo. Oltre alla trama complessa e all'uso di un ricco linguaggio, il poema interessa molto i critici letterari per il suo sofisticato uso del simbolismo medievale. Il Cavaliere Verde, il gioco della decapitazione o la cintura magica di Galvano per protezione sono simboli importanti che affondano le loro radici nelle antiche culture celtiche, germaniche e nel folklore popolare. Per esempio il Cavaliere Verde viene visto da qualcuno come la rappresentazione dell'Uomo Verde delle leggende celtiche, mentre altri ci vedono un'allusione a Cristo. "Sir Galvano e il Cavaliere Verde" è un importante poema appartenente alla letteratura cavalleresca, dove troviamo un eroe impegnato in un'avventura per dimostrare il suo valore. Tuttavia l'ambiguità che circonda la fine della storia lo rende molto più complesso di altre opere. La popolarità moderna dell'opera è da imputarsi a testi di critica letteraria scritti da J.R.R. Tolkien, da Simon Armitage e da diversi film e adattamenti recenti. C'è un nesso che, nel mito del Graal, unifica la cultura celtica, il pensiero dei Templari e i valori d'amor cortese occitani. Nel DNA occitano si è inserita la cultura celtica: ancora oggi, nelle danze occitane, il circolo circasso ha gli stessi ritmi e movenze del circolo canadese celtico.

Nel 1.188 - Separazione fra l'ordine di Sion e i cavalieri Templari. Da "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore: "Se possiamo prestare fede ai «documenti del Priorato», il 1188 fu un anno estremamente importante tanto per Sion quanto per i Templari. L'anno prima, nel 1187, Gerusalemme era stata ripresa dai Saraceni, soprattutto a causa dell'impetuosità e dell'inettitudine di Gerard de Ridefort, Gran maestro del Tempio. Il testo contenuto nei Dossiers segreti è molto più severo. Infatti, parla non già dell'impetuosità o dell'inettitudine di Gerard, bensì del suo « tradimento »: un termine molto duro. Non viene spiegato in che cosa consistesse questo « tradimento ». Ma viene detto che in seguito a questo gli « iniziati » di Sion ritornarono tutti in Francia, presumibilmente a Orléans. Logicamente, l'affermazione è piuttosto plausibile. Quando Gerusalemme cadde, è ovvio che cadde anche l'abbazia sul Monte Sion. Non è affatto sorprendente che gli abitanti dell'abbazia, privati della loro base in Terrasanta, cercassero rifugio in Francia dove esisteva già una base nuova. Gli avvenimenti del 1187 - il « tradimento » di Gerard de Ridefort e la perdita di Gerusalemme - causarono, a quanto sembra, un disastroso dissidio fra l'Ordine di Sion e l'Ordine del Tempio. Non si sa con esattezza perché avvenisse; ma secondo i Dossiers segreti l'anno successivo segnò una svolta decisiva nel destino di entrambi gli ordini. Nel 1188 sarebbe avvenuta la separazione ufficiale tra le due istituzioni. L'Ordine di Sion, che aveva creato i Templari, decise di disinteressarsi dei suoi celebri protetti. Il « padre », in altre parole, rinnegava ufficialmente il « figlio ». Si dice che la rottura venisse commemorata in un rito o in una cerimonia. Nei Dossiers e in altri « documenti del Priorato », viene chiamato « il taglio dell'olmo », e avvenne a Gisors. I resoconti sono oscuri e ingarbugliati, ma la storia e la tradizione confermano che nel 1188 accadde a Gisors qualcosa di estremamente strano, qualcosa che comportò l'abbattimento di un olmo. Nei terreni adiacenti alla fortezza c'era un prato chiamato Champ Sacre (Campo Sacro). Secondo i cronisti medievali, il luogo era considerato sacro fin dai tempi precristiani, e nel secolo XII era stato teatro di numerosi incontri fra i re d'Inghilterra e di Francia. Al centro del Campo Sacro sorgeva un antico olmo. E nel 1188, durante un incontro fra Enrico II d'Inghilterra e Filippo II di Francia, per una ragione ignota l'olmo divenne l'oggetto di una contesa grave, anzi sanguinosa. Secondo una versione, l'olmo offriva l'unica ombra in tutto il Campo Sacro. Si diceva che avesse più di ottocento anni, e che fosse tanto grande che nove uomini, tenendosi per mano, riuscivano a malapena ad abbracciarne il tronco. Sembra che Enrico II e il suo seguito si riparassero all'ombra dell'albero, lasciando sotto il sole spietato il sovrano francese, sopraggiunto più tardi. Al terzo giorno dei negoziati, i nervi dei Francesi erano saltati a causa del caldo; gli armigeri si scambiarono insulti e dalle file dei mercenari gallesi di Enrico II partì una freccia. Il gesto provocò un attacco in piena regola da parte dei Francesi, molto più numerosi degli Inglesi. Questi ultimi si rifugiarono tra le mura di Gisors, mentre i Francesi, esasperati, abbattevano l'olmo. Filippo II rientrò infuriato a Parigi in tutta fretta, dichiarando che non era andato a Gisors per fare il taglialegna. L'episodio ha una semplicità e una bizzarria tipicamente medievali, e si limita a una narrazione superficiale, ma nel contempo lascia trasparire fra le righe qualcosa di più importante: spiegazioni e motivazioni che rimangono inesplorate. In se stesso, l'episodio sembrerebbe quasi assurdo, assurdo e forse apocrifo quanto, ad esempio, lo sono le storie associate alla fondazione dell'Ordine della Giarrettiera. Tuttavia altri resoconti confermano l'avvenimento, anche se non i suoi dettagli specifici. Secondo un'altra cronaca, sembra che Filippo avesse informato Enrico della sua intenzione di abbattere l'albero. Enrico reagì rinforzando il tronco dell'olmo con fasce di ferro. L'indomani i Francesi si armarono e formarono una falange di cinque squadroni, comandati da altrettanti nobili illustri, che avanzarono verso l'olmo, accompagnati da frombolieri, nonché dai carpentieri che brandivano scuri e martelli. Seguì uno scontro, al quale prese parte Riccardo Cuor di Leone, figlio maggiore ed erede di Enrico II, che cercò di difendere l'olmo con grande spargimento di sangue. Alla fine della giornata, comunque, i Francesi erano padroni del campo; e l'albero fu abbattuto. Questa seconda versione indica qualcosa di più di una meschina ripicca o di una scaramuccia. Indica una battaglia in piena regola che coinvolse un gran numero di combattenti e presumibilmente costò perdite rilevanti. Tuttavia nessuna biografia di Riccardo attribuisce molta importanza all'episodio, e tanto meno l'approfondisce. Ancora una volta, comunque, i « documenti del Priorato » trovavano conferma nella storia documentata e nella tradizione; se non altro, è certo che nel 1188 a Gisors ebbe luogo una strana disputa che comportò l'abbattimento di un olmo. Non ci sono conferme « esterne » che questo avvenimento fosse in qualche modo collegato ai Templari o all'Ordine di Sion. D'altra parte, le versioni dell'episodio giunte fino a noi sono troppo vaghe, troppo succinte, troppo incomprensibili e contraddittorie per venire accettate come definitive. È estremamente probabile che fossero presenti alcuni Templari: Riccardo I era spesso accompagnato da Cavalieri dell'Ordine, e inoltre Gisors, trent'anni prima, era stata affidata al Tempio. In base alle prove esistenti è senza dubbio possibile, se non probabile, che il taglio dell'olmo riguardasse qualcosa di più o qualcosa di diverso rispetto a ciò che rivelano le versioni tramandate ai posteri. Anzi, data la stranezza dei resoconti pervenuti fino a noi, non sarebbe sorprendente se si fosse trattato di qualcosa d'altro, qualcosa su cui si preferì sorvolare, o che forse non venne mai reso di dominio pubblico: insomma, qualcosa di cui le versioni oggi esistenti formano una sorta di allegoria, nella quale viene contemporaneamente accennato e nascosto un avvenimento molto più importante. Nei Dossiers segreti sono elencati i seguenti personaggi che, in ordine cronologico, hanno portato il titolo di Gran maestro del Priorato di Sion o più esattamente, per usare il termine ufficiale, il titolo di « Nautonnier », una vecchia parola francese che significa « navigatore », « timoniere » o « nocchiero »:
Jean de Gisors 1188 - 1220
Marie de Gisors 1220 - 1266
Guillaume de Gisors 1266 - 1307
Edouard de Bar 1307 - 1336
Jeanne de Bar 1336 - 1351
Jean de Saint-Clair 1351 - 1366
Blanche d'Evreux 1366 - 1398
Nicolas Flamel 1398 - 1418
René d'Anjou 1418 - 1480
Iolande de Bar 1480 - 1483
Sandro Filipepi 1483 - 1510
Léonard de Vinci 1510 - 1519
Connétable de Bourbon 1519 - 1527
Ferdinand de Gonzague 1527 - 1575
Louis de Nevers 1575 - 1595
Robert Fludd 1595 - 1637
J. Valentin Andrea 1637 - 1654
Robert Boyle 1654 - 1691
Isaac Newton 1691 - 1727
Charles Radclyffe 1727 - 1746
Charles de Lorraine 1746 - 1780
Maximilien de Lorraine 1780 - 1801
Charles Nodier 1801 - 1844
Victor Hugo 1844 - 1885
Claude Debussy 1885 - 1918
Jean Cocteau 1918 - 1963."

- Evidentemente, da questa svolta storica, il priorato di Sion e l'ordine del Tempio percorreranno strade diverse. Dal 1188 in poi, affermano i « documenti del Priorato », i Templari furono autonomi, non più sottoposti all'autorità dell'Ordine di Sion, e non agirono più come il suo braccio militare e amministrativo. Dal 1188 in poi, i Templari furono ufficialmente liberi di perseguire i loro obiettivi e di percorrere il loro cammino durante il secolo o poco più della loro esistenza, fino alla tragica conclusione del 1307. E nel frattempo, sempre a partire dal 1188, l'Ordine di Sion avrebbe subito un'importante ristrutturazione amministrativa. Fino al 1188 l'Ordine di Sion e l'Ordine del Tempio avrebbero avuto lo stesso Gran maestro. Hugues de Payen e Bertrand de Blanchefort, ad esempio, avrebbero presieduto contemporaneamente le due istituzioni. Tuttavia, a partire dal 1188, dopo « il raglio dell'olmo », l'Ordine di Sion si sarebbe scelto un Gran maestro che non aveva alcun rapporto con i Templari. Il primo di questi Gran maestri, secondo i « documenti del Priorato » fu Jean de Gisors, primo Gran maestro indipendente di Sion, che ne avrebbe assunto la carica dopo il « taglio dell'olmo » e la separazione dal Tempio. Nacque nel 1133 e morì nel 1220. È menzionato in vari documenti, ed era signore, almeno nominalmente, della famosa fortezza normanna, dove si svolgevano per tradizione gli incontri fra i re d'Inghilterra e di Francia, e dove avvenne nel 1188 l'episodio del « taglio dell'olmo ». Sembra che Jean fosse un proprietario terriero molto ricco e potente, e fino al 1193 fu vassallo del re d'Inghilterra. Si sa inoltre che possedeva proprietà in Inghilterra, e precisamente nel Sussex, oltre al maniero di Titchfield nello Hampshire. Secondo i Dossiers segreti, nel 1169 s'incontrò a Gisors con Tommaso Becket, sebbene non sia indicato lo scopo del colloquio. Jean de Gisors appare nelle complicate genealogie che figurano in alcuni «documenti del Priorato», non diversamente da altri nobili altrettanto elusivi che appartengono alla stessa intricatissima foresta di alberi genealogici, tutti discesi, in apparenza, dalla dinastia merovingia. In base all'elenco riportato sopra, sembra che la carica di Gran maestro di Sion sia passata in modo ricorrente tra due gruppi di individui essenzialmente distinti:
- da una parte vi sono annoverati i membri di una specifica rete di famiglie intercollegate, nobili e talvolta reali, tutti discesi dalla dinastia merovingia,
- dall'altra ci sono personaggi di statura monumentale che, tramite l'esoterismo, le arti o le scienze, hanno esercitato un influsso sulla tradizione, la storia e la cultura dell'Occidente. In una certa misura, questa strana giustapposizione conferiva plausibilità all'elenco. Se qualcuno avesse semplicemente voluto « inventare » una discendenza ideale per Sion, non avrebbe avuto motivo di includervi tanti aristocratici sconosciuti o dimenticati. Non avrebbe avuto senso, ad esempio, includere un personaggio come Carlo di Lorena, feldmaresciallo austriaco del secolo XVIII, cognato dell'imperatrice Maria Teresa, che si mostrò straordinariamente inetto sul campo di battaglia e fu sconfitto in uno scontro dopo l'altro da Federico il Grande di Prussia.
Nel 1188, inoltre, l'Ordine di Sion avrebbe modificato il suo nome, adottando quello che porterebbe tuttora: Priorato di Sion. E come una sorta di sottotitolo, avrebbe adottato lo strano nome di « Ormus ». 
Questo sottotitolo sarebbe stato usato fino al 1306, un anno prima dell'arresto dei Templari francesi. L'emblema di « Ormus » era una specie di acrostico o di anagramma che unisce un certo numero di parole chiave e di simboli. Ours, in francese significa orso, Ursus in latino; come risultò evidente in seguito, era un'eco di Dagoberto II e della dinastia merovingia. Orme, in francese, significa « olmo ». Or, naturalmente, è « oro ». E la «M» che forma la cornice racchiudente le altre lettere non è soltanto una «M»: è anche il simbolo astrologico della Vergine, che nel linguaggio dell'iconografia medievale rappresenta Notre Dame. D'altra parte, « Ormus » ricorre in altri due contesti radicalmente diversi. Figura nel pensiero zoroastriano e nei testi gnostici, dove è sinonimo del principio della luce. E riaffiora di nuovo nelle discendenze vantate dalla massoneria del tardo secolo XVII. Secondo gli insegnamenti massonici, Ormus era il nome di un saggio e mistico egizio, un « adepto » gnostico di Alessandria, che sarebbe vissuto nei primi anni dell'era cristiana. Nel 46 d.C. Ormus e sei suoi seguaci sarebbero stati convertiti a una forma di cristianesimo da uno dei discepoli di Gesù, che le versioni più numerose identificano come san Marco. Da questa conversione sarebbe nata una nuova setta, o un ordine, che fondeva il credo del cristianesimo di quei tempi con gli insegnamenti di altre scuole misteriche ancora più antiche. A quanto ne sappiamo, questo episodio non trova conferme documentali. Tuttavia è certamente plausibile. Durante il I secolo d.C., Alessandria era una vera fucina di attività mistiche, un crogiolo nel quale le dottrine giudaiche, mitraiche, zoroastriane, pitagoriche, ermetiche e neoplatoniche aleggiavano nell'aria e si fondevano con innumerevoli altre. Abbondavano i maestri di ogni tipo possibile e immaginabile; e non sarebbe affatto sorprendente se uno di loro avesse adottato un nome ispirato al principio della luce. Secondo la tradizione massonica, nel 46 d.C. Ormus avrebbe assegnato al suo « ordine di iniziati » appena costituito uno speciale simbolo d'identificazione: una croce rossa o rosa. Certo, la croce rossa avrebbe in seguito trovato un'eco nel blasone dei Templari; ma il significato del testo incluso nei Dossiers segreti e in altri « documenti del Priorato » è inequivocabilmente chiaro. Si deve vedere in Ormus l'origine dei cosiddetti Rosacroce. E nel 1188 il Priorato di Sion avrebbe adottato un secondo sottotitolo, oltre a « Ormus »: avrebbe preso il nome di «Ordre de la Rose-Croix Veritas ».

- Da https://web.infinito.it/utenti/e/ezechiel/I%20SEGRETI%20DEI%20TEMPLARI.htm: Esisteva un "Ordine segreto" ai vertici dei Templari? Il problema è molto complesso, sembrerebbe anche certo che in seno all’Ordine si celebrassero culti segreti e che un esoterismo templare sia sicuramente esistito. Malauguratamente, come scrive Lavisse nella sua "Storia di Francia" il segreto sulle loro attività era assoluto infatti: "Tutti gli affari del Tempio venivano sbrigati nel più stretto segreto; la regola scritta esisteva soltanto in pochi esemplari; la lettura era riservata ai soli dignitari; molti Templari non ne avevano mai avuto conoscenza". Il cavaliere templare Gaucerand de Montpezat, lontano antenato dei reali di Danimarca, asserì: "Abbiamo tre articoli che nessuno conoscerà mai, salvo Dio, il diavolo e i Maestri". E’ anche certo che i filosofi arabi abbiano influenzato i rudi soldati del Tempio. Sicuramente l’Ordine accolse elementi dottrinari e rituali dell’esoterismo orientale. Subì l’influsso delle confraternite esoteriche musulmane insieme al disegno di un’unificazione del mondo e di un nuovo ordinamento sociale. Non è azzardato, a tal proposito, ricordare le ambizioni di Federico II di Hohenstauffen, lo "Stupore del Mondo", imperatore di Germania, re dei Romani, re di Sicilia, re di Gerusalemme che, alla fine dell’XI secolo era una leggenda. Saba Malespini di lui scrive: "Questo Cesare che era il vero sovrano del mondo e del quale la gloria si era propagata in tutto l’universo, credendo senza dubbio alcuno di divenire simile agli dèi con lo studio delle matematiche, si mise a scrutare il fondo delle cose e i misteri dei cieli". Il suo progetto fu forse proseguito dai Templari? Federico II, nel 1228, a San Giovanni d’Acri, pur essendo stato colpito da scomunica papale, aveva ugualmente partecipato alla Tavola Rotonda del meglio della Cavalleria mondiale: Templari, Ospedalieri, Teutonici, Fàlas saraceni, Turchi, Batinyah (Assassini o Hassaniti), Rabiti di Spagna, ecc., tutti dalla Pactio Secreta (Patto Segreto).

Castel del Monte, da http://www.bat
magazine.it/news/2018/01/30/andria
-sorelle-dunesco-castel-del-monte
-inserito-nella-rete-dei-siti-
di-puglia-e-basilicata/
Nel 1.240 - Federico II Hohenstauffen fa costruire Castel del Monte, in Puglia, secondo l’architettura del Tempio di Salomone, le cui quattro misure-chiave erano: 60 - 30 - 20 - 12 cubiti (la misura del cubito era di circa mezzo metro e corrispondeva idealmente alla lunghezza dell'avambraccio, a partire dal gomito fino alla punta del dito medio). Le torri di Castel del Monte proiettano ombre precise in certi giorni: in occasione di quello dell'equinozio d’autunno, a mezzogiorno, la lunghezza delle ombre corrisponde alla lunghezza del cortile interno, poi l’ombra si allunga fino ad indicare la circonferenza delle mura che anticamente circondavano il castello stesso, senza contare che in occasione del solstizio d’estate, un raggio di sole attraversa la finestra sopra il portale principale per andare a "colpire" un rettangolo posto su una parete del cortile interno. Federico II venne a conoscenza di misteri che celò in un anagramma, ancora oggi indecifrato, scolpito su una scultura femminile attorniata da cavalieri a Castel del Monte: D8 I D CA D BLO C L P S H A2. Inoltre, al tempo di Federico II che si sviluppò la Qabbalà (o Cabbala), letteralmente "Ricezione", che designa in particolare la tradizione mistica orale, in seguito codificata in forma scritta, che a partire dal secolo XII secolo e.v. sviluppa le tradizioni mistiche precedenti in un complesso sistema che sta anche alla base del chassidismo, che ebbe l’enorme merito di aprire i segreti della spiritualità e della mistica alle classi d’ebrei meno colti e più poveri. Il Chassidismo faceva e fa uso di tecniche meditative molto potenti, ma anche di canto e danza, per arricchire la preghiera e la vita religiosa quotidiana. Tutt’oggi conta centinaia di migliaia d’aderenti, sebbene si sia suddiviso in molte scuole diverse.

Nel 1.306 - Guillaume de Gisors, il cui nonno era stato Jean de Gisors, organizza il Priorato di Sion come una « massoneria ermetica ».

Rappresentazione dell'esecuzione
di Jacques de Molay.
Nel 1.314 - L'ultimo Gran Maestro dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Jacques de Molay muore sul rogo, a Parigi, per ordine del re Filippo IV (Filippo il Bello) di Francia. Da http://cedocsv.blogspot.it/2010/04/la-maledizione-
dei-templari.html di Guido Araldo: "La leggenda affascinante dei templari narra anche di una terribile maledizione lanciata dall'ultimo Gran Maestro, Jacques de Molay, mentre bruciava sul rogo, la maledizione dei Templari: Dopo il tremendo colpo sferrato a sorpresa nel 1.307 dal re di Francia, lenta fu l’agonia della “Militia Templi” che nel 1.311 era praticamente finita. In Inghilterra era convinzione comune che i Templari fossero stati così denigrati e coperti d’infamia da non potersi più riscattare. A quei tempi non spettava all’accusa dimostrare la colpevolezza, ma la difesa produrre le prove dell’innocenza. A questo punto lo scioglimento dell’Ordine era inevitabile! Il 18 marzo 1.314, Jacques Molay e Goffredo di Charney, precettore di Normandia e custode della Sacra Sindone, salirono sul rogo approntato su un'isoletta della Senna a Parigi, dove ora sorge Notre Dame, con altri due alti funzionari del Tempio. Abbandonarono per sempre i loro bianchi mantelli, frettolosamente arrotolati, e furono legati a un palo, come gli eretici peggiori. Secondo una leggenda che non tramonterà mai, sul rogo il sovrano maestro dei Templari lanciò una maledizione: avrebbe chiamato Clemente V e Filippo il Bello dinanzi al Tribunale di Dio: il papa entro 40 giorni, il re entro 40 settimane. E così accadde. Clemente V morì il 20 aprile, meno di un mese dopo, il 12 aprile, a Roquemare. Una morte senza gloria: per un’infezione intestinale. Quel giorno, a piangerlo, furono soltanto i suoi parenti che aveva coperto d’oro, impunemente. Il suo pontificato fu indubbiamente il trionfo della simonia e del commercio delle cariche ecclesiastiche. Filippo “il Bello” lo avrebbe seguito il 29 novembre, otto mesi dopo: un’agonia straziante dopo una caduta da cavallo a Fontainebleau. Da quel momento cominciò a prendere piede la leggenda della maledizione templare. Si diffuse la voce che la notte successiva al rogo del De Molay un piccolo gruppo di sette “liberi muratori”, guidati da un templare, avesse raggiunto il luogo del supplizio. Un convegno misterioso. Pare che quel manipolo di audaci scagliò pugni di polvere in direzione del palazzo del re, pronunciando la terribile maledizione del Machenach: la stessa mormorata dalle labbra dei carpentieri quando fu ucciso Chiram Abiff, architetto del re Hiram di Tiro, il maestro costruttore che progettò il tempio di Salomone. Un legame misterioso legava i Cavalieri dai bianchi mantelli ai liberi muratori, che avevano per maestro il biblico architetto conoscitore dei segreti delle piramidi: un legame che aveva reso possibile, in Europa, il trionfo delle cattedrali gotiche. Un segreto custodito ermeticamente all’ombra di un’acacia sempreverde. Ad ogni modo sembrò davvero che una maledizione perseguitasse i discendenti di Filippo il Bello. Ai suoi tre figli il destino riservò una sorte infausta: morirono giovani, uno dopo l’altro. Più nessuno di loro regnava in Francia pochi anni dopo, nel 1.328. Dapprima toccò a Luigi X “l’Attaccabrighe”; poi a Filippo V “il Lungo” e infine a Carlo IV, che raggiunse suo padre nella tomba all’età di 34 anni, dopo cinque anni di regno. Con la morte di Carlo IV il trono di Francia si trovò senza eredi maschi, sebbene i tre figli di Filippo il Bello avessero giaciuto con sei mogli. A corte, a succedere ai genitori, c’erano soltanto bambine. In questo modo si estinse la secolare casata dei Capetingi. Il trono, a questo punto, spettava a Giovanna: figlia maggiore di Luigi X “l’Attaccabrighe”, ma fu prontamente esautorata dallo zio Filippo di Valois, fratello di Filippo IV “il Bello”, che si fece incoronare re con il nome di Filippo V, come se il figlio di suo fratello, “il Lungo”, che aveva preso quel nome regale prima di lui, non fosse mai esistito. Subito dopo la cerimonia dell’incoronazione il nuovo re si preoccupò di convocare un'assemblea di notabili e professori dell'Università di Parigi, i quali sancirono il suo diritto al trono in base a una legge istituita per l'occasione: la “legge salica”. Secondo questa legge una donna non poteva regnare in Francia. Un ostacolo insormontabile, per le generazioni future, alla successione femminile sul trono di Francia e, in seguito, anche su quello d'Italia. Tutto sembrava a posto, invece il sedicenne Edoardo III d'Inghilterra, figlio d’Isabella e nipote di Filippo “il Bello”, non accettò quella che definì “l’usurpazione dello zio” e fece udire la sua voce rivendicando per sé l’ambito trono di Francia. Affascinante la prospettiva! Un regno esteso dai Pirinei e dal Mediterraneo al Vallo Caledonico e all’Irlanda. Un regno potentissimo che, se attuato, avrebbe sconvolto l’Europa. E con questa rivendicazione cominciò la “Guerra dei Cent’anni”: il più lungo conflitto che la storia ricordi. Devastò la dolce Francia per un secolo, in compagnia del flagello della peste. Restò nel vento l’esoterismo dei templari. A volte basta una frase misteriosa a destare un’intensa curiosità. Ad esempio, che c'entra con i Templari “Sator arepo tenet opera rotas”?
Una frase che si può leggere in tutti i sensi: da destra e da sinistra, anche a ritroso, con le parole disposte a formare un quadrato magico. Una composizione molto antica, probabilmente magica. La più remota rappresentazione nota risale al 260 a.C., nel mosaico di una villa a Duoro-Europos, in Asia, sull’Eufrate, nell’estremo confine orientale dell’Impero Romano. Un altro suo ritrovamento importante è a Pompei, in una palestra; ma è documentata anche su una parete del duomo di Siena e, soprattutto, in molti castelli templari, come quello di Gisors. Fin dove spinse l’esoterismo templare molte volte raffigurato con immagini dualistiche, come due cavalieri su un unico cavallo? Veramente i cavalieri dai bianchi mantelli teorizzarono l’esistenza di due Messia: Gesù e Giuda? Come pure troviamo ricorrenti i due Giovanni: il Battista, quello dell’equinozio d’estate, e l’Evangelista, quello dell’equinozio d’inverno. E vero che rinnegavano san Pietro e san Paolo, definiti eresiarchi della peggiore specie? E poi, per quale motivo la croce era vilipesa nei loro riti? Quali verità i Templari avevano scoperto a Gerusalemme? Avevano davvero elaborato una nuova teologia dualistica, neoplatonica, addirittura pagana? Domande destinate a restare senza risposte! Di certo papa Clemente V cambiò improvvisamente opinione sul loro conto: se prima esternava la sua convinzione che i cavalieri dai bianchi mantelli fossero innocenti dalle accuse ascritte, improvvisamente volle cancellare quell’ordine cavalleresco, e addirittura autorizzò le peggiori torture durante gli interrogatari, come la bruciatura dei piedi finché le ossa fossero state scoperte! Cos’era emerso di tanto pericoloso? Al di là di molte e suggestive ipotesi pare legittima l’ipotesi di una comunanza gnostica tra Albigesi, Templari e Assassini. Di certo furono sicuramente in contatto tra loro. La setta degli Ismaeliti, l’albero portante degli Assassini, conosceva sette gradi di perfezione ed era caratterizzata da una palese opposizione all’autorità dogmatica dell’Islam. Pare che anche i Templari avessero sette gradi al loro interno e avessero sviluppato un’indubbia sofferenza verso i dogmi ecclesiastici. Presso gli “onesti Companions” ai tre gradi di Apprendista, Compagno d’Arte e Maestri andavano aggiunti i quattro gradi di “purificazione”: della terra, dell’acqua, dell’aria e del fuoco. I sodalizi Templari, impregnati dalla gnosi della “Gaia Scienza d’Amore”, adottarono la segretezza dei misteri antichi e svilupparono per primi, in Occidente, le tecniche iniziatiche obliate con l’avvento del Cristianesimo, un tempo remoto in uso in Egitto, presso l’Antica Grecia e nelle scuole pitagoriche. Ad ogni modo, accantonando esoterismo e comunanza gnostica, la cancellazione dell’Ordine del Tempio avvantaggiò incommensurabilmente i banchieri toscani. Era giunto il loro turno per gestire la riscossione di tasse e decime pontificie in tutta l’Europa e, anche, di amministrare le tesoriere di molti re, soprattutto a Parigi e Londra: il loro agente in Francia, Noffo Dei, aveva svolto un ottimo “lavoro”. Squin de Florian e Noffo Dei, poi gran maestro degli Ospitalieri, oggi cavalieri di Malta, furono additati come i Templari traditori che tramarono per affossare l'ordine del Tempio.

- Da “Il Santo Graal” di Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln, 1982 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milan: "Tuttavia, l'Ordine non cessò di esistere. Anzi, sarebbe stato sorprendente se questo fosse accaduto, dato il grande numero dei cavalieri che erano rimasti all'estero o che erano stati assolti. Filippo aveva cercato di influenzare gli altri sovrani, nella speranza di far sì che in tutta la cristianità non rimanesse un solo Templare. Anzi, lo zelo dimostrato dal re in questa occasione è quasi sospetto. Si può capire che aspirasse a liberare i suoi domìni dalla presenza dell'Ordine; ma perché teneva tanto a sterminare anche i Templari insediati altrove? Filippo non era certamente un modello di virtù; ed è difficile immaginare che un monarca responsabile della morte di due papi fosse molto turbato da eventuali violazioni della fede. Filippo aveva semplicemente paura di essere vittima di una vendetta se l'Ordine fosse rimasto indenne fuori dalla Francia? Oppure c'era qualche altra ragione? Comunque, il suo tentativo di eliminare i Templari anche all'estero non riuscì come sperava. Il genero di Filippo, Edoardo II d'Inghilterra, ad esempio, all'inizio si levò in difesa dell'Ordine. Alla fine, sottoposto a pressioni da parte del papa e del suocero, accolse le loro richieste, ma solo in parte e senza molto impegno. Pur avendo quasi tutti i Templari in Inghilterra il tempo di fuggire, parecchi furono arrestati. Tuttavia, quasi tutti subirono lievi condanne; spesso si trattava di pochi anni di penitenza in abbazie e monasteri, dove vivevano piuttosto comodamente. Le loro terre furono assegnate ai Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni; ma personalmente non subirono le feroci persecuzioni che avevano colpito i loro confratelli in Francia. Altrove, l'eliminazione dei Templari incontrò difficoltà ancora più grandi. La Scozia, ad esempio, a quei tempi era in guerra con gli Inglesi, e la situazione caotica lasciava poche possibilità di mettere in pratica certi adempimenti legali. Perciò le Bolle papali che scioglievano l'Ordine non furono mai rese pubbliche in Scozia, e di conseguenza in Scozia l'Ordine non fu mai sciolto. Molti Templari inglesi e, sembra, anche francesi trovarono rifugio in Scozia, e si sa che un loro contingente combattè a fianco di Robert Bruce nella battaglia di Bannockburn nel 1314. Secondo una leggenda - suffragata da diverse prove - l'Ordine sopravvisse in Scozia ancora per quattro secoli. Con gli scontri del 1688-91, Giacomo II d'Inghilterra fu deposto da Guglielmo d'Orange. In Scozia, i sostenitori del sovrano Stuart insorsero e, nella battaglia di Killiekranke, combattuta nel 1689, John Claverhouse, visconte di Dundee, morì sul campo. Quando fu ritrovato il suo cadavere, si scoprì che portava la Gran croce dell'Ordine del Tempio: un'insegna che non era recente, anzi risaliva a prima del 1307 (Waite, New Encyclopaedia of Freemasonry, vol.2 pg. 223). Nella Lorena, che a quei tempi faceva parte della Germania e non della Francia, i Templari ebbero l'appoggio del duca. Alcuni furono processati ma assolti. Moltissimi, sembra, obbedirono al loro precettore, che ordinò loro di tagliarsi la barba, indossare abiti secolari e mimetizzarsi tra la popolazione. Nella Germania vera e propria, i Templari sfidarono apertamente i loro giudici, minacciando di prendere le armi. Intimiditi, i giudici li proclamarono innocenti; e quando l'Ordine fu sciolto ufficialmente, molti Templari tedeschi entrarono negli Ospitalieri di San Giovanni o nei Cavalieri Teutonici. Anche in Spagna i Templari resistettero ai persecutori e trovarono rifugio in altri ordini. In Portogallo, l'Ordine fu scagionato da un'inchiesta e si limitò a modificare il proprio nome, assumendo quello di Cavalieri di Cristo. Sotto questa nuova etichetta, continuò a esistere fino al XVI secolo, dedicandosi ad attività marinare. Vasco da Gama era un Cavaliere di Cristo, e il principe Enrico il Navigatore era Gran maestro dell'Ordine. Le navi dei Cavalieri di Cristo portavano il simbolo tradizionale della croce patente rossa. E sotto la stessa insegna le tre caravelle di Cristoforo Colombo attraversarono l'Atlantico e raggiunsero il Nuovo Mondo. In quanto a Colombo, aveva sposato la figlia di un ex Cavaliere di Cristo e aveva avuto modo di consultare le carte e i diari dello suocero. Quindi, in molti modi diversi, i Templari sopravvissero all'attacco sferrato il 13 ottobre 1307. E nel 1522 i Cavalieri Teutonici, progenie prussiana dei Templari, ritornarono alla stato laicale, ripudiarono la sottomissione a Roma e si schierarono a sostegno di un eretico ribelle che si chiamava Martin Luterò. Due secoli dopo lo scioglimento del loro Ordine, i Templari, sia pure indirettamente, si vendicarono così della Chiesa che li aveva traditi."

- L'affiliazione dell'ordine del Tempio con ordini iniziatici segreti può far supporre che i "Poveri cavalieri di Cristo" (i Templari) furono perduti dalla loro dottrina, dal loro esoterismo e da un inconfessabile "segreto" che ne determinarono la distruzione. E’ più che probabile supporre che la milizia del Tempio ebbe collegamenti oscuri con misteriose catene iniziatiche e praticò rituali segretissimi. Tra i loro fini, vi era anche quello di assoggettare il mondo ad un’autorità suprema. Sembra effettivamente che il sogno più grande dell’Ordine, lo scopo supremo della sua attività, sia stato quello di far risorgere il concetto dell’Impero… vale a dire l’Oriente islamico e l’Occidente cristiano… Una sorta di federazione di stati autonomi posti sotto la direzione di due capi, l’uno spirituale, il Papa; l’altro politico, l’Imperatore, tutti e due eletti e indipendenti l’uno dall’altro. Sopra il pontefice e l’imperatore, un’autorità suprema, misteriosa. Chi era questa misteriosa autorità suprema? I Templari erano profondi nell’esoterismo, è grazie alla loro influenza che la setta catara degli Albigesi, divenne essenzialmente un movimento sufi, con una concezione dell’uomo plasmata in tutto e per tutto sul modello ideale del Pir e cioè del "grande saggio" delle sette sufi. Inoltre il potere magico da esse attribuito al Sacro Graal (il vaso utilizzato da Gesù per l’ultima cena e nel quale sarebbe stato raccolto il suo sangue) eguagliava perfettamente quello attribuito al Khidr, e cioè al verde manto fiammeggiante del paradiso sufi. Analoghe ancora a quelle sufi furono le teorie catare sulla creazione di una società di tipo teocratico…" (Carlo Palermo, Il quarto livello, Roma 1996). Ancora occulti e indecifrabili segreti. Enigmi irrisolti come quello relativo al favoloso tesoro dei templari. Essi avevano raggiunto una grande ricchezza, si mormorava che praticassero l’arte dell’alchimia. Nello scorso secolo una strabiliante scoperta diede maggiore credito a questa ipotesi; furono trovate, dove avevano sede due importanti commende dell’Ordine, in Borgogna, ad Essarois, e in Toscana, a Volterra, due antichi piccoli scrigni, illustrati con figure e simboli alchemici. Lo studioso von Hammer affermò che gli scrigni erano senza dubbio di origine templare. Un’altra eccezionale scoperta la si deve a Theodor Mertzdorff, insigne studioso tedesco che, nel 1877, diede alle stampe un documento templare, ritrovato ad Amburgo, che raccoglieva una serie di regole. Ecco cosa dice l’articolo 19: "E’ fatto divieto, nelle commende, in cui tutti i fratelli non sono degli eletti o dei consolati, di lavorare alcune materie mediante la scienza filosofale, e quindi di trasmutare i metalli vili in oro o in argento. Ciò sarà intrapreso soltanto in luoghi nascosti e in segreto". Si racconta che l’ultimo Gran Maestro de Moley scelse il villaggio francese di Arginy per far nascondere il "tesoro" dell’Ordine da due cavalieri. Arginy negli oscuri sotterranei del suo castello, che poggia sopra una ragnatela di gallerie segrete, che Daniel Réju descrive: "isolato nella pianura, tra Aone e Beaujolais", deve celare qualcosa di inimmaginabile. La "Torre delle Otto Bellezze", anche detta la "Torre dell’Alchimia" per i misteriosi segni magici e simboli alchemici disegnati su quei mattoni, è la costruzione più antica del castello e fu oggetto di lunghe visite di studiosi ed esoteristi, tra cui, due personaggi d’eccezione, Eugéne Canseliet e Armand Barbault. Cosa questi alchimisti trovarono o decifrarono non fu detto. Il favoloso "tesoro" dei Templari rimane ancora un mistero insoluto o potrebbe aver ragione André Douzet quando scrive: "Forse l’autore francese Robert Charroux trovò la chiave quando decifrò questo passaggio dal libro di Breyer: "Pensa intensamente: la grande arte è Conoscenza". La conoscenza di misteri sublimi è oltremodo pericolosa se ancora oggi sono sigillati in un fitto "segreto".  Ja’far Sadiq (ob. 148/765): "La nostra causa è un segreto velato in un segreto, il segreto di qualcosa che rimane velato, un segreto che solo un altro segreto può insegnare: è un segreto su un segreto che si appaga di un segreto". Unitamente al Precettore di Normandia, al Visitatore di Francia e al Commendatore d'Aquitania, Giacomo de Moley affronta il rogo. Ma quando s'avvede che non viene concesso loro nemmeno il beneficio pietoso del laccio prima che il fuoco venga appiccato, egli grida il suo terribile anatema che puntualmente colpirà Clemente V, Filippo il Bello e Nogaret. Morirono a breve distanza anche i figli del re e, di lì a poco, tutta la Francia veniva travolta tra ferro e fuoco dalla guerra dei Cent'anni. Col rogo e la calcinazione (fase al bianco), si concludeva l'epopea alchemica dei Templari. I superstiti si rifugiarono in Scozia, portando con sé il divino Segreto che cela l'intera storia dell'umanità e che Clemente V invano aveva tentato di strappare loro con ogni mezzo. La Tradizione sottintende che proprio dallo stabilirsi dei superstiti in Scozia è sorto il Rito Scozzese Antico ed Accettato. Successivamente dilatatosi per filiazione universale, il mondo ne avrebbe accolto l'Opera continuatrice. (Vedi http://www.massoneriascozzese.it/presentazione.htm)

Eloquente immagine sui riferimenti
culturali massonici in una prima di
copertina di enciclopedia massonica
Dal 1.390 - Da https://it.wikipedia.org/wiki/Storia
_della_massoneria: « Ognuno dei primissimi testi massonici contiene qualche sorta di storia del mestiere, o gilda (la voce inglese da cui è tratta questa voce italiana usa il vocabolo mystery, che in inglese moderno equivale al nostro "mistero", ma anticamente aveva il valore di "gilda") della massoneria. La più antica opera di questo tipo, il Manoscritto regio, databile tra il 1390 e il 1425, ha una breve storia nell'introduzione, in cui si afferma che il "mestiere della massoneria" iniziò con Euclide in Egitto, e arrivò in Inghilterra durante il regno del sovrano Æðelstan (Atelstano). Poco più tardi, il Manoscritto Cooke fa risalire la massoneria a Jabal, figlio di Lamech (Genesi 4: 20-22), e narra come questa conoscenza arrivò ad Euclide, da lui ai figli di Israele quando erano in Egitto, e così via per un elaborato percorso fino ad Æðelstan. Questo mito formò la base per successive fondazioni tratte da manoscritti, e tutte sostengono che la massoneria risale ai tempi biblici, e fissano il suo consolidamento istituzionale in Inghilterra durante il regno di Æðelstan (927-939). Poco dopo la formazione della prima gran loggia d'Inghilterra, James Anderson fu incaricato di riassumere queste "costituzioni gotiche" in una gradevole forma moderna. Le costituzioni prodotte dal suo lavoro hanno un'introduzione storica più diffusa di ogni precedente, e ancora una volta collegano la storia di ciò che era diventata la massoneria alle radici bibliche, sempre inserendo Euclide nella catena della narrazione. Fedele al suo materiale, Anderson fissa la prima grande assemblea di massoni inglesi a York, presieduta dal figlio di Æðelstan, Edwin, che per altri versi è ignoto alla storia. Ampliate, riviste e ripubblicate, le costituzioni del 1738 di Anderson pongono i Gran Maestri dall'epoca di Agostino di Canterbury, indicato come Agostino il Monaco. Le Illustrations of Masonry di William Preston amplificarono ulteriormente questo mito della creazione massonica. In Francia, la conferenza del 1737 di Chevalier Ramsay aggiunse i crociati all'albero genealogico. Sostenne che i massoni crociati avevano riportato alla luce il mestiere con i segreti recuperati in Terra Santa, sotto il patronato dei Cavalieri Ospitalieri. A questo punto, la "storia" del mestiere della massoneria continentale si distaccò da quella della massoneria in Inghilterra. »

Renato d'Angiò. Da https://
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index.php?curid=37213826
Da "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore:
Nel 1.408 - Nasce Renato d'Angiò. Sebbene oggi sia poco noto, Renato d'Angiò - « il buon re René », come veniva chiamato - fu uno dei personaggi più importanti della cultura europea negli anni immediatamente precedenti al Rinascimento. Nato nel 1408, nel corso della sua vita divenne detentore di una sfilza impressionante di titoli. Fra i più importanti c'erano i seguenti: conte di Bar, di Provenza, di Piemonte, e di Guisa, duca di Calabria, d'Angiò, e di Lorena, re d'Ungheria, di Napoli e Sicilia, d'Aragona, di Valenza, di Maiorca e Sardegna, e, quello forse più altisonante di tutti, di Gerusalemme. Naturalmente, quest'ultimo era un titolo soltanto nominale. Tuttavia indicava una continuità che risaliva a Goffredo di Buglione, ed era riconosciuto dagli altri potentati europei. Una delle figlie di Renato, Margherita d'Angiò, sposò nel 1445 Enrico VI d'Inghilterra, ed ebbe un ruolo di grande rilievo nella Guerra delle due rose. Nei primi tempi della sua « carriera », Renato d'Angiò sembra legato in modo piuttosto oscuro a Giovanna d'Arco. A quanto si sa, Giovanna era nata nel paesello di Domrémy, nel ducalo di Bar, e quindi era suddita di Renato. Si impose per la prima volta all'attenzione della storia del 1429, quando arrivò alla fortezza di Vaucouleurs, situata sulla Mosa a pochi chilomelri più a monte di Domrémy. Si presentò al comandanle della fortezza e annunciò la sua « missione divina »: salvare la Francia dagli invasori inglesi e far sì che il delfino, il fuluro Carlo VII, fosse incoronato re. Per adempiere tale missione, avrebbe dovuto raggiungere il delfino alla sua corte di Chinon, sulla Loira, molto più a sud-ovest. Ma Giovanna non chiese al comandante di Vaucouleurs i mezzi per raggiungere Chinon; chiese invece di essere ricevuta dal duca di Lorena, suocero e prozio di Renato. L'udienza fu accordala a Giovanna nella capitale del duca, Nancy. Quando la Pulzella vi arrivò, si sa che Renato d'Angiò era presente. E quando il duca di Lorena le chiese che cosa desiderava, Giovanna rispose esplicilamente con parole che hanno sempre sconcertato gli storici: « Vostro figlio [genero], un cavallo e alcuni uomini valenti per portarmi in Francia »: da Lecoy de la Marche, Le Roi René, vol.I, p.69. Il duca di Lorena non aveva figli maschi, e secondo le convenzioni del tempo Giovanna si riferiva a Renato. A quei tempi, non meno che in seguito, correvano voci di ogni sorta circa la natura dei rapporti tra Renato e Giovanna. Secondo alcune fonti, probabilmente inesatte, i due erano amanti. Ma resta il fatto che si conoscevano, e che Renato era presente quando Giovanna intraprese la sua missione. Inoltre, i cronisti del tempo affermano che quando Giovanna partì per raggiungere la corte del delfino a Chinon, Renato l'accompagnò. E non è tutto. Gli stessi cronisti riferiscono che Renato era a fianco dell'eroina durante l'assedio di Orléans: Cfr. Staley, King René d'Anjou, pp.153 sgg. Nei secoli che seguirono, sembra siano stati fatti tentativi sistematici per espungere ogni traccia del possibile ruolo avuto da Renato nella vita di Giovanna. Tuttavia i biografi di Renato non sono in grado di spiegare dove fosse e cosa facesse tra il 1429 e il 1431, al culmine della « carriera » di Giovanna. Di solito si sottintende tacitamente che Renato vegetava alla corte ducale, a Nancy: ma non c'è nulla che lo confermi. Le circostanze indicano che Renato accompagnò Giovanna a Chinon. Infatti, se a quel tempo c'era a Chinon una personalità dominante, era Iolanda d'Angiò. Era Iolanda che incoraggiava e sosteneva incessantemente il debole, febbrile delfino. Fu Iolanda ad autoproclamarsi, inspiegabilmente, protettrice e garante ufficiale di Giovanna. Fu Iolanda a vincere la diffidenza della corte nei confronti della fanciulla visionaria e le ottenne l'autorizzazione ad accompagnare l'esercito a Orléans. Fu sempre Iolanda a convincere il delfino che Giovanna poteva essere la salvatrice che affermava di essere. Fu Iolanda a combinare il matrimonio del delfino con la propria figlia. E Iolanda era la madre di Renato d'Angiò. Mentre studiavamo questi dettagli, ci convincemmo sempre di più, come tanti storici moderni, che dietro le quinte si stesse svolgendo qualcosa di misterioso, un complicato intrigo ad alto livello, un disegno audace. E più l'approfondivamo, e più la carriera breve e folgorante di Giovanna d'Arco sembrava far pensare a una « montatura », come se qualcuno, sfruttando le leggende popolari che parlavano di una « vergine di Lorena » e giocando abilmente sulla psicologia delle masse, avesse congegnato e orchestrato la cosiddetta missione della Pulzella d'Orléans. Naturalmente, questo non presupponeva l'esistenza di una società segreta, ma la rendeva senza dubbio più plausibile. E se questa società segreta esisteva, l'uomo che la presiedeva poteva benissimo essere Renato d'Angiò.
Renato e il tema dell'Arcadia - Anche se Renato aveva avuto qualche legame con Giovanna d'Arco, il resto della sua vita fu in generale molto meno bellicoso. A differenza di tanti suoi contemporanei, Renato era più un uomo di corte che di guerra. Sotto questo aspetto era fuori posto nella sua epoca; era insomma in anticipo sui tempi, un antesignano dei coltissimi principi italiani del Rinascimento. Era molto dotto, scriveva parecchio e miniava di persona i suoi libri. Compose opere poetiche e allegorie mistiche, nonché un compendio di regole dei tornei. Si adoperò per promuovere l'avanzamento della conoscenza, e a un certo momento assunse al suo servizio Cristoforo Colombo. Era versato nella tradizione esoterica, e alla sua corte viveva un astrologo, medico e cabalista ebreo, conosciuto come Jean de Saint-Rémy. Secondo numerose fonti, Jean de Saint-Rémy era il nonno di Nostradamus, il famoso profeta del XVI secolo, che a sua volta sarebbe apparso nella nostra storia. Renato nutriva anche un vivo interesse per la cavalleria e i romanzi arturiani e del Graal. Anzi, sembra che il Graal lo affascinasse in modo particolare. Andava molto fiero, si dice, di una magnifica coppa di porfido rosso che secondo le sue affermazioni era stata usata alle nozze di Cana, e che si era procurato a Marsiglia, dove secondo la tradizione era sbarcata la Maddalena, portando con sé il Graal. Altri cronisti parlano di una coppa di proprietà di Renato - forse la stessa - che portava incisa lungo l'orlo un'iscrizione misteriosa: Qui bien beurra / Dieu voira. / Qui beurra tout d'une baleine / Voira Dieu et la Madeleine. In italiano: Chi ben berrà / Dio vedrà. / Chi berrà tutto d'un fiato / Vedrà la Maddalena e il Re del Creato. Da Staley, King René d'Anjou, p. 29. Fu lo stesso Renato a incidere l'iscrizione. Non sarebbe esagerato considerare Renato d'Angiò tra coloro che diedero lo slancio iniziale al fenomeno oggi chiamato Rinascimento. Trascorse diversi anni in Italia, dove aveva numerosi possedimenti, e tramite gli Sforza di Milano, suoi intimi amici, entrò in contatto con i Medici di Firenze. C'è motivo di ritenere che fosse soprattutto l'influenza di Renato a spingere Cosimo de' Medici a intraprendere una serie di progetti ambiziosi, destinati a trasformare la civiltà occidentale. Nel 1439, mentre Renato si trovava in Italia, Cosimo de' Medici incominciò a inviare agenti in tutto il mondo, alla ricerca di manoscritti antichi. Poi, nel 1444, Cosimo fondò la prima biblioteca pubblica d'Europa, la Biblioteca di San Marco, e cominciò così a sfidare il monopolio sulla cultura che la Chiesa deteneva da tanto tempo. Per espresso incarico di Cosimo, il corpus del pensiero platonico, neoplatonico, pitagorico, gnostico ed ermetico fu tradotto per la prima volta e divenne facilmente accessibile. Inoltre, Cosimo ordinò che l'Università di Firenze incominciasse a insegnare il greco, per la prima volta in Europa dopo ben sette secoli. E creò un'accademia di studi pitagorici e platonici. L'accademia di Cosimo generò in breve tempo una quantità di istituzioni analoghe in tutta la penisola italiana, che divennero bastioni della tradizione esoterica occidentale. Fu là che incominciò a fiorire la grande cultura del Rinascimento. Renato d'Angiò non si limitò a contribuire alla formazione delle accademie ma, sembra, trasmise loro uno dei prediletti temi simbolici, quello dell'Arcadia. Certamente, è nell'esistenza di Renato che il motivo dell'Arcadia appare per la prima volta nella cultura occidentale post-cristiana. Nel 1449, ad esempio, nella sua corte di Tarascona, Renato organizzò una serie di pas d'armes, bizzarri ibridi fra il torneo e il masque, nei quali i cavalieri si scontravano e. nel contempo, recitavano una specie di dramma o commedia. Une dei più famosi pas d'armes di Renato era il « Pas d'armes della Pastora ». Impersonata dalla sua amante in carica, la « Pastora » era una figura esplicitamente arcadica, e incarnava attributi romantici e filosofici; presiedeva a un torneo nel quale i cavalier: assumevano identità allegoriche che rappresentavano valori e idee contrastanti. Era una singolare fusione tra il romanzo pastorale arcadico, il fasto della Tavola Rotonda e i misteri del Santo Graal. L'Arcadia figura anche nell'opera di Renato. Spesso è denotati da una fonte o da una pietra tombale, entrambe associate a un fiume sotterraneo. Di solito, questo fiume viene identificato con l'Alfeo, che scorre nella parte centrale dell'attuale Arcadia, il Grecia, si inabissa nel suolo e, si dice, riemerge nella Fonte di Aretusa in Sicilia. Dalla più remota antichità fino alla celebre poesia « Kubla Khan » di Coleridge, il fiume Alfeo è sempre stato ritenuto sacro. Il suo nome deriva dalla stessa radice della lettera greca « alfa », che significa « primo », « inizio » o « fonte ». Sembra che, agli occhi di Renato, il motivo del fiume sotterraneo fosse ricchissimo di echi simbolici e allegorici. Tra l'altro, parrebbe connotare la tradizione esoterica « sotterranea » del pensiero pitagorico, gnostico, cabalistico ed ermetico. Ma potrebbe anche connotare qualcosa di più di un corpus di insegnamenti, forse anche un'informazione concreta e specifica: un « segreto », trasmesso clandestinamente di generazione in generazione. E potrebbe connotare anche una stirpe non riconosciuta e quindi « sotterranea ». Nelle accademie italiane, all'immagine del « fiume sotterraneo » erano attribuiti, a quanto sembra, tutti questi significati. Ricorre di frequente, tanto che spesso le stesse accademie venivano chiamate « Arcadia ». Nel 1502 fu pubblicata un'opera importante, il lungo poema intitolato Arcadia, di Jacopo Sannazzaro: e l'entourage italiano di Renato d'Angiò, diversi anni prima, aveva incluso un certo « Jacques Sannazar » che era probabilmente il padre del poeta. Nel 1553 il poema di Sannazzaro fu tradotto in francese. E venne dedicato, cosa piuttosto interessante, al cardinale di Lénoncourt, antenato del conte di Lénoncourt che nel XX secolo avrebbe compilato le genealogie contenute nei « documenti del Priorato ».

- Nel XVI secolo l'Arcadia e il « fiume sotterraneo » divennero una dilagante moda culturale. In Inghilterra ispirarono l'opera più importante di Sir Philip Sidney, Arcadia. Sir Philip Sidney era amico di John Dee, protagonista di svariati fumetti di Moebius, e come lui era versato nel pensiero ermetico. Frances Yates ritiene che John Dee fosse la fonte dei manifesti rosacrociani (Yates, Occult Philosophy, pp. 170 sgg. Per ulteriori notizie su Sidney e Dee, cfr. French, John Dee).
Nicolas Poussin: "I
pastori d'Arcadia" n. 1.
Sidney conosceva quindi il « fiume sotterraneo » che scorreva nella cultura europea, che in Italia aveva ispirato letterati illustri come Torquato Tasso, il cui capolavoro, la Gerusalemme liberata, canta la conquista della Città Santa ad opera di Goffredo di Buglione. Nel XVII secolo, il tema dell'Arcadia trovò il suo culmine in Nicolas Poussin e Les bergers d'Arcadie. Appare evidente che il « fiume sotterraneo » alludesse costantemente a qualcosa: una tradizione, una gerarchia di valori, forse un particolare corpus di informazioni. L'immagine sembra avere assunto proporzioni ossessive agli occhi di certe eminenti famiglie dell'epoca; e tutte queste famiglie trasmettevano quell'immagine agli artisti da loro protetti. Da Renato d'Angiò, sembra che qualcosa venisse passato ai Medici, agli Sforza, agli Estensi e ai Gonzaga; e questi ultimi, secondo i « documenti del Priorato », diedero a Sion due Gran maestri, Ferrante e Luigi, duca di Nevers. Sembra inoltre che, da queste grandi famiglie, il tema sia passato nell'opera dei poeti e dei pittori più illustri del tempo, inclusi il Botticelli e Leonardo da Vinci.

Dal 1.600 - Da http://www.prieure-de-sion.com/1/i_rosacroce_1097839.html: In Europa, durante il Rinascimento, più precisamente attorno al 1600, prende vita il Movimento Rosacrociano, come erede della tradizione ermetica, le quali radici storiche si perdono nel tempo. Il Movimento Rosacrociano, si presenta al pubblico nel 1614, attraverso la loro prima pubblicazione, il "Fama Fraternitatis Rosae Crucis" e successivamente nel 1616, con la pubblicazione dell'altrettanto celebre "Le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz". Nel diciassettesimo e diciottesimo secolo, i Rosacroce già sono presenti in tutta Europa, tra loro personalità illustri a farne parte, chi più segretamente, chi meno; molti di loro provenienti dagli ambienti della scienza, della letteratura e della filosofia, per poi diffondersi in tutto il mondo, fino al giorno d'oggi. Il sapere rosacrociano, trasmette una conoscenza che ci perviene dall'antico Egitto, da Babilonia, dai Pitagorici e dal Misticismo Giudaico, inteso come corrente gnostica e studio della Cabala. Da questa emanazione sono in seguito nati diversi Ordini Iniziatici Rosacrociani, che ad oggi, custodiscono e perpetuano questa conoscenza attraverso i loro Iniziati.

Nel 1.601 - Giacomo VI, figlio di Maria Stuart, re di Scozia, è iniziato in massoneria, nella loggia di Scone e Perthe, da John Mylne. Nel 1603, poche ore dopo la morte di Elisabetta I, un consiglio di successione proclamerà Giacomo re di Inghilterra e Irlanda col nome di Giacomo I. Sarà incoronato il 25 luglio nell'Abbazia di Westminster a Londra. 

Da "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore:
Nel 1.614 - Appare il primo dei cosiddetti « manifesti dei Rosacroce », seguito un anno dopo da un secondo trattato. A quel tempo i manifesti suscitavano grande clamore: attirarono i fulmini della Chiesa e in particolare dei Gesuiti, e trovarono appoggio entusiastico da parte degli ambienti liberali dell'Europa protestante. Fra gli esponenti più eloquenti e influenti del pensiero « rosacrociano » vi fu Robert Fludd, che è elencato come sedicesimo Gran maestro del Priorato di Sion, dal 1595 al 1637. Tra le altre cose, i « manifesti rosacrociani » (tutti i manifesti sono riprodotti in Waite, Real History of the Rosicrucians) promulgavano la storia del leggendario Christian Rosenkreuz. Dicevano di promanare da una confraternita segreta, « invisibile » di « iniziati » esistente in Germania e in Francia. Promettevano la trasformazione del mondo e della conoscenza umana secondo i principi esoterici ed ermetici: il « fiume sotterraneo » che da Renato d'Angiò era affluito nel Rinascimento. Veniva annunciata un'epoca nuova di libertà spirituale, un'epoca nella quale l'uomo si sarebbe emancipato dalle catene, avrebbe dischiuso i « segreti della natura » e avrebbe governato il proprio destino in armonia con le leggi cosmiche. Nel contempo, i manifesti erano politicamente esplosivi, e attaccavano con violenza la Chiesa cattolica e il Sacro romano impero. Oggi si ritiene, in generale, che i manifesti fossero stati scritti da un teologo ed esoterista tedesco, Johann Valentin Andrea, elencato come Gran maestro del Priorato di Sion dopo Robert Fludd. Se non fu Andrea a scriverli, fu sicuramente qualcuno dei suoi amici e collaboratori. Nel 1616 apparve un terzo trattato « rosacrociano », Le nozze chimiche di Christian Rosenkreuz. Come le due opere precedenti, Le nozze chimiche era di autore anonimo; ma in seguito la stesso Andrea confessò di averlo composto come « scherzo » o commedia. Le nozze chimiche è una complessa allegoria ermetica, che più tardi fece sentire la sua influenza su opere come il Faust di Goethe. Come ha dimostrato Frances Yates, contiene echi inconfondibili dell'esoterista inglese John Dee, che influenzò anche Robert Fludd. L'opera di Andrea evoca inoltre certe risonanze dei romanzi del Graal e dei Cavalieri Templari: ad esempio, è detto che Christian Rosenkreuz portava una tunica bianca con una croce rossa sulla spalla. Nello svolgimento della narrazione viene rappresentato un dramma, un'allegoria all'interno di un'allegoria. Il dramma parla di una principessa d'imprecisato lignaggio « reale », i cui legittimi domìni sono stati usurpati dai Mori e che viene gettata a riva entro una cassa di legno. Il resto del dramma narra le sue vicissitudini e le sue nozze con un principe che l'aiuterà a riconquistare la sua eredità. Le nostre ricerche rivelarono vari collegamenti di seconda e di terza mano tra Andrea e le famiglie che figurano nelle genealogie dei « documenti del Priorato ». Tuttavia, non scoprimmo nessun legame diretto o di prima mano, eccettuato forse Federico, elettore palatino della Renania. Federico era nipote di un importante esponente del protestantesimo francese, Enrico de la Tour d'Auvergne, visconte di Turenne e duca di Buglione: l'antico titolo di Goff redo, il conquistatore di Gerusalemme. Enrico era inoltre imparentato con la famiglia dei Longueville, che avevano un posto eminente tanto nei « documenti del Priorato » quanto nelle nostre indagini. E nel 1591, questo personaggio s'era dato molto da fare per acquisire la cittadina di Stenay. Nel 1613 Federico del Palatinato aveva sposato Elisabetta Stuart, figlia di Giacomo I d'Inghilterra, nipote della famosa Maria Stuarda regina di Scozia, e pronipote di Maria di Guisa; e Guisa era il ramo cadetto della casa di Lorena. Maria di Guisa, un secolo prima, aveva sposato il duca di Longueville e poi, alla morte di questi, Giacomo V di Scozia. Questo fatto aveva creato un'alleanza dinastica fra gli Stuart e i Lorena. Di conseguenza, gli Stuart incominciarono ad apparire, sia pure marginalmente, nelle genealogie dei « documenti del Priorato »; e Andrea, come i tre presunti Gran maestri che vennero dopo di lui, mostrò un notevole interesse per la casa reale scozzese. In questo periodo la casa di Lorena era in fase di eclisse. Se Sion era un ordine organizzato e attivo, a quei tempi, è possibile che avesse trasferito la sua devozione, almeno in parte e temporanemente, alla più potente dinastia degli Stuart. Comunque Federico del Palatinato, dopo il matrimonio con Elisabetta Stuart, creò nella sua capitale, Heidelberg, una corte dalle tendenze esoteriche. Come scrive Frances Yates: “Nel Palatinato si andava formando una cultura che derivava direttamente dal Rinascimento, ma con l'aggiunta di tendenze più recenti, una cultura che potrebbe venire definita con l'aggettivo « rosacrociana ». Il principe intorno al quale turbinavano queste correnti profonde era Federico, l'elettore palatino, e i loro esponenti speravano in un'espressione politico-religiosa delle loro aspirazioni... Il movimento federiciano... era un tentativo di dare a queste correnti un'espressione politico-religiosa, di realizzare l'ideale della riforma ermetica, incentrata su un vero principe... Creò una cultura, uno stato « rosacrociano », con la corte insediata a Heidelberg.” (Yates, Rosicrucian Enlightenment, p.125). Insomma, sembra che gli anonimi « rosacrociani » e i loro simpatizzanti avessero circondato Federico con l'aureola di una missione spirituale e politica. E a quanto pare, Federico accettò volentieri il ruolo che gli veniva imposto, con tutte le speranze e le attese che comportava. Perciò nel 1618 accettò la corona di Boemia che gli era stata offerta dai nobili ribelli di quella terra; e incorse nell'ira del papato e del Sacro romano impero, causando la disastrosa Guerra dei trent'anni. Due anni dopo, Federico ed Elisabetta fuggirono esuli in Olanda, e Heidelberg fu invasa dalle truppe cattoliche. Per un quarto di secolo la Germania divenne il teatro del conflitto più feroce, sanguinoso e costoso di tutta la storia d'Europa prima del XX secolo: un conflitto in cui poco mancò che la Chiesa riuscisse a imporre nuovamente l'egemonia di cui aveva goduto durante il Medioevo. Mentre intorno a lui infuriava il tumulto, Andrea creò una rete di società più o meno segrete, conosciute come Unioni cristiane. Secondo il modello proposto da Andrea, ogni società era capeggiata da un anonimo principe, assistito da altri dodici, suddivisi in gruppi di tre; e ognuno di loro doveva essere specialista in un dato campo dello scibile.(Yates, Rosicrucian Enlightenment, p.192). Lo scopo originario delle Unioni cristiane era quello di conservare la conoscenza minacciata, soprattutto i progressi scientifici più recenti che in maggioranza erano considerati eretici dalla Chiesa. Nel contempo, però, le Unioni cristiane servivano anche da rifugio per quanti cercavano di sottrarsi all'Inquisizione che accompagnava gli eserciti cattolici invasori e mirava a sradicare ogni traccia del pensiero « rosacrociano ». Perciò parecchi studiosi, scienziati, filosofi ed esoteristi trovarono rifugio nelle istituzioni create da Andrea. Grazie ad esse, molti di loro furono condotti clandestinamente al sicuro in Inghilterra, dove stava incominciando a formarsi la massoneria. In un certo senso, è possibile che le Unioni cristiane di Andrea abbiano contribuito all'organizzazione del sistema delle logge massoniche. Tra gli europei che ripararono in Inghilterra c'erano numerosi amici personali di Andrea: ad esempio Samuel Hartlib, Adam Komensky, più noto come Comenius, con il quale Andrea intrattenne una continua corrispondenza; Theodore Haak, che era inoltre amico personale di Elisabetta Stuart ed era in corrispondenza con lei; e il dottor John Wilkins, già cappellano di Federico del Palatinato e successivamente vescovo di Chester. Giunti in Inghilterra, questi uomini si legarono strettamente agli ambienti massonici.

Nel 1.641 - Gli aderenti alle Unioni cristiane di Johann Valentin Andrea riparati in Inghilterra dall'Europa, come Samuel Hartlib, Adam Komensky, più noto come Comenius, Theodore Haak (amico personale di Elisabetta Stuart) e il dottor John Wilkins, già cappellano di Federico del Palatinato e successivamente vescovo di Chester, erano in ottimi rapporti con Robert Moray, la cui iniziazione in una loggia massonica, avvenuta nel 1641, è una delle più antiche che si conoscano; con Elias Ashmole, studioso d'antichità ed esperto conoscitore degli ordini cavaliereschi, che fu iniziato nel 1646; e con il giovane e precoce Robert Boyle che, pur non essendo massone, era membro di un'altra, più misteriosa società segreta. (Esistono lettere, conservate presso la Royal Society, scritte da Robert Boyle a proposito di un gruppo chiamato Sacred Cabalistic Society of Philosophers, che lo accolse quale membro. Sembra che avesse sede in Francia. Cfr. Maddison, Life of... Robert Boyle, pp.166 sgg.). Non ci sono prove concrete che questa società fosse il Priorato di Sion; ma secondo i « documenti del Priorato », Boyle divenne Gran maestro di Sion succedendo ad Andrea. Durante il Protettorato di Cromwell, questi personaggi inglesi e continentali formarono quello che Boyle - riecheggiando volutamente i manifesti « rosacrociani » - chiamò un « collegio invisibile ».

Nel 1.649 - Nell'ambito della rivoluzione inglese o prima rivoluzione inglese, re Carlo I Stuart, ultimo monarca cattolico a regnare sui tre regni britannici, è decapitato dinanzi alla residenza reale, il palazzo di Whitehall. Ha inizio così il periodo repubblicano sotto il protettorato di Oliver Cromwell, che diventa lord protettore del Commonwealth britannico. Nella visione di Cromwell religione e politica erano strettamente collegate, infatti egli era un fervente puritano. Era anche fermamente convinto che la salvezza eterna fosse alla portata di tutti coloro che si conformavano agli insegnamenti della Bibbia e ai dettami della propria coscienza. Era un tenacissimo avversario della Chiesa Romana Cattolica che, a suo parere, negava il primato assoluto della Bibbia in favore del primato del Papa e della gerarchia ecclesiastica, autorità che accusava di essere causa di tirannia e persecuzioni contro i protestanti in tutta Europa. Per questo motivo si batté con vigore contro le riforme che Carlo I stava introducendo nella Chiesa d'Inghilterra, come l'investitura di vescovi e l'introduzione di libri di preghiere in stile cattolico al posto e in contrapposizione allo studio della Bibbia. La convinzione di Cromwell che il cattolicesimo portasse inevitabilmente alla persecuzione dei protestanti fu rafforzata dalla ribellione scoppiata in Irlanda nel 1641, in occasione della quale i cattolici irlandesi massacrarono molti emigranti inglesi e scozzesi di fede protestante. In Inghilterra il resoconto di questi episodi sarà una delle motivazioni principali che Cromwell porterà a giustificazione della spietata durezza con cui condurrà le successive campagne militari in Irlanda. Nel corso della guerra civile Cromwell si trovò peraltro in contrasto anche con i gruppi più estremisti della fazione protestante. Sebbene fosse alleato sia dei quaccheri sia dei presbiteriani, Cromwell non approvava il loro modo autoritario di imporre il proprio credo agli altri protestanti. Egli si avvicinò quindi sempre più alla fazione "indipendente", che sosteneva la necessità di garantire, una volta finita la guerra, la piena libertà religiosa per tutti i protestanti. Cromwell era inoltre un seguace del Provvidenzialismo, dottrina secondo cui Dio si occupava direttamente degli affari del mondo terreno, influenzandolo tramite le opere di "persone elette", che Dio aveva "mandato" nel mondo proprio a questo scopo. Durante la guerra civile Cromwell era fermamente convinto di essere uno di questi "eletti", e interpretò le vittorie da lui ottenute come segno evidente dell'approvazione divina, e le sconfitte come un'indicazione che aveva compiuto qualche errore e doveva cambiare direzione.

Nel 1.660 - Dopo l'invito formale da parte del generale George Monck, Carlo II Stuart torna in patria dove avrebbe governato da re. Carlo II Stuart (Londra, 29 maggio 1630 - Londra, 6 febbraio 1685) è stato re d'Inghilterra, Scozia, Irlanda e Francia dal 29 maggio 1660 (de facto) al 6 febbraio 1685. Secondo i realisti, Carlo divenne re il 30 gennaio del 1649 quando suo padre, Carlo I Stuart, fu decapitato, tuttavia il parlamento si rifiutò di proclamare Carlo re, e in Inghilterra ebbe inizio il periodo repubblicano, sotto il protettorato di Oliver Cromwell, che divenne lord protettore del Commonwealth britannico. Al contrario, il parlamento di Scozia nominò Carlo re di Scozia il 5 febbraio 1649 nella città di Edimburgo e fu incoronato re di Scozia presso Scone il 1º gennaio 1651. Dopo la battaglia di Worcester del 3 settembre 1651 fu costretto a lasciare l'Inghilterra e si rifugiò per i nove anni che seguirono tra Francia, Repubblica delle Province Unite e Paesi Bassi del Sud. Quando nel 1659 il protettorato retto da Richard Cromwell, figlio di Oliver, cadde, il generale George Monck invitò formalmente Carlo a tornare in patria dove avrebbe governato da re. Il 25 maggio del 1660 Carlo sbarcò sul suolo inglese e il 29, giorno del suo trentesimo compleanno, entrò trionfalmente a Londra. Il 23 aprile 1661 venne incoronato re d'Inghilterra, Scozia e Irlanda nell'abbazia di Westminster, come tradizione. Con la restaurazione della monarchia in Inghilterra, il « collegio invisibile » diventa la Royal Society, (Yates, Rosicrucian Enlightenment, pp. 223 sgg. dove spiega i legami tra il movimento dei Rosacroce e la Royal Society.) sotto il patronato del sovrano Stuart, Carlo II. Virtualmente tutti i membri fondatori della Royal Society erano massoni. Si potrebbe persino sostenere che la stessa Royal Society, almeno all'inizio, era un'istituzione massonica, derivata dalla « confraternita invisibile rosacrociana » tramite le Unioni cristiane di Andrea. Ma non sarebbe stato questo, il culmine del « fiume sotterraneo ». Al contrario, questo sarebbe affluito da Boyle a Isaac Newton, elencato come suo successore nella carica di Gran maestro di Sion, e quindi nella complessa rete della massoneria del XVIII secolo.

Nel 1.679 - Carlo II Stuart decide di abolire il parlamento e governa da sovrano assoluto fino al giorno della sua morte, avvenuta il 6 febbraio del 1685. Carlo II fu noto anche con il nome Merrie Monarch (monarca allegro), a sottolineare il clima di edonismo della sua corte e il sollievo generale procurato dal ritorno ad una situazione di normalità dopo l'esperienza repubblicana con i Cromwell e i puritani. La moglie di Carlo, Caterina di Braganza, era sterile, tuttavia il sovrano ebbe dodici figli illegittimi con varie amanti. Morirà il 6 febbraio 1685 e gli succederà il fratello Giacomo II. Giacomo II Stuart (Londra, 14 ottobre 1633 - Saint-Germain-en-Laye, 16 settembre 1701) è stato re d'Inghilterra, Scozia, Irlanda e re titolare di Francia dal 1685 al 1688; è stato l'ultimo monarca cattolico a regnare sui tre regni britannici. Come re di Scozia è conosciuto con il nome di Giacomo VII. Dopo che la sua nomina venne avallata dal Parlamento, che gli promise gli stessi contributi che erano spettati a suo fratello e predecessore, alcuni suoi sudditi cominciarono a diffidare della sua politica religiosa apertamente permissiva nei confronti del cattolicesimo e lo sospettarono di dispotismo, arrivando a deporlo e a costringerlo all'esilio durante quella che è passata alla storia con il nome di Gloriosa Rivoluzione. Il Parlamento inglese lo dichiarò decaduto l'11 dicembre 1688, quello scozzese l'11 aprile 1689. Suo successore non fu il primogenito maschio Giacomo Francesco Edoardo, cattolico, ma la figlia protestante Maria II, che regnò affiancata dal marito Guglielmo III d'Orange. I due sovrani vennero riconosciuti dal Parlamento e cominciarono a regnare nel 1689. Giacomo Francesco Edoardo venne esiliato, ma tentò ben presto di recuperare il trono perduto: nel 1689 sbarcò nell'Irlanda cattolica, da dove sperava di riuscire a giungere a Londra guidando i suoi sostenitori, che presero il nome di giacobiti. Nonostante avesse raccolto attorno a sé un folto esercito, finanziato in larga parte dal cugino francese Luigi XIV, il re Sole assolutista, Giacomo II venne sconfitto nella battaglia del Boyne, presso Dublino, e dovette fare ritorno in Francia, dove visse sino alla fine dei suoi giorni.

Nel 1.688 - La Gloriosa rivoluzione (o Seconda rivoluzione inglese) è stata l'insieme di eventi, fra cui l'uccisione di molti irlandesi cattolici, avvenuta intorno al 1688-1689, che portò alla deposizione di Giacomo II d'Inghilterra (l'ultimo monarca cattolico a regnare sui tre regni britannici) e alla sua sostituzione con la figlia protestante Maria II Stuart e il marito Guglielmo III d'Orange. Non fu una semplice lotta alla successione bensì l'inizio di una nuova monarchia di tipo costituzionale la quale, con la Dichiarazione dei diritti (Bill of Rights - 1689), riconobbe le prerogative del Parlamento e i limiti posti all'autorità regia. Al re rimaneva sostanzialmente il potere esecutivo.

Nel 1.693 - Nasce Charles Radclyffe, secondo i « documenti del Priorato », il successore di Newton come Gran maestro di Sion. A partire dal XVI secolo i Radclyffe erano stati un'influente famiglia del Northumberland. Nel 1688, poco prima di venire deposto, Giacomo II li aveva creati conti di Derwentwater. La madre di Charles Radclyffe era figlia naturale di Carlo II Stuart e di Moll Davies. Perciò, per parte di madre, Radclyffe era uno Stuard, di sangue reale, nipote del penultimo sovrano Stuart, cugino del « Bonnie Prince Charlie » e di George Lee, conte di Lichfield, altro nipote illegittimo di Carlo II. Non è quindi sorprendente che Radclyffe dedicasse la sua vita alla causa degli Stuart. Nel 1715, questa causa era incarnata dal « Vecchio pretendente », Giacomo III, allora in esilio a Bar-le-Duc, sotto la protezione del duca di Lorena. Radclyffe e suo fratello maggiore, James, parteciparono alla ribellione scozzese di quell'anno. Entrambi furono catturati, e James fu giustiziato. Charles, aiutato a quanto sembra dal conte di Lichfield, evase clamorosamente dal carcere di Newgate, e si rifugiò tra i giacobiti, in Francia. Il giacobitismo era un movimento politico che sosteneva la restaurazione del casato degli Stuart sul trono di Inghilterra e Scozia. Il nome deriva dalla forma latina Jacobus del nome del re Giacomo II d'Inghilterra, che era visto dagli aderenti al movimento come erede legittimo al trono della Gran Bretagna. La causa giacobita ottenne maggiori consensi nelle Highlands e Lowlands scozzesi, in Irlanda e nell'Inghilterra settentrionale, portando avanti la convinzione che l'intromissione del parlamento inglese in merito alla successione al trono fosse da ritenersi illegale. Negli anni seguenti Charles Radclyffe divenne il segretario personale del « Giovane pretendente », il « Bonnie Prince Charlie » [N.d.R. Il termine Bonnie deriva dal termine francese medio bon, "buono"] Carlo Edoardo Stuart, figlio maggiore di Giacomo Francesco Edoardo Stuart, figlio di Giacomo II, l'ultimo monarca cattolico a regnare sui tre regni britannici. Giacomo Francesco Edoardo Stuart (Londra, 10 giugno 1688 - Roma, 1º gennaio 1766) soprannominato Old Pretender, era figlio di re Giacomo II e della sua seconda moglie, Maria Beatrice d'Este. Appena qualche mese dopo la nascita di Giacomo Francesco Edoardo, il suo cattolico padre fu deposto ed esiliato dalla Gloriosa rivoluzione del 1688. La protestante figlia maggiore di Giacomo II, Maria II, e suo marito, Guglielmo III, diventarono co-sovrani mentre il Bill of Rights del 1689 e l'Act of Settlement del 1701 esclusero i cattolici dal trono britannico. Giacomo Francesco Edoardo fu allevato in Europa continentale e dopo la morte di suo padre nel 1701, rivendicò la corona d'Inghilterra, Scozia e Irlanda con il nome di Giacomo III d'Inghilterra e Irlanda e Giacomo VIII di Scozia, con il sostegno dei suoi seguaci giacobiti e di suo cugino Luigi XIV di Francia. Quattordici anni dopo, tentò senza successo di riottenere il trono in Gran Bretagna durante l'insurrezione giacobita del 1715 contro il casato di Hannover, durante il regno di Giorgio I. Con l'insurrezione giacobita del 1745, seguita allo sbarco del figlio maggiore Carlo Edoardo Stuart in Scozia, Giacomo Edoardo, rimasto in esilio, fu proclamato ufficialmente re Giacomo VIII di Scozia, potere che mai esercitò, mentre Carlo Edoardo fu riconosciuto signore di Scozia e reggente del regno dai suoi sostenitori e dai clan scozzesi. Con la battaglia di Culloden (1746), gli inglesi però sconfissero definitivamente i giacobiti costringendo Carlo alla fuga, e Giacomo perse il titolo che continuò tuttavia a rivendicare. Alla sua morte nel 1766, il figlio Carlo Edoardo prima, e poi il figlio minore Enrico Benedetto, continuarono la rivendicazione della corona britannica come parte della successione giacobita, senza ottenere alcun risultato. Carlo Edoardo Luigi Giovanni Casimiro Silvestro Maria Stuart, detto anche Giovane Pretendente, The Young Chevalier o Bonnie Prince Charlie (Roma, 31 dicembre 1720 - Roma, 31 gennaio 1788), era il secondo pretendente giacobita ai troni di Inghilterra, Scozia, Francia e Irlanda (col nome Carlo III) dalla morte di suo padre nel 1766. Questa pretesa era tale in quanto figlio maggiore di Giacomo Francesco Edoardo Stuart, egli stesso figlio di Giacomo II, l'ultimo monarca cattolico a regnare sui tre regni britannici, come re di Scozia conosciuto con il nome di Giacomo VII.

Nel 1.725 - Charles Radclyffe fonda la prima loggia massonica sul continente, a Parigi. Durante il loro soggiorno in Francia, gli Stuart avevano avuto legami profondi con la diffusione della massoneria. Anzi, in generale vengono ritenuti la fonte di quella particolare forma di massoneria che è conosciuta come « Rito scozzese ». La massoneria di « Rito scozzese » introdusse gradi più elevati di quelli offerti dagli altri sistemi massonici del tempo. Prometteva l'iniziazione a misteri più grandi e profondi: misteri che si diceva fossero conservati e tramandati in Scozia. Stabiliva legami più diretti tra la massoneria e le varie attività - alchimia, cabalismo e pensiero ermetico, ad esempio - che venivano considerate « rosacrociane ». E poneva in grande risalto non solo l'antichità ma anche l'illustre lignaggio dell' « arte ». È probabile che la massoneria di « Rito scozzese » fosse stata promulgata, se non addirittura ideata, da Charles Radclyffe. Comunque, nel 1725 Radclyffe avrebbe fondato la prima loggia massonica sul continente, a Parigi. Lo stesso anno, o forse l'anno successivo, sembra che venisse riconosciuto Gran maestro di tutte le logge francesi; è ancora citato come tale un decennio più tardi, nel 1736. In ultima analisi, la diffusione della massoneria nel XVIII secolo si deve a Radclyffe più che a chiunque altro. La cosa non appare sempre evidente perché Radclyffe, soprattutto dopo il 1738, non si tenne relativamente nell'ombra. Sembra che operasse soprattutto per mezzo di intermediari e « portavoce ». Il più importante e famoso era un personaggio enigmatico, conosciuto come il cavalier Andrew Ramsay (per ulteriori notizie su Ramsay, cfr. Walker, The Ancient Theology, pp.231 sgg. e Henderson, Chevalier Ramsay). Ramsay era nato in Scozia tra il 1680 e il 1690. In gioventù aveva fatto parte di una società un po' massonica e un po' « rosacrociana », quella dei Philadelphians. Tra i membri di questa società c'erano almeno due amici intimi di Newton. Lo stesso Ramsay nutriva per Newton un'immensa reverenza, e lo considerava una sorta di grande « iniziato » mistico, un uomo che aveva riscoperto e ricostruito le verità eterne celate negli antichi misteri. Ramsay aveva altri legami con Newton. Era in buoni rapporti con Jean Desaguliers, uno dei più cari amici dello scienziato. Nel 1707 studiò matematica con Nicolas Fatio de Duillier, il più intimo tra tutti i compagni di Newton. Come Newton, mostrava interesse e simpatia per i Camisards, una setta di eretici che nutrivano concezioni affini a quelle dei Catari e che in quel periodo venivano perseguitati nella Francia meridionale: e i Camisards erano una specie di cause célèbre per Patio de Duillier. Dal 1710 Ramsay era a Cambrai, dove intrattenne ottimi rapporti con il filosofo mistico Fénolon, ex curato di Saint Sulpice, che già a quei tempi era un bastione di discutibile ortodossia. Non si sa esattamente quando Ramsay incontrò Charles Radclyffe; ma già prima del 1730 si era legato alla causa giacobita. Per qualche tempo fu persino istitutore del « Bonnie Prince Charlie ». Pur avendo avuto rapporti con i giacobiti, nel 1729 Ramsay tornò in Inghilterra, dove nonostante l'apparente mancanza di adeguati requisiti, fu prontamente ammesso nella Royal Society. Inoltre, divenne membro di un'istituzione piuttosto oscura, il Gentleman's Club di Spalding. Questo « club » annoverava uomini come Desaguliers, Alexander Pope e, fino alla sua morte avvenuta nel 1727, anche Isaac Newton. Col 1730, Ramsay era di nuovo in Francia ed espletava un'intensa attività in favore della massoneria. Si sa che presenziò a parecchie riunioni in diverse logge, insieme a numerosi personaggi degni di nota, incluso Desaguliers. Godeva della protezione dei Tour d'Auvergne, visconti di Turenne e duchi di Buglione che, tre quarti di secolo prima, si erano imparentati con Federico del Palatinato. Ai tempi di Ramsay, il duca di Buglione era un cugino di Carlo Edoardo Stuart, detto anche Giovane Pretendente o Bonnie Prince Charlie, ed esponente illustre della massoneria. Il duca donò a Ramsay una tenuta e una casa e lo nominò istitutore di suo figlio. Nel 1737 Ramsay tenne la sua famosa « Orazione », una lunga disquisizione sulla storia della massoneria, che in seguito divenne uno dei documenti fondamentali dell'« arte » (il testo dell'orazione è pubblicato in Gould, History of Freemasonry, vol.5, pp.84 sgg.). Grazie all'« Orazione », Ramsay divenne il principale portavoce della massoneria dei suoi tempi. Il vero ispiratore era Charles Radclyffe, il quale presiedeva la loggia dove Ramsay tenne il suo discorso e nel 1743 figurò come principale firmatorio al funerale di Ramsay. Ma se Radclyffe era la vera forza che agiva per mezzo di Ramsay, sembra che Ramsay fosse il collegamento tra Radclyffe e Newton.

Dal 1.735 - A quel tempo il Sacro romano imperatore era Francesco, duca di Lorena che, sposando nel 1735 Maria Teresa d'Austria, aveva unito le case di Asburgo e di Lorena, inaugurando la dinastia degli Asburgo-Lorena. E secondo i « documenti del Priorato », fu il fratello di Francesco, Carlo di Lorena, a succedere a Radclyffe come Gran maestro di Sion. Francesco fu il primo principe europeo che divenne massone e proclamò pubblicamente la sua affiliazione. Fu iniziato nel 1731 all'Aia, che era una roccaforte delle attività esoteriche fin da quando vi si erano installati i « rosacrociani » durante la Guerra dei trent'anni. E l'uomo che presiedette all'iniziazione di Francesco fu Jean Desaguliers, amico intimo di Newton, Ramsay e Radclyffe. Inoltre, poco dopo la sua iniziazione, Francesco soggiornò a lungo in Inghilterra; là divenne membro di un'istituzione dal nome innocuo, che abbiamo già ricordato: il Gentleman's Club di Spalding. Negli anni che seguirono, Francesco di Lorena favorì la diffusione della massoneria più di qualunque altro signore europeo. La sua corte, a Vienna, diventò in un certo senso la capitale massonica dell'Europa, e il centro di un'intera gamma di altre attività esoteriche. Lo stesso Francesco era un alchimista praticante, e aveva un suo laboratorio nel palazzo imperiale, l'Hofburg. Alla morte dell'ultimo dei Medici divenne granduca di Toscana, e sventò abilmente le persecuzioni dell'Inquisizione contro i massoni fiorentini. Tramite Francesco, Charles Radclyffe, fondatore della prima loggia massonica sul continente, aveva lasciato un'eredità destinata a durare.

Dal 1.737 - Secondo fonti diverse, Andrea Michele de Ramsay, nativo di un villaggio nei pressi di Kilwinning e agente segreto del pretendente d'Inghilterra, Carlo Edoardo Stuart, giunge in Francia e recluta adepti in una sua Massoneria in sei gradi, l'ultimo dei quali si intitolava "Cavaliere del Tempio" e nel quale veniva rivelata una pretesa dottrina segreta dei Templari. A proposito delle interconnessioni tra la Massoneria e i Templari, Ordine Cavalleresco, tra i più famosi per potenza e ricchezza, ancora oggi, a circa 700 anni dalla sua soppressione, esistono in Europa e in America Associazioni ed Istituzioni che fanno risalire la loro origine ai Templari e che nelle loro manifestazioni, richiamano riti e ideologie dell'Ordine. Si tratta, ovviamente, di un fenomeno che, se da una parte, ha generato la fioritura di numerose leggende e un positivo fervore di studi, dall'altra ha favorito la nascita e la diffusione di gruppi e gruppuscoli, molti dei quali, in buona o in cattiva fede, hanno danneggiato e danneggiano l'immagine autentica degli ardimentosi Cavalieri. Due sono le fonti alle quali si collegano le origini del Templarismo: 
1) La leggenda della esistenza in Scozia di una Loggia di Massoneria operativa - la Loggia di Kilwinning - alla quale si sarebbero associati alcuni Cavalieri Templari fuggiti dalla Francia, che avevano trovato protezione presso il re Roberto Bruce; 
2) L'affermazione che il Gran Maestro Giacomo de Molay nel periodo della sua provvisoria libertà nel 1313 aveva passato i suoi poteri al Cavaliere Jean Marc Larmenius, che li avrebbe esercitati dal 1314 al 1324, quando, morendo, li avrebbe trasmessi a Theobald d'Alexandrie.
La Loggia di Kilwinning alla quale appartenevano i costruttori di cattedrali scozzesi e che godevano di particolari prerogative e privilegi, avrebbe accolto nel suo seno alcuni Cavalieri Templari, Maestri architetti, sfuggiti alla persecuzione di Filippo il Bello 2, e capeggiati da Pietro d'Aumont, Maestro provinciale d'Alvernia. Gli stessi avrebbero aiutato il re Roberto Bruce a vincere la battaglia di Bannock-Burn, ed il Sovrano scozzese, per ricompensarli, avrebbe istituito a loro favore l'Ordine dei Cavalieri di Sant'Andrea di Scozia conferendogli la funzione di Sovrano Capitolo della leggendaria Loggia. Ai gradi normali, riservati ai Liberi muratori ed architetti della Loggia, si sarebbero aggiunti quelli del nuovo Ordine, nei quali i neo cavalieri di Sant'Andrea avrebbero portato una presunta dottrina segreta dell'Ordine del Tempio, esercitata in passato da una parte dei Cavalieri Templari e che, secondo il Matter, si sarebbe basata su quattro punti fondamentali: 
1) Stretto monoteismo, 
2) Rifiuto di riconoscere senza limitazioni la divinità del Cristo, 
3) Rifiuto del dogma della transustanziazione, 
4) antipatia per il sacerdozio della Chiesa e per alcune delle sue pratiche.
Risultò poi storicamente provato che tale leggenda, che fu spesso sottoposta ad alcune varianti non essenziali, fu in gran parte una invenzione del barone von Hund, fondatore della "Stretta Osservanza Templare", Ordine massonico pseudo templarista che fu combattuto e in parte abbattuto dai massoni mistici e teosofici nel Convento di Wilhelmsbad, che fu dichiarato non tradizionale da parte di molti scrittori massonici. Comunque, secondo tale leggenda, ecco sorgere un Ordine Reale di Scozia o di Heredom of Kilwinning [dal quale si vorrebbe poi far discendere, nel 1440, l'Ordine inglese del Cardo] nel quale - sempre secondo la leggenda - si volle vedere la continuazione di una tradizione templare legata al cristianesimo templare legata al cristianesimo gnostico, o meglio manicheo, nonché a dottrine che i Templari avrebbero appreso nei loro contatti con gli ismaeliti della setta degli haschinschins, portando così acqua al mulino di Filippo il Bello, almeno per quanto si riferisce alle accuse di eresia e di contatti con gli infedeli.
La parola Heredom (secondo alcuni corruzione del genitivo latino haeredum, secondo altri derivata dalla fusione dei vocaboli greci hiero = santo e domos = casa, da cui Santa casa = Tempio) avrebbe dimostrato o l'eredità spirituale lasciata dai cavalieri fuggiaschi in Scozia ai Massoni scozzesi, o addirittura, la prova della loro presenza nel "Tempio" di Kilwinning. Mancano notizie storicamente valide sulla funzione e sull'attività di questo "Tempio", almeno fino al 1737, quando il Cavaliere Andrea Michele de Ramsay, nativo di un villaggio nei pressi di Kilwinning e agente segreto del Pretendente d'Inghilterra Carlo Edoardo Stuart, giunse in Francia reclutando adepti in una sua Massoneria in sei gradi, l'ultimo dei quali si intitolava "Cavaliere del Tempio" e nel quale veniva, rivelata una pretesa dottrina segreta dei Templari. E’ comunque provato che il neo-templarismo di Ramsay, qualunque fosse il suo corpo, ebbe subito successo e provocò numerose imitazioni.

Nel 1.745 - Si verifica in Gran Bretagna l'insurrezione giacobita. Il giacobitismo era un movimento politico che sosteneva la restaurazione del casato degli Stuart sul trono di Inghilterra e Scozia. Carlo Edoardo Stuart o Bonnie Prince Charlie, è famoso soprattutto per avere guidato l'infruttuosa insurrezione giacobita del 1745, finalizzata alla restaurazione della sua famiglia sul trono di Gran Bretagna, che terminò con la sconfitta nella battaglia di Culloden, che di fatto concluse la causa giacobita. Nel periodo 1745-46 Carlo Edoardo fu riconosciuto signore di Scozia e reggente del regno dai suoi sostenitori e dai clan scozzesi, mentre suo padre Giacomo Edoardo, rimasto in esilio, fu proclamato re Giacomo VIII di Scozia. I giacobiti sostenevano le rivendicazione degli Stuart dovute alla speranza per i cattolici della tolleranza religiosa e la fede nel diritto divino dei re. La fuga di Carlo dalla Scozia dopo la rivolta lo ha reso una figura romantica di fallimento eroico in alcune rappresentazioni successive. Nel 1745, quest'ultimo sbarcò in Scozia e intraprese un tentativo donchisciottesco di reinsediare gli Stuart sul trono britannico. Nello stesso anno Radclyffe, mentre si recava a raggiungerlo, fu catturato a bordo di una nave francese al largo del Dogger Bank. Un anno dopo, nel 1746, il « Giovane pretendente » subì una disastrosa disfatta nella battaglia di Culloden Moor. Pochi mesi dopo, Charles Radclyffe fu decapitato nella Torre di Londra. Nel 1759 Carlo Edoardo Stuart fu coinvolto in un piano per invadere la Gran Bretagna che fu abbandonato dopo le vittorie navali britanniche.

Dal 1.750 - Appare un nuovo ambasciatore della massoneria, il tedesco Karl Gottlieb von Hund Nonostante la morte prematura di Radclyffe nel 1746, i semi che aveva gettato in Europa continuarono a dar frutti e poco dopo il 1750 apparve un nuovo ambasciatore della massoneria, un tedesco che si chiamava Karl Gottlieb von Hund. Hund affermava di essere stato iniziato nel 1742, un anno prima della morte di Ramsay, e quattro anni prima di quella di Radclyffe. Nell'iniziazione, diceva, era stato introdotto a un nuovo sistema massonico, confidatogli da « superiori sconosciuti ». (Waite, New Encyclopaedia of Freemasonry, vol.2, pp.353 sgg.. e Le Forestier, La Franc-Mafonnerie, pp. 126 sgg). Questi « superiori sconosciuti », sosteneva Hund, erano strettamente legati alla causa giacobita. Anzi, all'inizio aveva creduto persino che l'uomo che presiedeva alla sua iniziazione fosse il «Bonnie Prince Charlie». E sebbene poi risultasse che non era così, Hund rimase convinto che il personaggio in questione fosse intimamente legato al «Giovane pretendente». Sembra ragionevole supporre che si trattasse in realtà di Charles Radclyffe. Il sistema massonico al quale fu introdotto Hund, un'altra estensione del « Rito scozzese », fu in seguito chiamato « Stretta osservanza ». Il nome derivava dal giuramento che veniva richiesto, un giuramento di incrollabile e indiscussa obbedienza ai misteriosi « superiori sconosciuti ». E il credo fondamentale della « Stretta osservanza » era che questa discendeva direttamente dai Cavalieri Templari, alcuni dei quali, sopravvissuti all'epurazione del 1307-14, avevano perpetuato il loro Ordine in Scozia. Conoscevamo già questa affermazione. E in base alle nostre ricerche, potevamo riconoscerle un certo fondamento di verità. Un contingente di Templari, sembra, aveva combattuto a fianco di Robert Bruce nella battaglia di Bannockburn. Poiché la Bolla pontificia che scioglieva i Templari non era mai stata promulgata in Scozia, là l'Ordine non era stato ufficialmente soppresso. E noi stessi avevamo rintracciato quello che sembrava un cimitero templare nell'Argyllshire. La più antica delle pietre tombali in questo cimitero risaliva al XIII secolo, le più recenti al XVIII. Le lapidi più antiche presentavano certi rilievi unici e certi simboli identici a quelli che si trovano nei presìdi del Tempio in Inghilterra e in Francia. Le pietre più tarde univano a questi simboli vari motivi tipicamente massonici, e attestavano quindi una specie di fusione. Perciò non era impossibile, concludemmo, che l'Ordine si fosse perpetuato nel territorio desolato dell'Argyll medievale, mantenendo un'esistenza semiclandestina, secolarizzandosi a poco a poco per associarsi finalmente tanto con le confraternite massoniche quanto con il predominante sistema dei clan. Il lignaggio che Hund rivendicava alla « Stretta osservanza », quindi, non ci appariva del tutto improbabile. Tuttavia, con suo grande imbarazzo e disonore, Hund non fu mai in grado di spiegare meglio il nuovo sistema massonico. Perciò i suoi contemporanei la considerarono un ciarlatano e lo accusarono di aver inventato l'episodio della sua iniziazione, l'incontro con i « superiori sconosciuti », e il mandato di diffondere la « Stretta osservanza ». A queste accuse, Hund potè rispondere soltanto che i suoi « superiori sconosciuti » lo avevano inspiegabilmente abbandonato. Avevano promesso di mettersi ancora in contatto con lui e di fornirgli altre istruzioni, diceva, ma poi non l'avevano fatto. Fino alla fine della sua vita, Hund proclamò la sua buona fede, asserendo di essere stato abbandonato dai superiori che, asseriva, erano veramente esistiti. Hund era stato iniziato nel 1742, quando i giacobiti rappresentavano una notevole forza politica sul continente, ma nel 1746 Radclyffe era morto ed erano morti anche molti suoi colleghi, mentre altri erano in carcere o in esilio, in certi casi addirittura in Nord America. Se i « superiori sconosciuti » di Hund non avevano ristabilito i contatti con il loro iniziato, sembra che l'omissione non fosse volontaria. Il fatto che Hund venisse abbandonato subito dopo la disfatta della causa giacobita sembra, se mai, confermare la sua versione. C'è un altro indizio frammentario che conferisce credibilità non soltanto alle affermazioni di Hund ma anche ai « documenti del Priorato ». Si tratta di un elenco di Gran maestri dei Cavalieri Templari, che secondo Hund gli era stato consegnato dai « superiori sconosciuti » (questo elenco è riprodotto in Thory, Acta Latomorum, vol.2, p.282. L'elenco segue quello di Sion solo fino alla scissione del 1188, al tempo in cui il Gran maestro era Gerard de Ridefort). Hund aveva ricevuto un elenco dei Gran maestri del Tempio più esatto di tutti gli altri conosciuti ai suoi tempi. Inoltre, l'aveva ricevuto quando molti dei documenti su cui noi ci eravamo basati - atti, proclamazioni, ecc. - erano ancora sottochiave in Vaticano e nessun estraneo poteva consultarli. Questo parrebbe confermare che i « superiori sconosciuti » di Hund non erano un'invenzione. Inoltre, sembra indicare che questi « superiori sconosciuti » erano straordinariamente informati circa l'Ordine del Tempio, assai più di quanto avrebbero potuto esserlo se non avessero avuto accesso a « fonti privilegiate ». Comunque, nonostante le accuse che gli venivano rivolte, Hund non era rimasto senza amici. Dopo la sconfitta della causa giacobita trovò un protettore premuroso e un amico addirittura nel Sacro romano imperatore, Francesco, duca di Lorena che, sposando nel 1735 Maria Teresa d'Austria, aveva unito le case di Asburgo e di Lorena, inaugurando la dinastia degli Asburgo-Lorena.

Dal 1.750 - La massoneria del 1.700 e 1.800 è stata un'organizzazione intellettuale e sociale della borghesia, che contrastava il potere dell'aristocrazia e della chiesa cattolica. Come tale ha avuto gli innegabili meriti di aver promosso e sostenuto le rivoluzioni borghesi, come quella americana prima e francese poi, dove è riuscita a far introdurre il motto “Fraternité”, che si riferisce proprio ai frammassoni, con Liberté ed Egalité, oltre ai processi di unificazione dell'Italia prima (1861) con il Risorgimento e della Germania poi (1871). Con l'affermarsi della nuova classe dirigente si è via via trasformata in una struttura parallela allo stato a difesa dei nuovi privilegi acquisiti. Oggi la sua influenza è nascosta, anche per gli scandali che hanno accompagnato le logge "deviate" come la P2 (Propaganda 2) e per l'affievolirsi degli ideali umanitari e internazionalisti dei fondatori, sostituiti dalla solidarietà negli affari e dall'utilizzo di beni e risorse pubbliche a fini privati.

Guerra dei sette anni in America settentrionale

Indipendenza delle colonie americane

Rivoluzione francese

Nel 1.810 - Napoleone Bonaparte, che ambiva a creare una biblioteca mondiale, confiscò e portò a Parigi quasi tutto l'archivio del Vaticano. Erano più di tremila casse di materiale che era stato richiesto espressamente: ad esempio, tutti i documenti riguardanti i Templari. Anche se una parte dei documenti fu in seguito restituita a Roma, molti rimasero in Francia.

Nel 1.824 - Charles Nodier, successo a Carlo di Lorena come Gran maestro di Sion, è già un letterato celebre. Ai suoi tempi, Charles Nodier era considerato un importante esponente della cultura, e la sua influenza era enorme. Inoltre, scoprimmo che era collegato alla nostra indagine in molti modi sorprendenti. Quell'anno fu nominato capo bibliotecario della Biblioteca dell'Arsenale, dove si conserva la più grande raccolta francese di manoscritti medievali e occulti. Fra i suoi vari tesori, si diceva che l'Arsenale avesse incluso le opere alchemiche di Nicolas Flamel, l'alchimista medievale elencato come uno dei Gran maestri di Sion. L'Arsenale comprendeva anche la biblioteca del cardinale Richelieu, un'imponente collezione di opere sul pensiero magico, cabalistico ed ermetico. E c'erano anche altri tesori. Allo scoppio della Rivoluzione francese, in tutto il paese i monasteri erano stati saccheggiati, e tutti i libri e i manoscritti erano stati inviati a Parigi. Nel 1810 Napoleone, che ambiva a creare una biblioteca mondiale, confiscò e portò a Parigi quasi tutto l'archivio del Vaticano. Erano più di tremila casse di materiale, che in parte era stato richiesto espressamente: ad esempio, tutti i documenti riguardanti i Templari. Anche se una parte dei documenti fu in seguito restituita a Roma, molti rimasero in Francia. Ed era appunto questo materiale - libri e manoscritti d'occultismo, opere rubate nei monasteri e l'archivio del Vaticano - che passava per le mani di Nodier e dei suoi collaboratori. Metodicamente lo setacciarono, lo catalogarono e l'esplorarono. Tra i colleghi di Nodier impegnati in questo compito c'erano Éliphas Levi e Jean Baptiste Pitois, che adottò il nom de plume di Paul Christian. Negli anni che seguirono, le opere di questi due uomini produssero una vivace rinascita dell'interesse per l'esoterismo. È a questi due uomini e a Charles Nodier, loro mentore, che si può attribuire il « revival dell'occultismo » in Francia. La Storia e pratica della magia di Pitois divenne la Bibbia per gli studiosi ottocenteschi dell'arcano. Ripubblicata recentemente in una traduzione inglese, con tanto di dedica originale a Nodier, oggi è un'opera apprezzatissima dagli studiosi moderni dell'occulto. Durante il suo incarico all'Arsenale, Nodier continuò a scrivere e a pubblicare con grande prolificità. Fra le sue opere più tarde di maggiore importanza ce n'è una in più volumi, riccamente illustrata, di interesse d'antiquariato, dedicata alle località più notevoli dell'antica Francia. In questo compendio monumentale, Nodier consacrò molto spazio all'epoca merovingia: un fatto tanto più sorprendente perché a quei tempi nessuno mostrava il minimo interesse per i Merovingi. Vi sono anche lunghe sezioni dedicate ai Templari, e c'è un articolo speciale su Gisors dov'è incluso un resoconto dettagliato del misterioso « taglio dell'olmo » che nel 1188, secondo i « documenti del Priorato », segnò la separazione tra i Cavalieri Templari e il Priorato di Sion (Nodier, Voyages Pittoresques, Normandie, vol.2, pp.137 sgg.). Nodier però, non era soltanto un bibliotecario e uno scrittore. Era anche un individuo socievole, egocentrico e vivace che cercava sempre di porsi al centro dell'attenzione e non esitava a esagerare la propria importanza. Nel suo alloggio nella Biblioteca dell'Arsenale inaugurò un salotto che fece di lui uno dei più influenti e prestigiosi « potentati estetici » del suo tempo. Prima di morire nel 1845, era diventato il mentore di un'intera generazione; e molti dei suoi discepoli finirono per eclissarlo. Il principale discepolo di Nodier e il suo amico più intimo, ad esempio, era il giovane Victor Hugo, poi divenuto Gran maestro di Sion secondo i « documenti del Priorato ». C'era François-René de Chateaubriand, il quale compì un pellegrinaggio alla tomba di Poussin, a Roma, e vi fece erigere una lapide con la riproduzione dei Bergers d'Arcadie. C'erano Balzac, Delacroix, Dumas padre, Lamartine, Musset, Théophile Gautier, Gerard de Nerval e Alfred de Vigny. Come i poeti e i pittori del Rinascimento, spesso questi uomini attingevano a piene mani alla tradizione esoterica e soprattutto a quella ermetica. E includevano nelle loro opere una quantità di motivi, di temi, di riferimenti e di allusioni al mistero di Rennes-le-Chàteau. Nel 1832, ad esempio, fu pubblicato un libro intitolato Un viaggio a Rennes-les-Bains, che parla a lungo di un tesoro leggendario associato a Blanchefort e a Rennes-le-Chàteau. L'autore di questo oscuro libro, Auguste de Labouìsse-Rochefort, scrisse anche un'altra opera, Gli amanti-A Eléonore. Sul frontespizio, senza alcuna spiegazione, appare il motto « Et in Arcadia Ego ». Fin dall'infanzia, Nodier aveva avuto a che fare con società segrete. Già nel 1790, a soli dieci anni, si sa che faceva parte di un gruppo chiamato « i Philadelphes » (Pingaud, La Jeunesse de Charles Nodier, p.39). Intorno al 1793 creò un altro gruppo, che forse era un « circolo interno » del primo e che includeva uno dei futuri congiurati contro Napoleone. Un atto datato 1797 attesta la fondazione di un altro gruppo, anche questo chiamato « i Philadelphes », avvenuto in quell'anno (Pingaud, La Jeunesse de Charles Nodier, pp.231 sgg., contiene lo statuto della società. Alcune delle regole sono curiose. La regola 18 dice: « I fratelli della Societé dei Philadelphes hanno una particolare predilezione per il colore azzurro cielo, la figura del pentagramma e il numero 5 »). Nella biblioteca di Besançon c'è un enigmatico saggio composto e recitato a questo gruppo da uno degli amici intimi di Nodier. È intitolato Le berger arcadien ou premièrs accents d'une flute champètre (II pastore d'Arcadia o i primi accenti d'un flauto agreste). (Pingaud, La Jeunesse de Charles Nodier, p.47). A Parigi, nel 1802, Nodier scrisse della sua affiliazione a una società segreta che descriveva come « biblica e pitagorica » (Nodier, Contes, pp. 4 sgg.). Quindi, nel 1816, pubblicò anonima una delle sue opere più curiose e influenti, Storia delle società segrete nell'esercito sotto Napoleone. In questo libro, Nodier è volutamente ambiguo. Non chiarisce in modo definitivo se la sua è un'opera narrativa o documentale. Lascia capire invece che si tratta di un'allegoria appena velata di autentici fatti storici. In ogni caso, sviluppa una vasta filosofia delle società segrete. E attribuisce a queste società un gran numero di imprese storiche, inclusa la caduta di Napoleone. Vi sono in attività molte società segrete, dichiara Nodier. Ma ce n'è una, aggiunge, che ha la precedenza su tutte le altre, anzi, presiede a tutte. Secondo Nodier, questa società segreta « suprema » è chiamata « i Philadelphes ». Nel contempo, tuttavia, egli parla del « giuramento che mi lega ai Philadelphes e mi vieta di farli conoscere sotto il vero nome della società » (Nodier, History of the Secret Societies of the Army, p.105). Tuttavia, c'è un accenno a Sion in discorso citato da Nodier e che sarebbe stato pronunciato a un'assemblea di Philadelphes da uno dei congiurati contro Napoleone. L'uomo in questione sta parlando del figlio neonato: “È troppo giovane per legarsi a voi con il giuramento di Annibale; ma ricordate che io l'ho chiamato Eliacin, e che delego a lui la custodia del tempio e dell'altare, se dovessi morire prima di aver veduto cadere dal trono l'ultimo degli oppressori di Gerusalemme.” (Nodier, History of the Secret Societies of the Army, p.116). Il libro di Nodier apparve sulla scena quando la paura delle società segrete aveva assunto proporzioni virtualmente patologiche. Spesso queste società venivano accusate di aver istigato la Rivoluzione francese; e sotto molti aspetti l'atmosfera dell'Europa post-napoleonica era simile a quella del periodo maccarthista negli Stati Uniti durante gli anni Cinquanta. La gente vedeva cospirazioni dappertutto, o credeva di vederle. Imperversavano le cacce alle streghe. Ogni disordine, ogni evento anomalo, ogni fatto spiacevole veniva attribuito all'« attività sovversiva », all'opera di organizzazioni clandestine che lavoravano insidiosamente dietro le quinte, corrodendo le istituzioni e perpetrando ogni sorta di subdolo sabotaggio. Questa mentalità portò a misure estremamente repressive. E la repressione, spesso diretta contro una minaccia fittizia, generava a sua volta oppositori autentici, autentici gruppi di cospiratori sovversivi, che potevano formarsi ispirandosi ai modelli fittizi. Anche come creature dell'immaginazione, le società segrete fomentavano una diffusa paranoia agli alti livelli dei governi; e di frequente questa paranoia causava più danni di quanti avrebbe potuto farne qualunque società segreta. Non c'è dubbio che il mito della società segreta, se non la società segreta vera e propria, ebbe un ruolo importante nella storia dell'Europa nel secolo XIX. E uno dei principali architetti del mito, e forse di una realtà che stava dietro il mito, fu Charles Nodier. II personaggio più significativo delle società segrete del tempo fu Filippo Michele Buonarroti (discendente del fratello di Michelangelo) che incominciò la carriera come paggio del granduca di Toscana (figlio di Francesco di Lorena) e si levò alla Massoneria. Allo scoppio della Rivoluzione francese andò in Corsica, dove rimase fino al 1794 e conobbe Napoleone. Nei primi anni del 1800 creò tutta una serie di società segrete. Ne fondò tante che gli storici non sanno esattamente quante fossero. Uno di loro osserva che « Buonarroti era una vera divinità, se non onnipotente almeno onnipresente »: Eisenstein, The First Professional Revolutionist... Buonarroti, p.48, citando Lehning. Buonarroti aveva molti amici in comune con Nodier e Hugo: Petrus-Borel, Louis Blanc, Célestin Nanteuil, Jehan Duseigneur, Jean Gigoux, quindi è molto probabile che si conoscessero. Anzi, l'assenza di ogni notizia su di loro eventuali incontri è molto sospetta, data la posizione che Buonarroti assunse più tardi a Parigi. Cfr. inoltre Roberts, Mythology of the Secret Societies, pp.233 sgg.: « Per trent'anni. senza arrestarsi mai, come un ragno nella sua tana, tessendo le fila di una cospirazione che tutti i governi hanno di volta in volta spezzato, e che non si stanca mai di ritessere. » Eisenstein, The First Professional Revolutionist... Buonarroti, p.51. È molto probabile che tanto Buonarroti quanto Nodier appartenessero al Priorato di Sion, dato soprattutto che una delle organizzazioni di Buonarroti era quella dei Philadelphes, lo stesso nome usato da Nodier per il suo ordine.

Nel 1.723 - La "massoneria" in Italia nasce il il 24 giugno a Girifalco (Catanzaro), dove 7 individui di varia estrazione sociale si riuniscono, spinti dall'idea di seguire i valori universali di libertà, uguaglianza, tolleranza e solidarietà propugnati dai primi fratelli Massoni sei anni prima in Gran Bretagna.

http://www.grandeoriente.it/300
-anni-massoneria-massoni-prota
gonisti-del-novecento-giornale-off/
In Italia, il neo-templarismo di Ramsay dette origine ad un gruppo patriottico a carattere carbonaro-aristocratico tendente a promuovere l'unità e l'indipendenza italiana, l'Ordine Militare e Sovrano del Tempio di Sion il cui massimo titolo o grado era quello di Commendatore del Tempio, Custode della Torre interiore. Questi due Ordini furono imitati con notevoli variazioni e modifiche dall'Ordo Templis Orientis con sede in Svizzera, dall'Order of Knights Templars sorto in Inghilterra e propagatosi con notevole fortuna negli Stati Uniti d'America e dal Rito Svedese.

- Da “Il Santo Graal” di Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln, 1982 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano: "Il primo sospetto che Napoleone avesse qualche legame con la vicenda dei merovingi l'avemmo notando le citazioni contenute nelle genealogie dei Dossiers, che elencavano tra le fonti l'opera di un certo abate Pichon. Tra il 1805 e il 1814, Pichon completò uno studio dei discendenti Merovingi da Dagoberto II fino al 20 novembre 1809, quando Jean XXII de Plantard nacque a Semelay (Nièvre). Le sue fonti sarebbero stati dei documenti scoperti dopo la Rivoluzione francese. Altre notizie erano contenute nella pubblicazione di Madeleine Blancasall, edita dall'Alpina, dove si affermava (p. 1) che l'abate Pichon aveva ricevuto l'incarico da Sieyès (membro del Direttorio, 1795-9) e Napoleone. Una cospicua massa di materiale è contenuta in “L'Or de Rennes pour un Napoléon”, di Philippe de Chérisey, ora in microfiche presso la Bibliothèque Nationale di Parigi. Chérisey riferisce brevemente che l'abate Sieyès, grazie alle ricerche effettuate da Pichon tra il materiale degli archivi reali, era al corrente della sopravvivenza dei Merovingi. Riferì la cosa a Napoleone, e lo esortò a sposare Giuseppina, vedova di un discendente merovingio, Alexandre de Beauharnais. Napoleone successivamente adottò i due figli di Giuseppina, che avevano nelle vene il « sangue reale ». Più tardi, lo stesso Napoleone incaricò l'abate Pichon (il cui vero nome sarebbe stato Francois Dron) di completare una genealogia definitiva. Tra le altre cose, a Napoleone interessava accertare che la dinastia dei Borbone fosse illegittima. E quando si incoronò imperatore dei Francesi (non di Francia) la cerimonia, che ebbe significative sfumature merovinge, a quanto viene detto sarebbe stata il risultato degli studi di Sieyès e di Pichon. Se è vero, Napoleone indendeva gettare le fondamenta di un nuovo impero merovingio. Non avendo figli da Giuseppina, sposò Maria Luigia, figlia dell'imperatore d'Austria, una Asburgo di discendenza merovingia. Maria Luigia gli diede un figlio, Napoleone II, che aveva nelle vene il « sangue reale » dei Merovingi. Tuttavia Napoleone II morì senza eredi. Ma il futuro Napoleone III, figlio di Luigi Bonaparte e di Ortensia di Beauharnais (figlia di primo letto di Giuseppina) era anch'egli portatore del « sangue reale ». Chérisey, inoltre, insinua che l'arciduca Carlo, fratello della seconda moglie di Napoleone, si lasciò convincere a perdere la battaglia di Wagram, nel 1809, in cambio di una parte del tesoro merovingio che Napoleone aveva trovato nel Razès. Questo tesoro fu successivamente scoperto nel 1837 a Petroassa, che allora era un dominio asburgico. Dato che gli Asburgo discendevano dai Merovingi, si può capire perché attribuissero tanto valore al tesoro."

Recente immagine di massoni del
G.O.I.
Nel 1.805 - Viene fondato a Roma il G.O.I. (Grande Oriente d'Italia) a palazzo Giustiniani (oggi la sua sede è a Villa Medici del Vascello). Il Gran Maestro è il Vicerè d'Italia, Eugenio di Beauharnais, figliastro di Napoleone I.

Nel 1.807 - Il 4 luglio, a Nizza nasce Giuseppe Garibaldi, nell'attuale Quai Papacino, in un periodo in cui la relativa contea (già parte dei domini sabaudi) era sotto sovranità francese, poiché in quegli anni erano stati annessi, da Napoleone Bonaparte, all'Impero francese, tutti i territori continentali sabaudi. Fu battezzato il 19 luglio 1807 nella chiesa dei S.S. Martino e Agostino, situata nel quartiere attuale della Vecchia Nizza, e registrato come Joseph Marie Garibaldi, cittadino francese. La sua famiglia si era trasferita a Nizza nel 1770; il padre Domenico Garibaldi (1766-1841), originario di Chiavari, era proprietario di una tartana chiamata Santa Reparata. La madre Maria Rosa Nicoletta Raimondi (22 gennaio 1776 - 20 marzo 1852) era figlia di pescatori, originaria di Loano, che nel 1807 faceva parte del territorio francese, mentre fino al 1805 apparteneva alla Repubblica Ligure, nome che ha connotato lo Stato ligure tra il 1797 e il 1805, durante il periodo napoleonico.

- Nel Risorgimento italiano, la Massoneria è stata fondamentale se non addirittura decisiva.

Nel 1.844 - Da https://www.radiospada.org/2014/02/il-ven-gr-m-massone-giuseppe-garibaldi-e-leterna-devozione-della-massoneria-foto-e-documenti/: E' a Montevideo, in Uruguay, che Garibaldi nel 1844 indossa il primo “grembiulino” ed “ebbe la luce” massonica iniziatica. Aveva trentasette anni, e la loggia era "L’Asil de la Vertud", una loggia irregolare, emanazione della massoneria brasiliana, non riconosciuta dalle principali obbedienze massoniche internazionali, quali erano la Gran Loggia d’Inghilterra e il Grande Oriente di Francia. Sempre nel corso del 1844 regolarizzò la sua posizione(4° grado) presso la loggia Les Amis de la Patrie di Montevideo posta all’obbedienza del grande Oriente di Parigi. La sua affiliazione comparve successivamente anche nella loggia Tomp Kins, a Stapleton nello stato di New York, (Dove ancora oggi sorge una loggia/officina che porta il suo nome). La carriera massonica di Garibaldi ebbe un salto di qualità quando il Gran Oriente di Palermo gli conferì (Tra i sei commissari inviati dal Gran Oriente c’era anche il 33° Francesco Crispi) a Torino tutti i gradi del Rito Scozzese (dal 4° al 33°) il 17 marzo 1862, seguita dall’elezione a Gran Maestro dell’Ordine d’Oriente e del Rito Scozzese Antico ed Accettato del 21 maggio 1864 e nella suprema carica di Gran Hierofante del Rito Egiziano di Memphis-Misraim nel 1881. Molte di queste informazione le dobbiamo a Aldo A. Mola direttore del ”Centro studi per la storia della Massoneria” che ha sede presso il Gran Oriente d’Italia a Roma. Aldo Mola nel suo libro ”Liberazione d’Italia nell’opera della Massoneria” (oltre alla quantità incredibile di documenti, tra cui i buoni di stato britannici che hanno finanziato Mazzini & Company) ripete più volte: “La spedizione dei mille dall’inizio alla fine sotto tutela britannica: o, se si preferisce, dalla Massoneria Inglese”. Il Mola precisa che Garibaldi: ”andò in visita ufficiale”..(In Gran Bretagna)..”[ove ottenne] accoglienze trionfali, mai riservate ad alcun riservato cittadino” (informazioni tratte da “Storia della massoneria Italiana”, Aldo A. Mola). E in Inghilterra, soprattutto tra gli ultimi anni ’50 e gli ultimi anni ’60, vi sono in ogni caso attivi contatti con la menzionata loggia irregolare dei “Philadelpes”, nucleo originario di quella che poi diventerà la “Prima Internazionale”, analiticamente documentati, ad esempio, da B. Nikolaevsky. Non mancano, attraverso le personalità liberali che appoggiano in Inghilterra l’azione mazziniana, contatti con la massoneria regolare: la prima riunione dei “Friends of Italy” si tiene a Londra nella località storica detta “Freemasons’ Tavern”

Dal 1.885 - Claude Debussy è Gran maestro del Priorato di Sion. Le tendenze che trovarono espressione in Nodier - un interesse affascinato per le società segrete e la rinnovata passione per l'esoterismo - continuarono ad acquisire influenza e seguaci per tutto il XIX secolo. Entrambe le tendenze raggiunsero il culmine nella Parigi fin de siecle, l'ambiente in cui visse Claude Debussy, presunto Gran maestro di Sion al tempo in cui, nel 1891, Bérenger Saunière scoprì le misteriose pergamene a Rennes-le-Chàteau. Sembra che Debussy avesse conosciuto Victor Hugo tramite il poeta simbolista Paul Verlaine. In seguito, mise in musica diverse opere di Hugo. Inoltre, entrò nei circoli simbolisti che, nell'ultimo decennio del secolo, finirono per dominare la vita culturale parigina. Di questi circoli facevano parte il giovane ecclesiastico Émile Hoffet ed Emma Calvé; e fu per loro tramite che Debussy conobbe Saunière. C'era anche l'enigmatico mago della poesia simbolista francese, Stéphane Mallarmé, del quale Debussy musicò uno dei capolavori, L'Après-Midi d'un Faun. C'era il commediografo simbolista Maurice Maeterlinck, il cui dramma merovingio, Pelléas et Mélisande, venne trasformato da Debussy in un'opera famosa in tutto il mondo. C'era il pittoresco conte Philippe Auguste Villiers de l'Isle-Adam, il cui dramma « rosacrociano » Axel diventò una specie di Bibbia per l'intero movimento simbolista. Sebbene la morte, avvenuta nel 1918, gli impedisse di completare il lavoro, Debussy aveva incominciato a comporre un libretto tratto dal dramma occulto di Villiers, con l'intenzione di ricavarne un'opera. Tra gli altri c'erano anche le celebrità che frequentavano i famosi martedì di Mallarmé: Oscar Wilde, W.B. Yeats, Stefan George, Paul Valéry, il giovane André Gide e Marcel Proust.I circoli di Debussy e di Mallarmé erano letteralmente impregnati di esoterismo. Nel contempo, avevano contatti con ambienti ancora più esoterici. Quindi Debussy frequentava virtualmente tutti i nomi più eminenti del cosiddetto « revival occulto » francese. Uno di questi personaggi era il marchese Stanislas de Guaìta, intimo di Emma Calvé e fondatore del cosiddetto Ordine cabalistico della Rosacroce. Un altro era Jules Bois, famigerato satanista, anche lui intimo di Emma Calvé e amico di MacGregor Mathers. Ispirato da Jules Bois, Mathers fondò la più famosa società occulta inglese del periodo, l'Ordine della Golden Dawn. Un altro occultista conosciuto da Debussy era il dottor Gérard Encausse, meglio noto come Papus, che sotto questo nome pubblicò un'opera sui Tarocchi ancora oggi considerata fondamentale. Papus era non soltanto membro di numerosi ordini segreti e società segrete, ma era anche confidente dello zar Nicola e della zarina Alessandra di Russia. E tra gli amici più intimi di Papus c'era un personaggio che era già apparso nella nostra indagine: Jules Doinel. Nel 1890, Doinel era diventato bibliotecario a Carcassonne e aveva fondato nella Linguadoca una chiesa neocatara, della quale fungevano da vescovi lui e Papus. Doinel, anzi, si autoproclamava vescovo gnostico di Mirepoix, che includeva la parrocchia di Montségur, e di Alet, che includeva la parrocchia di Rennes-le-Chàteau.
La chiesa di Doinel sarebbe stata consacrata da un vescovo orientale a Parigi, nella casa di Lady Caithness, moglie del conte di Caithness, Lord James Sinclair: e questo è piuttosto interessante. Vista in retrospettiva, sembra che questa chiesa fosse una delle tante sette innocue che fiorirono verso la fine del secolo scorso. A quel tempo, però, suscitò un notevole allarme negli ambienti ufficiali. Per il Santo Uffizio venne preparata persino una speciale relazione sulla « rinascita delle tendenze catare ». E il papa promulgò una condanna esplicita dell'Istituzione di Doinel, denunciandola energicamente come una nuova manifestazione dell'« antica eresia albigese ». Nonostante la condanna del Vaticano, Doinel, verso il 1895, era attivo nel territorio di Saunière, proprio nel periodo in cui il curato di Rennes-le-Chàteau incominciava a ostentare la sua ricchezza. Può darsi che i due uomini fossero stati presentati da Debussy o da Emma Calvé. Oppure dall'abate Henri Boudet, curato di Rennes-les-Baines, ottimo amico di Saunière e collega di Doinel nella Società delle arti e scienze di Carcassonne. Debussy era in stretto contatto con Joséphin Péladan, un altro amico di Papus e, cosa abbastanza prevedibile, intimo di Emma Calvé. Nel 1889 Péladan partì per la Terrasanta. Al suo ritorno, affermò di aver scoperto la tomba di Gesù, non già nel sito tradizionale del Santo Sepolcro, bensì sotto la moschea di Omar, che anticamente aveva fatto parte dell'enclave dei Templari. Per ripetere le parole di un ammiratore entusiasta, la pretesa scoperta di Péladan era « così sbalorditiva che in qualunque altra epoca avrebbe scosso il mondo cattolico fino alle fondamenta » (Lucie-Smith, Symbolist Art, p.110. Per quanto riguarda la vita e i rapporti di Péladan, cfr. Pincus-Witten, Occult Symbolism in France). Ma Péladan e i membri della sua cerchia non spiegavano in che modo fosse stato possibile identificarla con assoluta certezza, e neppure perché la scoperta avrebbe dovuto scuotere il mondo cattolico; a meno che, ovviamente, contenesse qualcosa di significativo, sensazionale o forse addirittura esplosivo. Comunque, Péladan non fornì particolari sulla sua presunta scoperta. Ma, sebbene si dichiarasse cattolico, insisteva nell'affermare che Gesù era stato mortale. Nel 1890 Péladan fondò un nuovo ordine, l'Ordine cattolico della Rosacroce, del Tempio e del Graal. E diversamente dalle altre istituzioni rosacrociane di quell'epoca, l'ordine sfuggì alla condanna papale. Nel frattempo, Péladan rivolse sempre più la sua attenzione alle arti. L'artista, dichiarava, doveva essere « un cavaliere in armatura, impegnato nella cerca simbolica del Santo Graal ». E in omaggio a questo principio, Péladan intraprese una vera e propria crociata estetica, che si concretò in una serie molto pubblicizzata di mostre annue, con il nome di Salon de la Rose + Croix, che aveva lo scopo conclamato di « rovinare il realismo, riformare il gusto latino e creare una scuola d'arte idealista ». A questo fine, certi temi venivano respinti autocriticamente e sommariamente come indegni, « anche se eseguiti bene o persino in modo perfetto ». L'elenco dei temi respinti includeva la pittura storica « prosaica », la pittura patriottica e militare, le rappresentazioni della vita contemporanea, i ritratti, le scene agresti e « tutti i paesaggi, eccettuati quelli composti alla maniera di Poussin » (Lucie-Smith, Symbolist Art, p.111). Péladan non si accontentò della pittura. Cercò di promulgare la sua estetica anche nel campo della musica e del teatro. Fondò una sua compagnia teatrale, per rappresentare opere composte appositamente su temi come Orfeo, gli Argonauti e la ricerca del Vello d'oro, il « Mistero della Rosacroce » e il « Mistero del Graal ». Uno dei promotori e patroni di queste realizzazioni era Claude Debussy. Tra coloro che erano legati a Péladan e a Debussy figurava anche Maurice Barrès che, in gioventù, aveva fatto parte di un circolo « rosacrociano » insieme a Victor Hugo. Nel 1912 Barrès pubblicò il suo romanzo più noto, La colline inspirée (La collina ispirata). Certi commentatori odierni ritengono che l'opera sia un'allegoria appena velata di Bérenger Saunière e di Rennes-le-Chàteau. Senza dubbio, vi sono paralleli che appaiono troppo evidenti per essere semplici coincidenze. Ma Barrès non ambienta gli eventi da lui narrati a Rennes-le-Chàteau o in qualche altra parte della Linguadoca. Al contrario, la « collina ispirata » del titolo è un colle sovrastato da un villaggio, in Lorena. E il paesello è Sion, vecchio centro di pellegrinaggi.

Dal 1.918 - Jean Cocteau è Gran maestro del Priorato di Sion. Senza dubbio Jean Cocteau era cresciuto in un ambiente vicino ai « corridoi del potere » ; la sua famiglia era politicamente eminente e suo zio era un illustre diplomatico. Ma Cocteau, almeno in apparenza, aveva abbandonalo quel mondo, andandosene di casa a quindici anni e tuffandosi nella subcultura marsigliese. Dal 1908 si era fatto un nome negli ambienti artistici bohémiens. A poco più di vent'anni cominciò a frequentare Proust, Gide e Maurice Barrès. Era inoltre amico intimo del pronipote di Victor Hugo, Jean, con il quale si lanciò in varie escursioni nel mondo dello spiritismo e dell'occultismo. Ben presto divenne molto versato nella cultura esoterica, e il pensiero ermetico ispirò non soltanto gran parte della sua opera, ma tutta la sua estetica. Nel 1912, se non anche prima, aveva incominciato a frequentare Debussy, al quale allude spesso, sebbene in modo non molto indicativo, nei suoi diari. Nel 1926 disegnò le scene per una rappresentazione dell'opera Pelléas et Mélisande perché, secondo un commentatore, « non seppe resistere alla tentazione di legare per sempre il suo nome a quello di Claude Debussy ». La vita privala di Cocleau, tra la droga e una serie di amori omosessuali, fu notoriamente eccentrica, e gli conferì l'immagine di un individuo volubile e irresponsabile. In realtà, però, teneva molto alla sua immagine pubblica e faceva in modo che le sue avventure personali non gli impedissero di frequentare personaggi potenti e influenti. Come ammetteva senza esitare, aveva sempre aspirato a riconoscimenti pubblici, agli onori, alla stima, addirittura all'ammissione all'Accademia di Francia. E si preoccupò di mostrarsi conformista quanto bastava per ottenere ciò che voleva. Per questo restò sempre nell'orbita di personalità eminenti come Jacques Maritain e Andre Malraux. Anche se ufficialmente non si occupò mai di politica, durante l'ultima guerra denunciò il governo di Vichy e, a quanto sembra, ebbe rapporti con la Resistenza. Nel 1949 fu nominato cavaliere della Legion d'Onore. Nel 1958 fu inviato dal fratello di de Gaulle a tenere un discorso ufficiale sulla Francia. Non è il ruolo che di solito si attribuisce a Cocteau, tuttavia sembra che lo recitasse abbastanza di frequente e con molta soddisfazione. Per buona parte della sua vita Cocteau fu legato, a volte strettamente, a volte in modo marginale, agli ambienti cattolici realisti. Lì frequentava molti esponenti della vecchia aristocrazia, inclusi alcuni amici e protettori di Proust. Nel contempo, però, il cattolicesimo di Cocteau era molto sospetto, molto poco ortodosso, e sembra che il suo impegno avesse un carattere più estetico che religioso. Nell'ultima parte della sua vita consacrò molte energie al restauro e alla nuova decorazione di varie chiese: forse una strana eco delle attività di Bérenger Saunière. Tuttavia, anche in questo caso la sua pietà era molto dubbia: « Mi credono un pittore religioso perché ho decorato una cappella. Sempre la solita mania di etichettare la gente » (Questo fu il suo commento, quando venne invitato a eseguire il dipinto che ora fa parte di una cappella della chiesa di Notre Dame de France a Londra). Come Saunière, nelle sue nuove decorazioni Cocteau introduceva dettagli curiosi e suggestivi. Alcuni si possono vedere nella chiesa di Notre Dame de France, presso Leicester Square a Londra. La chiesa fu eretta nel 1865 ed è possibile che, al tempo della sua consacrazione, avesse legami massonici. Nel 1940, durante i bombardamenti tedeschi, fu gravemente danneggiata, ma continuò a essere il centro culturale preferito da molti esponenti di rilievo delle Forze della Francia libera; e dopo la guerra fu restaurata e decorata a nuovo da artisti provenienti da ogni parte della Francia. Fra questi vi fu Cocteau che nel 1960, tre anni prima di morire, eseguì un affresco raffigurante la Crocifissione. È una Crocifissione molto singolare. C'è un sole nero, e nell'angolo inferiore destro spicca una figura non identificata, sinistra e colorata di verde. C'è un solo soldato romano con uno scudo ornato da un uccello estremamente stilizzato che ricorda l'Horus egizio. Tra le donne dolenti e i centurioni che giocano a dadi, vi sono due figure incongruamente moderne: una è lo stesso Cocteau che, significativamente, volge le spalle alla croce. La cosa più sorprendente è che l'affresco mostra soltanto la parte inferiore della croce. Colui che vi è appeso è visibile solo fino alle ginocchia, e quindi non si vede il suo viso, e non è possibile accertarne l'identità. Alla croce, immediatamente sotto i piedi della vittima anonima, è fissata una enorme rosa, in pratica l'emblema della Rosacroce. Un motivo molto singolare per una chiesa cattolica.

Nel 1.919 - In Italia i "Fratelli" massoni sono circa 22.000 e i loro rapporti con il nascente fascismo, sono piuttosto buoni, anche perché Mussolini sollecitava l'aiuto della media ed alta borghesia, dell'imprenditoria, della Finanza, della Diplomazia, della Magistratura e dell'Esercito.

Foto del 30-10-'22. Dopo la farsa della
marcia su Roma, il re convoca a Roma
Mussolini, qui con 3 gerarchi fascisti.
Da sinistra: Emilio De Bono, Benito
Mussolini, Italo Balbo (massone),
Cesare Maria De Vecchi.
Nel 1.922 - La Marcia su Roma del 28 ottobre è finanziata dal G.O.I. (Grande Oriente d'Italia). Vedi http://win.storiain.net/arret/num171/artic2.asp.

Giacomo Matteotti.
Nel 1.924 - È assassinato Giacomo Matteotti, parlamentare socialista e massone italiano.
Da http://www.libreidee.org/2017/11/delitto-matteotti-vero-mandante-il-re-socio-dei-petrolieri/: « Non fu Mussolini il vero mandante del delitto Matteotti, ma il Re: Vittorio Emanuele III decretò la morte del parlamentare socialista Giacomo Matteotti, assassinato a Roma il 10 giugno 1924 dalla squadraccia fascista capeggiata da Amerigo Dumini. Lo afferma Gianfranco Carpeoro, nel suo nuovissimo saggio “Il compasso, il fascio e la mitra”, che ricostruisce - sulla base di archivi inediti - il vero ruolo dei due massimi sponsor occulti del fascismo, la massoneria e il Vaticano. Due poteri che “coltivarono” un regime che forse mostrò il suo vero volto, per la prima volta, proprio con l’omicidio Matteotti. Il leader socialista, si disse per decenni, fu punito per il suo straordinario coraggio: il 30 maggio 1924 denunciò alla Camera i brogli e le intimidazioni che avevano permesso ai fascisti di vincere le elezioni, il 6 aprile. Solo in questi ultimi anni è progressivamente emerso l’altro movente, più segreto: la maxi-tangente pagata al governo italiano dalla società petrolifera Sinclair Oil, per lo sfruttamento del greggio in Emilia e in Sicilia. Lo stesso Matteotti, dopo un viaggio a Londra, aveva scoperto la verità e stava per renderla pubblica. Lo scandalo avrebbe travolto il neonato regime, dato che risultava implicato anche Arnaldo Mussolini, fratello del Duce. Ma quello era solo il “primo livello” della tangente: perché il maggiore beneficiario dell’affare non sarebbe stato Mussolini, bensì il Re.
Vittorio Emanuele III
e Benito Mussolini.
Era lui, Vittorio Emanuele III, il vero dominus del business petrolifero, e quindi anche del delitto Matteotti. A gettare nuova luce sul “peccato originale” del fascismo sono le carte dell’obbedienza massonica di Piazza del Gesù, il Rito Scozzese italiano, di cui lo stesso Carpeoro è stato “sovrano gran maestro”. «Attenzione: lo stesso Matteotti era un 33° grado del Rito Scozzese», premette l’autore, presentando alcune anticipazioni del libro nel corso della diretta web-streaming “Carpeoro Racconta”, condotta da Fabio Frabetti di “Border Nights”. Massone Matteotti, e massoni i “fratelli” inglesi che lo informarono dell’affare Sinclair Oil, spiegandogli – carte alla mano – che a intascare il grosso della colossale tangente petrolifera (addirittura una ingente quota azionaria della compagnia) non sarebbe stato il Duce, ma direttamente il numero uno di casa Savoia. A indagare sul ruolo occulto della massoneria all’origine del fascismo è anche il recente saggio “Mussolini e gli Illuminati”, del giovane Enrico Montermini, suffragato da un politologo del calibro di Giorgio Galli.
Montermini ricostruisce il ruolo delle società segrete nell’affermazione del fascismo “antemarcia”, a partire dalla manifestazione di piazza San Sepolcro, fino al macabro epilogo di piazzale Loreto, dove il cadavere del Duce viene simbolicamente “capovolto”, appeso a testa in giù, dopo esser stato fotografato con in mano uno scettro (come l’Imperatore dei tarocchi) e poi un ramo di acacia, inequivocabile “firma” massonica. Carpeoro conferma: prima di concorrere ad abbattere il Duce, «la massoneria ha certamente appoggiato il primo fascismo, anche perché era lo stesso Mussolini a presentarsi come “vero socialista”». Poi, come sappiamo, il dittatore – mai iniziato alla libera muratoria – arrivò a mettere al bando le logge, in ossequio agli accordi di potere con il Vaticano che avrebbero portato ai Patti Lateranensi. C’era stato un piccolo precedente antimassonico del Duce, quando ancora era un dirigente socialista: impegnò il partito a escludere i massoni dai propri ranghi. «Ma era solo una ritorsione: Mussolini aveva ripetutamente chiesto di essere accolto, nella massoneria, ma non era stato accettato». Un’anomalia episodica, quell’improvvisa allergia socialista per i grembiulini: «E’ stata proprio la massoneria a partorire il socialismo», sostiene Carpeoro: «Anche all’epoca del fascismo, erano massoni i maggiori esponenti del partito socialista, a cominciare dal leader storico, Filippo Turati». Autore di accurati studi sui Rosacroce, leggendaria confraternita iniziatica, Carpeoro spiega che furono proprio i manifesti rosacrociani – come la “Fama Fraternitatis” del 1614 – a delineare l’orizzonte sociale egualitario (la fine dei privilegi di casta) che peraltro si riverbera in opere altrettanto “rosacrociane” del periodo, come “Utopia” di Thomas More, “La nuova Atlantide” di Francis Bacon e “La città del sole” di Tommaso Campanella. La stessa “Fama Fraternitatis” accenna, per la prima volta, a un mondo senza più la proprietà privata né i confini tra le nazioni: sono gli albori del futuro internazionalismo socialista, che riflette le sue luci persino nel primissimo fascismo delle origini, quello di piazza San Sepolcro, tenuto a battesimo dal Grande Oriente d’Italia (Domizio Torrigiani) e poi anche da Piazza del Gesù, il cui gran maestro era Raoul Palermi, ma il vero capo del Rito Scozzese, ipotizza lo stesso Montermini, probabilmente era il sovrano in persona, Vittorio Emanuele III. Di origine scozzese è la stessa famiglia Sinclair (nonché discendente dalla stirpe del Graal, N.d.R.): gli antenati dei petrolieri coinvolti nell’affare costato la vita a Matteotti, racconta Carpeoro, in qualità di eminenti rappresentanti del network rosacrociano britannico, alla fine del ‘700 avrebbero fatto segretamente tradurre nel Regno Unito le spoglie del “confratello” Mozart, ufficialmente sepolto in una fossa comune in Austria. Ma, a parte i Sinclair – passati dalla musica al petrolio – il saggio di Carpeoro ricostruisce i passaggi cruciali (e occulti) all’origine del fascismo, mettendo a fuoco il ruolo della massoneria, e non solo. Se Montermini accende i riflettori sulle società segrete che allevarono il regime fascista, Carpeoro segnala il ruolo dell’altro grande potere, antagonista della massoneria eppure suo “socio in affari” durante il ventennio: il Vaticano. Entrambi i centri potere, quello massonico e quello cattolico, puntarono su Mussolini e cercarono di pilotarlo. E il Duce, «peraltro già a libro paga dei servizi segreti inglesi, nonché collaboratore dell’intelligence statunitense e di quella francese», tentò a sua volta di destreggiarsi, ritagliandosi una sua autonomia: «Si passò così dal masso-fascismo iniziale al catto-fascismo seguente», quello dei Patti Lateranensi. Figura cruciale e onnipresente, in quegli anni di precario equilibrio, il massone Filippo Naldi, che Carpeoro definisce «il Licio Gelli dell’epoca», capace di passare con disinvoltura da un tavolo all’altro, uscendone sempre indenne e traendone il massimo vantaggio personale. Carpeoro ricorda una celebre intervista televisiva all’anziano Naldi, a cura del grande Sergio Zavoli: «Riuscì a ottenere quell’intervista perché era massone anche Zavoli», rivela Carpeoro, che ora nel suo libro ricostruisce un altro momento decisivo della parabola del Duce, la destituzione del 25 luglio ‘43: «Era un piano progettato dallo stesso Mussolini, che voleva farsi arrestare per poi uscire dalla guerra e dall’alleanza con Hitler, instaurando a Salò una vera repubblica di orientamento socialista». Ma fu tradito, Mussolini, proprio dall’uomo-ombra della massoneria (e della monarchia), che svelò gli intenti del Duce alla segreteria pontificia. A sua volta, la diplomazia vaticana si rivolse prontamente ai nazisti: temeva che a Salò potesse davvero nascere una repubblica anticlericale. “Il compasso, il fascio e la mitra” getta luce sui retroscena più oscuri del ventennio mussoliniano, rivelando il peso dei due superpoteri – massoneria e Vaticano – nelle decisioni del governo Mussolini. Anche la monarchia giocò le sue carte, comprese quelle (coperte) su cui aveva messo le mani Giacomo Matteotti. «Io il mio discorso l’ho fatto, ora voi preparate il discorso funebre per me», disse il deputato ai colleghi socialisti, in aula, consapevole che gli sarebbe costata carissima la sua clamorosa denuncia dei brogli elettorali. «Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere», rispose Mussolini, mesi dopo, di fronte alle proteste per l’insabbiamento delle indagini sull’omicidio. Ma non si trattò solo di una denuncia politica sulla regolarità delle elezioni del ‘24: il primo a rivelarlo, alla fine degli anni ‘80, è stato un ricercatore fiorentino, Paolo Paoletti, dopo aver scovato negli archivi di Washington una lettera in cui Dumini, il capo del commando omicida, rivela che Matteotti fu ucciso soprattutto per impedirgli di mettere in piazza lo scandalo petrolifero, che coinvolgeva Arnaldo Mussolini. Poche settimane prima del delitto, proprio alla Sinclair Oil (John Davison Rockefeller), il governo italiano aveva concesso l’esclusiva per la ricerca e lo sfruttamento per 50 anni di tutti i giacimenti petroliferi presenti in Emilia e in Sicilia. La compagnia aveva ottenuto condizioni di esclusivo vantaggio, tra cui l’esenzione da imposte. Per questo Matteotti doveva essere ucciso: aveva saputo della super-tangente. Tesi confermata dallo storico Mauro Canali nel ‘97 e poi da un ex dirigente Eni, Benito Li Vigni, nel saggio “Le guerre del petrolio” uscito nel 2004. All’inizio degli anni Venti, in Italia, l’80% del fabbisogno di idrocarburi era garantito dalla Standard Oil, tramite la “Società Italo-Americana pel Petrolio”, mentre la restante quota era fornita dalla filiale italiana della Royal Dutch Shell. Secondo Canali, la Standard Oil avrebbe stipulato un accordo sottobanco con la Sinclair Oil, delegando ad essa un’operazione strategica: bloccare la temuta espansione del Regno Unito sul mercato italiano. Guardando al Medio Oriente, infatti, a Londra faceva gola la posizione geografica dell’Italia, nel cuore del Mediterraneo: perfetta, per il trasporto protetto del greggio. Per questo gli inglesi avevano sviluppato progetti con l’Italia, anche l’impianto di una raffineria, al punto da preoccupare gli Usa – che a quel punto risposero mettendo in campo la Sinclair Oil, a suon di dollari pagati sottobanco. Lo stesso Canali documenta come a intascare una maxi-rata dell’affare Sinclair fu Filippo Filippelli, un personaggio molto influente, legato ad Arnaldo Mussolini e fondatore del “Corriere Italiano”, giornale a cui – fra l’altro – era stato intestato il noleggio dell’auto con cui venne prelevato Matteotti. Gli accordi con la Sinclair Oil furono stipulati il 29 aprile del ‘24: sempre in cambio di cospicue mazzette, la compagnia ottenne dall’Italia la garanzia che nessun ente petrolifero statale avrebbe intrapreso trivellazioni nel deserto libico. All’accordo, Londra reagì a modo suo: tramite politici laburisti, rivelò a Matteotti i veri termini dell’accordo. Lo stesso Canali conferma che il leader socialista acquisì le carte che provavano la corruzione del governo italiano. Dopo l’omicidio, il “Daily Herald” accusò apertamente Arnaldo Mussolini di essere tra i politici destinatari di una tangente da 30 milioni di lire pagata dalla Sinclair Oil per ottenere la concessione. Sulla rivista “English Life” venne pubblicato (postumo) un articolo dello stesso Matteotti, in cui il deputato affermava di avere la certezza che vi fosse stata corruzione tra la Sinclair Oil e alcuni esponenti del governo. Tutto giusto? Sì, ma è una verità incompleta, spiega Carpeoro: perché finora le ricostruzioni sul delitto Matteotti non hanno inquadrato il principale colpevole, il Re d’Italia. «Mettendo a disposizione i killer, Mussolini ha fatto un favore innanzitutto alla monarchia», afferma, nel colloquio in streaming su YouTube con Fabio Frabetti. «Matteotti aveva fiutato che sull’Italia, tramite il fascismo, stavano mettendo le mani determinati poteri, in particolare petroliferi – uno su tutti, quello della Sinclair Oil». Il leader socialista, continua Carpeoro, «andò a Londra con regolari referenze massoniche e venne accolto con tutti gli onori da una loggia inglese». Loggia che gli mise a disposizione una documentazione decisiva, che gli permise di scoprire «che la Sinclair Oil aveva dato delle quote azionarie a Vittorio Emanuele III». Tornò in patria di corsa, per far scoppiare lo scandalo. «E guardacaso, venne assassinato proprio al ritorno da quel viaggio quasi clandestino». Il regista dell’assassinio? «E’ colui che affittò le auto a noleggio e si fece dare da Mussolini i manovali del delitto: il massone Filippo Naldi, rappresentante degli interessi della Sinclair Oil in Italia ma, soprattutto, fedelissimo del Re». Lui, l’uomo-ombra: «E’ vero che Naldi aveva aiutato Mussolini a uscire dal Psi e gli aveva finanziato il “Popolo d’Italia”, ma sempre e soltanto per conto di poteri forti che volevano che in Italia rimanesse la monarchia e ci fosse sempre un certo tipo di regime». Tant’è vero che i soldi per finanziare il “Popolo d’Italia”, oltre che dalla Sinclair Oil, provenivano dall’Eridania (colosso mondiale dello zucchero) e dall’Ansaldo, leader dell’acciaio. «Sono i soldi che creano il fascismo, ma lo creano per mantenere un preciso assetto politico rispetto a forze che rischiavano di metterlo in discussione, come i socialisti e i repubblicani». Baricentro del potere, la monarchia. Clamorosa, la rivelazione di Carpeoro: sua maestà in persona era addirittura diventato socio della Sinclair, mentre il governo Mussolini si apprestava a favorire la compagnia. E da dove le ricava, Carpeoro, le sue esplosive informazioni? Ovvio: dagli stessi archivi (massonici) ai quali, nel 1924, ebbe accesso l’eroe socialista Giacomo Matteotti, massone del 33° grado del Rito Scozzese. (Il libro: Giovanni Francesco Carpeoro, “Il compasso, il fascio e la mitra”, Uno Editori, 185 pagine, euro 12,90. Sottotitolo, “Gli oscuri rapporti tra massoneria, fascismo e Vaticano”). »

Nel 1929 - Col Concordato tra Stato e Chiesa firmato dal cardinale Gasparri e Mussolini, i rapporti fra Mussolini e il G.O.I. diventano molto tesi per via della legge del 23 febbraio, che decreta l'incompatibilità della iscrizione al PNF (Partito Nazionale Fascista) e l'appartenenza alla Massoneria ed altre associazioni. Le "Logge" sono soppresse con le buone e con le cattive. Torrigiani, il Gran Maestro del G.O.I. sarà arrestato e confinato a Lipari mentre il resto dei “fratelli” del G.O.I., ora clandestino, si rifugia a Parigi nel gennaio 1930.

Nel 1.940 - Agli inizi dell'anno, il G.O.I. si mobilita per far sì che l'Italia non entri in guerra contro l'Inghilterra e la Francia.

Nel 1.943 - Il 25 luglio, dopo la battaglia di Stalingrado che rompe il fronte dell'Asse a oriente e la difficile situazione in Africa, dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia del 10 luglio, 12 gerarchi massoni (su 28 del totale) del Gran Consiglio del Fascismo (notare che la Legge proibiva l'appartenenza alla Massoneria): Grandi, Bottai, Ciano, De Vecchi, Acerbo, Alfieri, Marinelli, De Bono, Rossoni, Gottardi, Balella e Federzoni, sfiduciano il duce e chiedono le dimissioni di Mussolini. Fu un colpo maestro della Massoneria italiana appoggiata da quella anglo-americana concordata il 24 febbraio 1.942 presso l'Hotel Beau Rivage di Losanna. La Massoneria fu dunque fondamentale anche il 25 luglio 1943, grazie ai 12 "Fratelli Massoni". Cinque di loro: Ciano, Marinelli, De Bono, Gottardi e Pereschi furono poi fucilati a Verona l'11 gennaio del 1.944 dai giudici della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini, per vendetta. Galeazzo Ciano (ex ministro degli Esteri del governo Mussolini precedentemente) era genero di Mussolini poiché marito della prima figlia Edda, la quale perorò presso suo padre di risparmiarle il marito, ma non ci fu niente da fare. Tutti e 5 seduti su 5 sedie e fucilati alle spalle l'11 gennaio del 1.944 a Verona.

- Gli italiani Pietro Badoglio, Achille Starace (segretario del Partito Nazionale Fascista dal 1931 al 1939), Vittorio Valletta (poi dirigente FIAT), Italo Balbo, il professor Frugoni, romano, che progettò di far passare Mussolini come "infermo mentale", erano massoni, così come d'altra parte lo era Winston Churchill.

Massimo Spada
Nel 1.954 - Bernardino Nogara decide di ritirarsi dalla dirigenza dello IOR, senza tuttavia interrompere l'attività di consulente finanziario del Vaticano, che continuerà fino alla morte, avvenuta nel 1958. La stampa dedicò poco spazio alla sua scomparsa, ma negli ambienti vaticani si era ben consapevoli della sua eccezionale importanza. Al geniale banchiere, nel corso della sua lunga attività, venne affiancato il principe Massimo Spada. Anche lui mostrò lungimiranza e spregiudicatezza nella gestione degli interessi del Vaticano e si lanciò in varie operazioni, la maggior parte delle quali in collaborazione con Michele Sindona, che si occupava dei capitali della mafia, non solo italiana.

Giuseppe Ciarrapico
Dal 1.956 - Sul finire degli anni ’60, Licio Gelli consegna ai servizi segreti un appunto nel quale sostiene che fu Andreotti ad attivarsi per far arrivare i fondi pubblici alla sua impresa, la Permaflex. Gelli, secondo il documento, si sarebbe sdebitato allungando al politico, tra il ‘56 e il ’60, mazzette per 20 milioni. Nel ’58, a Frosinone, Gelli diventa amico anche di Giuseppe Ciarrapico, destinato a essere, negli anni 80 e 90, il più andreottiano di tutti gli imprenditori andreottiani. Nel 1983, la commissione inquirente, archivierà una denuncia presentata contro Andreotti per aver favorito la Permaflex in una gara per la fornitura di 40.000 materassi alla Nato.

Dal 1.963 - Coincidenza dei due Giovanni XXIII. I Dossiers segreti, nei quali appariva l'elenco dei presunti Gran maestri di Sion, portavano la data del 1956. Cocteau morì più tardi, nel 1963. Perciò nulla indicava chi poteva essere stato il suo successore, chi fosse colui che oggi potrebbe presiedere il Priorato di Sion. Ma lo stesso Cocteau poneva un altro problema di interesse immenso. Fino al « taglio dell'olmo » avvenuto nel 1188, secondo le affermazioni dei « documenti del Priorato », Sion e l'Ordine del Tempio avevano avuto sempre lo stesso Gran maestro. Dopo il 1188, ci viene detto, Sion scelse i suoi Gran maestri; il primo fu Jean de Gisors. Secondo i « documenti del Priorato » ogni Gran maestro, nell'assumere la carica, adottava il nome di Jean (Giovanni, come Jean Yeshuah le Tzadik, il figlio del primo matrimonio di Maddalena, con Giovanni Battista, dai documenti del priorato di Sion, N.d.R.) o di Jeanne (Giovanna), poiché vi furono anche quattro donne. Perciò i Gran maestri di Sion avrebbero incluso una continua successione di Jean e di Jeanne, dal 1188 al presente. Chiaramente, questa successione rappresenta una sorta di papato esoterico ed ermetico fondato su Giovanni, in contrasto e forse in opposizione con il papato essoterico fondato su Pietro. Quale Giovanni? Perché Jean de Gisors, nel 1188, avrebbe assunto il nome di Jean II. E chi era Jean I? (Giovanni Battista? o Giovanni Jean Yeshuah le Tzadik, il figlio del primo matrimonio di Maddalena, con Giovanni Battista, dai documenti del priorato di Sion? N.d.R.). Qualunque sia la risposta a questo interrogativo, Jean Cocteau figura nell'elenco dei presunti Gran maestri di Sion come Jean XXIII. Nel 1958, quando Cocteau deteneva ancora presumibilmente il titolo di Gran maestro, il papa Pio XII morì e il conclave elesse come nuovo pontefice il cardinale Angelo Roncalli, patriarca di Venezia. Poiché per tradizione il pontefice, appena eletto, si sceglie il nuovo nome, il cardinale Roncalli suscitò una notevole costernazione quando scelse quello di Giovanni XXIII. La costernazione non era ingiustificata. Innanzitutto, il nome Giovanni era implicitamente escluso da quando era stato portato, all'inizio del secolo XV, da un antipapa. E poi, c'era già stato un Giovanni XXIII. L'antipapa che aveva abdicato nel 1415 e che - ecco un particolare abbastanza interessante - in precedenza era stato vescovo di Alet, era appunto Giovanni XXIII. Quindi era a dir poco strano che il cardinal Roncalli assumesse lo stesso nome. Nel 1976 è stato pubblicato in Italia un libro enigmatico, che poco dopo venne tradotto in francese. È intitolato Le profezie di papa Giovanni (Pier Carpi, Le profezie di papa Giovanni, Roma 1976, N.d.R.) e contiene una compilazione di oscure poesie in prosa di carattere profetico che sarebbero state composte dal pontefice morto tredici anni prima, nel 1963, lo stesso anno di Cocteau. Quasi tutte queste « profezie » sono impenetrabili e sfidano ogni interpretazione coerente. È dubbio, inoltre, che siano veramente opera di Giovanni XXIII. Ma l'introduzione afferma che sono proprio di papa Giovanni; e inoltre sostiene che Giovanni XXIII era segretamente membro della « Rosacroce », alla quale si sarebbe affiliato nel 1935, quando era nunzio apostolico in Turchia. È superfluo aggiungere che questa affermazione sembra incredibile. Nel 1188 il Priorato di Sion avrebbe adottato il « sottotitolo » di « Rose-Croix Veritas ». Se papa Giovanni era affiliato a un'organizzazione « rosacrociana », e se tale organizzazione era il Priorato di Sion, le implicazioni sarebbero estremamente sconcertanti. Tra l'altro suggerirebbero che il cardinale Roncalli, salendo al soglio pontificio, avrebbe scelto per sé il nome del suo Gran maestro segreto, in modo che, per qualche ragione simbolica, vi fosse simultaneamente un Giovanni XXIII a presiedere tanto Sion che il papato. In ogni caso, il regno contemporaneo di un Giovanni (o Jean) XXIII su Sion e su Roma sembrerebbe una coincidenza straordinaria. Non è possibile che i « documenti del Priorato » contenessero un elenco inventato allo scopo di creare questa coincidenza: un elenco che culminava con Jean XXIII proprio quando un uomo con lo stesso nome occupava il trono di san Pietro. Infatti l'elenco dei presunti Gran maestri di Sion era stato composto e depositato presso la Bibliothèque Nationale non più tardi del 1956, tre anni prima dell'elezione di Giovanni XXIII. C'era poi un'altra coincidenza singolare. Nel XII secolo un monaco irlandese, Malachia, compilò una serie di profezie alla Nostradamus. In queste profezie - che, sia detto per inciso, sembra siano tenute in gran conto da molti illustri cattolici, incluso l'attuale papa, Giovanni Paolo II - Malachia enumera i pontefici destinati a occupare il soglio di Pietro nei secoli futuri. E da, per ogni pontefice, un motto descrittivo. Il motto di Giovanni XXIII, « Pastor et Nauta », tradotto in francese è « Pasteur et Nautonnier », in italiano « Pastore e Navigatore » (Cfr. Bander, Prophecies of St. Malachy, p.93. La frase latina è Pastor et nauta: la parola nauta può significare tanto « marinaio » quanto « navigatore », che in francese antico è « nautonnier »). Il titolo ufficiale del presunto Gran maestro di Sion è appunto « Nautonnier ». Qualunque sia la verità che costituisce il substrato di queste strane coincidenze, non c'è dubbio che papa Giovanni XXIII fu responsabile più di ogni altro di un nuovo orientamento della Chiesa cattolica: e come spesso hanno osservato i commentatori, fu lui a portarla nella realtà del XX secolo. In gran parte, questo fu dovuto alle riforme del Concilio Vaticano II, voluto e inaugurato da Giovanni. Nel contempo, però papa Giovanni fu responsabile di altri cambiamenti. Modificò la posizione della Chiesa nei confronti della massoneria, ad esempio, rompendo almeno due secoli di tradizione consolidata e dichiarando che un cattolico poteva essere massone. E nel giugno 1960 promulgò una lettera apostolica profondamente significativa (« Inde a primis », pubblicata dall'« Osservatore Romano » (2 luglio 1960), p.1. Una traduzione inglese si trova in « Review for Religious », vol.20 (1961), pp. 3 sgg.). Verteva sul tema del « Preziosissimo sangue di Gesù » al quale attribuiva un'importanza senza precedenti. Sottolineava le sofferenze di Gesù come essere umano, e affermava che la redenzione dell'umanità era stata compiuta mediante lo spargimento del suo sangue. Nel contesto della lettera di papa Giovanni la passione umana di Gesù e lo spargimento del suo sangue assumono un rilievo maggiore della Resurrezione e della stessa meccanica della Crocifissione. Le implicazioni sono enormi. Come ha osservato un commentatore,  modificano la base stessa della fede cristiana. Se la redenzione dell'umanità fu compiuta dallo spargimento del sangue di Gesù, la sua morte e la sua resurrezione diventano incidentali, se non addirittura superflue. Con questo documento papa Giovanni sottintende infatti che la morte di Gesù sulla croce non è più una dottrina irrinunciabile della fede cattolica. Non è necessario che Gesù sia morto sulla croce perché tale fede conservi la sua validità.

Licio Gelli nel 1941.
Nel 1.963 - Licio Gelli (ex fascista e repubblichino, collaboratore da sempre dei servizi segreti americani) si iscrive alla massoneria e tre anni dopo, il gran maestro Giordano Gamberini lo trasferisce a dirigere la loggia "Propaganda 2", la P2, di cui diventerà "maestro venerabile" nel 1975.

Julio Valerio Borghese
Nel 1.970 - Con colpo di stato Borghese (citato anche come golpe dei forestali o golpe dell'Immacolata) si indica un tentato colpo di Stato in Italia durante la notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970 (chiamata anche notte di Tora Tora, in ricordo dell'attacco giapponese a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941) e organizzato da Junio Valerio Borghese, sotto la sigla Fronte Nazionale, in stretto rapporto con Avanguardia Nazionale. Borghese, noto anche con il soprannome di principe nero, era in precedenza conosciuto per essere stato il comandante della Xª Flottiglia MAS fin dal 1º maggio 1943 e dopo l'8 settembre 1943 con il proprio reparto aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana. Il golpe fu annullato dallo stesso Borghese mentre era in corso di esecuzione, per motivi mai chiariti. La loggia massonica P2 ebbe una parte rilevante in quel tentativo di colpo di stato.

- Il Banco Ambrosiano era nato nel 1893 come istituto bancario cattolico. Roberto Calvi, nato nel 1920, era entrato in servizio all'Ambrosiano nel 1946. Alla fine degli anni '60 aveva conosciuto il "banchiere della mafia" Michele Sindona, vicino ad Umberto Ortolani, il numero due della P2, e le relazioni d'affari tra i due erano divenute fiorenti. Nel 1971 Calvi diventa direttore generale del Banco Ambrosiano e Sindona lo mette in contatto con monsignor Marcinkus, fatto da Paolo VI presidente dell'Istituto per le Opere Religiose nel 1969, e con Licio Gelli, capo della P2. Nel 1975 Calvi è affiliato alla P2 e viene eletto presidente del consiglio d'amministrazione dell'Ambrosiano.
Così Calvi, Sindona e Marcinkus fondano in società una banca nel paradiso fiscale delle Bahamas, la Cisalpine Overseas Bank., per sottrarsi al controllo delle autorità monetarie italiane: alle imprese del trio partecipavano la massoneria, i servizi segreti e la mafia. Dagli anni '70 fino al crac del 1983, il Banco Ambrosiano sarà il maggiore strumento nazionale di riciclaggio di denaro sporco, proveniente dalla mafia, dalla P2, dai servizi segreti deviati, dai traffici illeciti di faccendieri e dai politici. Calvi farà di tutto per espandere l'attività della banca all'estero (Sudamerica, Cina, Svizzera, Bahamas), trasferendo cifre astronomiche su conti segreti (Licio Gelli, Pippo Calò, Francesco Pazienza, Flavio Carboni, Umberto Ortolani), operando scalate azionarie e tentando di acquistare quotidiani (p.es. il Corriere della Sera nel 1976).

Carta del Lussemburgo.
- Nel Lussemburgo ritroviamo Calvi non solamente nelle holding dei gruppo Ambrosiano, ma anche come membro dei consiglio d'amministrazione della Kreclietbank Luxembourg (che occupa, in Cedel, un posto di primo piano). D'altra parte, la principale loggia massonica lussemburghese lo accetta tra le sue fila, mentre rifiuta l'ammissione a Michele Sindona, sapendo che questi era stato condannato in Italia nel 1976 e che era stato arrestato negli Stati Uniti. Dopo aver riversato vistosi capitali del Banco nelle casse dello IOR, fidandosi delle promesse che alcuni leader della DC, tra cui anzitutto Andreotti, gli avevano fatto circa l'acquisizione di altri gruppi bancari, Calvi si ritrovò invece ad avere un debito colossale di circa 1,2-1,5 miliardi di dollari (500 miliardi di lire), di cui non è in grado di rendere conto alla Banca d'Italia (ma si pensa che il buco s'aggirasse sui 3.000 miliardi di lire).

Sede del Banco Ambrosiano a Como,
in via Boldoni.
- Marcinkus parteciperà a ben 23 riunioni del Consiglio d'amministrazione del Banco Ambrosiano, come se ne facesse parte a pieno titolo (d'altra parte sedeva nel consiglio di amministrazione dell'Ambrosiano Overseas di Nassau), firmandone le deliberazioni. L'allora Governatore della Banca d'Italia, Paolo Baffi, e il Direttore Generale Mario Sarcinelli, conobbero l'onta del carcere e avranno la carriera distrutta: da notare che Andreotti stava dalla parte di Calvi e dell'Ambrosiano contro la Banca d'Italia.

Nel 1.978 - Il 26 agosto è eletto papa Albino Luciani, che sceglie il nome di Giovanni Paolo I, nel segno della continuazione del percorso dei suoi due predecessori. Il suo pontificato sarà tra i più brevi nella storia della Chiesa cattolica: la sua morte avvenne dopo soli 33 giorni dalla sua elezione al soglio di Pietro. Nel 2003 è stata aperta la causa per la sua canonizzazione. Non sono mai state chiarite le cause della morte, anche se nella sua citazione: « Noi siamo oggetto da parte di Dio di un amore intramontabile. È papà; più ancora è madre. » (Papa Giovanni Paolo I durante l'Angelus del 10 settembre 1978) potrebbe aver paventato la fine del patriarcato nella chiesa. In un suo libro del 1984, "In nome di Dio. La morte di papa Luciani", il giornalista inglese David Yallop ipotizza che Luciani fosse stato vittima di una congiura "di palazzo". Secondo Yallop, l'intenzione di operare un ricambio immediato ai vertici delle finanze vaticane (a partire da Marcinkus), e di allontanare gli ecclesiastici in odore di massoneria non sarebbe estranea alla morte del papa che venne trovato morto con in mano il libro "L'imitazione di Cristo"; si disse poi che si trattava in realtà di fogli di appunti, di un discorso da tenere ai gesuiti ed infine qualcuno ipotizzò che tra le sue mani vi fosse l'elenco delle nomine che intendeva rendere pubbliche il giorno dopo (anche su chi ritrovò effettivamente il corpo del papa vi sono diverse versioni, così come sull'ora reale della morte).
In coincidenza con l’elezione di Luciani venne pubblicato un elenco di 131 ecclesiastici iscritti alla massoneria, buona parte dei quali, erano del Vaticano. La lista era stata diffusa da un piccolo periodico "O.P. Osservatore Politico" di quel Mino Pecorelli destinato a scomparire un anno dopo l’elezione di Albino Luciani in circostanze mai chiarite. Secondo molti, "O.P." era una sorta di strumento di comunicazione adoperato dai servizi segreti italiani per far arrivare messaggi all’ambiente politico. Pecorelli, tra l’altro, era legato a filo doppio con Gelli come lo erano Sindona e Calvi. Nella lista ecclesiastico-massonica comparivano, tra altri, i nomi di: Jean Villot (Segretario di Stato), Agostino Casaroli (capo del ministero degli Affari Esteri del Vaticano), Paul Marcinkus, il vicedirettore de "L’osservatore Romano" don Virgilio Levi, Roberto Tucci (direttore di Radio Vaticana). Nel suo libro, David Yallop, passa in rassegna tutti gli elementi di quel fatidico 1978, fino a sospettare sei persone dell’omicidio di Albino Luciani: il Segretario di Stato Jean Villot, il cardinale di Chicago John Cody, il presidente dello IOR Marcinkus, il banchiere Michele Sindona, il banchiere Roberto Calvi e Licio Gelli, maestro venerabile della Loggia P2.

Giorgio Ambrosoli.
- Arrestato a New York nel 1976 ed estradato in Italia nel ‘79 (nonostante i tentativi di Licio Gelli), Michele Sindona viene condannato per vari reati e poi, nel 1986, anche per l'omicidio di Giorgio Ambrosoli, liquidatore di una delle sue banche, assassinato nel 1979 da un killer italo-americano che aveva pagato. Ambrosoli era stato incaricato dalla Banca d'Italia di recuperare il denaro sottratto ai risparmiatori e ai piccoli azionisti. Andreotti cercò di salvare Sindona attraverso il ministro del Commercio Estero Gaetano Stammati, anch'egli, come Sindona, iscritto alla P2. La DC aveva infatti ricevuto da Sindona nel 1974 circa 2 miliardi di lire, mai più restituiti.

- Sotto il pontificato di Giovanni Paolo II la posizione di Marcinkus divenne ancora più forte: diventerà praticamente l'uomo più potente del Vaticano dal 1971 al 1989. Marcinkus si sentiva in credito con Giovanni Paolo II, perché in America aveva coperto lo scandalo dei preti polacchi di Filadelfia, che avevano fatto delle truffe: molti preti polacchi furono chiamati dal papa e collocati vicini a lui.
Manifestazione di Solidarnosc.
Essendo lo IOR una banca che non doveva rendere conto a nessuno se non al papa, in quegli anni la Banca Vaticana gestì e raccolse capitali enormi, spesso di incerta provenienza (“Immobiliare Roma”, “Tangentone Enimont”, “Banca di Roma”, fino alla popolare di Lodi...). Soldi che vengono utilizzati per finanziare gruppi e movimenti di opposizione ai regimi comunisti, in particolare Solidarnosc in Polonia.
Umberto Ortolani.
Attraverso Sindona, era entrato in rapporto con Marcinkus, Calvi e Gelli anche l'imprenditore Umberto Ortolani, considerato come la vera "mente" della loggia P2, avendo favorito lo sviluppo degli affari di Licio Gelli in Sud America e con il Vaticano, tramite l'Istituto per le Opere di Religione (IOR) di mons. Marcinkus. Si costituiva così una sorta di comitato d'affari che operava attraverso banche e consociate estere, spostando capitali, manovrando fondi neri o provenienti da operazioni o fonti illecite, ma anche esportando valuta aggirando le norme bancarie.

- Il vescovo Paul Marcinkus faceva chiaramente capire che la Banca Vaticana godeva di privilegi assoluti nell'esportazione all'estero dei capitali. Ed egli era in grado di servirsi dei noti finanzieri e bancarottieri Michele Sindona, colluso coi poteri mafiosi italo-americani, avvelenato in carcere e Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, trovato poi impiccato a Londra; nonché del capo della P2, Licio Gelli, arrestato per attività sovversiva, e del vescovo Hnilica, che per tutti gli anni '80 trasferì in Vaticano i fondi anticomunisti provenienti dall'Europa dell'est e i fondi cospicui provenienti dai pellegrinaggi di Medjugorje in Bosnia.
Agostino Casaroli.
Utilizzando numerose società fantasma con sede a Panama o nel Lussemburgo, lo IOR divenne uno dei maggiori esponenti dei mercati finanziari mondiali della fine degli anni '70. Era infatti in grado di utilizzare le filiere mafiose di Sindona per istradare grosse somme fuori dal Paese, sotto il naso di tutti gli organismi di controllo. Poi, quando Sindona divenne meno frequentabile, a seguito dei suoi debiti con la giustizia, lo IOR cominciò a servirsi di Roberto Calvi e della sua banca. In quel periodo nel Vaticano si fronteggiavano due fazioni politiche contrapposte:
- una, massonica-moderata, denominata "Mafia di Faenza" a cui facevano capo Casaroli, Samorè, Silvestrini e Pio Laghi
- e l'altra, integralista, legata all'Opus Dei, a cui facevano capo Marcinkus, Virgilio Levi, vice direttore dell'"Osservatorio Romano" e Luigi Cheli, Nunzio pontificio presso l'ONU.

- Michele Sindona avrebbe finanziato la strategia della tensione dal 1969 al 1974 (il periodo di maggior interesse degli Stati Uniti), mentre tra i successivi finanziatori, tra gli altri, ci sarebbero stati, in un doppio gioco internazionale dell'Italia tra NATO e paesi non allineati, tra CIA e FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina), lo stesso Mu'ammar Gheddafi (anche azionista di minoranza della FIAT per via del petrolio, e forse coinvolto in un traffico d'armi tra la Libia e la penisola di cui faceva parte anche l'organizzazione anticomunista  "Gladio", e la cui ascesa venne favorita di nascosto anche dai servizi segreti italiani) ma anche il citato Licio Gelli. Il raìs libico avrebbe anche, con Gelli, finanziato indirettamente le varie "leghe" indipendentiste e alcuni movimenti di estrema destra dal tono apparentemente anti-imperialista (come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, i principali gruppi coinvolti, con i NAR, nelle bombe stragiste dirette dai servizi deviati), presso cui godeva di grande rispetto, così come aveva fatto anche con l'IRA e Settembre Nero. Alex Boschetti e Anna Ciammitti nel loro libro "La strage di Bologna" che analizza la strage del 2 agosto 1980 e tutti i riscontri delle indagini, compresi i depistaggi attuati da Licio Gelli, considerano i NAR un punto di snodo nella strategia della tensione insieme con la P2 e la CIA per attuare uno spostamento dell'Italia verso destra con un golpe strisciante aiutato da gran parte dei rappresentanti di governo e servizi segreti (in buona parte iscritti alla loggia coperta P2).
Vito Miceli.
Fu ipotizzato il coinvolgimento della P2 nella Strage dell'Italicus. Alla detta loggia viene inoltre attribuita impronta "atlantica". Destabilizzare per stabilizzare, quindi una presa violenta del Paese così come era teorizzato dal manuale trovato nella valigetta di Gelli "Field Manual" di provenienza CIA che forse finanziò e favorì tale situazione per non permettere l'accesso al governo dei comunisti in Italia, sarebbe stato cioè un coinvolgimento dei servizi segreti italiani, uno dei cui direttori, Vito Miceli, fu arrestato nel 1974.

Licio Gelli.
- Nel marzo 1981 vengono trovati  nella casa di Licio Gelli (ex fascista e repubblichino, collaboratore da sempre dei servizi segreti americani), i tabulati della loggia massonica "Propaganda 2", la P2,  durante le indagini giudiziarie sul caso Sindona. L'allora presidente del Consiglio, Forlani, si rifiuta di pubblicizzarli ma sarà la commissione parlamentare formata a proposito del caso Sindona a farlo. Sui tabulati, gli iscritti alla P2 erano 953, (http://www.strano.net/stragi/stragi/p2/elep2.htm) ne mancavano però altri 1650. Tutti avevano giurato fedeltà alla massoneria. Il governo Forlani fu costretto a dimettersi, sostituito dal governo del repubblicano Spadolini. Tra gli iscritti figuravano esponenti politici, giornalisti, autorità civili e militari (soprattutto dei servizi segreti), personaggi del mondo economico e dello spettacolo. Fu approvata una legge che sancì lo scioglimento della P2 e il divieto di costituire associazioni segrete, soprattutto se a scopo eversivo, come appunto la P2.

Tina Anselmi.
- La commissione parlamentare d'inchiesta che ha messo in luce l'attività eversiva della P2 era capeggiata dalla democristiana, ex partigiana, Tina Anselmi (negli anni 1981-1984). La commissione non riuscirà a scoprire i referenti internazionali della loggia.

Francesco Pazienza.
- La strategia della P2 è l'occupazione del sistema politico ed economico attraverso il controllo delle nomine di vertice, in  funzione  soprattutto anticomunista. Licio Gelli investiva il denaro dei Corleonesi di Totò Riina nella banca dello IOR in Vaticano, ha detto il pentito Francesco Marino Mannoia.
Quando Gelli viene arrestato a Ginevra, dopo la scoperta dei tabulati della P2, il suo ruolo viene assunto da Francesco Pazienza.

Pubblicazione dei nomi degli
iscritti alla loggia massonica
Propaganda 2, la P2.
- Dopo la scoperta, nel 1981, della lista degli affiliati alla P2 di Licio Gelli, Calvi viene arrestato per reati valutari e condannato in primo grado. Nell'ufficio di Gelli infatti erano stati trovati documenti sull'export illecito di capitali da parte del Banco e di altri istituti di credito. Calvi viene arrestato sette giorni dopo l'attentato al papa di piazza San Pietro, il 20 maggio 1981 mentre il precedente 5 febbraio, in relazione al crac di Michele Sindona, era stato arrestato anche l'amministratore delegato dello IOR, il laico Luigi Mennini.

Roberto Calvi.
- Il 6 giugno 1981, nel corso di un colloquio in carcere, Calvi, il presidente dell'Ambrosiano affida a sua moglie e a sua figlia un biglietto da recapitare in Vaticano con scritto: "Questo processo si chiama Ior"; appena le due donne uscirono dal carcere, Alessandro Mennini (figlio di Luigi Mennini, e dirigente del Banco Ambrosiano) tentò di impossessarsi del biglietto intimando loro di non nominare mai la banca vaticana. Calvi sosteneva infatti che le operazioni valutarie illecite che lo avevano portato in carcere le aveva effettuate per conto della banca papale, dunque voleva essere soccorso dalla Santa Sede. L'agente massone Francesco Pazienza, subentrato a Licio Gelli a capo della P2, racconterà che durante la detenzione di Calvi venne mandato da monsignor Marcinkus a Nassau per convincere il figlio del banchiere, Carlo, a desistere dal creare problemi al Vaticano inviando continuamente telex e fax per parlare con il papa o col card. Silvestrini. Marcinkus non era contrario a prestare aiuto a Calvi. Intervenne anche monsignor Cheli da New York che raccomandò al figlio di Calvi di convincere il padre a non rivelare segreti di sorta. Francesco Pazienza, già stretto collaboratore di Calvi, era diventato nel 1981 un tramite tra Gelli, i servizi segreti italiani e quelli statunitensi. I "segreti vaticani" che Calvi doveva tacere ai magistrati italiani erano legati, in particolare, a varie società-fantasma (Astolfine Sa, Bellatrix Sa, Belrosa Sa, Erin Sa, Laramie Inc, Starfield Sa), tutte domiciliate nel paradiso fiscale di Panama, e possedute da tre holding: la Utc (United Trading Corporation, proprietà dello IOR e domiciliata a Panama), la Manie e la Zitropo (con sede in Lussemburgo, entrambe partecipate dallo IOR). Le otto società-paravento erano i terminali dei traffici di Calvi e Marcinkus, ultima spiaggia della banca vaticana che sfruttava il Banco Ambrosiano Overseas di Nassau, alle Bahamas, quale "ponte" per ingarbugliare le tracce dei capitali succhiati dalle casseforti del Banco Ambrosiano di Milano e dispersi nel mar dei Caraibi (una parte dei quali rientrava in Europa per finanziare il sindacato polacco Solidarnosc). Era stato proprio su designazione di Calvi che Marcinkus era entrato a far parte del consiglio di amministrazione della consociata estera dell'Ambrosiano alle Bahamas, l'Overseas di Nassau. Erano in pratica gli strumenti di operazioni finanziarie occulte. Come appureranno i liquidatori dell'Ambrosiano dopo il crac, le varie società-paravento del duo Marcinkus-Calvi al 17 giugno 1982 avevano drenato dal gruppo bancario milanese un miliardo e 188 milioni dì dollari, più 202 milioni di franchi svizzeri, senza che se ne potesse appurare la destinazione finale: una parte certo utilizzata da Calvi e dalla P2, ma un'altra parte - con altrettanta certezza - utilizzata dal banchiere di papa Wojtyla. Monsignor Marcinkus voleva svincolare al più presto le finanze vaticane dal pericolante partner catto-massone, e recidere ogni legame fra la banca papale e l'Ambrosiano mantenendo segreti i rapporti pregressi. Calvi, da parte sua, contava sul soccorso della banca papale per evitare la bancarotta. Il dirigente del settore estero del Banco Ambrosiano, Giacomo Botta, dichiarerà ai magistrati milanesi che il dominio dello IOR sul Gruppo del Banco Ambrosiano era reso palese da:
- la fulminea carriera di Alessandro Mennini [figlio dell'amministratore delegato dello IOR, Luigi], entrato inopinatamente in banca con il grado di vicedirettore;
- il trasferimento dallo IOR al Gruppo Ambrosiano della Banca Cattolica del Veneto, cui non era seguito cambiamento alcuno nella direzione e nell'organo di amministrazione; 
- il finanziamento cospicuo dello IOR (150 milioni di dollari) che aveva aiutato la neonata società Cisalpine [poi Baol-Banco Ambrosiano Overseas Limited] ad affermarsi come banca; 
- la presenza di monsignor Marcinkus nel consiglio di amministrazione della stessa banca di Nassau;
- la gelosia con la quale Calvi custodiva e gestiva il proprio esclusivo rapporto con lo IOR; 
- l'appartenenza allo IOR di Ulricor e Rekofinanz, azioniste del Banco Ambrosiano, nonché di quattro società titolari dei pacchetti di azioni del Banco Ambrosiano che la Rizzoli aveva costituito in pegno per un finanziamento ottenuto da Baol. Il Vaticano era in sostanza il padrone del Banco Ambrosiano, praticamente dalla fine degli anni '70.
Flavio Carboni.

- Flavio Carboni, un piccolo imprenditore sardo legato ad ambienti politici della sinistra Dc, amico di Armando Corona, repubblicano e Gran Maestro della Massoneria, socio del Gruppo editoriale l'Espresso, era bene introdotto in alcuni uffici vaticani e rappresentò il ponte tra Roberto Calvi, Vaticano e politica. Carboni conobbe Calvi in Sardegna nel 1981 e riuscì presto a conquistare la fiducia del banchiere, mettendogli a disposizione le sue preziose conoscenze al governo, con in testa un sottosegretario, democristiano e anche lui sardo, Giuseppe Pisanu.

- Il 20 luglio 1981 il Tribunale di Milano dichiara Calvi colpevole di frode valutaria, e lo condanna a 4 anni di prigione e a 15 miliardi di lire di multa. Il banchiere catto-massone ottiene la libertà provvisoria in attesa del processo d'appello. Calvi tornò ai vertici del Banco e cercò, insieme al faccendiere Flavio Carboni, l'aiuto dello IOR. Poche settimane dopo si recò in Vaticano, da monsignor Marcinkus, nella sede dello IOR, ove firmò un documento che liberava la banca del Papa e Marcinkus da ogni responsabilità per l'indebitamento delle società panamensi verso il Gruppo Ambrosiano; in cambio, ottenne dallo IOR lettere a garanzia della situazione debitoria di quelle stesse società, con scadenza 30 giugno 1982. Attraverso le lettere di patronage della banca del Papa e entro quella data, Calvi avrebbe dovuto trovare gli ingenti capitali necessari al salvataggio del suo impero finanziario. Calvi non voleva perdere la preziosissima partnership della banca vaticana, anzi intendeva renderla organica e ufficiale. Ed essendo ormai bruciati i rapporti con la fazione massonico-curiale, decise di rivolgersi a quella avversa, con l'obiettivo di arrivare a coinvolgere l'Opus Dei.
Pietro Palazzini.
L'interlocutore del banchiere massone fu il cardinale Pietro Palazzini, prefetto della Congregazione per le cause dei santi e caposaldo curiale della fazione opusiana. Cardinale di Curia dal 1973, da sempre vicinissimo all'Opus Dei, Pietro Palazzini era amico di Camillo Cruciani, alto dirigente della Finmeccanicafuggito in Messico in seguito allo scandalo Lockheed nel 1976. Proprio nel periodo della convalescenza di papa Wojtyla, le due opposte fazioni curiali si misero d'accordo per commissariare la Compagnia di Gesù, verso la quale nutrivano entrambe una forte ostilità.

- Pochi giorni prima che Wojtyla tornasse in Vaticano, il 29 settembre 1981, la Santa Sede dirama una notizia stupefacente: il presidente della banca vaticana, monsignor Marcinkus, era stato nominato, dal Papa convalescente, anche pro­presidente della Pontificia commissione per lo Stato della Città del Vaticano; il capo dello IOR e neo-governatore dello Stato vaticano, inoltre, era stato promosso al rango di arcivescovo, in attesa di ricevere la porpora. La notizia della nuova carica cumulata da Marcinkus (il quale in pratica era divenuto il capo assoluto di tutte le finanze vaticane) suscitò sconcerto nella stessa Curia, soprattutto nel Segretario di Stato il cardinale Casaroli, da tempo ai ferri corti con Marcinkus.
Walesa, leader di Solidarnosc
A causa di Solidarnosc Wojtyla non poteva fare a meno di Marcinkus: in particolare si dovevano assicurare ingenti finanziamenti alla leadership moderata di Walesa. La fazione opusiana appoggiava fortemente il sostegno papale a Solidarnosc: per questo accettava che le finanze vaticane restassero nelle mani di monsignor Marcinkus, e che l'arcivescovo americano si facesse carico dei rischiosi finanziamenti segreti a Walesa. Da notare che l'entourage più stretto di Wojtyla era convinto che l'attentato fosse collegato alla sua decisione di elevare l'Opus Dei a Prelatura personale. Tanto che egli accettò una "speciale protezione" opusiana, nella persona del capitano della Guardia svizzera Alois Estermann, nuova guardia del corpo del Pontefice.
Wojciech Jaruzelski.
Quando in Polonia il governo comunista di Jaruzelski impose lo stato d'assedio per scongiurare l'invasione sovietica e la guerra civile, in Vaticano il cardinale Casaroli, insieme a molti curiali, riteneva il Sommo Pontefice corresponsabile della tragedia polacca, gravida di incognite ben più sanguinose. Si temeva, sopra ogni altra cosa, che emergessero i finanziamenti vaticani a Solidarnosc, e che il sindacato-partito cattolico voluto e sostenuto da Giovanni Paolo II a quel punto sfuggisse al controllo politico papale imboccando la strada dell'insurrezione.

Bettino Craxi.
- Anche la Loggia P2 - in dissenso dalla fazione massonico-curiale, a maggioranza fautrice dell'Ostpolitik - approvava i finanziamenti "anticomunisti" a Solidarnosc, al punto che persino una parte dei 7 milioni di dollari fatti affluire nel biennio 1980-81 dalla P2 - tramite l'Ambrosiano - sul conto svizzero "Protezione" a beneficio del politico italiano Bettino Craxi, venne utilizzata per aiuti a Solidarnosc.

Carlo De Benedetti.
- Nel dicembre 1981 il finanziere Carlo De Benedetti, da pochi giorni vicepresidente e azionista dell'Ambrosiano (il 18 novembre aveva acquistato per 50 miliardi il 2 per cento del Banco), tentò di appurare con precisione quali rapporti legassero la banca di Calvi e la P2 alla banca del Papa, ma non ottenendo da Calvi alcuna risposta, pretese d'incontrare a Roma, per chiarimenti definitivi, monsignor Achille Silvestrini della Segreteria di Stato vaticana. Il successivo 22 gennaio 1982 De Benedetti, sottoposto a pressioni e minacce, lascia il Banco Ambrosiano cedendo la propria quota del 2 per cento allo stesso Calvi, per una somma che procurerà al finanziere l'accusa di concorso in bancarotta fraudolenta e una vicenda giudiziaria lunga e tortuosa conclusasi con l'assoluzione.
Con il divenire dello scandalo IOR-Calvi-Ambrosiano, la figura di Marcinkus si faceva sempre più ingombrante per la fazione massonico-curiale, proprio mentre il potere del presidente della banca papale, nominato anche governatore dello Stato vaticano, era aumentato a dismisura. Il cardinale Casaroli intendeva recidere i legami IOR-Ambrosiano mediante una trattativa diplomatica e una transazione finanziaria; monsignor Marcinkus era assolutamente contrario a una simile eventualità, ritenendo che la Santa Sede dovesse limitarsi a negare qualunque responsabilità dello IOR nell'imminente bancarotta dell'Ambrosiano.
Gli echi del contrasto Casaroli-Marcinkus finiranno nelle memorie del massone Francesco Pazienza. L'agente-collaboratore del servizio segreto militare italiano racconterà di essere stato mandato in Vaticano dal capo del Sismi, il generale massone della P2 Giuseppe Santovito, su richiesta della Segreteria di Stato vaticana, per incontrare il braccio destro del cardinale Casaroli, monsignor Pier Luigi Celata, il quale pretendeva la rimozione di Marcinkus dallo IOR, anche per attenuare il potere politico dello stesso Wojtyla sulla curia vaticana. Wojtyla, fin dalle sue prime mosse, dal punto di vista "politico" aveva lasciato intuire, contro la linea diplomatica di Casaroli, che il Vaticano sarebbe andato nella direzione di una linea dura, di scontro frontale con Mosca e i Paesi satelliti. Quando Pazienza lascia il Sismi per diventare consulente personale di Calvi, su richiesta di quest'ultimo, il motivo di questa collaborazione era il tentativo di coinvolgere l'Opus Dei nell'azionariato del Banco Ambrosiano, facendo pervenire al cardinale Palazzini proposte, documenti e "confidenze" sulle connessioni segrete fra lo IOR e l'Ambrosiano. In pratica, Calvi proponeva alla fazione opusiana di estromettere monsignor Marcinkus dalla presidenza dello IOR, di affidare la banca papale a un fiduciario dell'Opus Dei, e di far rilevare dallo IOR una quota societaria del 10 per cento del Banco Ambrosiano per 1.200 milioni di dollari.

- A febbraio del 1982 il cardinale Palazzini dà una risposta negativa. Il cardinale Casaroli, da parte sua, vorrebbe impedire che l'Opus Dei, così ostile ai sovietici e tanto amica dei polacchi di Solidarnosc, mettesse le mani sullo IOR-Banco Ambrosiano. Il Papa la pensava come il cardinale Palazzini, però non voleva problemi con il suo segretario di Stato e men che meno con la fazione massonico-curiale.

- Il 30 maggio1982  Roberto Calvi rivolge un estremo appello al cardinale Palazzini perché lo si facesse uscire da una situazione che lo portava alla bancarotta, chiedendo di poter parlare con Wojtyla.
Somoza
Pinochet
Così Calvi scrisse a papa Wojtyla il 5 giugno 1982: “Santità sono stato io ad addossarmi il pesante fardello degli errori nonché delle colpe commesse dagli attuali e precedenti rappresentanti dello Ior, comprese le malefatte di Sindona…; sono stato io che, su preciso incarico dei Suoi autorevoli rappresentanti, ho disposto cospicui finanziamenti in favore di molti Paesi e associazioni politico-religiose dell’Est e dell’Ovest…; sono stato io in tutto il Centro-Sudamerica che ho coordinato la creazione di numerose entità bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l’espandersi di ideologie filomarxiste; e sono io infine che oggi vengo tradito e abbandonato…“ Citato in Ferruccio Pinotti, Poteri forti, Bur, 2005. Calvi si riferiva ai finanziamenti ad alcuni regimi fascisti (Pinochet, Somoza...) e al fatto che aveva contribuito enormemente a distruggere la linea dell'Ostpolitik dell'ala massonico-curiale di Casaroli.

Wojtyla con Reagan
- Wojtyla, il 6 giugno 1982, s'incontra invece con Reagan per stabilire ulteriori aiuti al sindacato Solidarnosc, i cui leader erano in carcere. Monsignor Marcinkus si occupa di convogliare al sindacato clandestino anche i finanziamenti Usa, che si appaiavano ai fondi IOR-Ambrosiano. Dell'accordo Wojtyla-Reagan vennero tenuti all'oscuro sia la Segreteria di Stato vaticana, sia il Dipartimento di Stato americano.

- Il 12 giugno 1982 Roberto Calvi lascia l'Italia. Quarantotto ore dopo monsignor Marcinkus firma una lettera di dimissioni dal Consiglio di amministrazione del Banco Ambrosiano Overseas di Nassau.

- Il 16 giugno 1982, il direttore generale dell'Ambrosiano, Roberto Rosone, si reca in Vaticano, presso la sede dello IOR, avendo saputo che il Banco Ambrosiano Andino aveva elargito grossi finanziamenti allo IOR, ovvero a società ad esso facenti capo e che erano stati garantiti con una serie di pacchetti azionari di ottima immagine, tra cui il 10 per cento circa di azioni del Banco Ambrosiano (circa 5 milioni e 300 mila azioni). Il credito complessivo del Banco Andino si aggirava su un miliardo e 300 milioni circa di dollari Usa. 
Calvi era convinto di aver trovato finalmente un aiuto concreto. I responsabili dello IOR erano favorevoli a fare una sorta di transazione, ossia a restituire il puro capitale, senza interesse alcuno. 

- Ma il 17 giugno le autorità monetarie italiane deliberano la liquidazione coatta del Banco Ambrosiano, che crolla in borsa. Calvi intanto riceve una lettera da Licio Gelli, il capo della P2, che gli conferma che Finetti e Seigenthaler, indicati come cassieri romani dell'Opus Dei, si stavano occupando per salvare l'Ambrosiano dalla bancarotta. Calvi si reca a Londra per ottenere un pacchetto finanziario di salvataggio proveniente dall'Opus Dei (che proprio in quella città aveva il suo quartier generale), ma l'Opus Dei, in cambio dell'aiuto, chiede precisi poteri politici in Vaticano, ad esempio nella determinazione della strategia verso i Paesi comunisti e del Terzo mondo. La fazione massonico-curiale di Casaroli, appoggiata da Andreotti, è però contraria.

- Calvi viene trovato impiccato il 18 giugno 1982 sotto il ponte dei Frati Neri sul Tamigi, in una zona di Londra la cui polizia dipende dal duca di Kent, capo della massoneria mondiale. Successivamente il pentito della mafia siculo-americana, F. Marino Mannoia, dirà che a strangolare Calvi fu Di Carlo, su ordine di Pippo Calò. Verrà uccisa anche la sua segretaria personale.

- Il 27 novembre 1982, tre mesi dopo l’annuncio della decisione papale, la Congregazione per i vescovi ufficializza la erezione dell'Opus Dei a Prelatura personale del pontefice, la prima nella storia della Chiesa di Roma. Secondo i calcoli fatti dall'allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta (la cui denuncia sulle collusioni tra IOR e finanza deviata gli costarono un lungo "purgatorio" politico), il Vaticano fu coinvolto nello scandalo per una somma di 1.159 milioni di dollari: era il credito di alcune affiliate estere del Banco verso due società dello IOR, con sede in America Latina. Il Vaticano rimborsò anni dopo, al Nuovo Banco Ambrosiano, solo una parte (250 milioni di dollari) della cifra con cui Calvi si era indebitato.

- Il 15 ottobre 2003 due pm di Roma - Luca Tescaroli e Maria Monteleone - hanno chiesto il rinvio a giudizio di quattro persone, con l'accusa dell'omicidio di Calvi: Giuseppe Calò, Ernesto Diotallevi, Flavio Carboni e Manuela Kleinszig. Nei giorni in cui Roberto Calvi era a Londra vennero segnalate nella capitale diverse presenze interessanti: quella di Flavio Carboni e di alcuni camorristi, fra cui Vincenzo Casillo, luogotenente di Raffaele Cutolo, in contatto con i servizi deviati e in particolare col faccendiere Francesco Pazienza, succeduto a Gelli al comando della P2. Casillo verrà poi ucciso a Roma in un'auto imbottita di tritolo. Un altro pentito di mafia, Vincenzo Calcara, per l'omicidio Calvi ha tirato in ballo Giulio Andreotti, elementi deviati dello Stato e dei servizi segreti, massoneria e ambienti vaticani.

- Il 10 agosto 1983, Licio Gelli evade dal carcere di Ginevra.

- Nel 1986, Michele Sindona muore nel supercarcere di Voghera, avvelenato da un caffé al cianuro.

- Nel febbraio 1987 il giudice istruttore del tribunale di Milano, Renato Bricchetti, emette un mandato di cattura contro Paul Marcinkus, Luigi Mennini e Pellegrino de Strobel, i vertici dello IOR, individuando gravi responsabilità della Banca Vaticana nel crac del Banco Ambrosiano, ma la Cassazione non convalida il provvedimento, a causa dell'art. 11 dei Patti Lateranensi, che recita: "gli enti centrali della Chiesa sono esenti da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano". Lo IOR subì un vero e proprio terremoto e il cardinale Markinkus riuscì a farla franca solo appellandosi all'immunità diplomatica.

- Nel 1987, Licio Gelli si presenta al palazzo di Giustizia di Ginevra e nel 1988 viene estradato in Italia. Rimane in carcere per due mesi, poi viene rilasciato per motivi di salute. Quando nel 1988 viene emessa la sentenza sulla strage della stazione di Bologna, Gelli viene condannato a 10 anni per calunnia aggravata. Ha poi donato all’archivio di Stato pistoiese la parte “presentabile” dei suoi documenti storici e si è orientato verso posizioni di centro-sinistra. Ha chiesto il ritiro di tutte le basi americane dall'Italia, il ritiro di tutti i nostri soldati dalle cosiddette "missioni di pace" e la rinuncia del voto agli italiani all'estero. « Giulio Andreotti sarebbe stato il vero “padrone” della Loggia P2? Per carità… io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l'Anello. » è la dichiarazione di Licio Gelli durante un'intervista al settimanale "Oggi" a Roma il 15 febbraio 2011. Vediamo nel dettaglio queste tre entità:
- La Propaganda due (meglio nota come P2) era una loggia massonica aderente al Grande Oriente d'Italia (GOI). Fondata nel 1877 con il nome di Propaganda massonica, assunse forme deviate rispetto agli statuti della massoneria ed eversive nei confronti dell'ordinamento giuridico italiano nel periodo della sua conduzione da parte dell'imprenditore Licio Gelli. La P2 fu sospesa dal GOI il 26 luglio 1976; successivamente, la Commissione parlamentare d'inchiesta Anselmi ha concluso il caso P2 denunciando la loggia come una vera e propria "organizzazione criminale" ed "eversiva". Essa fu sciolta con un'apposita legge, la n. 17 del 25 gennaio 1982. Sin dalla fondazione, la caratteristica principale della loggia "Propaganda massonica" fu quella di garantire un'adeguata copertura e segretezza agli iniziati di maggior importanza, sia all'interno che al di fuori dell'organizzazione massonica. L'originale loggia operò fino al 1925, quando furono temporaneamente sciolte tutte le logge massoniche, su impulso del regime fascista. Dopo la caduta del regime fascista, le attività delle logge massoniche ripresero e la loggia, ribattezzata “Propaganda due”, nel secondo dopoguerra, tornò ad essere alle dipendenze dirette del Gran maestro dell'Ordine sino all'avvento di Licio Gelli. Quest'ultimo venne prima delegato dal Gran maestro Lino Salvini a rappresentarlo in tutte le funzioni all'interno della loggia (dal 1970), poi ne fu nominato Maestro venerabile, cioè “capo” a tutti gli effetti (nel 1975). In base a due appunti del Sismi e del Sisde scoperti dal P.M. Vincenzo Calia nella sua inchiesta sulla morte di Enrico Mattei, la Loggia P2 sarebbe stata fondata da Eugenio Cefis, che l'avrebbe diretta sino a quando fu presidente della Montedison; poi tra il 1982 e il 1983, dopo lo scandalo petroli, sarebbe subentrato il duo Umberto Ortolani-Licio Gelli. Secondo altre testimonianze il capo occulto della Loggia P2 sarebbe stato l'onorevole democristiano Giulio Andreotti.
- L'organizzazione Gladio era un'organizzazione paramilitare clandestina italiana di tipo stay-behind ("stare dietro", "stare in retroscena") promossa dalla NATO nell'ambito Operazione Gladio, organizzata dalla Central Intelligence Agency per contrastare una ipotetica invasione dell'Europa occidentale da parte dell'Unione Sovietica e dei paesi aderenti al Patto di Varsavia, attraverso atti di sabotaggio, guerra psicologica e guerriglia dietro le linee nemiche, con la collaborazione dei servizi segreti e di altre strutture. Malgrado in Italia Gladio sia propriamente utilizzato in riferimento solo alla stay-behind italiana (o, secondo alcuni, la principale e più duratura tra diverse stay-behind che operarono in Italia), il termine è stato applicato dalla stampa anche ad altre operazioni di tipo stay-behind, in quanto parte dell'Operazione Gladio. Durante la guerra fredda, quasi tutti i paesi dell'Europa occidentale organizzarono reti stay-behind sotto controllo NATO. L'esistenza di Gladio, sospettata fin dalle rivelazioni rese nel 1984 dall'ex membro del gruppo neofascista Ordine Nuovo Vincenzo Vinciguerra durante il suo processo, fu riconosciuta dal presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti il 24 ottobre 1990, che parlò di una "struttura di informazione, risposta e salvaguardia". Francesco Cossiga, che ebbe, durante il periodo in cui era sottosegretario alla difesa, la delega alla sovrintendenza di Gladio, e che spesso è stato indicato come uno dei fondatori, affermò nel 2008 che «i padri di Gladio sono stati Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani, Gaetano Martino e i generali Musco e De Lorenzo, capi del SIFAR. Io ero un piccolo amministratore». Affermò altresì che «gli uomini di Gladio erano ex partigiani. Era vietato arruolare monarchici, fascisti o anche solo parenti di fascisti: un ufficiale di complemento fu cacciato dopo il suo matrimonio con la figlia di un dirigente Msi. Quasi tutti erano azionisti, socialisti, lamalfiani».
- Il Noto servizio o Anello è stata un'organizzazione segreta italiana composta da ex ufficiali della Repubblica di Salò, imprenditori, industriali, soggetti del mondo politico ed economico, della malavita e della criminalità organizzata, fondato verso la fine della seconda guerra mondiale e sopravvissuto, con varie trasformazioni, fino agli inizi degli anni novanta. Una sorta di servizio segreto parallelo, che fungeva da elemento di congiunzione tra gerarchie politiche e civili e gerarchie militari unite nella lotta al comunismo.

- La fine della Guerra Fredda in campo internazionale (1989-1991) e gli avvenimenti di  Tangentopoli  (1992) mutano in pochi anni il panorama politico italiano.

- La stessa Democrazia Cristiana è sciolta nel 1993: viene così meno il punto di riferimento dei cattolici nella vita politica italiana. Negli anni successivi, pertanto, il Clero avvia un atteggiamento di  dialogo  con partiti politici sia conservatori sia progressistiinfluenzando significativamente entrambi gli schieramenti. Secondo gli osservatori più critici, tale atteggiamento ha assunto talvolta modi vicini a quelli propri dei gruppi di pressione.

Mario Monti in gran
tenuta massonica.
- Silvio Berlusconi, che risulta iscritto alla P2 dagli elenchi  http://www.strano.net/
stragi/stragi/p2/elep2.htm, dopo essersi impadronito della maggioranza dei media televisivi privati e dell'editoria in seguito, entra in politica e sarà alla guida di quattro governi fino al novembre del 2011, quando alcuni potentati della finanza internazionale interni all'UE, lo delegittimano. Intanto Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica italiana, aveva eletto il prof. Mario Monti senatore a vita, carica che gli permetterà di assumere la carica di Presidente del Consiglio fornitagli da Napolitano e formare governi che, seguendo il principio dell'austerità, impoveriranno il nostro stato sociale e relegheranno il paese in una crisi senza fine, con riforme lesive.

Tiziano Renzi da http://www.libero
quotidiano.it/news/italia/12321141/
tiziano-renzi-incontrato-luigi-ma
rroni-madonna-medjugorje-.html
- Il 4 marzo 2017, la linea difensiva di Tiziano Renzi e del suo avvocato Federico Bagattini a proposito dell'inchiesta sugli appalti della Consip, è smontare tutte le affermazioni inverosimili di Luigi Marroni, amministratore delegato della Consip e grande accusatore del padre di Matteo Renzi e del faccendiere Carlo Russo. "Abbiamo spiegato ai magistrati - dice il suo legale al Corriere della Sera - che è il classico caso in cui si è abusato di un cognome". In sostanza, sostiene il padre dell'ex premier, indagato per traffico illecito di influenze, non solo non c'è stata alcuna pressione indebita sull'amministratore delegato di Consip per favorire Alfredo Romeo, ma l'intera costruzione dei fatti sarebbe falsa. Renzi ammette l'incontro con Luigi Marroni, in piazza Santo Spirito, nel 2016: "Si parlò di dove installare una statua della Madonna di Medjugorje che apparteneva a un ospedale". Ancora una volta, puzzo misto di politica-corruzione-sagrestie-massoneria.

- Ma ora, dopo questa breve e sommaria rivisitazione degli eventi noti della nostra Repubblica, considerando che fin da Washington, i presidenti degli USA sono stati manifestamente massoni, rosacruciani o appartenenti al Council of Foreign Relations e che nel PCI si è passati via via dai salotti buoni di Mosca ad una progressiva attenzione alle masse cattoliche con una continuità nei DS: quali e quanti, fra i Presidenti del Consiglio dal '48 in poi, potremmo giurare che non appartenessero ad ambienti massonico-clericali?

Elezioni politiche del 18 aprile 1948 - I Legislatura (8 maggio 1948 - 4 aprile 1953)
Governo De Gasperi V
Governo De Gasperi VI
Governo De Gasperi VII
Elezioni politiche del 7 giugno 1953 - II Legislatura (25 giugno 1953 - 14 marzo 1958)
Governo De Gasperi VIII
Governo Pella
Governo Fanfani
Governo Scelba
Governo Segni
Governo Zoli
Elezioni politiche del 25 maggio 1958 - III Legislatura (12 giugno 1958 - 18 febbraio 1963)
Governo Fanfani II
Governo Segni II
Governo Tambroni
Governo Fanfani III
Governo Fanfani IV
Elezioni politiche del 28 aprile 1963 - IV Legislatura (16 maggio 1963 - 11 marzo 1968)
Governo Leone
Governo Moro
Governo Moro II
Governo Moro III
Elezioni politiche del 19 maggio 1968 - V Legislatura (5 giugno 1968 - 28 febbraio 1972)
Governo Leone II
Governo Rumor
Governo Rumor II
Governo Rumor III
Governo Colombo
Governo Andreotti
Elezioni politiche del 7-8 maggio 1972 - VI Legislatura (25 maggio 1972 - 1 maggio 1976)
Governo Andreotti II
Governo Rumor IV
Governo Rumor V
Governo Moro IV
Governo Moro V
Elezioni politiche del 20-21 giugno 1976 - VII Legislatura (5 luglio 1976 - 2 aprile 1979)
Governo Andreotti III
Governo Andreotti IV
Governo Andreotti V
Elezioni politiche del 3 giugno 1979 - VIII Legislatura (20 giugno 1979 - 4 maggio 1983)
Governo Cossiga
Governo Cossiga II
Governo Forlani
Governo Spadolini
Governo Spadolini II
Governo Fanfani V
Elezioni politiche del 26 giugno 1983 - IX Legislatura (12 luglio 1983 - 28 aprile 1987)
Governo Craxi
Governo Craxi II
Governo Fanfani VI
Elezioni politiche del 14 giugno 1987 - X Legislatura (2 luglio 1987 - 2 febbraio 1992)
Governo Goria
Governo De Mita
Governo Andreotti VI
Governo Andreotti VII
Elezioni politiche del 4 aprile 1992 - XI Legislatura (23 aprile 1992 - 16 gennaio 1994)
Governo Amato
Governo Ciampi
Elezioni politiche del 27 marzo 1994 - XII Legislatura (15 aprile 1994 - 16 febbraio 1996)
Governo Berlusconi
Governo Dini
Elezioni politiche del 21 aprile 1996 - XIII Legislatura (9 maggio 1996 - 9 marzo 2001)
Governo Prodi
Governo D'Alema
Governo D'Alema II
Governo Amato II
Elezioni politiche del 13 maggio 2001 - XIV Legislatura (30 maggio 2001 - 27 aprile 2006)
Governo Berlusconi II (dall'11 giugno 2001 al 23 aprile 2005)
Governo Berlusconi III (dal 23 aprile 2005 al 17 maggio 2006)
Elezioni politiche del 9 e 10 aprile 2006 - XV Legislatura (28 aprile 2006 - 6 febbraio 2008)
Governo Prodi II (dal 17 maggio 2006 al 6 maggio 2008)
Elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008 - XVI Legislatura (dal 29 aprile 2008 al 23 dicembre 2012)
Governo Berlusconi IV (dall'8 maggio 2008 al 16 novembre 2011)
Governo Monti (dal 16 novembre 2011 al 27 aprile 2013)
Elezioni politiche del 24 e 25 febbraio 2013 - XVII Legislatura (dal 15 marzo 2013)
Governo Letta (dal 28 aprile 2013 al 21 febbraio 2014)
Governo Renzi (dal 22 febbraio 2014 al 12 dicembre 2016)
Governo Gentiloni (dal 12 dicembre 2016)


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