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domenica 14 dicembre 2014

Partiti ed elezioni nell'antica Repubblica di Roma

In verde i domini della Repubblica di Roma nel 201 a.C.
  e in arancio le successive espansioni fino al 146 a.C.
La Roma dei re e la Roma imperiale non conoscevano le elezioni.
Nella Roma repubblicana, invece (dalla fine del VI sec. a.C. sino alla dittatura di Cesare), le elezioni occuparono una posizione di grande rilievo nella vita dei cittadini, liberi di raggrupparsi in formazioni politiche abbastanza precise.
Non si trattava certamente di partiti politici nel senso attuale del termine, bensì di grossi raggruppamenti legati ad un auctor (il moderno leader o segretario politico) e al dux (il premier di oggi), da un rapporto di fides, cioè di fiducia e di reciproco impegno.
Un domine si accinge
a ricevere dei clientes, da un
dipinto di Gustave Boulanger.
In realtà dietro la fides si celavano rapporti economici, raccomandazioni e clientele di ogni genere e tipo.
Queste ultime, limitate a un ristretto numero di persone con interessi particolari da tutelare, costituivano la fazione, l’odierna corrente.
Le partes, al contrario, indicavano i raggruppamenti politici nel loro insieme: dei veri "partiti d’opinione", privi di un’ideologia precisa ma con interessi comuni. 
Gaio Giulio Cesare.
Cesare e Pompeo, infatti, erano dei capiparte che avevano l'appoggio non di una sola classe sociale ma di una larga fascia dell’opinione pubblica
Gneo Pompeo Magno.
In questo contesto, lo stato reclutava i propri dirigenti.
Chi aspirava a una alta carica pubblica (in teoria tutti i cittadini romani potevano nutrire questa ambizione, anche se, in realtà, solo i ricchi e gli aristocratici erano in grado di arrivare al potere) dava, alle scadenze fissate, il proprio nome a un magistrato che provvedeva a trascriverlo nelle liste dei candidati, in attesa dell’inizio della campagna elettorale. La battaglia per i voti durava ventisette giorni. In tale periodo il candidato, indossando una toga bianca (candida, da cui l’origine del nome candidatus), teneva comizi durante i quali esponeva il proprio programma. Regali, banchetti e promesse di ogni tipo contribuivano, insieme con una dotta eloquenza, a rendere l’oratore gradito al popolo.
Marco Tullio Cicerone.
Cicerone stesso, per farsi eleggere console, non mancò di utilizzare questi metodi. Lo testimonia ancor oggi una lettera del fratello Quinto Tullio: "Egli promise con garbo a tutti quelli che gli chiedevano favori e raccomandazioni; non negò mai nulla, fosse stata anche la luna".
Marco Licinio Crasso.
Cesare, Pompeo e Crasso si spinsero molto più in là; impegnati in una dura lotta per il potere, contribuirono, a tutti i livelli, a diffondere una vera e propria corruzione. Pompeo fece eleggere al senato Afranio, suo amico, acquistando voti al suono dell’argento; Marco Messalla Nigro comperò nel 53 a.C. il consolato e processato, fu assolto, sebbene gli amici lo ritenessero colpevole; Quinto Calido pretore, giudicato da un collegio di senatori, calcolò che la sua condanna doveva aver reso alla giuria non meno di trecentomila sesterzi. Cosi, accanto ai normali commerci, si sviluppo il mercato dei voti e delle cariche pubbliche. Come nelle moderne borse valori, funzionari altamente specializzati s’impegnavano alacremente nel complicato lavoro: i divisores comperavano i voti, gli interpretes facevano da intermediari, e i sequestres custodivano il denaro, mentre gli interessi salivano alle stelle.

Cartina della Roma Repubblicana.
Popolari (Populares in latino) furono una delle factiones ("partiti" in senso lato) che nella vita politica della Repubblica Romana sosteneva le istanze del popolo, costituendo per così dire la "base" dell'autorità dei Tribuni della Plebe, la magistratura che rappresentava gli interessi dei ceti popolari di Roma.
Populares, pur essendo anch'essi espressione della nobilitas furono quindi spesso in conflitto con gli Optimates ("i migliori") che salvaguardavano invece le tradizioni ed i privilegi della classe dominante.
La fazione dei populares acquistò grande importanza tra la fine del II e l'inizio del I secolo a.C., quando le enormi conquiste di Roma nel Mediterraneo portarono a conseguenze economico-sociali disgreganti il vecchio ordine e che venivano risolte sempre più a fatica da istituzioni politiche nate per una città-stato.
Non costituendo un 'partito' nel senso moderno del termine si possono definire "populares" quegli esponenti della classe dirigente che furono promotori di provvedimenti per la redistribuzione delle terre demaniali e/o in difesa degli organi di governo del popolo romano, le assemblee e il tribunato della plebe.
Anche se in moltissimi contesti ci fu un allineamento di interessi fra le masse urbane e l'ordine dei cavalieri e anche se i populares si trovarono a difendere gli interessi di questi ultimi (per esempio sulla composizione della giuria dei tribunali) risultano anacronistiche le ipotesi di 'lotta di classe' fra cavalieri e senatori.
Gli equites (in Latino eques significa "cavaliere", al plurale equites; letteralmente "cavalieri") erano un ordine sociale (e militare) dell'antica Roma basato sul censo.
Nel periodo monarchico gli equites ricevevano dallo stato un cavallo, detto perciò equus publicus, oppure l'Aes equestre, consistente in 1.000 assi, cioè i soldi necessari per acquistarne uno, più l'Aes hordearium, ovvero una somma annuale di 200 assi per il suo mantenimento. Livio riferisce, ricordando l'assedio di Veio, che alcuni cittadini benestanti, che non erano equites ma avevano abbastanza denaro per mantenere un cavallo, si arruolarono volontari con un cavallo preso a loro spese; lo stato li ripagò con una somma a mo' di compenso per aver servito con i propri cavalli. Quando i soldati di fanteria iniziarono a ricevere una paga, la paga dei nuovi equites venne stabilita nel triplo. Le due classi di equites convivevano distinte: la prima, detta equites equo publico, e chiamata a volte dei Flexuntes o dei Trossuli; la seconda, composta da ricchi volontari, era detta degli equites Romani.
Nel periodo repubblicano si andò consolidando la struttura degli equites sia come corpo militare che come classe di censo dei cittadini. Gli equites che ricevevano un cavallo dallo stato erano sottoposti a ispezioni periodiche da parte dei censori, i quali avevano il potere di togliere loro il cavallo e ridurli alle condizioni di un aerarius, cioè di un soldato stipendiato di fanteria, nonché di assegnare l'equus publicus a un cavaliere che aveva finora servito con un cavallo a sue spese e si era dimostrato valoroso.
I Gracchi: Tiberio Sempronio Gracco
e Gaio Sempronio Gracco, Tribuni
della Plebe.
Fino al II secolo a.C. le centurie equestri erano viste come una divisione dell'esercito, e non formavano un ordine a sé; la principale divisione politica a Roma era ancora quella tra patrizi e plebei. Nel 123 a.C. la Lex Sempronia, introdotta da Gaio Sempronio Gracco, introduceva tra le due classi una terza, l'Ordo Equestris. La Lex Sempronia stabiliva che i giudici dovessero essere scelti tra i cittadini di censo equestre, e cioè di età tra i trenta e i sessant'anni, essere o essere stato un eques, o comunque avere il denaro per acquistare e mantenere un cavallo, e non essere un senatore. Il termine equites, perciò, dall'iniziale identificazione dei soldati a cavallo, passò prima a indicare chi quel cavallo aveva o aveva la possibilità di acquistarlo e poi chi aveva la possibilità di essere eletto come giudice.
Gaio Mario.
Dopo le riforme dell'esercito di Gaio Mario, la presenza di nullatenenti nell'esercito cominciò a incrinare l'identificazione degli equites, intesi come cavalieri, nell'ordo equestris, composto da persone con un censo di 120-125.000 assi. Inoltre, ai cittadini romani si affiancarono le truppe di cavalleria ausiliarie italiche; mentre la parte militare ne uscì rafforzata, i cittadini romani componenti dell'ordo equestris non tolleravano facilmente di servire insieme a nullatenenti, pur essendo plebei come loro; perciò acuirono le loro prerogative di equestri che necessitavano larghe spese per distinguersi dal resto della plebe.
Con Silla, nell'80 a.C., agli equites venne proibito di divenire giudici attraverso la Lex Aurelia. Il prestigio e la ricchezza dell'ordo equestris vennero mantenuti dando ai cavalieri il compito di pubblicani, cioè gli esattori delle imposte, i quali dovevano avere una cospicua ricchezza personale per non arricchirsi attraverso le tasse; perciò questo divenne il mestiere naturale degli equites nella tarda età repubblicana. Cicerone parla di pubblicani e di equites quasi come se fossero sinonimi. Durante il consolato di Cicerone, gli equites ebbero parte attiva nel sopprimere la congiura di Catilina, acquistando un maggior potere. Da allora, come ricorda Plinio il Vecchio, divennero il terzo corpo dello stato, insieme a patrizi e plebei, al punto che dopo il Senatus PopolusQue Romanus aggiunsero et Equestris Ordo.
Nel 63 a.C., con la Lex Roscia Othonis, il tribuno della plebe Lucio Roscio ottenne per gli appartenenti all'ordo equestris il privilegio di sedere nei primi quattordici posti davanti all'orchestra. Dopo questa, altre leggi restituirono all'ordo equestris le prerogative che Silla aveva loro tolto; venne dato loro il diritto di vestire il Clavus Angustus o angusticlavio, e il privilegio di indossare un anello d'oro, prima ristretto ai soli equites equo publico.
Trai principali rappresentanti della Pars Popularis troviamo: Tiberio Sempronio Gracco, Gaio Sempronio Gracco, Gaio Mario, zio da parte di madre di Gaio Giulio Cesare, Lucio Apuleio Saturnino, Quinto Sertorio, Marco Emilio Lepido, Lucio Sergio Catilina, Gaio Giulio Cesare, Publio Clodio Pulcro, Marco Antonio

Nella democratica Roma
Repubblicana era fiorente il
mercato degli schiavi: da un
dipinto di Gustave Boulanger.
Gli Ottimati (in latino Optimates, cioè i migliori) erano i componenti della fazione aristocratica conservatrice della tarda Repubblica romana.
In origine influenzavano la vita politica romana, essendo la gestione della Res Publica appannaggio soltanto di quella ristretta cerchia di nobili che avevano le possibilità e la cultura per dedicarsi alla politica. In seguito alla Secessione dell'Aventino, però, le classi popolari e piccolo e medio borghesi riuscirono a ritagliarsi una fetta di potere, da esercitare mediante loro rappresentanti: i tribuni della plebe, magistrati dotati di potere legislativo (per esempio il diritto di veto su qualsiasi legge o decreto del Senato), nonché di auctoritas, ovvero l'autorità morale. Inoltre erano conferiti della sanctitas, ossia la sacra inviolabilità della loro persona, che rendeva ogni atto sovversivo, finalizzato a danneggiarli materialmente o fisicamente, un delitto gravissimo. Per rispondere a questa organizzazione politica del popolo, anche i patrizi romani si allearono tra di loro nel movimento politico degli "optimates" (it. "ottimi", "nobili"), cioè il partito aristocratico.
In effetti la fazione aristocratica non era un vero e proprio partito politico secondo l'accezione moderna del termine (nonostante sia a volte chiamata Partito Aristocratico). Era bensì una confederazione di nobili, ciascuno dei quali era politicamente indipendente (o quasi) dagli altri, grazie ad una diffusa rete di clientele e di alleanze che ciascun nobile gestiva in modo autonomo. L'appartenenza ad un'unica fazione era resa però evidente dall'alleanza di tutti i nobili "optimates" con il Senato, dal comune interesse a conservare tutti i privilegi nobiliari, nonché dalla comune avversione nei confronti dei "Populares" (l'organizzazione politica dei ceti popolari e borghesi) e dei "Tribuni della Plebe". Gli Ottimati, infatti, desideravano limitare il potere delle Assemblee della plebe ed estendere il potere del Senato romano, che era considerato più stabile e più dedicato al benessere di Roma. Si opponevano anche all'ascesa degli uomini nuovi (plebei, di solito provinciali, la cui la famiglia non aveva avuto esperienza politica precedente) nella politica romana. L'ironia era che uno dei principali campioni degli ottimati, Marco Tullio Cicerone, era egli stesso un uomo nuovo.
Rappresentazione del Senato
 Romano con Cicerone che
attacca Catilina nelle
sue "catilinarie".
Oltre ai loro obiettivi politici, gli ottimati si opposero all'estensione della cittadinanza romana fuori dall'Italia (e si opposero perfino ad assegnare la cittadinanza alla maggior parte degli Italici). Favorirono generalmente alti tassi di interesse, si opposero all'espansione della cultura ellenistica nella società romana e lavorarono duramente per fornire la terra ai soldati congedati (erano convinti che soldati felici erano probabilmente meno disposti a sostenere generali in rivolta).
Lucio Cornelio Silla.
La causa degli ottimati raggiunse l'apice con la dittatura di Lucio Cornelio Silla (81 a.C.- 79 a.C.). Sotto il suo potere, le Assemblee furono private di quasi tutto il loro potere, il totale dei membri del Senato fu portato da 300 a 600, migliaia di soldati si stabilirono nell'Italia del Nord e un numero ugualmente grande di popolari fu giustiziato con le liste di proscrizione. Limitò i poteri dei tribuni della plebe, ridusse i consoli e i pretori ai compiti cittadini della direzione politica e dell’amministrazione della giustizia e vietò di ricoprire una medesima carica prima che fossero trascorsi dieci anni. Tuttavia, dopo le dimissioni e la successiva morte di Silla, molti dei suoi provvedimenti politici furono gradualmente ritirati, ma furono più durature le innovazioni nel campo del diritto e del processo penale. Silla fu il primo ad entrare con il suo esercito in armi a Roma, creando così un precedente che porterà alla fine della Repubblica.
Appartenevano agli "optimates" importanti uomini politici quali Lucio Cornelio Silla, Marco Licinio Crasso, Marco Porcio Catone detto Il Censore e Catone Uticense, Marco Tullio Cicerone, Tito Annio Milone, Marco Giunio Bruto e, a parte il periodo del Triumvirato, Gneo Pompeo.

Il logo della Roma Repubblicana: Senato e Popolo Romani.



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