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giovedì 8 gennaio 2015

La rivoluzione d'Islanda

ISLANDA - ICELAND - Carta 
geografica fisica con nomi delle città
LA RIVOLUZIONE ISLANDESE 
09/03/2011 09:05 
POLITICA  INTERNAZIONALE da: http://www.controlacrisi.org
E' in corso dal 2009 una rivoluzione in Europa, ma nessuno ne parla: 
breve resoconto della rivolta anticrisi islandese.
Recentemente la rivolta in Tunisia si è conclusa con la fuga del tiranno Ben Alì, così democratico per l'occidente fino all'altroieri e alunno esemplare del Fondo monetario internazionale.
L'Europa dal satellite
Tuttavia, un altra "rivoluzione" che ormai è in corso da due anni è stata completamente taciuta e nascosta dai media mainstream internazionali ed europei. È accaduto nella stessa Europa, in un paese con la democrazia probabilmente più antica del mondo, le cui origini vanno indietro all'anno 930 e che ha occupato il primo posto nel rapporto del ONU sull'indice dello sviluppo umano di 2007/2008. Indovinate di quale paese si tratta? Sono sicuro che la maggioranza non ne ha idea. 
Si tratta dell'Islanda, dove si è fatto dapprima dimettere il governo in carica al completo, poi si è passato alla nazionalizzazione delle principali banche, infine si è deciso di non pagare i debiti che queste avevano contratto con la Gran Bretagna e l'Olanda a causa della loro ignobile politica finanziaria; infine si è passati alla costituzione di un'assemblea popolare per riscrivere la propria costituzione.
Tutto questo avviene attraverso una vera e propria rivoluzione, seppur senza spargimenti di sangue ma semplicemente a colpi di casseruole, con le proteste e le urle in piazza e con lanci di uova, una rivoluzione contro il potere politico-finanziario neoliberista che aveva condotto il paese nella grave crisi finanziaria.
Continente Europa - Carta politica
 dell'Europa
Non se ne è parlato dalle nostre parti, se non molto superficialmente, a differenza delle rivolte in altre latitudini discorsive (la Sicilia meridionale è più a sud di Tripoli, eppure la remota Islanda, più vicina al polo nord che all'Italia è percepita come parte della "Moderna" Europa).
Il motivo è semplicemente il terrore, per lor signori, democratici o conservatori che siano, della riproducibilità e l'estensione di quelle lotte.
Che cosa accadrebbe se il resto dei cittadini europei seguisse l'esempio islandese?
Brevemente, la storia dei fatti: 
Alla fine di 2008, gli effetti della crisi nell'economia islandese sono devastanti. A ottobre Landsbanki, la banca principale del paese, è nazionalizzata.
Il governo britannico congela tutti i beni della sua filiale IceSave, con 300.000 clienti britannici e 910 milione euro investiti dagli enti locali e dalle organizzazioni pubbliche del Regno Unito. Alla Landsbanki seguiranno le altre due banche principali, la Kaupthing e il Glitnir. I loro clienti principali sono in quei paesi e in Olanda, clienti ai quali i loro rispettivi stati devono rimborsare i depositi bancari, all'incirca 3.700 milioni di euro di soldi pubblici.
L'insieme dei debiti per le attività bancarie dell'Islanda è equivalente a varie volte il suo PIL.
Da un lato, la valuta sprofonda ed il mercato azionario sospende la relativa attività dopo un crollo del 76%.
Il paese è alla bancarotta.
Il governo chiede ufficialmente aiuto al Fondo monetario internazionale che approva un prestito di 2.100 milioni dollari, accompagnato da altri 2.500 milioni da parte di alcuni paesi nordici.
Proteste degli Islandesi
 Le proteste dei cittadini davanti al Parlamento a Reykjavik aumentano.
Il 23 gennaio 2009 si convocano le elezioni anticipate e tre giorni dopo, i cacerolad@s sono di nuovo in piazza in migliaia e impongono le dimissioni del primo ministro, il conservatore Haarden e di tutto il suo governo in blocco.
È il primo governo vittima della crisi finanziaria mondiale.
Il 25 aprile ci sono le elezioni generali vinte da una coalizione socialdemocratica e dal movimento della sinistra-verde guidate dalla nuova prima ministra Jóhanna Sigurðardóttir.
Nel 2009 la situazione economica resta devastata con il crollo del PIL del 7%..
Sulla base di una legge ampiamente discussa nel Parlamento, viene stabilito il pagamento dei debiti in Gran Bretagna e in Olanda attraverso 3.500 milioni di euro che tutte le famiglie islandesi avrebbero dovuto pagare attraverso una tassazione del 5,5% per i prossimi 15 anni.
Gli islandesi tornano a manifestare nelle strade per rivendicare un referendum popolare per la promulgazione della legge.
Nel gennaio 2010 il presidente, Ólafur Ragnar Grímsson, rifiuta di ratificare la legge e indice la consultazione popolare: in marzo il referendum con il 93% di NO al pagamento del debito.
La rivoluzione islandese vince.
Aurora boreale in Islanda
Il fondo monetario internazionale congela l'aiuto economico all'Islanda nella speranza di imporre in questo modo il pagamento dei debiti.
A questo punto il governo apre un'inchiesta per individuare e perseguire penalmente i responsabili della crisi.
Arrivano i primi mandati di cattura e gli arresti per banchieri e top-manager.
L'Interpool spicca un ordine internazionale di arresto contro l'ex presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson.
Nel pieno della crisi, a novembre, si elegge un'assemblea costituente per preparare una nuova costituzione che, sulla base della lezione della crisi, sostituisce quella in vigore. Si decreta il potere popolare.
Vengono eletti 25 cittadini, senza alcun collegamento politico, tra le 522 candidature popolari, per le quali era necessario soltanto la maggiore età e il supporto sottoscritto di 30 cittadini.
L'assemblea costituzionale avvierà i suoi lavori nel febbraio del 2011 e presenterà a breve un progetto costituzionale sulla base delle raccomandazioni deliberate dalle diverse assemblee che si stanno svolgendo in tutto il paese. Tale progetto costituzionale dovrà poi essere approvato dall'attuale parlamento e da quello che sarà eletto alle prossime elezioni legislative.
Inoltre, l'altro strumento "rivoluzionario" sul quale si stà lavorando è l' "Icelandic Modern Media Initiative", un progetto finalizzato alla costruzione di una cornice legale per la protezione della libertà di informazione e dell'espressione.  
Bagni nella calde acque
 termali in Islanda
L'obiettivo è fare del paese un rifugio sicuro per il giornalismo investigativo e la libertà di informazione, un "paradiso legale" per le fonti, i giornalisti e gli internet provider che divulgano informazioni giornalistiche: Un inferno per gli Stati Uniti ed un paradiso per Wikileaks.
Questa in breve la storia della rivoluzione islandese: dimissioni in blocco del governo, nazionalizzazione delle banche, referendum e consultazione popolare, arresto e persecuzione dei responsabili della crisi, riscritura della costituzione, esaltazione della libertà di informazione e di espressione.
Ne hanno parlato i mass media europei?
Ne hanno parlato i vari talk-show televisivi, i giornali di destra o di sinistra?
Nel nostro paese, come in tanti altri paesi occidentali, si cerca di superare la crisi attraverso un processo di socializzazione delle perdite con i tagli sociali e la precarizzazione dilagante.
Quando si inizia a parlare della rivolta islandese si tende a decostruire la potenza costituente della rivolta , minimizzando e relativizzando la sua porta, per il timore del contagio: e dunque l'Islanda è una piccola isola di soltanto 300.000 abitanti, con un complesso economico ed amministrativo molto meno complesso di quello dei grandi paesi europei, ragione per la quale è più facile da organizzare in se cambiamenti così radicali.
Insomma, in questo caso e da questa prospettiva è difficile impiantare l'ordine discorsivo "orientalistico" del sottosviluppo con il quale vengono liquidate le cosiddette "rivoluzioni modernizzatrici" del maghreb.
Parliamo comunque della "civile Europa".
La stessa "civile Europa" alla quale tentano di aggrapparsi i tecnocrati islandesi più realisti del re: la soluzione ai mali dell'Islanda, la crisi islandese, è a loro dire il prodotto dell'isolazionismo economico e da mesi continuano a parlare e accellerare sull'adesione all'Unione Europea come antidoto contro la devastazione neoliberista. 
Confondono ancora una volta la cura con la malattia.
E quindi vogliono stringere su questo tema, così come allo stesso modo l'Europa vuole riprendere sotto le sue ali protettive la ribelle Islanda, per strangolarla dolcemente e senza traumi attraverso i suoi diktat, i suoi vincoli e i suoi patti di stabilità. Ma il popolo islandese ha già dimostrato di non lasciarsi facilmente abbindolare.
FONTE: Facebook, pubblicata da Francesco Caruso martedì 8 marzo 2011 alle ore 19.46

Cittadina Islandese

Dall’Islanda un grido d’allarme: ‘L’UE e il FMI ci ricattano, no alla dittatura del mercato’
anteprima dell'articolo originale pubblicato in www.radiocittaperta.it
foto: www.radiocittaperta.it
Lo avete mai visto un islandese? Scherzi a parte, non è usuale in Italia sentir parlare di questo popolo di sole 320 mila anime relegato nelle estreme e fredde propaggini settentrionali del continente. Eppure gli islandesi meriterebbero più di attenzione da parte dei media e soprattutto di chi si interroga sulle possibili fuoriuscite da una crisi economica sempre più aggressiva. All’inizio di luglio, ad Atene per seguire uno sciopero generale di 48 ore proclamato contro i tagli e le privatizzazioni del governo ‘socialista’, abbiamo incontrato un attivista della sinistra radicale islandese, e ne abbiamo approfittato per porgli qualche domanda sulla situazione nel suo paese. Si tratta di Thorvaldur Thorvaldsson, del Red Forum, invitato dall’Organizzazione Comunista di Grecia (KOE) a partecipare a degli affollatissimi dibattiti insieme con altri attivisti provenienti dall’Europa, dall’Argentina e dagli Stati Uniti, all’interno della quarta edizione del Festival Resistance.
Qual è il vostro giudizio sugli avvenimenti che hanno scosso l’Islanda negli ultimi anni?
La protesta popolare, con un carattere di massa, è esplosa nell’ottobre del 2008, dopo il collasso del sistema bancario che ha rivelato in maniera scioccante una crisi latente del sistema economico capitalista. In poco tempo ne è emerso un movimento di massa che per mesi, ogni settimana, ha manifestato nelle piazze del paese. In alcune occasioni le manifestazioni sono state anche molto partecipate, una novità per il nostro piccolo stato. Ora in parte continua, anche se con forza minore. Purtroppo non è riuscito a darsi delle prospettive e delle forme pienamente politiche, non ha saputo raccogliere e capitalizzare le richieste di cambiamento che venivano dalla piazza. Comunque agli inizi del 2009 la protesta ha imposto un significativo cambio di governo. Prima l’esecutivo era formato dai conservatori, e poi passò nelle mani dei socialdemocratici alleati con i verdi. Questa svolta, su pressione della piazza, ha generato una grande illusione e una grande speranza nella gente. L’idillio tra partiti di centrosinistra e movimento di protesta è durato per un po’. Nelle elezioni politiche della primavera del 2009 i due partiti – socialdemocratici e verdi – hanno ottenuto la maggioranza assoluta. Ma presto la speranza che ciò potesse portare a un cambiamento significativo di rotta, economicamente parlando, è stato frustrata. La gente si è resa conto che stavano proseguendo sulla stessa rotta del precedente governo, dettata dalle banche e dalle istituzioni internazionali. E incredibilmente chiesero l’adesione dell’Islanda all’Unione Europea!
Cominciarono un’ingannevole campagna propagandistica, affermando che se il paese fosse stato già membro dell’UE le nostre banche non sarebbero fallite... Grazie anche a queste bugie, nei sondaggi risultò che una maggioranza seppure risicata della popolazione era favorevole all’ingresso dell’Islanda nell’Unione. Ma in poco tempo, man mano che le bugie venivano smontate, i contrari all’adesione hanno raggiunto una quota tra il 60 e il 70%. Ma il governo continua a tentare, attraverso meccanismi legislativi poco limpidi, di imporre comunque questa scelta al paese. Grazie alla profonda contrarietà dell’opinione pubblica il processo di adesione è stato comunque già ritardato di anni, e i negoziati veri e propri sono iniziati solo da poco. Da tempo abbiamo formato un movimento che si dedica alla mobilitazione contro l’ingresso nell’UE, l’abbiamo chiamato “world sight”. Siamo fiduciosi che riusciremo a impedirlo. Se mai decideranno di indire sull’argomento un referendum, senza dubbio lo perderanno.
Quali sono gli obiettivi della vostra organizzazione politica?
La nostra organizzazione si chiama "Red Forum". Abbiamo partecipato al movimento di protesta contro le banche dal principio. Anzi, ci siamo formati esattamente nel 2008 in occasione del fallimento delle banche. Abbiamo cercato di ampliare la mobilitazione, di orientarla su un dibattito e una piattaforma più approfonditi e avanzati, collaborando con altre forze politiche progressiste. Al centro della nostra piattaforma e della nostra azione politica abbiamo messo il recupero della nostra sovranità nazionale e popolare, oltre che la proprietà comune, collettiva delle risorse naturali. Le infrastrutture economiche devono essere socializzate, sottratte alla dittatura del mercato. Noi diciamo che devono essere capitalisti e banchieri a pagare la crisi che hanno generato. Difendiamo un allargamento della democrazia e della partecipazione a tutti i livelli. Non ci accontentiamo della democrazia formale, pretendiamo che le persone abbiamo più strumenti a disposizione per dire la propria. L’azione dei partiti e dei governi non può prescindere, non può essere impermeabile all’opinione delle persone e alla volontà popolare. Stiamo lavorando per veicolare questi valori nel movimento popolare, in particolare all’interno dei sindacati e nelle organizzazioni impegnate nella mobilitazione contro l’UE.
L'Unione Europea - Carta con i
27 Stati membri (dal 2007 i nuovi
sono Romania e Bulgaria)
 Ma perché siete così contrari ad entrare nell'Unione Europea?
Perché l’Unione Europea è uno strumento della dittatura del mercato. Dittatura del mercato che prima è stata scossa dai sintomi della crisi del sistema capitalistico e che ora ne è investita in pieno. E’ evidente che questo sistema non funziona, che il principio del massimo profitto a tutti i costi è fallito. E l’UE vuole costringere i popoli e le fasce sociali più deboli a pagare le conseguenze di questa scommessa andata male. Noi non pagheremo questa crisi e pensiamo che l’Unione Europea sia uno strumento per imporci di pagare la crisi al posto di chi l’ha generata. Se entrassimo nell’UE sarebbe più difficile per noi contrastare la crisi e le politiche che i vari governi adottano per scaricarla sui popoli. Potremmo dire che l’Unione ha inglobato queste politiche nel suo DNA, ne ha fatto la propria vera Costituzione. Naturalmente l’Unione è interessata alle nostre risorse…per questo preme affinché la nostra adesione sia rapida. Vogliono il nostro patrimonio ittico e le nostre riserve di idrocarburi. Per non parlare del controllo che potrebbero stabilire su un quadrante marino così esteso e così vicino al Polo Nord, strategicamente fondamentale.
E poi la nostra adesione all’UE segnerebbe la fine dell’Islanda come società distinta, come identità nazionale. Per tutte queste ragioni siamo contrari all’ingresso nell’Unione Europea. Inoltre pensiamo che la nostra resistenza all’ingresso nella confederazione rappresenti un sostegno a chi, all’interno dei suoi confini, oggi discute sull’opportunità o meno di rimanerci. Ormai non siamo più ai tempi delle vane promesse di un futuro migliore, ma dobbiamo tracciare un bilancio realistico e spietato di questa esperienza fallimentare. Non si può non riconoscere che l’adesione all’UE ha comportato ovunque un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei cittadini di molti paesi.
Cosa pensa la vostra organizzazione della questione del debito e delle misure che il FMI sta imponendo ai vari paesi?
Per quanto riguarda i piani del Fondo Monetario Internazionale, dopo il fallimento delle banche l’Islanda è stato il primo paese del continente europeo ad essere sottoposto da decenni ad un piano di aggiustamento del FMI. Ciò ha generato uno shock per una parte dell’opinione pubblica europea, il fatto che un paese europeo avesse ‘bisogno’ dell’aiuto di questa istituzione finanziaria internazionale. I cosiddetti aiuti del FMI non sono affatto tali, anzi impediscono ai popoli e ai paesi di risollevarsi. L’Islanda è stata obbligata a chiedere un prestito di 2.1 miliardi al FMI. Ogni scadenza delle varie tranche del debito è servita al Fondo per obbligarci ad accettare le loro condizioni capestro che servivano a garantire le banche britanniche che avevano speculato nel nostro paese ma poi erano fallite. Sulla questione del pagamento del debito il Governo è stato sconfitto ben due volte in altrettanti referendum, e con percentuali altissime, dopo che il Presidente si era rifiutato di accettare l’imposizione di un ulteriore prestito.
I prestiti sono stati ‘concessi’ in cambio di un ulteriore processo di privatizzazione di ogni aspetto della nostra economia. Quando nel 2013, data entro la quale il nostro debito dovrebbe essere estinto e il prestito restituito, con enorme sacrificio per gli islandesi, cominceranno i veri problemi! Perché i soldi per farlo non ci saranno, e la cifra da restituire non sarà più di 2,1 miliardi ma sarà salita per gli interessi a 2 e mezzo, se non di più. E noi non potremo pagare. Così, il governo islandese dovrà chiedere un altro megaprestito nei fatti per pagare gli interessi nel frattempo maturati su quello precedente. L’FMI a quel punto diventerà ancora più aggressive e imporrà la restituzione del prestito in maniera ancora più minacciosa e ‘chiedendo’ ulteriori tagli. E’ così che lavora il FMI. All’inizio della crisi si era diffusa la voce che ci sarebbero stati dei cambiamenti importanti nel suo modo di procedere, che il FMI avrebbe operato diversamente in Europa rispetto ai suoi metodi nel resto del mondo, soprattutto nel cosiddetto Terzo Mondo. Una speranza infondata, basata sul pregiudizio di superiorità dell’Europa rispetto al resto del pianeta. Perché mai l’FMI dovrebbe essere meno aggressivo e invadente con i paesi europei? Se non ci saranno profondi cambiamenti politici ed economici, a breve lo standard di vita per le grandi masse di cittadini europei andrà drammaticamente a fondo. In questi anni ‘l’esercito di schiavi’, se così posso chiamarlo, sta ingrossando le sue fila, mentre lo strato benestante della popolazione si sta assottigliando e i ricchi diventano sempre più ricchi. Questa è la terribile previsione per il futuro prossimo, bisogna cambiare, e subito!
Cosa pensi che accadrà a breve per quanto riguarda le crisi negli altri paesi europei: la Grecia, la Spagna, e presto anche l’Italia?
Io penso sia solo una questione di tempo per tutti questi paesi. La polarizzazione di classe sta aumentando ovunque. Le differenze sociali e di classe aumentano, e lasciano spazio a due sole opzioni. Si possono svendere tutti i beni pubblici e obbedire senza eccezioni ai mercati, cosa che stanno facendo tutti i governi finora, anche quelli cosiddetti di sinistra, accontentando tutte le richieste del capitale. Oppure i popoli si possono organizzare e unire a partire da un proprio programma indipendente, sviluppando processi realisticamente rivoluzionari. Unirsi e organizzarsi: è l’unico modo per poter imporre dei reali cambiamenti nell’immediato futuro. E’ ciò di cui abbiamo estrema necessità.
Marco Santopadre, Radio Città Aperta (con la collaborazione di Claudia Cucco)

La Natura in Islanda

La silenziosa rivoluzione in Islanda
Post di francescadorothy data: 3 agosto 2011 da: http://www.wakeupnews.eu/la-silenziosa-rivoluzione-in-islanda/
Un'immagine delle proteste che hanno
portato alle dimissioni del governo
 di Geir Hilmar Haarde
Roma – La storia della silenziosa e pacifica rivoluzione islandese è iniziata nell’ormai lontano autunno del 2008, quando le tre più importanti banche del Paese – la Landsbanki Island hf, la Glitnir Bank e la  Kaupthing Bank hf – vennero nazionalizzate a causa del pesante debito estero che pendeva sugli istituti bancari.
Nonostante il controllo statale sulle banche, la borsa segnò una pesante battuta d’arresto – con una valuta in ribasso del 76% – e venne dichiarata la bancarotta del Paese. A questo punto il governo decise rivolgersi al Fondo monetario internazionale che approvò un prestito di più di due miliardi di dollari.
Dopo un inverno incerto, nel gennaio del 2009 il popolo islandese si ribellò manifestando davanti al Parlamento, costringendo il Primo ministro Geir Hilmar Haarde alle dimissioni, dopo quasi tre anni di governo di coalizione dell’Alleanza socialdemocratica.
A febbraio dello stesso anno venne eletto il nuovo governo guidato da Jóhanna Sigurðardóttir con i socialdemocratici e la sinistra verde islandese, governo riconfermato anche nelle elezioni anticipate di aprile e di portata storica, sia perché la Sigurðardóttir è la prima donna a guidare l’Islanda, sia perchè è la prima volta al mondo che viene eletto un capo di governo dichiaratamente omosessuale.
Ma a un cambio di regime non corrisponde necessariamente un miglioramento della situazione economica generale, ed è questo il caso dell’Islanda, costretta da una legge proposta dal Parlamento a risanare il debito con Olanda e Gran Bretagna grazie al pagamento di 3,5 miliardi di euro, somma che avrebbe gravato interamente sui cittadini islandesi per quindici anni.
Così i combattivi islandesi nel 2010 decisero di occupare ancora una volta le piazze e di chiedere un referendum relativo alla legge proposta dal Parlamento. Le proteste sono continuate fino a quando il presidente Olafur Grimsson – in carica dal 1996, rieletto in tre consecutive tornate – non ha annunciato il referendum consultivo popolare, dopo aver posto il veto alla discussa legge, definitivamente accantonata dopo la schiacciante vittoria dei “No”, attestatisi intorno al 93%.
Il risultato del referendum è la chiara espressione del pensiero popolare: gli islandesi non hanno alcuna intenzione di accollarsi un debito enorme generato da una politica finanziaria disastrosa condotta da chi detiene il potere finanziario del Paese.
Ma questo non è bastato. L’Islanda vuole di più e sta facendo di tutto per ottenerlo senza spargimenti di sangue, ma con le proteste di piazza, i lanci di uova e la tenacia.
La vittoria dei “No”, però, non è piaciuta ai vertici del Fondo monetario internazionale, che ha deciso di congelare il prestito concesso, nella speranza di spingere il governo islandese al pagamento dei debiti con Olanda e Gran Bretagna.
A questo punto ecco l’ennesimo colpo di scena: a metà del 2010 il governo ha deciso di aprire un’inchiesta per giungere ad attribuire con certezza le responsabilità del crollo finanziario dell’Islanda, inchiesta a cui sono seguiti diversi mandati di cattura a carico di banchieri e top manager.
I lavori della nuova Assemblea
costituente
Nel bel mezzo di questa bufera – a novembre dello scorso anno – è stata eletta un’assemblea costituente composta da 25 cittadini eletti tra i 522 candidati. I requisiti necessari per essere votati ed eletti erano solo tre: la maggiore età, il sostegno e le firme di trenta cittadini e la mancanza di affiliazione partitica.
La nuova Costituente ha iniziato i suoi lavori a febbraio di quest’anno ed è recentemente divenuta famosa (ma non come meriterebbe) grazie a un’iniziativa che invita ogni cittadino a contribuire alla stesura della nuova Costituzione islandese – progetto chiamato Magna Carta, su ispirazione della Magna Charta Libertatum che Giovani Senzaterra fu costretto a concedere ai suoi feudatari e sudditi esasperati dalle sue vessazioni – attraverso i social network Facebook e Twitter, mentre su un canale YouTube creato ad hoc è possibile seguire i lavori dell’assemblea.
I lavori della nuova Assemblea costituente sono vicini a concludersi, ma in attesa degli esiti del referendum e poi della ratifica parlamentare, la bozza della Costituzione è già in rete (proponiamo il link alla pagina di Google Translate che presenta una traduzione, seppure approssimativa, dall’islandese all’italiano), mentre si sta sviluppando anche l’Icelandic Modern Media Initiative, una interessante iniziativa che dovrebbe servire a creare una rete di sicurezza, anche legale, perché il giornalismo d’inchiesta non debba scontrarsi e soccombere all’ingerenza dei poteri forti della politica e della finanza internazionali.
Questa la storia della silenziosa rivoluzione in Islanda. Una rivoluzione costruita mattone su mattone grazie alla volontà del popolo di risollevare le sorti del Paese e di non pagare le colpe di una gestione sconsiderata della cosa pubblica.
La grande stampa internazionale non ha dedicato alcuno spazio alla vicenda, forse perché è più comodo presentare come unica soluzione a condizioni economiche e sociali disastrose la lotta armata, il sangue, i morti per strada, per scongiurare il pericolo che un manipolo di cittadini consapevoli decidano di esercitare, finalmente, i propri diritti.
Francesca Penza

Scorcio dell'ISLANDA

Carta dell'Europa fisica




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