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martedì 23 dicembre 2014

Imposimato: Moro fu ucciso per volere di Andreotti e Cossiga

Aldo Moro rapito dalle
Brigate Rosse
“Moro fu ucciso per volere di Andreotti e Cossiga, responsabili delle stragi: da Piazza Fontana a Via D’Amelio”, dichiara Ferdinando Imposimato.
Ferdinando Imposimato torna a parlare del caso del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro e lo fa puntando il dito contro quelli che allora erano i vertici dello stato e della Democrazia Cristiana: Giulio Andreotti e Francesco Cossiga.
Ferdinando Imposimato (nato a Maddaloni il 9 aprile 1936) è un magistrato, politico e avvocato italiano, presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione.
Si è occupato della lotta alla mafia, alla camorra e al terrorismo: è stato il giudice istruttore dei più importanti casi di terrorismo, tra cui il rapimento di Aldo Moro del 1978, l'attentato al papa Giovanni Paolo II del 1981, l'omicidio del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura Vittorio Bachelet e dei giudici Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione. Attualmente si occupa della difesa dei diritti umani.
Ferdinando Imposimato
L’ex giudice istruttore della vicenda dice: “L’uccisione di Moro è avvenuta per mano delle Brigate Rosse, ma anche e soprattutto per il volere di Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e del sottosegretario Nicola Lettieri”. Poi ha aggiunto: “Se non mi fossero stati nascosti alcuni documenti li avrei incriminati per concorso in associazione per il fatto. I servizi segreti avevano scoperto dove le BR lo nascondevano, così come i carabinieri. Il generale Dalla Chiesa avrebbe voluto intervenire con i suoi uomini e la Polizia per liberarlo in tutta sicurezza, ma due giorni prima dell’uccisione ricevettero l’ordine di abbandonare il luogo attiguo a quello della prigionia”.
“Quei politici - ha detto Imposimato - sono responsabili anche delle stragi: da Piazza Fontana a quelle di Via D’Amelio.
Manifestazione a Milano dopo la
strage di Piazza Fontana.
Lo specchietto per le allodole si chiama Gladio. A Falcone e Borsellino rimprovero soltanto di non aver detto quanto sapevano, perché avevano capito e intuito tutto, tacendo per rispetto delle istituzioni.
Per ucciderli Cosa Nostra ha eseguito il volere della Falange Armata, una frangia dei servizi segreti”.
Strage di Via d'Amelio.
Ferdinando Imposimato appena un mese fa ha presentato un esposto alla Procura di Roma, affermando che le forze dell’ordine sapevano dove si trovava la prigione di Aldo Moro. Per questo i magistrati hanno aperto un fascicolo per valutare se esistano i presupposti per riaprire il caso Moro.
Nel testo di Imposimato ci sono le rivelazioni di 4 appartenenti a forze dell’ordine e armate secondo cui il covo BR di via Montalcini fu monitorato per settimane. Ma non è tutto: recentemente la Procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine relativo alle dichiarazioni di due artificieri, che hanno raccontato come il ritrovamento della Renault 4 contenente il cadavere di Moro sia avvenuto alle 11, e come sul posto fosse stato presente fin da subito Francesco Cossiga.
Si è detto che Moro fu rapito perché con lui le Brigate Rosse volevano colpire l'artefice della solidarietà nazionale, e dell'avvicinamento tra DC e PCI, la cui espressione fu il governo Andreotti IV. L'ottica delle BR, in realtà, era diversa: il rapimento in effetti non fu realizzato per colpire il regista di quella fase politica. Il loro scopo era più generale e rientrava nella loro particolare analisi di quella fase storica: colpire la DC (regime democristiano), cardine in Italia dello Stato imperialista delle multinazionali (SIM), mentre il PCI rappresentava non tanto il nemico da attaccare quanto un concorrente da battere. Nell'ottica brigatista, infatti, il successo della loro azione avrebbe interrotto la "lunga marcia comunista verso le istituzioni", per affermare la prospettiva dello scontro rivoluzionario e porre le basi del controllo BR della sinistra italiana per una lotta contro il capitalismo. In questo il loro obiettivo di lotta al capitalismo era simile a quello della RAF tedesca, come venne indicato in seguito nella ricostruzione del rapimento, fatta nel fumetto pubblicato dalla rivista "Metropolis", ove viene fatto un parallelo con il sequestro Hanns-Martin Schleyer, conclusosi anch'esso con l'uccisione del prigioniero.
Mario Moretti.
Stando a quanto ha dichiarato successivamente Mario Moretti, per le BR era rilevante che Moro fosse presidente della DC e che fosse da trent'anni al governo. Sembra, inoltre, che nei mesi precedenti il rapimento di Moro le BR avessero anche studiato la possibilità di rapire il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, ma che poi avessero abbandonato questa opzione perché questi godeva di una protezione di polizia troppo forte per le capacità dei brigatisti. Secondo questa ipotesi dunque, era uguale per le Brigate Rosse rapire Moro o Andreotti: l'importante era colpire un simbolo del potere.
Le conseguenze politiche del rapimento di Moro furono da un lato l'esclusione del PCI da ogni ipotesi di governo per gli anni successivi, e dall'altro un ridisegno del cosiddetto "regime democristiano": la DC di Andreotti rimase partito di governo fino al 1992, anno di tangentopoli, partecipando sempre a maggioranze che lasciarono il PCI all'opposizione, ma queste politiche tuttavia portarono dal 1981, col primo Governo Spadolini ad avere alternanze di presidenti del consiglio democristiani con altri "laici", rompendo quindi il monopolio democristiano. All'interno del Partito socialista italiano (PSI), che aveva sostenuto la possibilità di uno scambio di prigionieri per liberare Moro, vinse la linea di Bettino Craxi per l'esclusione del PCI dal governo (il preambolo di Craxi), e iniziò una lotta politica con lo stesso per tentare di superarlo nelle elezioni.




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domenica 14 dicembre 2014

Conflitto degli Ordini e Secessione della Plebe nell'antica Repubblica di Roma

Mappa dell'antica Roma repubblicana.
Clicca sull'immagine per ingrandirla.
La Secessio plebis o Secessione della Plebe, fu una forma di lotta politica adottata dalla plebe romana, tra il V ed il III secolo a.C., per ottenere una parificazione di diritti con i patrizi, nell'ambito del Conflitto degli Ordini. La secessione consisteva nel fatto che la plebe abbandonava in massa la città. In questo modo tutti i negozi e le botteghe artigiane restavano chiuse ed inoltre non era possibile convocare le leve militari che in quel periodo facevano sempre più ricorso anche ai plebei.

Il Conflitto degli Ordini fu uno scontro politico combattuto fra i plebei e i patrizi dell'antica Repubblica romana. Il conflitto nacque dal desiderio della plebe di raggiungere le più alte cariche governative e la parità politica. Il risultato fu raggiunto nel 287 a.C. con la lex Hortensia, dopo circa due secoli di contrasti.
Il racconto tradizionale, la cui fonte primaria si trova nell'opera "Ab Urbe condita libri" di Tito Livio, narra che i patrizi, una volta preso il potere esecutivo detronizzando Tarquinio il Superbo, cacciando definitivamente la monarchia nel 509 a.C., si arrogarono il potere di limitare ai soli componenti del loro ordine il governo della città, per un anno, con il titolo di console. La plebe rimaneva "classe inferiore", componente la massa d'urto economica e militare; ai patrizi erano riservate tutte le magistrature, l'accesso esclusivo ai collegi sacerdotali e al Senato.
patrizi, quindi, finirono per abusare della loro posizione dominante utilizzando ad esempio l'istituto del nexum per portare i debitori alla schiavitù, favorendo il loro ordine nelle cause contro i plebei e annullando le decisioni dei comizi centuriati.

Il Nexum era una forma di garanzia, forse la più solenne che fosse prevista nell'ordinamento legale di Roma, codificato in forma scritta nelle Leggi delle XII tavole: « Quando taluno fa un nexum o una mancipatio, come solennemente pronuncia, così sarà il suo diritto (cioè il tenore e la portata del diritto dipenderanno esattamente dalle parole proferite). » (Leggi delle XII tavole - TABVLA VI (Proprietà))
La sua solennità probabilmente derivava dal fatto che le garanzie sottintese al nexum erano della massima delicatezza per chi vi si sottoponeva.
Con l'accettazione del nexum il debitore forniva come garanzia di un prestito l'asservimento di se stesso, o di un membro della sua famiglia su cui avesse la potestà (un figlio ad esempio), in favore del creditore fino all'estinzione del debito. Il "nexum" trovò spesso applicazione anche come "negotium imaginarium": in questo caso il "nexus" chiedeva al creditore di un proprio debito rimasto insoluto di accettare la propria persona in qualità di "nexus"; questo accadeva perché nel sistema processuale romano arcaico il soggetto insolvente "iudicatus" era suscettibile di "addictio" definitiva al creditore, il quale poteva ridurlo in schiavitù od ucciderlo.
L'estinzione del debito poteva avvenire con il pagamento in contanti, in beni oppure con servizi prestati per un determinato tempo che, naturalmente veniva fissato in relazione al debito.
In genere, d'altronde, il nexum portava alla schiavitù perpetua di chi vi era sottoposto per le ovvie implicazioni dell'operatività di chi era asservito. Non potendo gestire la propria vita in modo da allargare i guadagni diventava sempre più difficile all'asservito poter raccogliere le somme necessarie a pagare il riscatto.
Probabilmente per la rarità dell'evento, la manomissione del soggetto avveniva in forma solenne e celebrata davanti alle magistrature della città. Si parlava, in questo caso di solutio per aes et libram.
Con il termine manomissione (manumissio) si indica in diritto romano l'atto con cui il proprietario libera un servo dalla schiavitù. All'interno della disciplina giuridica romana classica erano conosciute tre forme di manomissione: la manumissio vindicta, la manumissio testamento e la manumissio censu. Queste tre manumissiones si caratterizzano poiché, oltre alla libertà, consentono al servo di acquistare simultaneamente anche la cittadinanza romana, e sono dette manomissioni civili.
Nel 352 l'azione dei mensari nominati dai consoli Publio Valerio Publicola e Gaio Marcio Rutilo limitò l'azione del nexum il cui istituto, a Roma pare sia stato abolito nel 312 a.C. dopo che già dal 342 a.C. Appio Claudio Cieco aveva posto mano ad una prima riforma per favorire il reclutamento di truppe durante le Guerre sannitiche.
mensari furono un gruppo di cinque aristocratici cittadini che nella Roma del IV secolo a.C. si adoperarono per aiutare i cittadini plebei che, a causa di difficoltà economiche dovute al protrarsi delle guerre, rischiavano di cadere sotto le prescrizioni del nexum, la schiavitù per debiti.

Essendo l'esercito romano composto per lo più da cittadini agricoltori, le continue guerre di Roma con i popoli vicini rendevano spesso impossibile alle famiglie della classe plebea, che si sostenevano con il diretto lavoro dei campi svolto dal capofamiglia e dai figli maschi, pagare i debiti che contraevano per sopravvivere durante la loro assenza. La conseguente e fiscale applicazione del nexus permetteva perciò al patriziato di impadronirsi delle terre e perfino delle vite degli sfortunati agricoltori-combattenti e dei loro famigliari.
Le leggi, fino al 450 a.C. circa (promulgazione delle Leggi delle XII tavole da parte dei Decemviri), erano tramandate per tradizione orale da un pater familias al successore e solo i patrizi avevano accesso a questa conoscenza. L'ovvia conseguenza era che le interpretazioni delle leggi, e perfino la decisione di quale fosse il giorno giusto per il dibattimento di una causa, restavano in mano ai patrizi attraverso i collegi degli auguri che decretavano i "giorni fausti" e i "giorni infausti".
D'altra parte anche le leggi delle XII tavole non portarono che miglioramenti limitati. La fissazione su bronzo e l'apposizione del testo alle colonne del tempio resero necessario definire anche una serie di altre decisioni accessorie, i giorni infausti, dovettero essere ben definiti e in quei giorni era chiusa ogni attività forense. Queste leggi, inoltre, rimanevano molto discriminatorie nei confronti della plebe. Basti citare la legge che vietava il matrimonio fra componenti dei due ordini e che fu abrogata dopo pochi anni con l'approvazione - fra immani contrasti - della Lex Canuleia nel 445 a.C. In questa situazione di oppressione i plebei riuscirono ad ottenere l'istituzione del tribuni della plebe, la cui autorità per proteggerli dagli eccessi dei patrizi fu da questi accettata. Queste prime forme di emancipazione furono ottenute anche attraverso la secessione, cioè la decisione di uscire in massa dalla città e di non rientrarvi fino alla soddisfazione delle richieste. Questo rese impossibile la chiamata della leva militare contro i confinanti e sempre pronti nemici e il patriziato dovette accettare questa diminuzione del potere quasi assoluto.
I contrasti continuarono per anni, fino al 367 a.C. quando Gaio Licinio Stolone e Lucio Sestio riuscirono a far promulgare le leges Liciniae Sextiae. Con queste fu stabilito che uno dei due consoli dovesse sempre essere eletto fra i componenti dell'ordine plebeo. Non molto tempo dopo ai plebei fu, come conseguenza, aperto l'accesso alle cariche di dittatorecensore e pretore.

- Durante la Repubblica romana il Dittatore (dictator) era un magistrato straordinario che, in tempi di eccezionale pericolo per la patria, era investito di pieni poteri politici e militari per un periodo non superiore a sei mesi, con garanzie particolari atte a impedire una perpetuazione dell'incarico. A questa accezione del termine fecero riferimento Giuseppe Garibaldi nel 1860 quando si proclamò Dittatore delle Due Sicilie e altri patrioti provvisoriamente alla guida di governi rivoluzionari.
- Il Censore era, nell'antica Roma, chi esercitava la censura, la magistratura istituita nel 443 a.C. e operante fino al 350 d.C.. Caduta in disuso nel tardo periodo repubblicano, venne ripristinata da Augusto. La magistratura del Censore fu istituita nel 443 a.C. sulla base di una proposta presentata al Senato, per ovviare al problema sempre più pressante, del ritardo con cui venivano tenuti i censimenti, fino ad allora di responsabilità dei consoli.
« La censura si era resa necessaria non solo perché non si poteva più rimandare il censimento che da anni non veniva più fatto, ma anche perché i consoli, incalzati dall'incombere di tante guerre, non avevano il tempo per dedicarsi a questo ufficio. Fu presentata in senato una proposta: l'operazione, laboriosa e poco pertinente ai consoli, richiedeva una magistratura apposita, alla quale affidare i compiti di cancelleria e la custodia dei registri e che doveva stabilire le modalità del censimento. » (Tito Livio, Ab urbe condita, IV, 8)
Primi a ricoprire la carica, ad appannaggio dei patrizi, furono i consoli del 444 a.C., Lucio Papirio Mugillano e Lucio Sempronio Atratino, quasi a risarcimento del fatto che il loro consolato durò meno dell'anno normalmente previsto per la carica.
- Il Pretore, in latino praetor, era un magistrato romano dotato di
- imperium (potere di stampo militare che, come denuncia il suffisso -ium, ha natura dinamica, e che conferisce al suo titolare la facoltà di impartire ordini ai quali i destinatari non possono sottrarsi, con conseguente potere di sottoporre i recalcitranti a pene coercitive di natura fisica (fustigazione o, nei casi più gravi, decapitazione) o patrimoniale (multe); simboli esteriori di questo potere sono i fasci littori) e 
- iurisdictio ( il potere, di cui erano dotati alcuni magistrati, detti giusdicenti, di impostare in termini giuridici la controversia. In questo senso la iurisdictio si distingue dalla iudicatio, che è invece il potere di risolvere la controversia, e attribuito al giudice che emetterà la sentenza.
Dotati di iurisdictio erano i due pretori (praetor urbanus e praetor peregrinus), gli edili curuli e, nelle province, i governatori provinciali). L'attività del Praetor si concretizzava nella concessione dell'actio, cioè lo strumento con cui si permetteva ad un cittadino romano che chiedeva tutela, nel caso in cui non ci fosse una lex che prevedesse la tutela, di agire in giudizio, e portare quindi la situazione dinnanzi al magistrato.
"Pretori", secondo Cicerone, erano detti i consoli in età arcaica. Tale titolo li avrebbe designati come capi dell'esercito; egli riteneva che il termine contenesse le stesse componenti elementari del verbo prae-ire (andare avanti a tutti, precedere, guidare). In effetti il periodo e l'incarico di comando dei consoli poteva essere detto Pretorio e già in un frammento di una legge delle XII tavole riportato da Aulo Gellio si fa menzione del pretore come del massimo magistrato cittadino. Così anche Tito Livio, che testimonia di un'antica legge in cui si parlava di un alto magistrato detto praetor maximus. Pretore era anche il titolo di una carica presso altre comunità di Latini oltre ai Romani, ed è anche il nome che Livio dava allo stratego degli Achei.
La pretura, intesa quale magistratura distinta dal consolato, venne istituita nel 367 a.C. La carica aveva durata annuale ed era accessibile solo ai patrizi. Fu infatti creata come soluzione di compromesso tra patrizi e plebei allo scopo di controbilanciare l'ottenimento da parte dei plebei dell'accesso al consolato. Tuttavia già dieci anni dopo (356 a.C.) veniva nominato il primo pretore plebeo. Il pretore era detto "collega consulibus", e veniva eletto con gli stessi auspici nei Comitia Centuriata. I consoli venivano eletti per primi, e dopo toccava ai pretori.
Grazie al potere di imperium e al potere di iurisdictio di cui era parimenti dotato, riuscì a svolgere una funzione propulsiva dell'ordinamento giuridico, correggendo e colmando le lacune dello ius civile. La pretura era in origine una specie di consolato, e le funzioni dei pretori erano una parte di quelle dei consoli che, secondo Cicerone, venivano chiamati anche iudices a iudicando. I pretori a volte comandavano l'esercito dello stato; e mentre i consoli erano assenti con le loro armate, esercitavano le funzioni di questi ultimi all'interno della città.
Era anche un Magistratus Curulis e possedeva l'Imperium, e di conseguenza era uno dei Magistrati Maiores: ma doveva rispetto e obbedienza ai consoli. Le insegne del suo ufficio erano sei littori, la sella curule, la toga praetexta. In un periodo successivo il pretore, a Roma, aveva solo due littori. Il pretorato venne inizialmente dato al console dell'anno precedente, come risulta da Livio. L. Papirio fu pretore dopo essere stato console.
Nell'anno 242 a.C., fu nominato un altro pretore il cui incarico era di amministrare la giustizia, in materia di dispute tra peregrini e cittadini Romani. Si ebbero così due pretori:
- il praetor peregrinus avente giurisdizione sulle controversie tra cives e peregrini e tra peregrini.
- il praetor urbanus "qui ius inter cives dicit", e talvolta semplicemente praetor urbanus o praetor urbis.
In origine chiamato semplicemente praetor, assunse il nome di "praetor urbanus" quando, con l'aumentare dei territori controllati da Roma si rese necessaria la creazione del Praetor peregrinus che si occupasse di amministrare la giustizia nelle campagne.

La crisi politica che portò al termine del conflitto degli ordini avvenne nel 287 a.C. quando gli agricoltori, nonostante una legislazione ormai imponente, ancora impossibilitati a restituire i debiti per aver partecipato alle guerre, chiesero al Senato di essere sollevati dal gravame finanziario, ma senza esito. Un'altra secessione fu dichiarata e venne risolta da Quinto Ortensioplebeo che, nominato dittatore, riuscì a riportare i plebei in città in un modo che ci è sconosciuto. Probabilmente ci fu la promessa di una legge adeguata e, infatti, poco dopo fu approvata la Lex Hortensia che dava uguale peso ai decreti del Senato e alle assemblee della plebe.
Da quel momento cessarono le differenze politiche fra i due ordini anche se rimasero distinte certe forme, per lo più esteriori. Addirittura, verso la fine della Repubblica si assistette a casi di passaggi di membri del patriziato all'ordine plebeo; famoso quello di Publio Clodio Pulcro in quanto, mentre ai plebei era concesso di salire a tutte le cariche, ai patrizi non era consentito essere eletti tribuni della plebe e ciò, paradossalmente era una limitazione delle possibilità del cursus honorum.

Ubicazione del Monte Sacro.
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La Secessio plebis o Secessione della Plebe, fu una forma di lotta politica adottata dalla plebe romana, tra il V ed il III secolo a.C., per ottenere una parificazione di diritti con i patrizi. La secessione consisteva nel fatto che la plebe abbandonava in massa la città. In questo modo tutti i negozi e le botteghe artigiane restavano chiuse ed inoltre non era possibile convocare le leve militari che in quel periodo facevano sempre più ricorso anche ai plebei.
La prima secessione avvenne nel 494 a.C. e l'ultima nel 287 a.C. Sul numero esatto di secessioni non vi è accordo unanime fra gli storici. Quelle certe sono tre, ma secondo alcuni ve ne furono di più. Ad esempio secondo Floro le secessioni furono quattro (494-493; 451-449; 445; 376-371).
La distruzione dell'archivio di stato avvenuta in occasione del sacco di Roma del 390 a.C. ha sicuramente contribuito ad alimentare gli eventi avvenuti prima di quella data con un misto fra fatti reali e tradizioni popolari.

La secessione del 494 a.C. può essere considerata come l'inizio di quella Guerra degli Ordini che contrappose i patrizi ai plebei per la prima metà dell'era repubblicana. Le cause che portarono a questa secessione sono da ricercarsi in due fattori concomitanti, da un lato la situazione legislativa dell'epoca, che derivava in modo determinante dalla abolizione della monarchia in favore della repubblica (509 a.C.), dall'altro gli eventi militari connessi con l'espansione romana nel centro Italia dei primi decenni del V secolo a.C.
Nei primi anni della repubblica tutte le cariche pubbliche erano in mano ai patrizi, forti del loro ruolo nella cacciata della monarchia ed i plebei non erano di fatto rappresentati. Inoltre le leggi sul debito, e l'uso del Nexum che consentivano di ridurre i debitori alla schiavitù, favorivano di fatto i patrizi, che approfittavano di questa situazione per prevalere nei confronti dei plebei.
Sul fronte militare Roma era allora impegnata nella sua conquista dell'Italia centrale e quindi più o meno costantemente in guerra contro i vari popoli della regione: Equi, Volsci, Etruschi, Ernici. Conseguentemente l'esercito, composto in buona parte da contadini e artigiani plebei, era in costante mobilitazione, rendendo quindi assai difficile ai soldati plebei curare le attività e gli interessi relativi ai loro mestieri.
L'insieme delle condizioni su esposte avevano determinato una situazione piuttosto tesa fra i debitori plebei ed i loro creditori in generale patrizi e spesso senatori. Questa situazione esplose in una sommossa nel 495 a.C. in cui un folto gruppo di debitori, sia schiavi che liberi, si presentarono al Senato per chiedere di intervenire in loro favore. In quell'anno erano consoli Publio Servilio Prisco Strutto e Appio Claudio Sabino Inregillense. Appio Claudio era propenso a sedare la rivolta con le armi, mentre Publio Servilio era orientato a trovare delle soluzioni di compromesso.
Mentre in senato si discuteva senza arrivare ad una soluzione giunse a Roma la notizia che i Volsci avevano approntato un esercito che stava marciando contro la città. I senatori volevano quindi allestire un esercito per contrastare i nemici, ma la popolazione in sintonia con i plebei in rivolta rifiutò di rispondere alla chiamata alle armi. Il senato incaricò quindi il console Servilio di convincere il popolo ad arruolarsi. Servilio fece quindi delle promesse che corredò con un editto in favore dei debitori secondo il quale:
« ....più nessun cittadino romano poteva essere messo in catene o imprigionato, in modo da impedirgli di iscrivere il proprio nome nella lista di arruolamento dei consoli, nessuno poteva impossessarsi o vendere i beni di un soldato impegnato in guerra, né trattenere i suoi figli e i suoi nipoti. » (Tito Livio, Ab Urbe Condita, II, 24.)
L'esercito fu quindi condotto dai consoli contro i Volsci che vennero sconfitti e conquistata la città di Suessa Pometia. Nei giorni successivi ci furono altri scontri sempre vittoriosi contro Sabini e Aurunci. Al termine di questi combattimenti il popolo si attendeva che fosse rispettato quanto promesso dal senato, ma così non fu, con i due consoli in aperto contrasto fra loro: Appio Claudio che proseguiva imperterrito nel vessare i debitori e Servilio che si barcamenava tra il popolo e la nobiltà senza riuscire a prendere una posizione chiara. La situazione si trascinò quindi, non senza inquietudini e malumori, fino alla fine del mandato consolare.
A inizio 494 a.C. furono eletti consoli Aulo Verginio Tricosto Celiomontano e Tito Veturio Gemino Cicurino. Appena eletti, i consoli si trovarono a fronteggiare il problema di indire una leva per contrastare Volsci, Equi e Sabini in armi. Non riuscendovi chiesero consiglio al senato, ma ricevettero come risposta critiche per la loro mancanza di polso. Si arrivò quindi ad una situazione di stallo e fu necessario nominare un dittatore. I possibili candidati erano due: Appio Claudio e Manio Valerio Massimo. Alla fine fu scelto quest'ultimo poiché come membro della Gens Valeria godeva di grande considerazione fra la popolazione ed aveva inoltre una personalità meno aggressiva e più duttile rispetto ad Appio Claudio.
Manio Valerio riuscì a mobilitare un esercito ed a muovere contro i nemici sconfiggendoli e conquistando la città volsca di Velitrae. Rientrato a Roma dopo queste vittorie, Manio Valerio che non aveva dimenticato le questioni interne relative ai problemi dei debitori, portò il tema all'attenzione del senato chiedendo un pronunciamento definitivo sulla insolvenza per debiti. Visto che la richiesta non fu approvata, Manio Valerio si dimise da Dittatore.
A questo punto i senatori temendo che l'esercito potesse sciogliersi, e da questo generarsi nuovi disordini, diedero ordine, con la scusa di una ripresa di ostilità da parte degli Equi, di portare l'esercito fuori città. I soldati tuttavia si rifiutarono e per protesta si ritirano sul Monte Sacro, tre miglia fuori Roma sulla destra dell'Aniene dove fortificarono un campo. Il senato, temendo che la situazione potesse ulteriormente peggiorare, inviò ai secessionisti come portavoce Menenio Agrippa, uomo dotato di grande dialettica e ben visto dalla plebe. Secondo la tradizione, raccontata anche da Tito Livio, Agrippa riuscì a convincere i secessionisti a rientrare in città, sembra raccontando loro il famoso apologo delle membra e dello stomaco. Si giunse quindi finalmente a cercare una soluzione e venne trovato un compromesso in base al quale venne istituita una carica magistrale a difesa della plebeil Tribuno della plebe. Questa carica era interdetta ai patrizi e venne sancito con una legge (la Lex Sacrata) il carattere di assoluta inviolabilità e sacralità (sacrosancti) della carica stessa. Vennero quindi eletti i primi due tribuni della plebe, che furono Gaio Licinio e Lucio Albino. A loro volta essi scelsero tre colleghi fra cui un certo Sicinio che aveva avuto un ruolo importante nella rivolta iniziale.
Si era nel frattempo giunti alla fine del mandato consolare e vennero eletti due nuovi consoli per il 493 a.C.: Spurio Cassio Vecellino e Postumio Cominio Aurunco, entrambi alla seconda nomina.

Secessione del 449 a.C. - Nel periodo arcaico, dalla fondazione di Roma fino a circa la metà del IV secolo, non esistevano leggi scritte. I diritti dei cittadini erano garantiti dallo Ius Quiritium: un insieme di riti e regole giuridici e religiosi tramandati oralmente la cui interpretazione era affidata al collegio sacerdotale dei pontefici, che era di composizione patrizia. Questa situazione era vista dai plebei come un elemento a loro svantaggio nella lotta per la loro emancipazione nei confronti dei patrizi.
Nel 462 a.C. il tribuno della plebe Gaio Terentilio Arsa presentò una legge che dal suo nome fu chiamata appunto Lex Terentilia, che proponeva la formazione di un comitato di cinque cittadini al quale doveva essere affidato l'incarico di stendere definitivamente le norme che vincolassero il potere dei consoli, allora praticamente senza limiti.
Naturalmente questa proposta si scontrò con l'opposizione del Senato e, anche se venne ripresentata l'anno successivo e poi ancora in seguito, non riuscì mai ad essere approvata. Questo fallimento non fu comunque totale in quanto creò i presupposti affinché nel 452 a.C. si poté trovare un accordo fra patrizi e plebei per istituire una commissione di decemviri che dovevano preparare un codice di leggi che definisse i principi dell'ordinamento romano. Si stabilì anche che durante la permanenza dei decemviri nel loro ufficio, tutte le altre magistrature dello Stato sarebbero state sospese e le loro decisioni non sarebbero state soggette ad appello.
Il primo decemvirato assunse la carica nel 451 a.C. e al termine del mandato presentò un codice di leggi scritte in dieci tavole che fu approvato dai Comizi centuriati.
Visto il positivo risultato ottenuto, e non essendo ancora del tutto completato il lavoro, si decise la nomina di un secondo collegio di decemviri per l'anno 450 a.C. Questo secondo decemvirato non fu però all'altezza del primo; infatti se da un lato produsse due nuove leggi, che si aggiunsero alle precedenti per formare le cosiddette Lex Duodecim Tabularum che formeranno il nucleo della legislazione romana per parecchi secoli, dall'altro, per quanto riguarda la gestione del governo, fu caratterizzato da un comportamento che divenne via via più violento e dispotico, soprattutto nei confronti della plebe.
La situazione si aggravò quando, giunti alle Idi di maggio, cioè al termine del loro mandato annuale, i decemviri non si dimisero dal loro incarico creando un situazione di grande tensione sia fra la plebe che fra i patrizi. La necessità di indire una leva per rispondere alle scorrerie operate da Equi e Sabini costrinse ad accantonare momentaneamente la questione, ma due crimini commessi dai decemviri riportarono in evidenza il problema. Il primo di questi crimini fu l'uccisione di Lucio Siccio Dentato, un valoroso soldato, ex Tribuno della plebe, che non aveva fatto mistero delle sue critiche verso i decemviri. Il secondo evento ebbe per protagonista Appio Claudio Crasso, l'unico decemviro ad essere stato eletto sia nella prima che nella seconda magistratura. Secondo il racconto di Livio, Appio Claudio si era invaghito di una bella giovane plebea, Virginia, figlia di Lucio Verginio, un ufficiale dell'esercito, e promessa in sposa a Lucio Icilio, tribuno della plebe. Respinto dalla ragazza Appio decise di ottenerla con l'inganno ed allo scopo ordì una sordida trama con l'aiuto di un suo cliente. Quando, anche grazie alla sua posizione di decemviro, stava per ottenere ciò che voleva, il padre della ragazza, pur di non lasciarla cadere nelle mani di Appio, la uccise con un coltello e maledisse Appio per questa morte. 
Raffigurazione dell'uccisione di Virginia da parte del padre,
per non lasciarla a Appio Claudio Crasso.
Questo evento scatenò gravi tumulti, prima fra la folla presente, ma poi questi si estesero all'esercito accampato fuori Roma, che marciò quindi sulla città prendendo possesso dell'Aventino.
Intanto in città il Senato convocato da uno dei decemviri cercava una soluzione. Vennero inviati tre ex-consoli come ambasciatori sull'Aventino per chiedere alla popolazione quali fossero le loro richieste, ma questi risposero che avrebbero comunicato le loro richieste solo a dei loro rappresentanti. Allora il Senato fece pressione contro i decemviri affinché si dimettessero, ma questi resistettero.
Visto che non si giungeva a nessuna soluzione, la popolazione sull'Aventino elesse dei propri rappresentanti e decise di uscire dalla città e ritirarsi sul Mons Sacer a ricordare al Senato gli eventi di alcuni anni prima. Conosciuta questa decisione i senatori rimproverarono i decemviri di essere responsabili di questa grave situazione e ne chiesero con forza le dimissioni. Particolarmente attivi in questa azione di pressione verso i decemviri furono i senatori Lucio Valerio Potito e Marco Orazio Barbato. Alle fine i decemviri cedettero chiedendo che fosse loro garantita la protezione dalla rabbia della folla. Il Senato inviò quindi Lucio Valerio e Marco Orazio sul Mons Sacer con l'obiettivo di concordare le condizioni per la cessazione della rivolta.
Fu concordato che sarebbero stati ripristinati il potere dei tribuni della plebe e il diritto d'appello, entrambi sospesi con l'elezione del primo decemmvirato. La plebe tornò quindi in città dove sul colle Aventino, con l'ausilio del Pontefice massimo Quinto Furio, elesse i propri tribuni, fra cui Lucio Verginio, Lucio Icilio e Publio Numitorio, rispettivamente, padre, fidanzato e zio materno di Virginia. Furono poi eletti consoli Lucio Valerio e Marco Orazio. Durante il loro consolato furono emanate diverse legge che confermarono e rafforzarono i diritti della plebe. Fra queste la Leges Valeriae Horatiae che riguardavano fra l'altro il diritto di appello, l'inviolabilità dei tribuni della plebe e le modalità delle loro elezioni.
Secondo alcuni storici, gli eventi relativi a Lucio Siccio Dentato e Virginia, anche se riportati da Livio e altri autori, non sono da considerarsi completamente storici. Infatti gli autori dell'epoca dovettero basarsi su notizie tramandate secondo una tradizione orale in quanto, a causa del sacco di Roma del 390 a.C., la documentazione scritta antecedente quel periodo andò dispersa. È pertanto probabile che nei fatti raccontati ci sia un base di verità che poi si è andata arricchendo nella tradizione orale con elementi tesi a darle dei connotati più eroici.

- In seguito all'insurrezione del 342 a.C. i plebei ottennero che uno dei due seggi del consolato, magistratura sino ad allora tipicamente patrizia, fosse riservato alla classe plebea, norma prevista nelle  leges Liciniae Sextiae. Al fine di compensare la perdita subita, ai patrizi fu riservata la magistratura del praetor minor con funzioni essenzialmente giurisprudenziali; si stabilì, altresì l’ammissione dei patrizi alla carica plebea degli aediles. Parte degli studiosi ritiene che le leges Liciniae Sextiae nascondano in realtà un vero e proprio accordo politico fra patrizi e plebei.

Secessione del 287 a.C. - Nel 290 l'esercito romano, guidato dai consoli Manio Curio Dentato e Publio Cornelio Rufino ebbe ragione degli ultimi Sanniti che si erano ritirati a Bovianum, dopo la pesante sconfitta subita ad Aquilonia. Subito dopo Curio Dentato si rivolse con il suo esercito verso i Sabini, per portare a termine il suo disegno di espansione dello Stato romano verso la costa adriatica, al fine di impedire per il futuro i collegamenti fra i popoli a nord della penisola e quelli al sud, che avevano consentito alla lega gallo-etrusco-italica di formarsi e di creare non pochi problemi a Roma. Curio Dentato si spinse in profondità nel territorio dei Sabini fra la Nera, l'Aniene e le fonti del Velino giungendo fino al Mare Adriatico. Ampi territori nella pianura di Reate e Amiternum furono confiscati e distribuiti a romani, mentre alle popolazioni locali fu offerto la cittadinanza romana senza diritti civili, la civitas sine suffragio.
Tre anni più tardi (287 a.C.), sotto i consoli Marco Claudio Marcello e Gaio Nauzio Rutilo, ci fu quella che è da tutti gli storici indicata come l'ultima secessione della plebe. Non è chiaro se la causa scatenante sia stata proprio la distribuzione delle terre confiscate ai Sabini, (allora queste erano riservate solo ai patrizi), oppure una ennesima situazione di criticità in cui si vennero a trovare i ceti più deboli, per lo più agricoltori, che al ritorno dalla guerra erano in difficoltà per restituire i debiti contratti con i più facoltosi patrizi. Questa volta per protesta la plebe si ritirò sull'Aventino. Per risolvere la questione venne nominato un dittatore nella persona di Quinto Ortensio.
Non è noto come Ortensio convinse la folla a interrompere la secessione, ma vi riuscì. Sicuramente poco dopo egli, con il supporto di Curio Dentato, promulgò una legge, la Lex Hortensia de plebiscitiis, che stabiliva che le decisioni, e quindi le leggidecise delle assemblee plebee (plebiscita) valevano per tutti i cittadini romani, quindi anche per i patrizi.
Questa legge eliminò quella che era oramai l'unica disparità politica rimasta fra le due classi, chiudendo, dopo circa duecento anni di lotte, il Conflitto degli Ordini. Questo evento, anche se è ben lungi dal risolvere tutte le disuguaglianze economiche e sociali fra patrizi e plebei, segnò comunque una svolta importante nella storia della democrazia romana in quanto diede luogo al formarsi di un nuovo tipo di nobiltà (nobilitas) patrizio-plebea che, consentendo una continuità nel governo della repubblica, ne costituirà uno dei principali elementi di forza nella sua espansione economica e militare.



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Partiti ed elezioni nell'antica Repubblica di Roma

In verde i domini della Repubblica di Roma nel 201 a.C.
  e in arancio le successive espansioni fino al 146 a.C.
La Roma dei re e la Roma imperiale non conoscevano le elezioni.
Nella Roma repubblicana, invece (dalla fine del VI sec. a.C. sino alla dittatura di Cesare), le elezioni occuparono una posizione di grande rilievo nella vita dei cittadini, liberi di raggrupparsi in formazioni politiche abbastanza precise.
Non si trattava certamente di partiti politici nel senso attuale del termine, bensì di grossi raggruppamenti legati ad un auctor (il moderno leader o segretario politico) e al dux (il premier di oggi), da un rapporto di fides, cioè di fiducia e di reciproco impegno.
Un domine si accinge
a ricevere dei clientes, da un
dipinto di Gustave Boulanger.
In realtà dietro la fides si celavano rapporti economici, raccomandazioni e clientele di ogni genere e tipo.
Queste ultime, limitate a un ristretto numero di persone con interessi particolari da tutelare, costituivano la fazione, l’odierna corrente.
Le partes, al contrario, indicavano i raggruppamenti politici nel loro insieme: dei veri "partiti d’opinione", privi di un’ideologia precisa ma con interessi comuni. 
Gaio Giulio Cesare.
Cesare e Pompeo, infatti, erano dei capiparte che avevano l'appoggio non di una sola classe sociale ma di una larga fascia dell’opinione pubblica
Gneo Pompeo Magno.
In questo contesto, lo stato reclutava i propri dirigenti.
Chi aspirava a una alta carica pubblica (in teoria tutti i cittadini romani potevano nutrire questa ambizione, anche se, in realtà, solo i ricchi e gli aristocratici erano in grado di arrivare al potere) dava, alle scadenze fissate, il proprio nome a un magistrato che provvedeva a trascriverlo nelle liste dei candidati, in attesa dell’inizio della campagna elettorale. La battaglia per i voti durava ventisette giorni. In tale periodo il candidato, indossando una toga bianca (candida, da cui l’origine del nome candidatus), teneva comizi durante i quali esponeva il proprio programma. Regali, banchetti e promesse di ogni tipo contribuivano, insieme con una dotta eloquenza, a rendere l’oratore gradito al popolo.
Marco Tullio Cicerone.
Cicerone stesso, per farsi eleggere console, non mancò di utilizzare questi metodi. Lo testimonia ancor oggi una lettera del fratello Quinto Tullio: "Egli promise con garbo a tutti quelli che gli chiedevano favori e raccomandazioni; non negò mai nulla, fosse stata anche la luna".
Marco Licinio Crasso.
Cesare, Pompeo e Crasso si spinsero molto più in là; impegnati in una dura lotta per il potere, contribuirono, a tutti i livelli, a diffondere una vera e propria corruzione. Pompeo fece eleggere al senato Afranio, suo amico, acquistando voti al suono dell’argento; Marco Messalla Nigro comperò nel 53 a.C. il consolato e processato, fu assolto, sebbene gli amici lo ritenessero colpevole; Quinto Calido pretore, giudicato da un collegio di senatori, calcolò che la sua condanna doveva aver reso alla giuria non meno di trecentomila sesterzi. Cosi, accanto ai normali commerci, si sviluppo il mercato dei voti e delle cariche pubbliche. Come nelle moderne borse valori, funzionari altamente specializzati s’impegnavano alacremente nel complicato lavoro: i divisores comperavano i voti, gli interpretes facevano da intermediari, e i sequestres custodivano il denaro, mentre gli interessi salivano alle stelle.

Cartina della Roma Repubblicana.
Popolari (Populares in latino) furono una delle factiones ("partiti" in senso lato) che nella vita politica della Repubblica Romana sosteneva le istanze del popolo, costituendo per così dire la "base" dell'autorità dei Tribuni della Plebe, la magistratura che rappresentava gli interessi dei ceti popolari di Roma.
Populares, pur essendo anch'essi espressione della nobilitas furono quindi spesso in conflitto con gli Optimates ("i migliori") che salvaguardavano invece le tradizioni ed i privilegi della classe dominante.
La fazione dei populares acquistò grande importanza tra la fine del II e l'inizio del I secolo a.C., quando le enormi conquiste di Roma nel Mediterraneo portarono a conseguenze economico-sociali disgreganti il vecchio ordine e che venivano risolte sempre più a fatica da istituzioni politiche nate per una città-stato.
Non costituendo un 'partito' nel senso moderno del termine si possono definire "populares" quegli esponenti della classe dirigente che furono promotori di provvedimenti per la redistribuzione delle terre demaniali e/o in difesa degli organi di governo del popolo romano, le assemblee e il tribunato della plebe.
Anche se in moltissimi contesti ci fu un allineamento di interessi fra le masse urbane e l'ordine dei cavalieri e anche se i populares si trovarono a difendere gli interessi di questi ultimi (per esempio sulla composizione della giuria dei tribunali) risultano anacronistiche le ipotesi di 'lotta di classe' fra cavalieri e senatori.
Gli equites (in Latino eques significa "cavaliere", al plurale equites; letteralmente "cavalieri") erano un ordine sociale (e militare) dell'antica Roma basato sul censo.
Nel periodo monarchico gli equites ricevevano dallo stato un cavallo, detto perciò equus publicus, oppure l'Aes equestre, consistente in 1.000 assi, cioè i soldi necessari per acquistarne uno, più l'Aes hordearium, ovvero una somma annuale di 200 assi per il suo mantenimento. Livio riferisce, ricordando l'assedio di Veio, che alcuni cittadini benestanti, che non erano equites ma avevano abbastanza denaro per mantenere un cavallo, si arruolarono volontari con un cavallo preso a loro spese; lo stato li ripagò con una somma a mo' di compenso per aver servito con i propri cavalli. Quando i soldati di fanteria iniziarono a ricevere una paga, la paga dei nuovi equites venne stabilita nel triplo. Le due classi di equites convivevano distinte: la prima, detta equites equo publico, e chiamata a volte dei Flexuntes o dei Trossuli; la seconda, composta da ricchi volontari, era detta degli equites Romani.
Nel periodo repubblicano si andò consolidando la struttura degli equites sia come corpo militare che come classe di censo dei cittadini. Gli equites che ricevevano un cavallo dallo stato erano sottoposti a ispezioni periodiche da parte dei censori, i quali avevano il potere di togliere loro il cavallo e ridurli alle condizioni di un aerarius, cioè di un soldato stipendiato di fanteria, nonché di assegnare l'equus publicus a un cavaliere che aveva finora servito con un cavallo a sue spese e si era dimostrato valoroso.
I Gracchi: Tiberio Sempronio Gracco
e Gaio Sempronio Gracco, Tribuni
della Plebe.
Fino al II secolo a.C. le centurie equestri erano viste come una divisione dell'esercito, e non formavano un ordine a sé; la principale divisione politica a Roma era ancora quella tra patrizi e plebei. Nel 123 a.C. la Lex Sempronia, introdotta da Gaio Sempronio Gracco, introduceva tra le due classi una terza, l'Ordo Equestris. La Lex Sempronia stabiliva che i giudici dovessero essere scelti tra i cittadini di censo equestre, e cioè di età tra i trenta e i sessant'anni, essere o essere stato un eques, o comunque avere il denaro per acquistare e mantenere un cavallo, e non essere un senatore. Il termine equites, perciò, dall'iniziale identificazione dei soldati a cavallo, passò prima a indicare chi quel cavallo aveva o aveva la possibilità di acquistarlo e poi chi aveva la possibilità di essere eletto come giudice.
Gaio Mario.
Dopo le riforme dell'esercito di Gaio Mario, la presenza di nullatenenti nell'esercito cominciò a incrinare l'identificazione degli equites, intesi come cavalieri, nell'ordo equestris, composto da persone con un censo di 120-125.000 assi. Inoltre, ai cittadini romani si affiancarono le truppe di cavalleria ausiliarie italiche; mentre la parte militare ne uscì rafforzata, i cittadini romani componenti dell'ordo equestris non tolleravano facilmente di servire insieme a nullatenenti, pur essendo plebei come loro; perciò acuirono le loro prerogative di equestri che necessitavano larghe spese per distinguersi dal resto della plebe.
Con Silla, nell'80 a.C., agli equites venne proibito di divenire giudici attraverso la Lex Aurelia. Il prestigio e la ricchezza dell'ordo equestris vennero mantenuti dando ai cavalieri il compito di pubblicani, cioè gli esattori delle imposte, i quali dovevano avere una cospicua ricchezza personale per non arricchirsi attraverso le tasse; perciò questo divenne il mestiere naturale degli equites nella tarda età repubblicana. Cicerone parla di pubblicani e di equites quasi come se fossero sinonimi. Durante il consolato di Cicerone, gli equites ebbero parte attiva nel sopprimere la congiura di Catilina, acquistando un maggior potere. Da allora, come ricorda Plinio il Vecchio, divennero il terzo corpo dello stato, insieme a patrizi e plebei, al punto che dopo il Senatus PopolusQue Romanus aggiunsero et Equestris Ordo.
Nel 63 a.C., con la Lex Roscia Othonis, il tribuno della plebe Lucio Roscio ottenne per gli appartenenti all'ordo equestris il privilegio di sedere nei primi quattordici posti davanti all'orchestra. Dopo questa, altre leggi restituirono all'ordo equestris le prerogative che Silla aveva loro tolto; venne dato loro il diritto di vestire il Clavus Angustus o angusticlavio, e il privilegio di indossare un anello d'oro, prima ristretto ai soli equites equo publico.
Trai principali rappresentanti della Pars Popularis troviamo: Tiberio Sempronio Gracco, Gaio Sempronio Gracco, Gaio Mario, zio da parte di madre di Gaio Giulio Cesare, Lucio Apuleio Saturnino, Quinto Sertorio, Marco Emilio Lepido, Lucio Sergio Catilina, Gaio Giulio Cesare, Publio Clodio Pulcro, Marco Antonio

Nella democratica Roma
Repubblicana era fiorente il
mercato degli schiavi: da un
dipinto di Gustave Boulanger.
Gli Ottimati (in latino Optimates, cioè i migliori) erano i componenti della fazione aristocratica conservatrice della tarda Repubblica romana.
In origine influenzavano la vita politica romana, essendo la gestione della Res Publica appannaggio soltanto di quella ristretta cerchia di nobili che avevano le possibilità e la cultura per dedicarsi alla politica. In seguito alla Secessione dell'Aventino, però, le classi popolari e piccolo e medio borghesi riuscirono a ritagliarsi una fetta di potere, da esercitare mediante loro rappresentanti: i tribuni della plebe, magistrati dotati di potere legislativo (per esempio il diritto di veto su qualsiasi legge o decreto del Senato), nonché di auctoritas, ovvero l'autorità morale. Inoltre erano conferiti della sanctitas, ossia la sacra inviolabilità della loro persona, che rendeva ogni atto sovversivo, finalizzato a danneggiarli materialmente o fisicamente, un delitto gravissimo. Per rispondere a questa organizzazione politica del popolo, anche i patrizi romani si allearono tra di loro nel movimento politico degli "optimates" (it. "ottimi", "nobili"), cioè il partito aristocratico.
In effetti la fazione aristocratica non era un vero e proprio partito politico secondo l'accezione moderna del termine (nonostante sia a volte chiamata Partito Aristocratico). Era bensì una confederazione di nobili, ciascuno dei quali era politicamente indipendente (o quasi) dagli altri, grazie ad una diffusa rete di clientele e di alleanze che ciascun nobile gestiva in modo autonomo. L'appartenenza ad un'unica fazione era resa però evidente dall'alleanza di tutti i nobili "optimates" con il Senato, dal comune interesse a conservare tutti i privilegi nobiliari, nonché dalla comune avversione nei confronti dei "Populares" (l'organizzazione politica dei ceti popolari e borghesi) e dei "Tribuni della Plebe". Gli Ottimati, infatti, desideravano limitare il potere delle Assemblee della plebe ed estendere il potere del Senato romano, che era considerato più stabile e più dedicato al benessere di Roma. Si opponevano anche all'ascesa degli uomini nuovi (plebei, di solito provinciali, la cui la famiglia non aveva avuto esperienza politica precedente) nella politica romana. L'ironia era che uno dei principali campioni degli ottimati, Marco Tullio Cicerone, era egli stesso un uomo nuovo.
Rappresentazione del Senato
 Romano con Cicerone che
attacca Catilina nelle
sue "catilinarie".
Oltre ai loro obiettivi politici, gli ottimati si opposero all'estensione della cittadinanza romana fuori dall'Italia (e si opposero perfino ad assegnare la cittadinanza alla maggior parte degli Italici). Favorirono generalmente alti tassi di interesse, si opposero all'espansione della cultura ellenistica nella società romana e lavorarono duramente per fornire la terra ai soldati congedati (erano convinti che soldati felici erano probabilmente meno disposti a sostenere generali in rivolta).
Lucio Cornelio Silla.
La causa degli ottimati raggiunse l'apice con la dittatura di Lucio Cornelio Silla (81 a.C.- 79 a.C.). Sotto il suo potere, le Assemblee furono private di quasi tutto il loro potere, il totale dei membri del Senato fu portato da 300 a 600, migliaia di soldati si stabilirono nell'Italia del Nord e un numero ugualmente grande di popolari fu giustiziato con le liste di proscrizione. Limitò i poteri dei tribuni della plebe, ridusse i consoli e i pretori ai compiti cittadini della direzione politica e dell’amministrazione della giustizia e vietò di ricoprire una medesima carica prima che fossero trascorsi dieci anni. Tuttavia, dopo le dimissioni e la successiva morte di Silla, molti dei suoi provvedimenti politici furono gradualmente ritirati, ma furono più durature le innovazioni nel campo del diritto e del processo penale. Silla fu il primo ad entrare con il suo esercito in armi a Roma, creando così un precedente che porterà alla fine della Repubblica.
Appartenevano agli "optimates" importanti uomini politici quali Lucio Cornelio Silla, Marco Licinio Crasso, Marco Porcio Catone detto Il Censore e Catone Uticense, Marco Tullio Cicerone, Tito Annio Milone, Marco Giunio Bruto e, a parte il periodo del Triumvirato, Gneo Pompeo.

Il logo della Roma Repubblicana: Senato e Popolo Romani.



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