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domenica 14 dicembre 2014

Elezioni, elettori ed eletti nell'antica Repubblica di Roma

Lucio Giunio Bruto, uno
dei due primi consoli di
Roma.
Narra la leggenda che una violenza perpetrata a Lucrezia (che si suicidò per il disonore) da parte di un figlio dell'ultimo re di Roma Tarquinio il superbo, fu l'ultimo misfatto dei Tarquini, che determinò una sollevazione generale contro la monarchia.
Il padre di Lucrezia, il marito Tarquinio Collatino ed il suo grande amico Lucio Giunio Bruto decisero di vendicarla, provocando e guidando una sommossa popolare che cacciò i Tarquini da Roma. 
Nacque così la res publica romana, i cui primi due consoli furono proprio Lucio Tarquinio Collatino e Lucio Giunio Bruto artefici della sollevazione contro quello che poi divenne l'ultimo re di Roma.
Roma nel periodo repubblicano (510 a.C. - 30 a.C.) diede vita ad una democrazia che nacque come autoritaria e che grazie al 'conflitto degli ordini', nell'arco di poco più di due secoli si è equilibrata grazie ai contrappesi ottenuti dalla plebe, ma che poi si è esaurita nelle lotte fratricide fa le due fazioni rappresentative degli interessi dei due ordini: patrizi (optimati) e plebei (populares).

All'inizio della repubblica, solo i cittadini aristocratici, i patrizi appartenenti al ceto dei patres senatori  (i senili, gli anziani) avevano la possibilità di esprimere la propria volontà mediante il voto nei 'comizi curiati', la più antica assemblea cittadina di Roma, voluta da Romolo e con fini consultivi sulle delibere del re. In essi, i membri delle familie riconosciute nobili per origine, virtù (imprese) o censo, erano suddivisi in 30 curie (gruppi di uomini, da cou-viris), 10 per ciascuna delle 3 tribù di nobili da cui si era formato il nucleo della città di Roma: i Ramnes (Latini), i Tities (Sabini) e i Luceres (Etruschi).

Consoli della Roma
 Repubblicana.
Nel tempo le assemblee, i comizi, aumentarono di numero e ai comitia curiata dei patrizi che tenevano conto della nobiltà della famiglia di appartenenza, si aggiunsero i comitia centuriata a cui partecipava chiunque avesse un reddito, ripartiti in classi in base al censo e i comitia tributa, riservati alle tribù, quando queste si caratterizzarono dalla zona di residenza, il territorio che abitavano.

Il Senato era costituito dagli aristocratici che avevano ricoperto cariche pubbliche e quindi era eletto indirettamente da chi eleggeva i magistrati.
tribuni della plebe, istituiti dopo la prima secessione della plebe, erano a protezione dei cittadini e avevano il compito fondamentale di proteggere chi subisse abusi e soprusi dalle autorità ed erano eletti  nei concili della plebe  (concilia plebis).
Le cariche pubbliche erano a tempo (in genere un anno, solo i senatori erano a vita) e ripartite tra più persone (2 consoli, 2 censori, 10 tribuni, 6 pretori, 8 questori, ecc.), in modo da evitare la concentrazione del potere.
Conclusosi il 'conflitto degli ordini', cessarono i blocchi ai plebei per l'accesso alle cariche dello stato e anche homines novi potevano raggiungere i più alti gradi dell'amministrazione pubblica.
Un sottile gioco di equilibrio impediva ad ogni autorità di agire indiscriminatamente. 
I censori potevano espellere i senatori anche se erano a vita, 
i tribuni della plebe potevano bloccare gli atti delle autorità, 
i senatori potevano preparare le leggi, ma non potevano approvarle, 
le assemblee popolari potevano approvare o respingere le leggi, ma non potevano proporle, ecc. ecc.
Ogni magistrato poteva essere chiamato a rispondere in giudizio del proprio operato al termine della carica.
Attraverso secoli di riforme Roma era riuscita a realizzare una repubblica veramente res publica, "cosa di tutti" . Il cittadino romano, impegnato per molta parte del suo tempo nell'attività politica, era orgoglioso di essere civis romanus, un Quirites.
Circa la metà dei giorni dell'anno erano qualificati dal calendario romano come dies comitiales, giorni nei quali era possibile tenere comitia, ossia assemblee pubbliche.
Il cittadino partecipava alle assemblee per:
- eleggere direttamente i responsabili della pubblica amministrazione: dai presidenti del consiglio (almeno 2), ai ministri, ai prefetti, ai questori, ai giudici, ai procuratori, ecc.
- approvare le leggi
- giudicare alcuni casi di rilevante importanza.
Potevano partecipare alle assemblee i cittadini maschi maggiorenni (di età superiore a 16 anni). Erano esclusi gli stranieri, anche se residenti, gli schiavi e le donne.
Oltre al Senato e ai concili della plebe (concilia plebis), esistevano tre assemblee:
-comitia curiata, dove i cittadini partecipavano divisi in 30 curie, raggruppamenti di diverse gentes, a loro volta raggruppamenti di famiglie;
- i comitia centuriata, dove i cittadini partecipavano divisi in 193 centuriae, raggruppamenti sulla base del censo e dell'età.
- i comitia tributa, dove i cittadini partecipavano divisi in 35 tribù, raggruppamenti su base territoriale;

- I comizi curiati (Comitia Populi Curiata) erano un'assemblea risalente all'epoca Regia e perciò la più antica di Roma, cui i cittadini romani partecipavano suddivisi per curie, che la tradizione romana vuole fossero state create da Romolo. Nata con funzione consultiva del Re o dei magistrati, divenne il principale organismo assembleare romano nei primi anni della Repubblica, per poi perdere rapidamente rilevanza a favore di altre forme assembleari, come i Comizi Centuriati. Si riuniva nel Comizio, il centro politico di Roma situato nel Foro Romano. Tutti i maschi adulti delle sole famiglie patrizie,  partecipavano alla più antica assemblea cittadina di Roma. In essi, i membri delle gentes erano suddivisi in 30 curie (da couviria, insieme di uomini), 10 per ciascuna delle 3 tribù da cui si era formato il nucleo della città di Roma: i Ramnes (Latini), i Tities (Sabini) e i Luceres (Etruschi). 

Da uno scritto di Aulo Gellio, si potrebbe ricavare che nei comitia curiata si votasse in base alle gens originarie. I comizi curiati venivano convocati ogni qualvolta il Re, che li presiedeva, avesse necessità di avere il consiglio dai cittadini romani. L'assemblea, che non poteva autoconvocarsi, non aveva il potere di proporre o modificare le deliberazioni proposte dal Re, potendo quindi solo accoglierle o rifiutarle. Allo stesso modo, quando si doveva eleggere il nuovo Re, ai comitia curiata spettava il compito di accettare o meno il candidato re, ratificato dal Senato su proposta dell'interrè, attraverso la lex curiata de imperio. Secondo Dionigi di Alicarnasso a questi comitia erano attribuite tre funzioni principali: 
1) accettare o rigettare leggi; 
2) decidere della pace e delle guerre; 
3) eleggere i magistrati. Theodor Mommsen circoscrive la possibilità dei comitia curiata di decidere della guerra, ai soli casi in cui era necessario rompere un trattato prima di scendere in guerra. Secondo il De Francisci, questa assemblea non deteneva di fatto poteri evidenti. Non aveva un potere elettorale, poiché il rex era designato da un pater nella qualità di interrex, oltre al fatto che il tribunus celerum, il magister populi, i duumviri perduellionis ed i quaestores parricidii erano tutti creati dal rex. Le loro funzioni risultavano: - di sicuro non elettorali, poiché una volta eletto il rex (e più tardi i magistrati maggiori), ne seguiva la sua acclamazione davanti al popolo riunito (attraverso la lex curiata de imperio), che si obbligava nei confronti del neoeletto all'obbedienza; - neppure legislative, poiché la materia era riservata al solo rex (leges regiae); - e neanche giurisdizionali, in quanto il popolo poteva solo assistere ad una grave condanna contro chi si era macchiato di aver attirato sull'intera comunità l'ira degli dèi e, per questo motivo, meritava il supplicium. Sempre secondo il De Francisci, l'attività delle curiae fu limitata alla vita di gruppi minori, dinnanzi alle quali si compivano: - gli atti del testamento (calatis comitiis), dove il pater familias designava ufficialmente il suo successore; - la detestatio sacrorum, ovvero la rinuncia al culto familiare (connesso molto probabilmente con l'adrogatio); - la cooptatio, che rappresentava l'ammissione di una nuova gens nella comunità romana; - e l'adrogatio quando un pater familias si sottoponeva alla protezione di un altro pater. Ed anche in questi casi, i comitia curiata non avevano una vera e propria funzione deliberante. In epoca repubblicana, secondo quanto alcuni storici moderni sostengono, costituì la principale assemblea durante i primi due decenni del periodo repubblicano di Roma antica. Quando si trattò di decidere se restituire i beni sottratti alla famiglia dei Tarquini, cacciati da Roma in seguito alla caduta della monarchia, i consoli Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino lasciarono che la decisione fosse presa dalle curie riunite. La curia in epoca repubblicana sembra si trasformò in un'assemblea con funzioni legislative, elettorali e giuridiche. Una delle prime funzioni attribuite a questa assemblea nel 509 a.C., ossia nel primo anno della Repubblica, fu la Provocatio ad populum, ossia la possibilità che potesse essere trasformata in altra pena la pena capitale di un condannato a morte. I Comizi curiati approvavano le leggi, eleggevano i consoli (gli unici magistrati eletti in quel periodo), e cercavano di risolvere i casi giudiziari. I consoli presiedevano sempre questo genere di assemblea. E mentre i plebei potevano partecipare a questa assemblea, solo i patrizi potevano votare [senza fonte]. Poco dopo la nascita della Repubblica, i poteri dei Comitia curiata vennero trasferiti ai Comitia centuriata ed ai Comitia tributa, e così, con l'emanazione delle Leggi delle XII tavole (451-450 a.C.) la provocatio ad populum venne attribuita ai Comitia centuriata. Mentre i comitia curiata caddero in disuso, lasciando solo qualche funzione teorica, tra cui il potere di ratificare le elezioni dei maggiori magistrati romani (consoli e pretori) approvando la legge lex curiata de imperio, che conferiva l'autorità legale del comando (imperium). In pratica, essi ricevevano questa autorità dai Comitia centuriata (che li eleggeva formalmente), giusto per ricordare l'antico potere regio di Roma. E perfino dopo aver perduto i propri poteri, i comitia curiata continuarono ad essere presieduti da consoli e pretori, essendo a volte oggetto di ostruzionismo da parte di magistrati come i tribuni della plebe (e presagi sfavorevolim, come accadeva anche in altre assemblee). Gli atti di questa assemblea divennero così più che altro simbolici. Ad un certo punto, attorno al 218 a.C., l'assemblea delle trenta curie venne abolita e rimpiazzata con trenta littori, uno per ciascuna delle gentes originarie patrizie. Poiché la curia era da sempre stata organizzata sulla base della famiglia romana, in realtà mantenne una sua giurisdizione sulle gentes anche dopo la fine della Repubblica romana (27 a.C.). 
 Sotto la presidenza del Pontifex Maximus, era testimone e ratificava testamenti e adozioni, eleggeva alcuni sacerdoti e trasferiva alcuni cittadini dalla classe dei patrizi a quella dei plebei (o viceversa). Nel 59 a.C., infatti, trasferì Publio Clodio Pulcro dallo status di patrizio a quello che gli permettesse di candidarsi a tribuno della plebe. Nel 44 a.C., ratificò il testamento di Gaio Giulio Cesare, e con l'adozione dello stesso di suo nipote Ottaviano (il futuro primo imperatore romano Augusto) come suo figlio ed erede.

- Come vuole la tradizione, i comizi centuriati (comitia centuriata) sarebbero stati il frutto della riforma dell'esercito operata da Servio Tullio, sesto re di Roma, il quale, nel trasformare l'esercito per renderlo più funzionale, trasfuse anche nella vita civile della città la sua riforma, in ossequio all'ideale (già greco) del cittadino-soldato. 
La popolazione di Roma venne quindi ad essere suddivisa in centurie, unità, originariamente di 100 uomini, espressioni delle tribù (nella sistemazione definitiva si arriverà a 35 tribù, 4 urbane e 31 rustiche) suddivise in cinque classi a seconda del loro censo. Servio Tullio si era reso conto infatti, che per assicurare a Roma una forza militare sufficiente a mantenere le proprie conquiste era necessario un esercito più numeroso di quello che possedeva (un'unica legione di circa 3.000 fanti e 300 cavalieri, detto esercito romuleo). Introdusse quindi il "Census", il censimento della popolazione maschile, che si teneva ogni 5 anni, per individuare le relative classi militari di appartenenza in relazione al patrimonio posseduto. Tale occasione si inaugurava con il "Lustrum" che consisteva in una "Lustrazio": tre animali sacri, prima di essere sacrificati, giravano attorno all'esercito in armi schierato nel Campo Marzio, per rendere splendore e sacralità all'evento. Lustro è rimasto nel nostro linguaggio come periodo di 5 anni. 
In realtà l'attribuzione a Servio di una suddivisione così precisa e valsa fino ad Augusto pare anacronistica ai critici, per i quali a Servio si deve la sola riforma dell'exercitus su base censitaria, mentre l'applicazione del medesimo sistema di riunione dei cittadini alla vita civile venne soltanto dopo il passaggio alla repubblica. Lo schema della ripartizione in classi per censo, dato da Livio in I, 43 (Tito Livio, Patavium, l'attuale Padova 59 a.C. - Patavium, 17 d.C., è stato l'autore della “Ab Urbe condita”, una storia di Roma dalla sua fondazione fino al 9 a.C.; ) e da Dionisio in IV, 16 segg. (Dionigi di Alicarnasso o anche Dionisio di Alicarnasso, Alicarnasso, 60 a.C. circa - 7 a.C., la sua opera principale è stata Antichità romane) è il seguente:
la cavalleria (equites) contava 18 centurie, 6 delle quali, col nome di sex suffragia erano le sei centurie di èquites equo publico che aprivano la votazione nei comitia centuriata e avevano quindi una certa posizione di privilegio, poiché potevano determinare, insieme al resto della cavalleria e alla prima classe, la maggioranza nelle votazioni.
Le centurie della fanteria (pedites) erano ripartite, secondo il censo, in classi e in ciascuna vi erano pari centurie di seniores e di iuniores:
la prima classe contava 40 centurie di seniores e 40 di iuniores, complessivamente 80;
la seconda, la terza e la quarta erano composte ciascuna da 10 centurie di seniores e 10 di iuniores, in totale 20 per classe;
la quinta aveva 30 centurie (15 di seniores e 15 di iuniores).
Infine erano assegnate agl'inermi 5 centurie, e precisamente due al genio (fabri tignarii ed aerarii), due alla fanfara (tubicines e cornicines), una agli accensi velati, portatori di bagagli e, all'occorrenza, complementi.
Totale 18+80+20+20+20+30+5=193
Le centurie dei cavalieri e quelle della I classe ammontavano in totale a 98 e disponevano quindi della maggioranza; ciò spiega quindi come, nell'attività elettiva e legislativa dell'assemblea centuriata, prevalessero gli interessi dei ceti economicamente più elevati. Infatti le centurie non erano chiamate a votare contemporaneamente, né era necessario che votassero tutte. Per prime erano chiamate le sex suffragia della cavalleria di ordine pubblico, poi il resto dei cavalieri e la prima classe; le classi successive venivano chiamata soltanto se non si fosse raggiunta la maggioranza nell'esito della votazione. Quindi, quando lo scrutinio delle centurie del primo bando annoverava 97 voti in un senso, il comizio si scioglieva ed era comunque molto raro che le operazioni procedessero fino alla quinta classe.
Nell'antica Roma del I secolo d.C. con un asse si potevano acquistare 542 grammi di grano, due chili di lupini, un quarto di vino comune, mezzo chilo di pane, o entrare alle terme; quindi un asse poteva valere all'incirca 0,5 € e un sesterzio circa 2 €.È opinione ormai indiscussa che, identificandosi i patrizi con la cavalleria, tutte le classi di pedites fossero plebee. Il censo necessario per l'appartenenza a ciascuna classe viene riferito dagli antichi in danaro (100.000 assi per la 1ª classe, 75.000 per la 2ª, 50.000 per la 3ª, 25.000 per la 4ª, 12.000 o 11.000 per la 5ª), ma è probabile che questo criterio sia stato introdotto da Appio Claudio Cieco (nel 310 a. C.), mentre in precedenza erano censiti nelle cinque classi solamente gli adsidui, cioè i proprietari di fondi iscritti come tali nelle tribù.Non si sa con esattezza quando fu stabilito che occorressero 20 iugeri (lo iugum nell'antica Roma era l'unità di misura di superficie equivalente a 0,252 ha e indicava il terreno arabile in una giornata da una coppia di buoi attaccati allo stesso giogo) per l'appartenenza alla I classe; 15 alla II, 10 alla III, 5 alla IV, 2 alla V. La valutazione in moneta dava 120.000 o 125.000 assi per la I classe, 75.000 per la II, 50.000 per la III, 25.000 per la IV, 12.500 o 11.000 per la V. Quali fossero le estensioni territoriali minime per ciascuna classe, non sappiamo, ma l'affollamento della prima classe sembra dimostrare che vi partecipassero tutti i proprietari che conservassero intera l'unità fondiaria (7 iugeri? Lo iugum nell'antica Roma era l'unità di misura di superficie equivalente a 0,252 ha e indicava il terreno arabile in una giornata da una coppia di buoi attaccati allo stesso giogo), e che alle classi inferiori fossero iscritti quelli che per ragioni ereditarie o di altro ordine possedessero di quella unità rispettivamente i tre quarti, la metà, un quarto, o una frazione minore.In quest'ordine di idee, preferiamo ritenere che l'ordinamento attribuito a Servio (Servio Tullio è stato il sesto re di Roma e secondo la tradizione regnò dal 578 a.C. al 535 a.C., per 43 anni. La tradizione, a partire dall'imperatore Claudio che aveva avuto come prima moglie un'etrusca e aveva inoltre scritto un'opera sugli Etruschi, lo identifica col magister populi etrusco Macstarna) non abbia mai avuto rapporto con la leva, anzi abbia distribuito i partecipanti al comizio ad imitazione della distribuzione delle forze nell'esercito
Secondo ogni probabilità, i comizi dell'epoca regia non ebbero mai competenza legislativa né elettorale e durante il passaggio (graduale) dalla monarchia alla repubblica, era mediante acclamazione che l'esercito eleggeva i suoi capi prima di muovere guerra. Era naturale che, trasformandosi l'acclamazione in elezione e trasferendola dall'esercito in armi alla popolazione maschile atta alle armi, questa si ordinasse sull'esempio di quello.
Quanto alla data approssimativa del reale esercizio dei comizi centuriati, poiché dalla critica delle liste dei tribuni militum consulari potestate sembra risultare che il raddoppiamento della legione avvenne circa nel 405 a.C., l'adozione del comizio centuriato è quasi coevo; se ne ha una riprova nella  diffusione che proprio allora ebbe la piccola proprietà fondiaria.
A quest'assemblea erano demandati i maggiori compiti di governo, il cui esercizio era riservato al popolo, (populus da intendersi chi era presente all'interno dell'esercito, quindi chi si poteva permettere un'armatura), che consistevano principalmente nell'elezione delle magistrature maggiori (consolatopreturacensura), nella legislazione (spesso in comunione col senato) e nella dichiarazione di guerre. Il primo atto deliberativo di quest'assemblea, secondo Cicerone, fu la Provocatio ad populum, che nella sua prima formulazione prevedeva per i condannati a morte o alla fustigazione, la possibilità di appellarsi al popolo. I comizi centuriati avevano anche il ruolo di tribunale nel caso di condanna a pena capitale, nel giudizio del reato di alto tradimento e, almeno nel periodo repubblicano, fino alla fine del II secolo a.C., non costituisce un giudizio d'appello sui condannati a morte in senso proprio, più genericamente consiste nella richiesta dell'imputato passibile della pena di morte di essere sottratto al potere punitivo (ius coërcitionis) del magistrato e sottoposto al giudizio popolare (provocatio ad populum). Particolarmente esplicativi gli episodi narrati da Livio, Ab Urbe condita 2.27.12 (495 a.C.) e 2.55.4-5 (473 a.C.). Il comizio centuriato aveva il potere di eleggere le magistrature maggiori e di votare le leggi di governo della città, su proposta di un magistrato, come accadde nel 451 a.C. quando approvarono le leggi delle XII tavole elaborate dal primo decemvirato; era anche investito del ruolo di tribunale nei casi in cui c'era in gioco la vita dell'accusato (giudizi de capite civis). In particolare aveva competenza esclusiva in materia di perduellio, ovvero alto tradimento, fino alla riforma operata da Lucio Appuleio Saturnino, che istituì la quaestio perpetua de maiestate ove processare gli accusati di alto tradimento e lesa maestà. Bisogna comunque notare che gran parte della politica romana non veniva definita nel comizio, ma nel senato, e che il comizio veniva sempre più a svolgere un ruolo formale più che sostanziale. 
comizi centuriati (Comitia Centuriata) era senza dubbio la più importante delle assemblee popolari  della Res Publica romana per le competenze riservatele; vi si raccoglievano tutti i cittadini romani, patrizi o plebei che fossero, per esercitare i loro diritti politici e contribuire a determinare la vita dello Stato. I Comizi Centuriati eleggevano i consoli e tutti i magistrati curuli, i capi militari e i censori; votavano le leggi importanti, come quelle costituzionali e dichiaravano la guerra. Nelle votazioni, ad esito collettivo, il peso di ogni voto era proporzionale al censo di chi lo esprimeva ed era quindi  preponderante il peso dei patrizi. Il comizio centuriato, che si riuniva come l'esercito nel campo Marzio, all'esterno delle mura cittadine, raccoglieva tutti i cittadini atti alle armi, cioè i maschi dai 17 ai 60 anni, con un censo di valore pari o superiore agli 11.000 assi (probabilmente 5.500 € attuali). Nel comizio centuriato la deliberazione dell'assemblea non era decisa dalla maggioranza dei voti individuali, bensì da quelli prevalenti nelle centurie, che abbondavano nella prima classe (80) e calavano progressivamente nelle classi inferiori. La prima classe (i più ricchi) e i cavalieri  (aristocratici) possedevano   la maggioranza delle centurie e quindi i voti dei più abbienti prevalevano su quelli dei meno facoltosi, così come i voti dei seniores (dai 46 ai 60 anni) prevalevano su quelli degli iuniores (dai 17 ai 45).
Infatti le centurie non erano chiamate a votare contemporaneamente, né era necessario che votassero tutte. Per prime erano chiamate le sex suffragia della cavalleria di ordine pubblico, poi il resto dei cavalieri e la prima classe; le classi successive venivano chiamata soltanto se non si fosse raggiunta la maggioranza nell'esito della votazione. Quindi, quando lo scrutinio delle centurie del primo bando annoverava 97 voti in un senso, il comizio si scioglieva ed era comunque molto raro che le operazioni procedessero fino alla quinta classe. Da notare che le centurie dei cavalieri e quelle della I classe ammontavano in totale a 98 e disponevano quindi della maggioranza dei voti a disposizione.
Il voto considerato quindi, non era la somma dei voti individuali ma quello espresso in maggioranza per ogni centuria, anche se le centurie delle classi inferiori, quelle dei più umili, erano numericamente molto superiori alle prime, tanto che Cicerone affermava che una centuria delle classi inferiori conteneva quasi più cittadini dell'intera prima classe.

- I comizi tributi del popolo (Comitia Populi Tributa), furono le assemblee, comprendenti sia patrizi che plebei, distribuiti territorialmente in trentacinque tribù, quattro tribù urbane e trentuno tribù rurali, nelle quali tutti i cittadini romani venivano collocati per scopi elettorali e amministrativi. Come per i comizi centuriati il voto era indiretto, con un voto assegnato ad ogni tribù. I comizi tributi erano organizzati su base territoriale. La composizione di questo comizio andò aumentando nel tempo, con l'accrescersi del numero di tribù, dalle quattro dei primi comitia, alle 35 definitive del 241 a.C. Per come era distribuita la popolazione all'interno delle tribù, con la maggioranza della popolazione di Roma distribuita tra le uniche quattro tribù urbane, il voto era quindi fortemente sbilanciato a favore delle trentuno tribù rurali. I comizi tributi si riunivano alla sorgente Comizia, nel Foro Romano, ed eleggevano gli Edili (solo quelli curulis), i Questori. I comizi tributi sono oscuri nella genesi come nelle loro funzioni specifiche: sappiamo che erano molto attivi e che insieme ai concili della plebe assorbirono totalmente l'attività normativa dei comizi centuriati (emanavano le leges della repubblica a parte quelle de potestate censoria e de bello indicendo che restarono ai centuriati), anche per una ritualistica religiosa semplificata. Eleggevano i questori, gli edili curuli, le cariche ausiliarie e, da un certo periodo, anche il pontefice massimo ed altre cariche sacerdotali (anche se votavano solo 17 tribù estratte a sorte per motivi religiosi). In epoca tardo repubblicana, condussero gran parte dei processi, finché il dittatore Lucio Cornelio Silla stabilì le corti permanenti (quaestiones). Svetonio racconta che al tempo di Augusto, primo imperatore romano: «E anche durante le elezioni dei tribuni, nel caso non ci fosse un numero sufficiente di candidati tra i senatori, li prese tra i cavalieri romani, tanto poi da permettere loro, una volta scaduto il mandato, di rimanere nell'ordine che volessero.» (Svetonio, Augustus, 40.). Ancora Svetonio aggiunge, contro i brogli elettorali: «Ristabilì anche l'antico diritto dei Comizi e, stabilite molteplici pene contro la corruzione elettorale, il giorno dei Comizi divise alle tribù Fabia e Scapzia, delle quali era membro, mille sesterzi a testa, perché non si aspettassero niente da nessun candidato.» (Svetonio, Augustus, 40.). Sappiamo che lo stesso Augusto, ogni volta che assisteva alle elezioni dei magistrati, passava tra le tribù con i suoi candidati e chiedeva i voti per gli stessi, secondo quanto prescritto dalla tradizione. E anche lui votava nella tribù, come un normale cittadino.

- I concili della plebe (concilia plebis) si costituirono in seguito alla secessione della plebe sul Monte Sacro nel 494 a.C. per rivendicare il proprio diritto di partecipare alla vita politica della civitas. In questa circostanza la plebe si dà un'organizzazione: oltre ai concilia plebis, sono creati i tribuni della plebe, gli edili; le delibere della plebe raccolta nell'assemblea convocata dal tribuno della plebe prenderanno il nome di plebiscita (plebisciti). Da queste assemblee, naturalmente, saranno esclusi i patrizi: la plebe ottiene in questo momento la possibilità di una propria iniziativa politica. Le assemblee della plebe (concilia plebis) sono ripartite al proprio interno in tribù territoriali, 35 in totale di cui 4 urbane e 31 rustiche. 

Sono convocate dal tribuno della plebe, il quale, a sua volta, è eletto da questa stessa assemblea. I plebisciti, ossia le delibere dei concili della plebe, dal 287 a.C. con la lex Hortensia vengono equiparate alle leggi emanate dal Senato. 
Oltre alla funzione elettorale (elezione di tribuni ed edili) e legislativa i concilia plebis svolgono anche funzione giudiziaria. Il luogo in cui l'assemblea si riunisce è l'Aventino, al di fuori del pomerio (le mura della città), sfera sacrale della città in cui non si portano armi. 
Per le questioni di ordine giuridico e amministrativo le fonti riportano anche Foro e Campidoglio come luoghi di riunione. Nel Campo Marzio, anch'esso al di fuori del pomerio, può schierarsi l'esercito in armi.

Magistrature elettive


Littore con fascio
littorio.
- Nell'antica Roma i consoli (dal latino: consules, "coloro che decidono insieme", anche se non sempre si consultavano) esclusivamente di estrazione patrizia fino al 367 a.C., rimanevano ordinariamente in carica un anno ed erano eletti dall'assemblea cittadina più importante del momento, fosse questa il parlamento generale di tutto il popolo o il consiglio maggiore, ma di norma venivano eletti nei comizi  centuriati. I consoli erano i due magistrati che, eletti ogni anno, esercitavano collegialmente il supremo potere civile e militare ed erano quindi dotati di potestas ed imperium, l'autorità giuridica, sancita dalla presenza dei littori, i portatori di fasci di aste e scuri. 
Durante i periodi di guerra, il criterio primario di scelta dei consoli era l'abilità militare, visto che disponevano del potere assoluto e un giuramento di fedeltà al cospetto degli dèi da parte dei militari arruolati nella leva, li obbligava i soldati ad osservare l'assoluta ubbidienza ai consoli.
Quindi, per lungo tempo accadde che quando la plebe si organizzava per liberarsi dall'assolutismo  degli aristocratici, era sufficiente convocare la leva militare per trasformare la massa in obbedienti militi, anche se poi non era garantita la sottomissione completa alle eventuali prepotenze dei comandanti e ci furono episodi di ammutinamento, puniti anche con con la decimazione. Con le cosiddette Leges Liciniae Sextiae (del 367 a.C.), i plebei ottennero il diritto a eleggerne uno; il primo console plebeo fu Lucio Sestio, nel 366 a.C. 
La magistratura del consolato era la più importante tra le magistrature maggiori della Repubblica romana (immediatamente al di sotto della dittatura, che era però magistratura solo straordinaria). Questa la definizione che ne dà Polibio: «I consoli, prima di guidare le legioni al di fuori dalla città [di Roma], esercitano l'autorità su tutti i pubblici affari a Roma. Gli altri magistrati, ad eccezione dei tribuni della plebe, obbediscono ai loro ordini.» (Polibio, VI, 12.1-2.). Il termine derivava, secondo lo stesso Livio, dal dio Conso, una divinità che "dispensava consigli", come dovevano fare i due massimi magistrati della Repubblica romana. L'importanza di tale carica era tale che i nomi dei consoli eletti in un certo anno venivano utilizzati, tramite eponimia, per individuare quell'anno nel calendario romano. I nomi venivano riportati in un apposito elenco, i fasti consulares, da parte dei pontefici. In età imperiale, la carica consolare sopravvisse, ma divenne di nomina imperiale e, dopo la fondazione di Costantinopoli, un console venne regolarmente eletto per l'Occidente e uno per l'Impero bizantino, perpetuandosi tale pratica a Roma anche dopo la caduta dell'Occidente, sino al 534, e a Costantinopoli sino al 541. 

- Il censore era, nell'antica Roma, chi esercitava la censura, la magistratura istituita nel 443 a.C. e operante fino al 350 d.C. Caduta in disuso nel tardo periodo repubblicano, venne ripristinata da Augusto. La magistratura del Censore fu istituita nel 443 a.C. sulla base di una proposta presentata al Senato, per ovviare al problema sempre più pressante, del ritardo con cui venivano tenuti i censimenti, fino ad allora di responsabilità dei consoli.
« La censura si era resa necessaria non solo perché non si poteva più rimandare il censimento che da anni non veniva più fatto, ma anche perché i consoli, incalzati dall'incombere di tante guerre, non avevano il tempo per dedicarsi a questo ufficio. Fu presentata in senato una proposta: l'operazione, laboriosa e poco pertinente ai consoli, richiedeva una magistratura apposita, alla quale affidare i compiti di cancelleria e la custodia dei registri e che doveva stabilire le modalità del censimento. » (Tito Livio, Ab urbe condita, IV, 8)
Primi a ricoprire la carica, ad appannaggio dei patrizi, furono i consoli del 444 a.C., Lucio Papirio Mugillano e Lucio Sempronio Atratino, quasi a risarcimento del fatto che il loro consolato durò meno dell'anno normalmente previsto per la carica.

- Il pretore, in latino praetor, era un magistrato romano dotato di:
- imperium (potere di stampo militare che, come denuncia il suffisso -ium, ha natura dinamica, e che conferisce al suo titolare la facoltà di impartire ordini ai quali i destinatari non possono sottrarsi, con conseguente potere di sottoporre i recalcitranti a pene coercitive di natura fisica (fustigazione o, nei casi più gravi, decapitazione) o patrimoniale (multe); simboli esteriori di questo potere sono i fasci littori) e 
- iurisdictio (il potere, di cui erano dotati alcuni magistrati, detti giusdicenti, di impostare in termini giuridici la controversia
In questo senso la iurisdictio si distingue dalla iudicatio, che è invece il potere di risolvere la controversia, e attribuito al giudice che emetterà la sentenza.
Dotati di iurisdictio erano i due pretori (praetor urbanus e praetor peregrinus), gli edili curuli e, nelle province, i governatori provinciali). 
L'attività del Praetor si concretizzava nella concessione dell'actio, cioè lo strumento con cui si permetteva ad un cittadino romano che chiedeva tutela, nel caso in cui non ci fosse una lex che prevedesse la tutela, di agire in giudizio, e portare quindi la situazione dinnanzi al magistrato.
"Pretori", secondo Cicerone, erano detti i consoli in età arcaica. Tale titolo li avrebbe designati come capi dell'esercito; egli riteneva che il termine contenesse le stesse componenti elementari del verbo prae-ire (andare avanti a tutti, precedere, guidare). In effetti il periodo e l'incarico di comando dei consoli poteva essere detto Pretorio e già in un frammento di una legge delle XII tavole riportato da Aulo Gellio si fa menzione del pretore come del massimo magistrato cittadino. Così anche Tito Livio, che testimonia di un'antica legge in cui si parlava di un alto magistrato detto praetor maximus. Pretore era anche il titolo di una carica presso altre comunità di Latini oltre ai Romani, ed è anche il nome che Livio dava allo stratego degli Achei.
La pretura, intesa quale magistratura distinta dal consolato, venne istituita nel 367 a.C. La carica aveva durata annuale ed era accessibile solo ai patrizi. Fu infatti creata come soluzione di compromesso tra patrizi e plebei allo scopo di controbilanciare l'ottenimento da parte dei plebei dell'accesso al consolato. Tuttavia già dieci anni dopo (356 a.C.) veniva nominato il primo pretore plebeo. Il pretore era detto "collega consulibus", e veniva eletto con gli stessi auspici nei Comitia Centuriata. I consoli venivano eletti per primi, e dopo toccava ai pretori.
Grazie al potere di imperium e al potere di iurisdictio di cui era parimenti dotato, riuscì a svolgere una funzione propulsiva dell'ordinamento giuridico, correggendo e colmando le lacune dello ius civile. La pretura era in origine una specie di consolato, e le funzioni dei pretori erano una parte di quelle dei consoli che, secondo Cicerone, venivano chiamati anche iudices a iudicando. I pretori a volte comandavano l'esercito dello stato; e mentre i consoli erano assenti con le loro armate, esercitavano le funzioni di questi ultimi all'interno della città.
Era anche un Magistratus Curulis e possedeva l'Imperium, e di conseguenza era uno dei Magistrati Maiores: ma doveva rispetto e obbedienza ai consoli. Le insegne del suo ufficio erano sei littori, la sella curule, la toga praetexta. In un periodo successivo il pretore, a Roma, aveva solo due littori. Il pretorato venne inizialmente dato al console dell'anno precedente, come risulta da Livio. L. Papirio fu pretore dopo essere stato console.

- I questori erano magistrati minori, la cui carica (quaestura) costituiva il primo grado del cursus honorum e richiedeva come età minima 30 anni (28 per i patrizi). All'inizio potevano essere solo patrizi e possedevano giurisdizione criminale (quaestores parricidii), in seguito competenze amministrative, supervisionando e gestendo il tesoro e le finanze. Le origini dell'incarico possono essere fatte risalire ai tempi dei re di Roma. Uno dei più antichi questori era il quaestor parricidii probabilmente introdotto da Numa Pompilio quando introdusse con la  lex regia il delitto di parricidio.
Nell'età monarchica erano nominati dai re, in quella repubblicana dai consoli. Privi di imperium, dal 447 a.C. erano eletti dal popolo nei Comizi Tributi, in numero di due; dal 421 a.C. poterono accedervi anche i plebei e così divennero quattro, dei quali due rimanevano a Roma (quaestores urbani) ad amministrare l'erario (quaestores aerarii) e gli altri due, invece, rimanevano al fianco dei consoli.
Durante il consolato di Gneo Cornelio Cosso e Lucio Furio Medullino, nel 409 a.C., per la prima volta furono eletti alla carica dei plebei: «per la prima volta furono nominati a questa magistratura dei plebei. Infatti, su quattro posti disponibili, uno solo toccò a un patrizio, Cesone Fabio Ambusto, mentre a giovani di famiglie nobilissime furono preferiti tre plebei: Quinto Silio, Publio Elio e Publio Papio.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita, IV, 4, 54.)
Dopo il 420 a.C. esistevano a Roma quattro questori, eletti annualmente; dopo il 267 a.C. il numero fu elevato a otto. Alcuni venivano assegnati a compiere il loro servizio all'interno della capitale, mentre altri entrano distaccati assieme a governatori delle province o generali dell'esercito; altri ancora erano assegnati alla supervisione delle finanze militari. Non a caso Polibio racconta che all'interno dell'accampamento militare, gli extraordinarii (truppe scelte tra i socii) di solito, non solo erano accampate vicino ai consoli, ma durante le marce e in ogni altra occasione, erano totalmente e costantemente a disposizione del console e del questore.
Dopo le riforme di Silla dell'81 a.C., l'età per candidarsi alla questura fu elevata a 28 anni per i patrizi e 30 per i plebei: l'elezione a questore attribuiva automaticamente lo status di senatore; contestualmente il numero dei questori fu elevato a 20. Cesare portò il loro numero a 40 nel 45 a.C.
Questi seguivano i consoli e i pretori, i proconsoli e i propretori nelle spedizioni e nelle province, per curarne l'amministrazione (quaestores militares, provinciales). I quaestores urbani risiedevano in sedi differenti; quello che stava ad Ostia (quaestor Ostiensis) sorvegliava le importazioni, in particolare quelle di grano.

- I primi tribuni furono creati da Romolo, che nell'atto di creare le tre tribù originarie (Ramnes, Tities e Luceres) pose alla testa di ciascuna di esse un capo che le rappresentasse. Col tempo la carica di tribuno sarà utilizzata per diversi incarichi specifici.

- Il tribuno della plebe (in latino tribunus plebis) fu la prima magistratura plebea, conquistata nel 494 a.C., all'incirca 15 anni dopo la fondazione della Repubblica romana, con la secessione dei plebei, che  avevano abbandonato in massa la città, ritirandosi sul Monte Sacro (o sull'Aventino), accettando di rientrare (famoso è il tentativo di convincerli di Menenio Agrippa grazie a un suo apologo sul corpo umano) solo quando i patrizi avessero concesso una dignità giuridica alla plebe attraverso la creazione di proprie cariche pubbliche legalmente inviolabili e sacrali, caratterizzate dal termine latino sacrosanctitas. Questo significava che lo Stato si assumeva il dovere di difendere i tribuni da qualsiasi tipo di minaccia fisica e garantiva inoltre ai tribuni stessi il diritto di difendere un cittadino plebeo messo sotto accusa da un magistrato patrizio (ius auxiliandi). Secondo la tradizione i primi tribuni della plebe erano due, si chiamavano Lucio Albinio e Gaio Licinio Stolone.
La sacrosanctitas, cioè l'inviolabilità, faceva sì che chiunque toccasse il tribuno diventasse sacer agli dèi inferi, quindi passibile di pena capitale. 
Il tribuno aveva il diritto di presiedere i concilia plebis (ius agendi cum plebe) e, in epoca più tarda, il diritto di convocare il senato (ius senatus habendi)
Dal 471 a.C. i tribuni della plebe vennero eletti dai concilia plebis.
I tribuni della plebe non avevano alcun potere al di fuori delle mura della città, tranne quando, con gli altri magistrati romani, si recavano sul monte Albano per i sacrifici, comuni ai Latini, a Giove. Questa limitazione fu sfruttata dai consoli del 483 a.C., Marco Fabio Vibulano e Lucio Valerio Potito, per superare l'opposizione di un tribuno della plebe alla leva militare di quell'anno; i due consoli infatti, sfruttando questa limitazione al potere del tribuno, chiamarono la leva fuori dalle mura della città.
A partire dal 457 a.C., durante il consolato di Gaio Orazio Pulvillo e di Quinto Minucio Esquilino Augurino il numero dei tribuni fu elevato a dieci, due per ciascuna classe.
«Questa notizia suscitò uno spavento tale che i tribuni permisero l'arruolamento, non senza aver prima ottenuto - siccome per cinque anni erano stati presi in giro riuscendo così di ben poco aiuto alla plebe - la garanzia che in futuro sarebbero stati eletti dieci tribuni. I patrizi furono costretti ad accettare, assicurandosi però con una clausola di non rivedere più, da quel giorno in poi, gli stessi tribuni. Si passò poi sùbito alla nomina dei tribuni, per evitare che quella promessa, come tutte le altre in passato, non venisse mantenuta una volta finita la guerra. A 36 anni di distanza dai primi, furono allora nominati dieci tribuni, due per ciascuna classe, e si stabilì che in futuro l'elezione avrebbe seguito la stessa procedura» (Tito Livio, Ab Urbe Condita Libri, Libro III, 30.)
Fino al 421 a.C. il tribunato fu l'unica magistratura a cui i plebei potevano accedere e che, naturalmente, era a essi riservata. 
Per contro negli ultimi periodi della repubblica questa carica aveva assunto un'importanza e un potere talmente grandi che alcuni patrizi ricorsero a espedienti per riuscire a conseguirla. Ad esempio Clodio Appio si fece adottare da un ramo plebeo della sua famiglia e fu così in grado di candidarsi, con successo, alla carica. Non mancarono casi in cui l'inviolabilità della carica di tribuno fu usata come pretesto per compiere violenze e soprusi, come nel caso dello stesso Clodio e in quello di Milone.
Dal 449 a.C. acquisirono un potere ancora più formidabile, lo Ius intercessionis, ovvero il diritto di veto sospensivo contro provvedimenti che danneggiassero i diritti della plebe emessi da un qualsiasi magistrato, compresi i consoli, i dittatori e gli altri tribuni della plebe; soltanto l’interrex ne era esentato. Polibio aggiunge che, se anche uno solo dei tribuni della plebe avesse opposto il proprio veto, il Senato non solo non avrebbe potuto eseguire alcuna delle sue deliberazioni (senatus consulta), ma neppure tenere sedute ufficiali o riunirsi.
I tribuni avevano inoltre il potere di irrogare la pena capitale a chiunque ostacolasse o interferisse con lo svolgimento delle loro mansioni, sentenza di morte che veniva solitamente eseguita mediante lancio dalla Rupe Tarpea. Questi sacri poteri dei tribuni furono a più riprese sanciti e confermati in occasione di solenni riunioni plenarie di tutto il popolo plebeo.

- Quella di tribuno consolare (Tribunus militum consulari potestate) è stata la magistratura suprema della repubblica romana durante alcuni periodi del V e IV secolo a.C. I tribuni militum consulari potestate (tribuni militari con potestà consolare) o più brevemente tribuni consolari, erano eletti con potere consolare durante il cosiddetto "conflitto degli ordini".
Secondo Tito Livio e Dionigi di Alicarnasso la magistratura dei tribuni militum consulari potestate fu creata nel periodo del conflitto degli ordini assieme alla carica di censore allo scopo di permettere ai plebei l'accesso ai più alti incarichi di governo senza per questo dover riformare la carica di console che il patriziato difendeva come riservata al suo ordine. Con l'introduzione della figura del tribuno consolare si oltrepassava il problema formale pur dando alla plebe l'accesso al massimo potere. Nonostante la prima nomina sia avvenuta nel 444 a.C. occorre aspettare il 400 a.C., perché si possa registrare la nomina di un plebeo, Publio Licinio Calvo Esquilino, alla magistratura del tribunato consolare. «..., tuttavia - solo per esercitare il diritto di cui godevano - non si andò più in là dell'elezione a tribuno militare con poteri consolari di un unico plebeo di nome Publio Licinio Calvo. Gli altri eletti erano patrizi e si trattava di Publio Manlio, Lucio Titinio, Publio Melio, Lucio Furio Medullino e Lucio Publilio Volsco. La plebe stessa si stupì di aver ottenuto un tale successo, non meno dell'eletto in persona, uomo privo in precedenza di cariche, semplice senatore anziano e già piuttosto avanti con gli anni. Non si conosce con certezza il motivo per il quale fosse toccato proprio a lui l'onore di godere per primo dell'ebbrezza di quel nuovo incarico.» (Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 12.)
Sembra che la scelta della forma di governo di un dato anno - consoli o tribuni consolari - fosse affidata al popolo al momento delle elezioni e quindi si osservano anni in cui Roma era guidata da consoli e altri in cui la guida era affidata ai tribuni consolari. Molto probabilmente la scelta avveniva scegliendo le "persone" più che i "tipi di carica" in relazione alla capacità dei singoli candidati di attrarre i voti delle tribù. Il numero dei tribuni consolari variò da 3 a 6. Inoltre, poiché venivano considerati anche colleghi dei censori, talvolta si parla di "otto tribuni".
L'elezione dei tribuni consolari ebbe termine quando, nel 367 a.C. con l'approvazione delle leges Liciniae Sextiae, la plebe riuscì ad ottenere l'accesso alla carica di console, accesso che fu poi regolamentato dalla lex Genucia approvata nel 342 a.C.

- Il tribuno militare (Tribunus militum) era un'ufficiale superiore della legione romana in epoca repubblicana e imperiale, nome che deriva dai capi delle antiche tribù dell'epoca regia.
Nella Roma repubblicana, c'erano sei tribuni per ogni legione. L'autorità era data a due di loro e il comando era a rotazione tra tutti e sei. I tribuni erano nominati dal Senato e per avere questo incarico era sufficiente far parte della classe senatoria. Inoltre, all'inizio della guerra degli ordini (V-IV secolo a.C.) si ricorreva a tribunus militum consulari potestate (tribuni militari con poteri consolari), per ovviare alle pressioni della parte plebea che spingeva per l'accesso al consolato (carica accessibile solamente ai patrizi), cosa che alla fine ottenne dopo le leggi Licinie-Sestie.
Invece dei soliti due consoli, si eleggevano tra i quattro e i sei tribuni per quell'anno. Nel 366 a.C. i tribuni Licinio Stolone e Sestio Laterano ottennero l'abolizione dei tribuni dalla massima carica dello Stato a favore del consolato, composto da un console patrizio e uno plebeo. Come nel senato, anche le assemblee del popolo avevano la possibilità di eleggere un tribuno, che prendeva il nome di tribunus militum a populo. Erano eletti dopo i consoli in numero di 24 (dei quali 14 con cinque anni di servizio e 10 con dieci anni di servizio) al tempo delle guerre pirriche.
Sappiamo da Polibio che a questi ufficiali spettava la sorveglianza su ogni attività che si svolgesse all'interno dell'accampamento. Si dividevano tra loro in coppie, che rimanevano in carica, a turno, per due mesi su sei. I due tribuni di turno dovevano provvedere a tutte le necessità che gli si presentavano durante una campagna militare. Sempre secondo lo storico greco, avevano funzioni analoghe i praefecti sociorum degli alleati italici.
Sappiamo inoltre che all'alba, i cavalieri romani e tutti i centurioni si presentavano davanti alle tende dei tribuni, dopo che questi si erano in precedenza recati dal console, ricevendo da quest'ultimo gli ordini per la giornata. A questo punto i tribuni, trasmettevano le disposizioni del loro comandante in capo a cavalieri e centurioni, che a loro volta li comunicavano alle loro truppe. Al fine poi di assicurarsi che la parola d'ordine, durante la notte, venisse trasmessa in modo adeguato all'interno dell'accampamento militare, venivano prima scelti i tesserarii di ciascun manipolo, ai quali il tribuno consegnava, ogni giorno al tramonto, la parola d'ordine, scritta su una tavoletta di legno (tessera). Questa parola d'ordine doveva essere consegnata al comandante del manipolo successivo, il quale, a sua volta, la consegnava a quello del manipolo seguente, fino a che tutti i manipoli ne fossero informati. Gli ultimi a ricevere le tesserae dovevano riportarle ai tribuni, prima che scendesse la notte. Nel caso in cui ne fosse mancata qualcuna, si provvedeva immediatamente ad indagare, ed il responsabile della mancata consegna veniva severamente punito.
Mentre i soldati dovevano obbedire ai tribuni, questi ultimi erano soggetti ai consoli. Il tribuno, e per gli alleati il praefectus sociorum, avevano il potere di infliggere punizioni, di confiscare beni e punire con la fustigazione.
Dopo la riforma mariana dell'esercito romano (I secolo a.C.), che creò i soldati di professione, le legioni furono comandate dal legatus
C'erano sempre sei tribuni per legione: subito sotto il legato c'era il tribuno laticlavio, che era un giovane di estrazione senatoria, e poi, con un rango inferiore, vi erano cinque tribuni angusticlavi, che provenivano dal ceto equestre.

- Il tribuno erario (Tribunus aerarii) era il magistrato che in origine distribuiva la paga ai soldati.

- Il tribuno angusticlavio (Tribunus angustum clavium) era il magistrato con incarichi militari che comandava una coorte, parte del gruppo di comando dei cinque tribuni della legione. Questo ufficiale trae il suo appellativo, angusticlavio, dalla fascia di porpora cucita sulla toga che ne attesta l'appartenenza al gruppo equestre. Spesso chi ricopre questo ruolo è già stato comandante di una cohors ausiliaria di cavalleria prima di passare alla legione di fanti. Secondo alcuni, questo "ufficiale cadetto" è un uomo di rango equestre con esperienza militare, ma che non ha autorità
Ha il diritto di partecipare al consiglio di guerra dello stato maggiore, ma non ha potere in battaglia. La gran parte di loro serve sotto il legatus legionis, mentre pochi altri fortunati (come Agricola) sono selezionati per servire nel seguito di un governatore provinciale. Secondo Tacito non prendono il loro ruolo tanto seriamente quanto opportuno, mettendo in confronto suo suocero Agricola con altri tribuni scrivendo che a differenza di questi non «approfittò della carica di tribuno e della scusante dell'inesperienza per godersi congedi e spassi». 
Secondo altri, il tribuno angusticlavio, a differenza dell'inesperto tribuno laticlavio, che si occupa della gestione amministrativa, ricopre incarichi militari effettivi. In primo luogo durante il combattimento e la marcia guida due coorti per un totale di circa 1000 uomini. Inoltre ispezionano le sentinelle, addestrano le reclute, sono presenti agli addestramenti, partecipano al consiglio di guerra ed al tribunale legionario. Nell'amministrazione, devono stilare le liste dei soldati, conferire permessi e licenze, sorvegliare gli approvvigionamenti e controllare l'ospedale da campo. È sempre in stretto contatto con la truppa della quale conosce sia le caratteristiche sia la potenza militare.
- Il tribunus celerum era il comandante delle tre centurie dei cavalieri Celeres, la guardia del corpo a cavallo di Romolo.

Denario emesso da Gaio Cassio
Longino nel 63 a.C.; un elettore
ad un plebiscito che deposita la
tabella col voto, contrassegnata
da una V che sta per 'Vti rogas',
equivalente ad un 'sì'. Da https:
//commons.wikimedia.org/
wiki/File:Roman_Election.jpg
.

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