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domenica 5 giugno 2022

Il Senato nell'antica Roma

"Cicerone denuncia Catilina" di Cesare Maccari,
affresco del 1880 conservato a Palazzo Madama di
Roma, sede del Senato della Repubblica Italiana.
Da https://it.wikipedia.org/wiki/Cicerone
_denuncia_Catilina
.

Il Senato romano (in latino Senatus) è stata la più autorevole assemblea istituzionale dell'antica Roma, organo rimasto invariato nel corso delle trasformazioni politiche della storia dell'Urbe, il cui significato era assemblea degli anziani (dal latino senex, anziani) e i cui membri erano chiamati patres (col significato di patrizi). L'assemblea fu istituita nel 753 a.C. dal mitico Romolo e sopravvisse anche dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, fino al VII secolo d.C.

L'unico precedente storico di un'assemblea di oligarchi è stato, tra il 1038 a.C. e il 753 a.C., l' Areopago, il governo di Atene affidato a nove arconti, magistrati inizialmente eletti a vita per poi con carica decennale fino al 682 a.C., quando è diventato incarico annuale. I tre arconti più in vista, oltre ai sei tesmoteti, erano: l'arconte eponimo, l'arconte re (capo religioso) e l'arconte polemarco (capo militare); gli altri arconti (i tesmoteti) tramandavano le leggi a voce cercando di conquistare sempre più potere. L'Areopago è una delle colline di Atene situata tra l'agorà e l'acropoli e nel periodo monarchico vi si riuniva il collegio delle supreme magistrature dello Stato (governo dei 9 arconti) presiedute dal re. Secondo le leggi arcaiche dell'arcontato, i membri che ne facevano parte erano eletti a vita, senza possibilità di rinnovo del consiglio. La principale funzione di tale assemblea era quella di occuparsi della custodia delle leggi contro ogni violazione e della giurisdizione sui delitti di sangue. Il suo orientamento era del tutto conservatore e la sua composizione, formata da membri provenienti dall'aristocrazia eletti per anzianità o per principi ereditari, accentuava il suo indirizzo moderato e sanciva il suo ruolo decisivo nella custodia delle leggi, della pubblica moralità e dei culti cittadini. Al re rimaneva da svolgere le funzioni religiose e di presiedere all'areopago, il comando militare passò ad un arconte, mentre gli incarichi civili e giudiziari erano presieduti da un arconte affiancato da tesmoteti.

La leggenda racconta che fu Romolo a decidere che il senato fosse composto da 100 patres (patrizi aristocratici), i capifamiglia delle cento gentes originarie ricordate da Tito Livio. Il numero dei patres andò col tempo aumentando, grazie all'aggiunta di nuovi gruppi. Vennero, infatti, ricevuti all'interno della comunità romana i principes Albanorum o il pater gentis della gens Claudia. I membri del senato risultarono, di conseguenza, costituiti solo dai cosiddetti patricii, ovvero i membri dei gruppi primitivi e di quelli entrati a far parte della comunità romana successivamente per cooptatio (ammissione o adozione all'interno di una comunità).

Il numero dei senatori fu infatti raddoppiato da Tarquinio Prisco, quinto re di Roma, che aggiunse altri 100 senatori, i "conscripti", tutti nominati dal rex. La formula allocutiva "patres (et) conscripti" faceva riferimento alla distinzione, all'interno dell'assemblea senatoria, di due categorie di senatori: i "patres" cioè i patrizi e tutti i loro discendenti, appartenenti al Senato romuleo primitivo, oltre ai "conscripti" aggregati in un secondo tempo da Tarquinio Prisco. In seguito il numero dei senatori fu ampliato a 300 membri da Lucio Giunio Bruto, uno dei due primi consoli della Repubblica di Roma. Il Senato raggiunse i 600 membri con Silla, i 900 membri con Gaio Giulio Cesare e fu in seguito riportato a 600 membri dall'imperatore Augusto.

Età regia - I primi 100 senatori furono così scelti: il primo, colui a cui sarebbe stata affidata la città quando il re fosse andato in guerra, fu scelto da Romolo stesso; 9 furono scelti tra le tre tribù originarie di Roma (tre per ogni tribù) e 90 furono scelti dalle 30 curie di Roma (tre per ogni curia). Secondo la tradizione, il senato era strutturato secondo l'ordinamento tribale tipico delle popolazioni indoeuropee di quel periodo storico. Queste prime comunità spesso includevano nei loro consigli tribali, gli "anziani", uomini di una certa esperienza e saggezza. Le prime famiglie romane erano chiamate gens (erano dei "clan") di cui ciascuna era formata da un'aggregazione di famiglie che facevano capo ad un comune patriarca, chiamato pater (dal latino "padre"), l'indiscusso capo della gens. Quando le gentes originarie si aggregarono in una comunità, i patres furono selezionati tra i capostipiti delle varie famiglie per formare un consiglio federale, che prese poi il nome di Senato. Fu così che i patres capirono che ora era necessario avere un singolo uomo che li guidasse, per cui elessero un re (rex) e lo investirono di poteri sovrani. Quando poi un re moriva, questo potere tornava, almeno in via provvisoria, ai patres, che gestivano così l'interregno, fra un re e quello successivo. Il Senato dell'età regia di Roma ebbe quindi, quattro principali responsabilità:

- almeno con i primi quattro re, il Senato era tenutario del potere esecutivo durante l'interregnum. Il periodo tra la morte del sovrano e l'elezione del re successivo, era chiamato interregnum. Quando il re moriva, un membro del Senato (l'"interrex"') nominava un candidato che potesse succedere al re precedente e il Senato stesso doveva quindi dare la sua approvazione a quella nomina, per poi essere sottoposta all'elezione formale davanti al popolo di Roma e ricevere l'incarico definitivo, ancora una volta, dal Senato stesso che ne ratificava l'elezione. E così mentre il re veniva ufficialmente eletto dal popolo, ciò avveniva di fatto dietro indicazioni del Senato;

- per cui, durante gli anni dei primi re, la più importante funzione del Senato era quella di eleggere il re;

- il Senato aveva il delicato ruolo di consigliare il sovrano nelle proprie decisioni, e mentre il re non era vincolato a un consiglio del Senato, il crescente prestigio del Senato costrinse di fatto i primi quattro re a non trascurare la valenza politica di questo importante organo aristocratico;

- il Senato fungeva inoltre da organo legislativo insieme al popolo di Roma. Tecnicamente, solo il re poteva creare nuove leggi, sebbene fosse buona abitudine coinvolgere sia il Senato che il popolo attraverso i comitia curiata.

Il termine curia ai primordi della monarchia romana era una suddivisione della sua popolazione (vale a dire le tribù che ne componevano la società, i cui rappresentanti erano i tribuni), e che fu in seguito utilizzata per significare il luogo dove le tribù si radunavano per discutere degli affari dello stato. In origine curia significava "adunanza di uomini" (dal latino co-viria). Le curie, fondate da Romolo, inizialmente erano trenta, dieci per ognuna delle tre tribù dei Tities, Ramnes e Luceres. Ecco come la descrive Dionigi di Alicarnasso: «Romolo divise ciascuno dei tre gruppi in altri dieci, ed assegnò ciascuna all'uomo più coraggioso affinché ne fosse il capo di queste ripartizioni. La divisione più ampia la chiamò tribù e la più piccola curia, che sono ancora così chiamate anche ai nostri giorni. Questi nomi possono essere tradotti in greco come segue: la tribù con phylê e trittys, la curia come phratra e lochos; i comandanti delle tribù, che i Romani chiamano tribuni, con il termine phylarchoi e trittyarchoi; i comandanti delle curiae, che essi chiamano curiones, con il termine phratriarchoi e lochagoi. Le curiae furono inoltre suddivise in altre dieci parti, ciascuna comandata da un proprio comandante, chiamato decurio nella lingua dei nativi. Essendo il popolo così diviso e assegnato a tribù e curiae, egli divise anche il territorio in trenta parti uguali ed assegnò ciascuna ad una curia, avendo per prima cosa ritagliata una parte che fosse sufficiente per supportare templi, santuari e pure riservando alcune parti di territorio ad uso pubblico. Questa fu la divisione operata da Romolo, sia riguardante gli uomini sia la terra, che condusse ad una maggiore uguaglianza per tutti ed allo stesso modo.»(Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, II, 7.2-4.) 

La divisione era risalente alle origini della città, forse ad istituti addirittura anteriori alla sua fondazione, radicati quindi nell'area latina preistorica. Secondo alcuni studiosi la curia aveva una natura etnica, organizzata sulla base delle primitive famiglie romane, o più specificatamente sulla base delle trenta gentes originarie patrizie (aristocratiche). A capo di ciascuna curia vi era un curione, mentre l'insieme delle curiae era sottoposta al comando di un curio maximus. Romolo assegnò ad ogni Curia la cura degli dei e geni che gli erano propri secondo tradizione; ciascuna Curia poi, aveva le proprie feste, dei propri sacerdoti che soprintendevano ai sacrifici. Dionigi di Alicarnasso cita i Curioni tra gli otto ordini religiosi della città, cui erano appunto affidati i sacrifici comuni delle Curie. Le curie si riunivano in assemblea (comizi curiati), nella quale venivano prese, a maggioranza, le più importanti decisioni riguardanti la vita dei cittadini. In particolare durante il periodo dei primi re latino-sabini, l'organismo politico-amministrativo delle curiae venne adottato per facilitare le operazioni di leva militare, dove ciascuna forniva cento soldati e dieci cavalieri, per un totale di 3.000 fanti e 300 cavalieri. L'ordinamento curiato perdette questa funzione militare quando Servio Tullio introdusse l'ordinamento centuriato: da allora conservò solo compiti politici e religiosi ma perdette importanza, anche se, quando si trattò di decidere se restituire i beni sottratti alla famiglia dei Tarquini, cacciati da Roma in seguito alla caduta della monarchia, i consoli Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino lasciarono che la decisione fosse presa dalle curie riunite.

Foro romano con al centro l'Arco di Settimio Severo
e a destra la Curia Iulia, dove si riuniva il Senato
dalla fine della Repubblica..
Per estensione il termine indicò anche l'edificio o i luoghi di riunione in cui le curiae si riunivano (curia Hostilia o la curia Saliorum) e, più tardi, dove il senato si riuniva per discutere le leggi e prendere decisioni circa gli affari della repubblica. L'edificio originale della curia venne costruito, secondo la leggenda, dal re Tullo Ostilio nel Foro Romano, ai piedi del Campidoglio, la cosiddetta Curia Hostilia. In epoca repubblicana, secondo quanto alcuni storici moderni sostengono, la Curia Hostilia costituì la principale assemblea durante i primi due decenni del periodo repubblicano di Roma antica. Quando si trattò di decidere se restituire i beni sottratti alla famiglia dei Tarquini, cacciati da Roma in seguito alla caduta della monarchia, i consoli Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino lasciarono che la decisione fosse presa dalle curie riunite. L'edificio venne in seguito distrutto da un incendio nel 52 a.C., durante il funerale di Publio Clodio Pulcro e poco più tardi al suo posto venne costruita una struttura più imponente, la Curia Iulia, voluta da Giulio Cesare in una posizione più centrale rispetto alla piazza del Foro. 

Da http://storieromane.altervista.org/biografie/eta-regia-753-509-a-c/tarquinio-il-superbo/: Lucio Tarquinio, noto come Tarquinio il Superbo, in tono dispregiativo dai romani, è stato il settimo (secondo la tradizione) e certamente ultimo re di Roma. Era figlio di Tarquinio Prisco, e vendicò la morte del padre uccidendo Servio Tullio con la complicità di sua figlia, Tullia Minore, al di fuori della curia. Tarquinio sposò prima Tullia Maggiore, la figlia maggiore di Servio, e poi la sorella minore, Tullia Minore. Con l’aiuto di questa uccise il padre di lei. Un giorno Tarquinio si sarebbe presentato in senato occupando lo scranno reale, rivendicandolo in quanto figlio di Tarquinio Prisco. Servio si sarebbe precipitato in senato, dove i due litigarono violentemente, con i senatori stessi divisi per una fazione o l’altra. Alla fine Tarquinio lo spintonò facendolo volare giù per le scale della curia. Allora la moglie Tullia uccise il padre travolgendolo con un carro. Tarquinio, divenuto re, venne soprannominato subito dai romani “Superbo” in quanto negò la sepoltura a Servio Tullio. L’ultimo re prese il comando con la forza, senza l’approvazione del popolo e del Senato romani. Governò, a differenza del predecessore, in modo sempre più dispotico. Diversamente dal giudizio sulla persona e su come governava, i romani riconoscevano in Tarquinio un grande leader militare: ampliò di molto il territorio di Roma, conquistando molte città: Pometia, Ardea, Ocricoli, Gabii. Inizio tuttavia una secolare guerra tra romani e volsci quando si spinse nell’entroterra del lazio. Inoltre Tarquinio portò a termine, a quanto sembra, la costruzione della Cloaca Maxima e il tempio di Giove Ottimo Massimo, grazie al bottino conquistato nelle sue numerose guerre. Tuttavia il regno, dispotico, non poteva durare a lungo nonostante l’innegabile abilità guerriera. Dopo una visione, un serpente che sbucava da una colonna di legno, il re inviò, preoccupato, una delegazione a Delo per consultare l’oracolo. Della spedizione fece parte Lucio Giunio Bruto che comprese che sarebbe stato lui a governare Roma dopo Tarquinio.  Tarquinio Collatino, pronipote di Tarquinio il Superbo, era sposato con Lucrezia. Di lei si era invaghito Tarquinio Sestio, figlio del Superbo, che abbandonò l’assedio di Ardea per tornare a Roma e violentare Lucrezia. Lei si suicidò il giorno dopo, poco dopo aver raggiunto il marito ad Ardea. Sconvolti, Lucio Giunio Bruto e Tarquinio Collatino decisero di vendicare la moglie di quest’ultimo e non avere pace finchè i Tarquini non sarebbero stati cacciati dalla città. I due portarono a Roma il cadavere di Lucrezia, pronunciando un appassionato elogio funebre nel foro, tanto da far sì che il popolo si rivoltasse contro il re e lo deponesse, confiscando tutti i suoi beni e affidando al solo popolo e senato il potere: SPQR, Senatus PopolusQue Romanus. Era così nata la repubblica: nel 509 a.C. i primi due consoli furono Lucio Giunio Bruto e Tarquinio Collatino. Il potere regale venne diviso e divenne collegiale e limitato ad un anno. Non era prevista la reiterazione della carica se non ogni dieci anni. In tale modo i consoli, con la collaborazione del senato (più per prestigio che per poteri effettivi – poteri poi ottenuti mano mano nel corso del tempo) e le decisioni del popolo attraverso i comizi (con cui eleggevano anche i magistrati), avevano creato quello che Polibio chiamerà sistema misto. I consoli mantenevano il potere regale, ma in modo collegiale e annuale; il popolo quello che gli ateniesi avrebbero chiamato “democratico“, mentre il senato quello che i greci avrebbero definito “oligarchico“. In tutto e per tutto Polibio prefigurava la divisione dei poteri di Montesquieu tra esecutivo, legislativo e giudiziario, sebbene ovviamente in un’epoca diversa e in una situazione differente. Sestio Tarquinio fu assassinato a Gabii; il padre, non datosi per vinto tentò con l’aiuto del re di Clusium, Porsenna, di riprendersi il trono, ma senza successo. Aizzò anche i latini contro i romani, che sconfissero la lega latina nel 496 a.C. presso il lago Regillo: Roma era diventata quindi la città che dominava i popoli latini. La civitas latina fu seconda solo a quella romana nei secoli successivi. Al di là della storia, vera o leggendaria della cacciata di Tarquinio il Superbo, sul finire del V secolo a.C. il potere etrusco e latino nel lazio andava perdendo presa a favore della città di Roma: non è da escludere che il Senato avesse complottato per cacciare gli ultimi re etruschi e prendere direttamente il potere. Nel 495 a.C. a Cuma si spense Tarquinio il Superbo, dove si trovava in esilio. La notizia fu accolta con giubilo a Roma: sconfitti i latini, piegati al rango di socii per sempre e morto l’ultimo re, la res publica cominciava a prendere forma. I romani resteranno sempre terrorizzati dall’idea che qualcun altro si facesse re. Fu proprio questa la causa per cui Bruto e Cassio assassinarono Cesare: oltre ai poteri speciali e la dittatura a vita offertagli dal senato, un mese prima delle idi del 44 a.C., Marco Antonio gli aveva offerto una corona durante la festa dei Lupercali, che Cesare aveva sdegnosamente rifiutando (offrendo la corona a Giove Ottimo Massimo, per lui unico re di Roma), ma che da molti senatori era stato interpretato come un segnale che il dittatore si apprestava, non pago dei suoi poteri, a farsi proclamare rex. Non a caso Ottaviano abolirà la dittatura e prenderà il potere in modo molto più subdolo: facendosi attribuire una serie di poteri che messi insieme gli davano il comando supremo, e usando due termini, imperator e princeps, che per i romani erano decisamente più tollerabili: già Scipione l’Africano era stato acclamato imperator dai suoi soldati durante la seconda guerra punica.

Età repubblicana - L'ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo, pur avendo ottenuto il rinnovo del trattato di pace con gli Etruschi, alla fine è rovesciato, nel contesto di una più ampia esautorazione del potere etrusco nell'area dell'antico Latium vetus, e a Roma, i cui possedimenti non si estendevano oltre le 15 miglia dalla città, i patrizi del Senato prendono il potere. Al di là della storia, vera o leggendaria della cacciata di Tarquinio il Superbo, sul finire del V secolo a.C. il potere etrusco e latino nel Lazio andava perdendo presa a favore della città di Roma e non è da escludere che il Senato abbia  complottato per cacciare gli ultimi re etruschi e prendere direttamente il potere.

Molte emanazioni degli ordinamenti dell'epoca monarchica erano firmati "Populus Romanus Quirites", intendendo per Populus il potenziale militare (nel latino arcaico il verbo "populare" significava "devastare") che ai quei tempi era stimato in 3.000 fanti e 300 cavalieri, e per Quirites, l'insieme del corpo civico, le individualità componenti la massa dei cittadini Romani, protetti da Quirino, il dio romano delle curie passato poi alla protezione delle pacifiche attività degli uomini liberi. Quiriti era il termine endoetnonimo che i Romani utilizzavano per designare se stessi, nella loro qualità di cittadini  dell'Urbe. Assieme a Marte e Giove, Quirino, identificato poi con Romolo, primo re di Roma, faceva parte della cosiddetta "Triade arcaica" che in seguito, su influsso della cultura etrusca, sarà invece costituita da Giove, Giunone e Minerva. Quirino e Giano saranno gli unici dèi romani  a non essere assimilati  a divinità ellenistiche.  La festività tradizionale di Quirino, denominata Quirinalia, cadeva il 17 febbraio ed era celebrata dal flamen quirinalis, il terzo dei flamini maggiori. Il più antico santuario di Quirino è la rupe più alta del colle Quirinale; in seguito gli fu costruito un tempio presso la porta Quirinale e poi un altro nel 293 a.C., dedicato da Lucio Papirio Cursore, nel quale era conservato il trattato fra Roma e Gabii, scritto su una pelle di bue che copriva uno scudo. Gabi era una città del Latium vetus posta al XII miglio della via Prenestina, che collegava Roma a Præneste e che secondo Dionigi di Alicarnasso faceva parte della Lega Latina. Oggi è un sito archeologico nella città metropolitana di Roma Capitale. Le sue cave fornivano un'eccellente pietra da costruzione.

Il logo della Repubblica di Roma,
Senatus Popolus Quirites
Romani.
Nel 509 a.C., quando  a Roma viene cacciato l'etrusco Tarquinio il Superbo, ultimo re di Roma, viene proclamata la Repubblica che adotta come epigrafe S.P.Q.R. e mentre generalmente si dice che intesse Senatus PopolusQue Romanus, secondo me invece non  intendeva altro che l'anteporre il Senatus a "Populus Romanus Quirites", come erano firmate molte delle  emanazioni degli ordinamenti nell'epoca monarchica, dove si intendeva per Populus  il potenziale militare (nel latino arcaico il verbo "populare" significava "devastare") che ai quei tempi era stimato in 3.000 fanti e 300 cavalieri, e per Quirites, l'insieme del corpo civico, le individualità componenti la massa dei cittadini Romani, che esprimevano la loro cittadinanza nelle assemblee (i comizi) a cui partecipavano. 

Il racconto tradizionale, la cui fonte primaria si trova nell'opera "Ab Urbe condita libri" di Tito Livio, narra che i patrizi, che nel Senato possedevano il loro organo di governo, una volta preso il potere esecutivo detronizzando Tarquinio il Superbo e abbandonando definitivamente la monarchia nel 509 a.C., si arrogarono il potere di limitare ai soli componenti del loro ordine (la classe sociale) il governo della città, nominando ogni anno due consoli che condividessero il potere esecutivo. La plebe rimaneva quindi "classe inferiore", componente solo della massa cittadina, rilevante solamente per l'economia e per il servizio militare, mentre ai patrizi erano riservate tutte le magistrature, l'accesso esclusivo ai collegi sacerdotali e al Senato. I patrizi inoltre, finirono per abusare della loro posizione dominante,  utilizzando ad esempio l'istituto del nexum, per portare i debitori alla schiavitù, favorendo il loro ceto nelle cause contro i plebei e annullando le decisioni dei comizi centuriati.

Il Nexum era una forma di garanzia, forse la più solenne che fosse prevista nell'ordinamento legale di Roma, codificato in forma scritta nelle Leggi delle XII tavole: « Quando taluno fa un nexum o una mancipatio, come solennemente pronuncia, così sarà il suo diritto (cioè il tenore e la portata del diritto dipenderanno esattamente dalle parole proferite). » (Leggi delle XII tavole - TABVLA VI sulla Proprietà).
La sua solennità probabilmente derivava dal fatto che le garanzie sottintese al nexum erano della massima delicatezza per chi vi si sottoponeva. Con l'accettazione del nexum il debitore forniva come garanzia di un prestito l'asservimento di se stesso, o di un membro della sua famiglia su cui avesse la potestà (un figlio ad esempio), in favore del creditore fino all'estinzione del debito. Il "nexum" trovò spesso applicazione anche come "negotium imaginarium": in questo caso il "nexus" chiedeva al creditore di un proprio debito rimasto insoluto di accettare la propria persona in qualità di "nexus"; questo accadeva perché nel sistema processuale romano arcaico il soggetto insolvente "iudicatus" era suscettibile di "addictio" definitiva al creditore, il quale poteva ridurlo in schiavitù od ucciderlo. L'estinzione del debito poteva avvenire con il pagamento in contanti, in beni oppure con servizi prestati per un determinato tempo che, naturalmente veniva fissato in relazione al debito. In genere, d'altronde, il nexum portava alla schiavitù perpetua di chi vi era sottoposto per le ovvie implicazioni dell'operatività di chi era asservito. Non potendo gestire la propria vita in modo da allargare i guadagni diventava sempre più difficile all'asservito poter raccogliere le somme necessarie a pagare il riscatto. Probabilmente per la rarità dell'evento, la manomissione del soggetto avveniva in forma solenne e celebrata davanti alle magistrature della città. Si parlava, in questo caso di solutio per aes et libram.
Con il termine manomissione (manumissio) si indica in diritto romano l'atto con cui il proprietario libera un servo dalla schiavitù. All'interno della disciplina giuridica romana classica erano conosciute tre forme di manomissione: la manumissio vindicta, la manumissio testamento e la manumissio censu. Queste tre manumissiones si caratterizzano poiché, oltre alla libertà, consentono al servo di acquistare simultaneamente anche la cittadinanza romana, e sono dette manomissioni civili.
Nel 352 l'azione dei mensari nominati dai consoli Publio Valerio Publicola e Gaio Marcio Rutilo, limitò l'azione del nexum il cui istituto pare sia stato abolito nel 312 a.C. dopo che già dal 342 a.C. Appio Claudio Cieco aveva posto mano ad una prima riforma per favorire il reclutamento di truppe durante le Guerre sannitiche.
mensari erano stati un gruppo di cinque aristocratici cittadini che nella Roma del IV secolo a.C. si adoperarono per aiutare i cittadini plebei che, a causa di difficoltà economiche dovute al protrarsi delle guerre, rischiavano di cadere sotto le prescrizioni del nexum, la schiavitù per debiti.

I comizi centuriati (Comitia Centuriata) furono una delle assemblee popolari della Res Publica Romana, senza dubbio la più importante dal punto di vista delle competenze riservatele; vi si raccoglievano tutti i cittadini romani, patrizi o plebei che fossero, per esercitare i loro diritti politici e contribuire a determinare la vita dello Stato. I Comizi Centuriati eleggevano i consoli e tutti i magistrati curuli, i capi militari e i censori; votavano le leggi importanti, come quelle costituzionali e dichiaravano la guerra. I voti espressi avevano un peso proporzionale al censo del votante, ed era quindi preponderante il peso dei patrizi

È opinione ormai indiscussa che, identificandosi i patrizi con la cavalleria, tutte le classi di pedites fossero plebee. Il censo necessario per l'appartenenza a ciascuna classe viene riferito dagli antichi in danaro (100.000 assi per la 1ª classe, 75.000 per la 2ª, 50.000 per la 3ª, 25.000 per la 4ª, 12.000 o 11.000 per la 5ª), ma è probabile che questo criterio sia stato introdotto da Appio Claudio Cieco (nel 310 a. C.), mentre in precedenza erano censiti nelle cinque classi solamente gli adsidui, cioè i proprietari di fondi iscritti come tali nelle tribù.

Non si sa con esattezza quando fu stabilito che occorressero 20 iugeri (lo iugum nell'antica Roma era l'unità di misura di superficie equivalente a 0,252 ha e indicava il terreno arabile in una giornata da una coppia di buoi attaccati allo stesso giogo) per l'appartenenza alla I classe; 15 alla II, 10 alla III, 5 alla IV, 2 alla V. La valutazione in moneta dava 120.000 o 125.000 assi per la I classe, 75.000 per la II, 50.000 per la III, 25.000 per la IV, 12.500 o 11.000 per la V. 

Quali fossero le estensioni territoriali minime per ciascuna classe, non sappiamo, ma l'affollamento della prima classe sembra dimostrare che vi partecipassero tutti i proprietari che conservassero intera l'unità fondiaria (7 iugeri? Lo iugum nell'antica Roma era l'unità di misura di superficie equivalente a 0,252 ha e indicava il terreno arabile in una giornata da una coppia di buoi attaccati allo stesso giogo), e che alle classi inferiori fossero iscritti quelli che per ragioni ereditarie o di altro ordine possedessero di quella unità rispettivamente i tre quarti, la metà, un quarto, o una frazione minore.


Secondo la tradizione a opera del re Servio Tullio, l'ordinamento dell'esercito fu riportato in un'assemblea popolare con funzioni elettorali e legislative, che si riuniva, come l'esercito, nel campo Marzio, all'esterno delle mura cittadine e fu detta comizio centuriato. Del comizio fecero parte tutti i cittadini atti alle armi, cioè i maschi dai 17 ai 60 anni: ma, risultando la deliberazione dell'assemblea non dalla maggioranza dei voti individuali bensì da quella dei voti delle centurie, il vario numero degl'iscritti nelle centurie dei diversi gruppi permise di graduare il peso politico dei voti, in modo che i più abbienti prevalessero sui meno abbientì e i seniores (dai 46 ai 60 anni) sugli iuniores (dai 17 ai 45).

Infatti le centurie non erano chiamate a votare contemporaneamente, né era necessario che votassero tutte. Per prime erano chiamate le sex suffragia della cavalleria di ordine pubblico, poi il resto dei cavalieri e la prima classe; le classi successive venivano chiamata soltanto se non si fosse raggiunta la maggioranza nell'esito della votazione. Quindi, quando lo scrutinio delle centurie del primo bando annoverava 97 voti in un senso, il comizio si scioglieva ed era comunque molto raro che le operazioni procedessero fino alla quinta classe.

Le centurie dei cavalieri e quelle della I classe ammontavano in totale a 98 e disponevano quindi della maggioranza; ciò spiega quindi come, nell'attività elettiva e legislativa dell'assemblea centuriata, prevalessero gli interessi dei ceti economicamente più elevati.  

Il censo (lat. census) era un elenco dei cittadini e dei loro beni nella Roma antica. Il compito di stilare l'elenco era affidato ai censori. Col passare del tempo il termine venne inteso solamente come elenco dei beni posseduti, infatti dalla fine del XVIII secolo venne istituito il voto censitario, ovvero il diritto politico riconosciuto in base al proprio censo, ossia in base alla ricchezza posseduta. Secondo la tradizione, fu Servio Tullio a compiere una prima riforma timocratica dei cittadini romani, che li suddivise per patrimonio, dignità, età, mestiere, funzione, inserendo tali dati in pubblici registri. Tale riforma era fondamentale ai fini di stabilire quali cittadini dovessero prestare il servizio militare (obbligati ad armarsi a proprie spese e perciò chiamati adsidui), suddividendoli in cinque classi (sei se consideriamo anche quella dei proletarii) sulla base del censo, a loro volta ordinati in ulteriori quattro categorie: i seniores (maggiori di 46 anni, gli anziani) e gli iuniores (tra 17 e 46 anni, i giovani), ovvero coloro che rientravano nelle liste degli abili a combattere; i pueri (di età inferiore ai 17 anni: i fanciulli) e gli infantes (di età inferiore agli 8 anni: i bambini) non ancora in età per prestare il servizio militare. In questo nuovo sistema la prima classe, la più facoltosa, poteva permettersi l'equipaggiamento completo da legionario, mentre quelle inferiori avevano armamenti via via più leggeri; le prime tre classi costituivano la fanteria pesante e le ultime due quella leggera.

La stratificazione sociale definita dal censimento si rifletteva di conseguenza anche sull'organizzazione militare come segue:

I più ricchi erano gli "equites", i cavalieri, che potevano possedere e mantenere un cavallo, e disporre di protezioni oltre alle armi offensive (elmi e corazze), anche se la cavalleria romana si basava sulla mobilità e aveva quindi solo compiti di avanguardia ed esplorazione, di ricognizione, scorta ed eventuale inseguimento al termine della battaglia; all'epoca fra l'altro non si usavano selle e staffe. Durante la seconda guerra punica però, la grande capacità tattica di Annibale aveva messo in crisi l'esercito romano. Le sue manovre imprevedibili, repentine, affidate soprattutto alle ali di cavalleria cartaginese e numidica, avevano distrutto numerosi eserciti romani anche se superiori di numero, come era avvenuto soprattutto nella battaglia di Canne, dove perirono 50.000 Romani. Questo portò ad una rielaborazione della tattica legionaria con un maggiore impiego di contingenti di cavalleria di regni alleati, come avvenne con Scipione Africano nella battaglia di Zama del 202 a.C., dove l'esercito romano (unitamente a 4.000 cavalieri alleati  numidi, comandati da Massinissa) riuscì a battere in modo definitivo le forze cartaginesi di Annibale.

Asse dell'antica Roma repubblicana, caratterizzato
dalla testa di Giano al diritto e da una prua di una
galea al rovescio, da https://it.wikipedia.org/wiki
/Asse_(moneta)#/media/File:Eckhel_i_3.jpg
.

1) La prima classe dei "pedites", i fanti, era formata da 80 centurie di fanteria, che potessero disporre di un reddito di più di 100.000 assi. Era la classe maggioritaria che costituiva il cuore della falange oplitica dello schieramento romano regio, la prima linea. L'asse romano (in latino as, gen. assis) era una moneta di bronzo (in seguito di rame) in uso durante la Repubblica e l'Impero Romano, introdotta durante il IV secolo a.C. in forma di una grande moneta fusa di bronzo. La parola as indica un'unità di misura di peso e in origine la moneta era bronzo fuso e prodotto su uno standard librale, cioè pesava una libra (circa 327 g). Durante la Repubblica di norma l'asse era caratterizzato dalla testa di Giano al diritto e da una prua di una galea al rovescio. Un sesterzio equivaleva a quattro assi e nel I secolo d.C. con un asse si potevano acquistare 542 grammi di grano, due chili di lupini, un quarto di vino comune, mezzo chilo di pane, o entrare alle terme; quindi un asse poteva valere all'incirca 0,5 € e un sesterzio circa 2 €.

La falange greca, formazione serrata con cui
combattevano gli Opliti dell'antica Grecia.
2) La seconda classe dei pedites era formata da 20 centurie e i loro componenti disponevano di un reddito tra i 100.000 ed i 75.000 assi. Costituiva la seconda linea.

3) La terza classe dei pedites era costituita da altre 20 centurie di fanteria leggera e il reddito pro-capite era tra i 75.000 ed i 50.000 assi.

4) La quarta classe dei pedites era composta da ulteriori 20 centurie di fanteria leggera con un reddito tra i 50.000 ed i 25.000 assi.

5) La quinta classe dei pedites era formata da 30 centurie di fanteria leggera con un reddito di appena 25.000-11.000 assi a persona.

Chi era sotto la soglia degli 11.000 assi era organizzato in una sola centuria, dispensata dall'assolvere agli obblighi militari (i cui membri erano chiamati proletarii o capite censi), tranne quando vi fossero particolari pericoli per la città di Roma e, a partire dalle guerre puniche, venne impiegata nel servizio navale

Consoli della Repubblica
di Roma.
consoli duravano ordinariamente in carica un anno ed erano eletti dall'assemblea cittadina più importante, fosse questa il parlamento generale di tutto il popolo o il consiglio maggiore, ma di norma i consoli venivano eletti dal popolo riunito nei comizi centuriati. Durante i periodi di guerra, il criterio primario di scelta del console era l'abilità militare e la reputazione, ma in tutti i casi la selezione era connotata politicamente. Inizialmente solo i patrizi potevano divenire consoli. Con le cosiddette Leges Liciniae Sextiae (nel 367 a.C.), i plebei ottennero il diritto a eleggerne uno; il primo console plebeo fu Lucio Sestio, nel 366 a.C.

Essendo l'esercito romano composto per lo più da cittadini agricoltori, le continue guerre di Roma con i popoli vicini rendevano spesso impossibile alle famiglie della classe plebea, che si sostenevano con il diretto lavoro dei campi svolto dal capofamiglia e dai figli maschi, pagare i debiti che contraevano per sopravvivere durante la loro assenza. La conseguente e fiscale applicazione del nexus permetteva perciò al patriziato di impadronirsi delle terre e perfino delle vite degli sfortunati agricoltori-combattenti e dei loro famigliari.
Le leggi, fino al 450 a.C. circa (promulgazione delle Leggi delle XII tavole da parte dei Decemviri), erano tramandate per tradizione orale da un pater familias al successore e solo i patrizi avevano accesso a questa conoscenza. L'ovvia conseguenza era che le interpretazioni delle leggi, e perfino la decisione di quale fosse il giorno giusto per il dibattimento di una causa, restavano in mano ai patrizi attraverso i collegi degli auguri che decretavano i "giorni fausti" e i "giorni infausti".
D'altra parte anche le leggi delle XII tavole non portarono che miglioramenti limitati. La fissazione su bronzo e l'apposizione del testo nel Foro romano, richiedevano anche la definizione di altre decisioni accessorie. Anche i giorni infausti, dovettero essere ben definiti, poiché in quei giorni era chiusa ogni attività forense. Queste leggi, inoltre, rimanevano molto discriminatorie nei confronti della plebe. Basti citare la legge che vietava il matrimonio fra componenti dei due ordini e che fu abrogata dopo pochi anni con l'approvazione - fra immani contrasti - della Lex Canuleia nel 445 a.C. 
In questa situazione di oppressione, grazie al Conflitto degli ordini, con varie secessioni della plebe, i plebei  riuscirono ad ottenere l'istituzione dei tribuni (rappresentanti delle tribù) della plebe, la cui autorità per proteggerli dagli eccessi dei patrizi fu da questi accettata. Queste prime forme di emancipazione furono ottenute grazie alle secessioni, cioè la decisione di uscire in massa dalla città e di non rientrarvi fino alla soddisfazione delle richieste, con la chiusura di botteghe e attività artigianali e soprattutto rendendo impossibile la chiamata della leva militare contro i confinanti ed eventuali nemici, convincendo  infine Senato e patrizi  a condividere il loro potere quasi assoluto. Anche dopo avere ottenuto l'istituzione dei tribuni della plebe, i  contrasti continuarono per anni, fino a quando nel 367 a.C. i tribuni della plebe Gaio Licinio Stolone e Lucio Sestio riuscirono a far promulgare le leges Liciniae Sextiae, con cui si stabiliva che uno dei due consoli dovesse sempre essere eletto fra i componenti dell'ordine plebeo. Non molto tempo dopo, come conseguenza, ai plebei fu aperto l'accesso ad altre magistrature, come quelle di dittatorecensore e pretore

La prima Secessio plebis o Secessione della Plebe, avvenne nel 494 a.C. e l'ultima nel 287 a.C. Sul numero esatto di secessioni non vi è accordo unanime fra gli storici. Quelle certe sono tre, ma secondo alcuni ve ne furono di più. Ad esempio secondo Floro le secessioni furono quattro (494-493; 451-449; 445; 376-371). La distruzione dell'archivio di stato avvenuta in occasione del sacco di Roma del 390 a.C. ha sicuramente contribuito ad alimentare gli eventi avvenuti prima di quella data, con un misto fra fatti reali e tradizioni popolari.

Con l'instaurazione della Repubblica nel 509 a.C., il Senato romano divenne comunque un organo di governo fondamentale. Secondo quanto narrava Livio, uno dei primi provvedimenti del primo console romano, Lucio Giunio Bruto, fu quello di rinforzare il senato ridotto ai minimi termini dalle continue esecuzioni dell'ultimo re, portandone il totale a trecento, nominando quali nuovi senatori i personaggi più in vista anche dell'ordine equestre. Da qui l'uso di convocare per le sedute del senato i padri (patres) e i coscritti (quest'ultimi eletti). Il provvedimento aiutò notevolmente l'armonia cittadina e il riavvicinamento della plebe alla classe senatoriale.

Per entrare a far parte del Senato occorreva aver esercitato una magistratura: dapprima vi furono ammessi soltanto coloro che erano stati censori, consoli o pretori. In seguito l'accesso al senato veniva regolato dai consoli; con la lex Ovinia de senatus lectione del 319 a.C. circa tale compito, chiamato lectio senatus, venne garantito ai censori e, secondo Mommsen, sempre con tale legge veniva garantito il seggio al senato per tutti coloro che erano stati edili. Ogni cinque anni i censori redigevano la lista ufficiale dei senatori, integrando i posti vacanti e, in rari casi, procedendo all'espulsione degli indegni. In seguito alla terribile disfatta di Canne, dove perirono novanta ufficiali tra consolari, pretori e senatori, appartenenti alle grandi famiglie di Roma e delle città alleate, l'organico del Senato venne completato con 177/197 uomini presi in parte anche dall'ordine equestre. Con le riforme sillane l'accesso al senato veniva automaticamente garantito con l'elezione a questore.

Il Senato romano si poteva riunire solo in luoghi consacrati, solitamente nelle Curie, mentre le cerimonie per il nuovo anno avvenivano nel tempio di Giove Ottimo Massimo e gli incontri di argomento bellico avvenivano nel tempio di Bellona.

Al Senato venne conferito formalmente il solo potere consultivo, ovvero il diritto di essere consultato prima di far passare una legge. Nonostante questo ruolo formale, il ruolo sostanzialmente esercitato era quello dell'assemblea del ceto dominante in una repubblica oligarchica, simboleggiato dal potere esercitato mediante il Senatus consultum ultimum. Le principali funzioni del Senato erano esercitate nei seguenti ambiti:

- sacrale-religioso: sorvegliava sui culti religiosi, controllava i collegi sacerdotali e fondava i templi;

- militare: controllava l'imperium militiae, autorizzava la leva (delectus) e sorvegliava e coordinava le operazioni belliche in quanto le legioni dovevano essere costantemente rifornite di grano, paghe e  abbigliamento, poiché nel caso che il Senato avesse avuto un comportamento negligente o ostruzionistico, le iniziative dei comandanti sarebbero state destinate al fallimento. Il Senato prorogava inoltre ai comandanti (i consoli), quando fosse trascorso il normale anno di carica previsto per il consolato, la carica la prorogatio imperii oppure ne inviava un altro. Il Senato assegnava poi il trionfo o l'ovazione ai comandanti vittoriosi;

- politica estera: il Senato siglava accordi di pace e trattati, dichiarava le guerre e riceveva eventuali sottomissioni di popoli stranieri; inviava inoltre "legati" (ambasciatori), per risolvere controversie o dare suggerimenti, oppure imponeva degli ordini;

- il Senato deliberava inoltre la fondazione (deductio) di colonie;

- costituzionale: il Senato controllava l'operato dei magistrati;

- legislativo: il Senato discuteva e approvava i progetti di legge da sottoporre ai comizi e promulgava inoltre i senato consulti;

- giurisdizionale: il Senato decideva su quei reati commessi in Italia che necessitavano di una inchiesta da parte della Res publica, come ad esempio i tradimenti, le cospirazioni, gli avvelenamenti e gli assassinii e quando qualche privato o qualche città in Italia, avesse avuto bisogno di una mediazione di pace o richiedesse un intervento contro i danni subiti, oppure di fronte a una domanda d'aiuto o protezione. I giudici della maggior parte dei processi civili, pubblici o privati, che riguardassero casi di particolare gravità, erano nominati tra i membri del Senato;

- politica finanziaria: il Senato controllava l'aerarium, poiché possedeva piena competenza su tutte le entrate e le uscite. I questori non potevano infatti effettuare alcuna spesa pubblica se prima non avessero ottenuto un decreto del Senato, con l'eccezione di quelle richieste dai consoli. Il Senato esercitava poi il controllo e dava il benestare sul capitolo di spesa più importante, vale a dire quello che i censori stabilivano ogni cinque anni per la riparazione e la costruzione di edifici pubblici.

Il Senato era di norma convocato e presieduto da un magistrato fornito di tale diritto, lo ius agendi cum patribus: si trattava del console o del pretore. Nella deliberazione dei comizi il magistrato doveva portare alla cittadinanza la proposta relativa (ferre ad populum) e, se la cittadinanza acconsentiva, doveva riportare la deliberazione al Senato (referre ad senatum) e chiederne la ratifica. L'auctoritas del Senato si configurava giuridicamente nel senatoconsulto: era un parere dato dal più importante collegio governativo al potere esecutivo, dietro richiesta di quest'ultimo. La votazione per giungere al senatoconsulto avveniva in quattro fasi:

- formulazione della questione da parte del presidente,

- chiamata di ogni senatore perché esprimesse la propria opinione,

- formulazione speciale della questione da parte del presidente in base alle opinioni udite e infine

- votazione sulla questione.

La votazione avveniva per discessionem: i votanti si separavano, da una parte andavano i favorevoli e dall'altra i contrari alla proposta da votare, per cui si parlava di pedibus in sententiam ire. La patrum auctoritas era dunque la ratifica delle deliberazioni comiziali da parte del Senato e contro di essa non era ammesso il veto dei tribuni della plebe. In seguito al decadere della supremazia dei patrizi, la lex Publilia Philonis del 339 a.C. trasformò l'auctoritas in un parere preventivo non vincolante per le rogazioni (rogationes) legislative.

Il Senato era obbligato a rispettare i desideri dei cittadini romani, non poteva quindi compiere inchieste sui più importanti reati contro la Res publica per i quali era prevista la pena capitale; se il popolo stesso non avesse ratificato il preliminare senatus consultum, non poteva essere eseguita l'esecuzione capitale. Polibio aggiunge che, se anche uno solo dei tribuni della plebe avesse opposto il proprio veto, il Senato non solo non avrebbe potuto eseguire alcuna delle sue deliberazioni (senatus consulta), ma neppure tenere sedute ufficiali o riunirsi. Per questi motivi, il senato temeva le assemblee popolari e le teneva in grande considerazione.

Esisteva un relator (relatore) per la redazione del senatoconsulto che veniva poi custodito nell'aerarium posto nel tempio di Saturno dove si tenevano i bilanci, il tesoro e l'archivio di Stato.

Il senatus consultum ultimum era la legge marziale e veniva promulgato in caso di pericolo e necessità molto gravi: i magistrati erano autorizzati a procedere immediatamente, venivano sospese tutte le garanzie costituzionali, quali l'inviolabiltà dei tribuni della plebe e la provocatio ad populum. I senatori dapprima erano solo patrizi (patres), poi vi entrarono anche i plebei ricchi (conscripti, cioè "iscritti"). A seconda delle magistrature ricoperte precedentemente, i senatori erano divisi in ordine di dignità decrescente nei seguenti gruppi: censorii, consulares, praetorii, aedilicii, tribunicii, quaestorii. Il princeps senatus, primo senatore, era il titolo attribuito dai censori al più autorevole dei senatori, che quindi votava per primo dopo i magistrati. L'elevazione del civis (cittadino) a senatore era compito del rex (re) in età monarchica e del console in età repubblicana. La carica era vitalizia. Esisteva la facoltà censoria di escludere (praeterire et loco movēre) i senatori indegni attraverso apposito iudicium e relativa nota censoria.

Senatore Romano
con laticlavio. 
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curid=30112996

I senatori avevano diritto a posti privilegiati nelle pubbliche manifestazioni e a teatro. Indossavano la tunica con il laticlavio, il calceus senatorius (un particolare tipo di calzare) e portavano l'anulus aureus. Nella Roma antica, il laticlàvio era una striscia di porpora che veniva portata sulla spalla, fissata su una tunica bianca, e che cadeva avanti e dietro in senso verticale per la lunghezza della tunica stessa. Il nome deriva dal latino latus (largo) e clavium (letteralmente "chiodo", ma indicante anche i vari tipi di ornamento che venivano appuntati, ovvero fissati sugli abiti). Quindi significa letteralmente ornamento largo. Il laticlavio (la striscia più larga) era riservata inizialmente ai senatori. Invece, i personaggi di ordine inferiore (i cavalieri) avevano diritto a portare sulla tunica solo una striscia di porpora più stretta, ovvero l'angusticlavio. Successivamente l'usanza di portare il laticlavio si estese anche a vari altri dignitari di alto rango, e addirittura ai membri delle loro famiglie, che incominciarono a indossare tale ornamento come segno di riconoscimento e distinzione. Le riunioni del Senato in epoca repubblicana avvenivano a Roma in un luogo chiuso, a porte aperte, sia che fosse pubblico oppure sacro, ma di norma un tempio. Una riunione dei senatori richiedeva per tradizione gli auspici, che dovevano essere favorevoli. 

La Curia Giulia, nel Foro romano.
Alcuni locali adatti alle riunioni del Senato erano la Curia Hostilia sul Comizio e la Curia Calabra sul Campidoglio, ciascuna con il relativo senaculum, ovvero il luogo di riunione dei senatori. Cesare e Augusto innalzarono poi la Curia Julia sul Foro (che divenne sede stabile fino all'epoca tardo antica). Durante l'epoca tardo-repubblicana vennero innalzati il teatro di Pompeo presso il quale sorgeva  la Curia di Pompeo, una grande esedra rettangolare con una statua di Pompeo, dove decine di senatori pugnalarono Gaio Giulio Cesare il 15 marzo del 44 a.C. e il portico di Ottavia, propileo al tempio di Giove Statore, usato anch'esso come sede. Poco distante dal teatro sorgeva la Curia Octaviae, alle spalle dei templi di Giunone Regina e Giove, che servirono abitualmente anch'essi come luoghi delle assemblee. Le cellae dei templi erano utilizzate per le sedute, tra cui quella del tempio di Giove Capitolino, dove aveva luogo di norma la seduta per il primo giorno dell'anno in carica dei senatori, e quella del tempio di Giove Statore. Altri templi utilizzati furono quello di Concordia nel Foro e il tempio della Terra. Riunioni potevano avvenire anche fuori dal pomerio, il perimetro della città, dove c'era un senaculum presso il Campo Marzio e sedute del senato vennero tenute in diversi templi adiacenti. I templi di Bellona e di Apollo Medico erano utilizzati in occasione dell'arrivo di delegazioni di stati stranieri cui non era concesso di superare il pomerio. In questi due templi il Senato riceveva anche i magistrati che rivestivano ancora l'imperium (che dovevano celebrare il trionfo) e che quindi, come tutti, per tale ragione non potevano entrare in armi in città.

Statua della Vittoria,
da https://www.la
moneta.it/topic/136
154-la-vittoria/
.
L'Altare della Vittoria (in latino Ara Victoriae) della curia Iulia era l'altare al quale sacrificavano e presso il quale prestavano giuramento i membri del Senato romano. La nuova Curia Iulia venne decisa al tempo di Cesare e fatta edificare da Augusto,  dopo essere stata stravolta la disposizione originaria dei vetusti monumenti del Foro Romano per poter costruire il Foro di Cesare, il primo dei Fori imperiali. L'Altare della Vittoria, insieme alla statua dedicata alla Vittoria, furono poste al centro della nuova Curia il 28 agosto 29 a.C. per celebrare la vittoria ottenuta nel 31 a.C. ad Azio da Ottaviano Augusto su Marco Antonio e Cleopatra. La statua dorata della dea alata, la testa cinta di una corona d'alloro, era stata sottratta dai Romani ai Tarantini al tempo della vittoria conseguita su Pirro nel 272 a.C. Nel 218, quando il giovane Eliogabalo, gran sacerdote del dio siriano El-Gabal, divenne imperatore, un suo ritratto, in vesti sacerdotali e in atto di sacrificare al Bolide-Sole di Emesa, fu appeso sopra l'altare, in modo che i senatori si trovassero nella situazione di sacrificare anche all'imperatore ogni volta che offrissero incenso e vino all'altare della Vittoria. Con l'avvento del Cristianesimo e il suo contrasto con la tradizionale religione romana, l'ara e la statua furono al centro di una disputa. L'imperatore Costanzo II (337-361), fervente ariano, la fece rimuovere nel 357; l'altare e la statua furono però rimesse al loro posto, probabilmente dal successore di Costanzo, Giuliano (361-363), che adottò una politica di restaurazione dell'antica religione, e mantenute da Valentiniano I. Nel 382 il figlio e successore di quest'ultimo, Graziano (375-383), educato come un cristiano intollerante da Ambrogio vescovo di Milano, ordinò nuovamente di rimuoverle: infatti, con l'Editto di Tessalonica (380), Teodosio I aveva stabilito il cristianesimo come la nuova religione di Stato. Graziano, oltre ad abolire la carica di pontefice massimo per l'imperatore, aveva soppresso i fondi destinati al culto pagano e ai collegi sacerdotali romani, con il plauso di Ambrogio vescovo di Milano. Il partito dei senatori, favorevoli all'antica religione, fece un tentativo di ripristinare l'ara della Vittoria nel 384: il praefectus urbi Quinto Aurelio Simmaco si recò a Milano e indirizzò ai tre imperatori Valentiniano II, Teodosio I e Arcadio la Relatio tertia in repetenda ara Victoriae, in cui perorava la restaurazione dell'altare e del culto della Vittoria. Simmaco sosteneva la necessità di non  abbandonare una tradizione che aveva dimostrato di saper proteggere così a lungo lo Stato, come quando un tempo aveva respinto Annibale dalle porte di Roma e i Galli Senoni dal Campidoglio, e il cui abbandono avrebbe favorito ora le invasioni dei barbari che premevano ai confini. Ma il ripristino del culto della Vittoria, secondo Simmaco, non sarebbe stato soltanto utile allo Stato; sarebbe stato anche una manifestazione di tolleranza e la dimostrazione della possibilità di convivenza di due culture che, pur diverse, esprimevano tuttavia la comune volontà di ricercare la verità nel grande mistero dell'universo: «È giusto credere in un unico essere, quale che sia. Osserviamo gli stessi astri, ci è comune il cielo, ci circonda il medesimo universo: cosa importa se ciascuno cerca la verità a suo modo? Non c'è una sola strada per raggiungere un mistero così grande». Suo oppositore fu il vescovo di Milano Ambrogio, il quale indirizzò a Valentiniano due lettere in cui affermava che un sovrano cristiano non poteva permettere un altare pagano nel Senato. Valentiniano, anch'egli cristiano, diede ragione ad Ambrogio e l'altare non venne ripristinato. Non solo: il 24 febbraio 391 un decreto di Teodosio I stabilì che non si potessero nemmeno guardare le statue che erano ancora nei templi, né entrare in essi in atteggiamento di devozione. Nel 392 a Roma venne eletto imperatore Eugenio, il quale, cristiano ma tollerante, ebbe il sostegno dei senatori pagani e fece ricollocare l'altare e la statua nella Curia. Il 6 settembre del 394 Eugenio fu però sconfitto nella battaglia del Frigido da Teodosio che fece rimuovere definitivamente l'altare. Un ultimo tentativo di ottenere la restituzione dell'ara e della statua della Vittoria nella Curia Iulia fu effettuato dal Senato, evidentemente ancora a maggioranza pagana che, nei primi del 402, a questo scopo inviò a Milano una legazione, capeggiata ancora da Simmaco, da Arcadio e Onorio. La richiesta fu sprezzantemente respinta e l'altare installato da Augusto distrutto. Da allora non vi furono più ulteriori richieste, dal momento che, come scrive lo stesso storico pagano Zosimo, con l'accentuarsi delle conversioni, anche i senatori divennero col tempo in maggioranza di fede cristiana. Alla fine l'altare verrà spostato e, a differenza di molti reperti del mondo antico reimpiegati con altre funzioni, andrà irrimediabilmente perduto.

Prima delle guerre di conquista (puniche, elleniche, mediterranee e cisalpine) l'economia romana si basava soprattutto sull'agricoltura e sulla pastorizia. Si coltivavano, in modo particolare, cereali che servivano al sostentamento della popolazione. Al termine delle guerre di conquista, la repubblica di Roma si trovava ad affrontare grandi cambiamenti: il degrado delle campagne, l'aumento degli schiavi e le grandi ricchezze che giungevano a Roma come bottino di guerra dalle province. Il dominio incontrastato nell'Italia continentale ed insulare, sul Mediterraneo occidentale ottenuto grazie alla vittoria sui Cartaginesi e su quello orientale ottenuto con la conquista dei regni ellenisti, portava allo sfruttamento della manodopera schiavile nei latifondi. Dato che si trattava di migliaia di schiavi, Roma era costretta a portare avanti continue guerre di conquista per averne sempre di più, mentre venivano esautorati dal lavoro braccianti e piccoli proprietari. A Roma, fino al 200 a.C., l'esercito repubblicano, così come quelli precedenti, non era costituito da forze militari professionali ma al contrario era composto da una leva annuale, attraverso il meccanismo della coscrizione obbligatoria, come richiesto per ogni campagna miliare stagionale, per poi congedare tutti al termine della stessa (sebbene in alcuni casi alcune unità potevano essere mantenute durante l'inverno e anche per alcuni anni consecutivi, durante le maggiori guerre). Dopo che Roma conquistò dei territori oltremarini in seguito alle guerre puniche, le armate cominciarono ad essere posizionate nelle province chiave in modo stabile, anche se nessun soldato poteva essere mantenuto sotto le armi per più di sei anni consecutivi. Per far parte dell’esercito romano si doveva avere un reddito (censo) che permettesse di pagarsi gli armamenti e i più numerosi componenti delle milizie erano i piccoli proprietari terrieri, che durante queste guerre erano stati costretti, dovendosi arruolare, a lasciare incolti i loro terreni. Mal pagati per il servizio militare prestato ed esclusi dagli aristocratici dalla divisione del bottino, al loro ritorno si ritrovavano sommersi dai debiti che le loro famiglie avevano contratto per sopravvivere e secondo le leggi delle “dodici tavole”, nella Roma antica il creditore poteva rendere schiavo il debitore ed anche ucciderlo se questi non avesse ripagato il suo debito; dunque molti piccoli proprietari terrieri rischiavano di diventare schiavi. Per ripagare i debiti, molti di loro finirono o per svendere i loro possedimenti o a lavorare come braccianti. In ogni caso il grano prodotto dai piccoli proprietari terrieri nella Repubblica non era più conveniente: dalla Sicilia e dall'Africa giungevano cereali a prezzi molto contenuti ottenuti con la manodopera degli schiavi, fenomeno che si stava affermando anche nel suolo italico. Per potersi risollevare i piccioli agricoltori avrebbero dovuto smettere di coltivare grano e convertire le piantagioni in vigne e uliveti ben più redditizi, ma non disponevano dei capitali necessari per effettuare queste trasformazioni. In alcuni casi restavano a lavorare i campi come braccianti con paghe bassissime e in altri si trasferivano in città in cerca di fortuna, dando così vita al fenomeno dell'urbanesimo. In città conducevano una vita molto misera, ricevendo delle elargizioni di grano dallo Stato (le frumentazioni) o vivendo grazie all'appoggio di qualche famiglia potente e vendendo il proprio voto al miglior offerente. Al contrario, la classe dei grandi proprietari si arricchiva, appropriandosi della quasi totalità della ricchezza che proveniva dalle regioni conquistate. La maggior parte di loro comprava così terreni a prezzi molto bassi facendoli lavorare a servi o schiavi e non pagando di conseguenza la manodopera. L’impoverimento dei piccoli proprietari terrieri determinava grandi problemi a Roma poiché la maggior parte di loro erano stati i principali componenti delle legioni e diventando nullatenenti l'esercito si ritrovava con sempre meno forze a disposizione e gradualmente si dovette abbassare il censo delle nuove leve dell'esercito fino ad arruolare i proletarii. Roma contava sulle proprie forze armate e su quelle degli alleati, non di certo su contingenti di mercenari, come invece aveva fatto Cartagine.

Nel 133 a.C. Tiberio Sempronio Gracco (Roma, 163 a.C.- Roma, 132 a.C.) della fazione dei Populares, è eletto tribuno della plebe. Figlio maggiore dell'omonimo Tiberio Sempronio Gracco di origine plebea, che aveva avuto un ruolo importante nelle guerre di Spagna e di Cornelia, figlia di Publio Cornelio Scipione Africano di antica famiglia aristocratica, Tiberio Sempronio, grazie alla provenienza paterna dalla gens plebea, ottiene l'ascesa al tribunato. Poco più che fanciullo, aveva fatto parte dei sacerdoti auguri grazie anche all'approvazione dell'influente senatore Appio Claudio Pulcro, che poco più tardi gli aveva dato in moglie la figlia Claudia, da cui non ebbe nessun figlio. Nel 146 a.C., all'età di diciassette anni, aveva militato in Libia sotto il comando del cognato Scipione Emiliano e nove anni dopo, al suo ritorno a Roma, era stato eletto questore, dovendo così partire per la terza guerra celtibera sotto il comando del console Gaio Ostilio Mancino che aveva ricevuto il compito di espugnare Numanzia, che già da diversi anni teneva in scacco i romani. Il tentativo si rivelò fallimentare; infatti il console fu sconfitto in diverse occasioni finché, completamente circondato dai nemici, fu costretto a negoziare un trattato di pace per evitare l'annientamento delle sue truppe. In questo trattato Mancino fu supportato dal suo questore Tiberio Gracco, che godeva di grande rispetto presso i numantini poiché memori delle gesta del padre, che in passato era stato loro alleato. Fra l'altro Tiberio Gracco accettò di trattare con i Numantini anche per recuperare il diario e le tavole del suo ufficio di questore che erano state rubate nel saccheggio successivo alla fuga romana. Tornato a Roma fu accusato e biasimato per il suo gesto, ma il popolo e le famiglie dei soldati (20.000 vite furono risparmiate) scampati al massacro lo acclamarono come un salvatore. Dalla compagine dei senatori venne invece una reazione ostile per il fatto che i romani erano usciti piegati dallo scontro con Numanzia e patteggiato una pace non da vincitori ma da vinti. Il senato rimandò così a Numanzia Gaio Ostilio Mancino come prigioniero, consegnato nudo e legato in segno di rifiuto del trattato che Tiberio aveva formulato. Come tribuno della plebe, Tiberio Gracco voleva risolvere la grande povertà di cui soffriva la popolazione romana dai tempi delle guerre puniche. Solitamente i terreni conquistati venivano distribuiti ai soldati ma nel caso delle guerre puniche, in cui erano stati occupati territori vasti e molto importanti, i senatori e gli ufficiali, approfittando del proprio potere, si riservarono i terreni più vasti e fertili. Inoltre poterono acquistarono terreni a basso prezzo dai piccoli proprietari rovinati dalle lunghe guerre, così i terreni prima coltivati da umili contadini diventarono latifondi coltivati da schiavi e quindi era cambiata completamente la società. I contadini disoccupati si recavano nelle città con la speranza di trovare un lavoro ma molti diventavano delinquenti per contrastare la fame. Con queste distribuzioni di terreni veniva anche violata una disposizione a favore dei plebei. Per porre fine alla crescente povertà del popolo, il neo eletto tribuno della plebe Tiberio Gracco cercò di far approvare una legge di riforma agraria, la lex agraria detta legge Sempronia, con l'aiuto del suo parente Publio Licinio Crasso Dive Muciano, pontefice massimo e del console Publio Muzio Scevola, per la redistribuzione delle terre del suolo italico, usurpate dai ricchi ai più poveri e offerte ai forestieri per la lavorazione. La legge prevedeva che nessuno potesse possedere più di 500 iugeri di terre pubbliche (pari a 125 ettari visto che 1 iugero = 0,252 ettari). A questi se ne potevano aggiungere altri 250 iugeri per ogni figlio maschio ma non si potevano superare i 1.000 iugeri di terreni pubblici in proprio possesso. Chi possedeva maggiori terre pubbliche doveva restituire l'eccedenza allo Stato. Era comunque previsto un compenso a chi sarebbero state espropriate le terre. Nessun limite era invece posto ai terreni di proprietà privata. Lo Stato avrebbe suddiviso i terreni restituiti, in quanto eccedenti le quantità massime che potevano essere detenute, in piccoli fondi da 30 iugeri (7,5 ettari), da assegnare ai cittadini romani poveri. Una commissione formata da tre membri eletti dai Comizi tribuni doveva controllare la correttezza delle operazioni relative a tali terreni. Questa riforma aveva il vantaggio di consentire ai ricchi di continuare a detenere grandi estensioni di terreni ma al tempo stesso avrebbe permesso ai disoccupati, poveri e agitati, di tornare ad essere tranquilli contadini. Per evitare che i piccoli proprietari terrieri si ritrovassero di nuovo ad essere nullatenenti veniva stabilita l'impossibilità di vendere i terreni che fossero stati loro assegnati. La legge fu approvata ma incontrò gravi difficoltà; ad esempio, molti italici, che erano rimasti sui terreni come affittuari, temevano di perdere tutto con la legge di Tiberio, così come alcune comunità alleate di Roma. Il dibattito sull'assegnazione delle terre era collegato alla questione del diritto di cittadinanza: gli abitanti alleati avevano interessi a ottenere gli stessi diritti dei cittadini romani. Per gli Optimates questa riforma avrebbe rappresentato sia la perdita di loro possedimenti pubblici che la perdita del controllo di una massa di persone che, potendo tornare al proprio lavoro nei campi, non poteva più essere manovrata durante le elezioni. La nobiltà, allora, portò dalla propria parte il tribuno della plebe Marco Ottavio Cecina, che oppose il veto alla riforma. Tiberio si rivolse ai Comizi chiedendo la deposizione del tribuno che aveva avuto un comportamento contrario agli interessi del popolo. La proposta di deporre il tribuno Ottavio Cecina fu approvata all'unanimità dalle 35 tribù: era questo, però, un atto incostituzionale dato che i Comizi non potevano revocare la nomina di un tributo. Dopo la deposizione di Ottavio Cecina la riforma agraria fu approvata e venne creata la commissione che doveva occuparsi della redistribuzione delle terre pubbliche. Tuttavia, l'applicazione della legge fu piuttosto difficile dato che i contadini non avevano i mezzi necessari per mettere a coltura i terreni che venivano loro assegnati e c'era quindi bisogno di concedere loro dei finanziamenti affinché potessero acquistare attrezzi, sementi e bestiame per far rinascere la piccola proprietà terriera. Proprio nel 133 a.C. Attalo III, non avendo figli, lascia in eredità il suo regno di Pergamo e i suoi averi a Roma, che Tiberio Gracco pensava di utilizzare per finanziare la ricostruzione delle fattorie dei piccoli contadini. Fece così una proposta in tal senso ai Comizi ma ancora una volta sembrò al Senato come un tentativo di scavalcare la propria autorità: infatti si trattava di una decisione di politica estera che competeva al Senato e non ai Comizi. Temendo che la legge agraria potesse non trovare una piena applicazione, Tiberio fu riproposto candidato come tribuno per l'anno successivo ma gli optimates replicarono che la Lex Villia del 180 a.C. prevedeva che tra una magistratura e l'altra dovesse trascorrere un lasso di tempo. Per questa ragione fu mossa contro di lui l'accusa di voler diventare un tiranno. Il contrasto tra gli Optimates e Tiberio Gracco si concluderà con la morte di quest'ultimo, assassinato al Campidoglio in occasione della carneficina ordinata mediante la formula del tumultus dal pontefice massimo Publio Cornelio Scipione Nasica Serapioneuna, carneficina nella quale persero la vita oltre trecento cittadini romani oltre allo stesso Tiberio, ucciso pare a colpi di sgabello. Il suo cadavere fu gettato nel Tevere e i suoi amici condannati a morte o esiliati senza processo. Il senato non si oppose però alla spartizione delle terre ed elesse come nuovo esecutore il suo parente Publio Licinio Crasso Dive Muciano. Nasica fu ripetutamente offeso e minacciato ed il senato decise di mandarlo in Asia per precauzione. L'opera di Tiberio venne poi portata avanti dal fratello Gaio.

I fratelli Gracchi.

Nel 123 a.C. Gaio Sempronio Gracco (Roma, 154 a.C. - Roma, 121 a.C.), dieci anni dopo la morte del fratello maggiore Tiberio, è eletto tribuno della plebe, carica nella quale sarà confermato anche l'anno seguente. Gaio Sempronio Gracco avrebbe voluto da tempo riprendere l'opera di riforma sociale del fratello Tiberio, ma gli ottimati invece, lo avevano nominato questore, inviandolo in Sardegna ad amministrare le finanze, in modo che la sua distanza da Roma, unita al fatto di ricoprire già un incarico politico, lo dissuadesse dal candidarsi a tribuno della plebe. Gaio era rimasto nella provincia sarda per due anni, per poi tornare a Roma a candidarsi ed essere eletto tribuno della plebe. Gaio cercò di opporsi al potere esercitato dal senato romano e dall'aristocrazia attuando una serie di riforme favorevoli ai Populares, ovvero la plebe, che si erano riversati nell'Urbe dopo l'espansione territoriale delle guerre puniche, composti in parte dagli abitanti delle nuove province conquistate e dai piccoli agricoltori italici e romani che non potevano competere con i bassi prezzi delle derrate provenienti dalle provincie (Sicilia, Sardegna, Nord Africa). Durante il suo secondo tribunato, Gaio Gracco proseguì la politica agraria del fratello, permettendo la vendita di grano a prezzo ridotto. Promosse inoltre varie colonie ma la rilevanza storica di Gaio è legata tuttavia essenzialmente alle sue leges Semproniae, approvate tramite plebisciti, tra le quali: Lex Sempronia agraria che dava maggior vigore a quella del fratello mai abrogata, assegnando ai cittadini romani indigenti porzioni dell'agro pubblico romano in Italia, compreso quello dei privati proprietari di terre oltre i 500-1000 iugeri; Lex de viis muniendis, piano di costruzioni di strade per agevolare i commerci e dare lavoro alla plebe con un programma di opere pubbliche; De tribunis reficiendis, con cui si stabiliva la rieleggibilità dei tribuni della plebe; Rogatio de abactis, con cui si toglieva l'elettorato passivo al tribuno destituito dal popolo. Era questa una legge indirizzata a colpire il tribuno Caio Ottavio che si era opposto alla lex Sempronia agraria, ma lo stesso Gaio ritirò questa legge; Lex de provocatione, che vietava la condanna capitale di un cittadino senza regolare processo; Lex frumentaria, che disponeva la distribuzione di grano a basso prezzo ai cittadini bisognosi di Roma; Lex iudiciaria, che trasferiva la carica di giudice dai senatori ai cavalieri. Gaio Sempronio Gracco introduceva così tra le due classi di patrizi e plebei, la terza, l'Ordo Equestris; Lex de coloniis deducendis per la deduzione di nuove colonie; Lex de provinciis consularibus, che imponeva al senato di stabilire prima delle elezioni dei consoli quali provincie dovessero essere loro assegnate per impedire che un console avverso al senato fosse allontanato da Roma; Lex militaris, che stabiliva che l'equipaggiamento dei soldati fosse a carico dello Stato e vietava l'arruolamento prima dei 18 anni; Lex Sempronia de capite civis, che era tesa a vietare la formazione di corti straordinarie (quaestiones extraordinariae) per Senatus consultum riportando la decisione su tale materia al popolo (provocatio ad populum); Lex Sempronia de provincia Asia, che mirava a cercare l'appoggio dei cavalieri. Rendeva infatti i terreni della provincia d'Asia ager publicus populi romani e sottraeva l'appalto delle tasse ai governatori assegnandolo a pubblicani facenti parte dell'ordine equestre. Poi, in seguito all'introduzione dei comizi tributi (in cui si riunivano i cittadini ripartiti per le 35 tribù, 4 urbane e 31 rustiche, in cui ognuna esprimeva un voto. Eleggevano i magistrati minori, come questori e edili e avevano competenza giudiziaria per reati che prevedessero multe) ed all'assegnazione delle province, Gaio Gracco propose nel maggio del 122 a.C. la concessione della cittadinanza romana ai latini e di quella latina agli italici. L'opposizione al suo disegno di legge trovò concordi il Senato (che trovava così il modo di liberarsi di lui), la maggior parte dei cavalieri e pressoché tutta la plebe, gelosa dei propri privilegi.

Lapide di eques da QUI.

La principale divisione politico-sociale a Roma era stata quella tra patrizi e plebei, ma nel 123 a.C. Gaio Sempronio Gracco introduce tra le due classi una terza, l'Ordo Equestris. La Lex Sempronia iudiciaria stabiliva infatti che i giudici dovessero essere scelti tra i cittadini di censo equestre e cioè di età tra i trenta e i sessant'anni, essere o essere stato un eques o comunque avere il denaro per acquistare e mantenere un cavallo e non essere un senatore. Il termine equites perciò, dall'iniziale identificazione di soldati a cavallo, passò prima a indicare chi quel cavallo avesse o avrebbe avuto la possibilità di acquistarlo per poi indicare chi avesse la possibilità di essere eletto come giudice. La corruzione delle province era ormai un cancro diffuso. I governatori, d'accordo con i Pubblicani (appaltatori delle imposte, pagavano allo stato un canone per esigere per proprio conto le tasse) gonfiavano i tributi da riscuotere e se ne intascavano i profitti. I governatori erano sottoposti al controllo del Senato ma spesso erano loro stessi senatori e a nulla era valso, nel 149 a.C. un tribunale creato proprio per questi casi. Gaio Gracco propose che i tribunali fossero assegnati all'ordine equestre, sfruttando la forte rivalità esistente tra le due fazioni.

Nel 121 a.C. Gaio Sempronio Gracco aveva perso molta della sua popolarità, non era stato rieletto al tribunato e dovette difendersi da accuse pretestuose, come quella di aver dedotto nuovamente Cartagine, atto che gli indovini avevano dichiarato come infausto. Gaio il giorno della votazione relativa all'abrogazione proposta dal senato della legge riguardante la fondazione delle colonie, si presentò all'assemblea per difenderla. I nobili, capeggiati da Publio Cornelio Scipione Nasica Corculo gli gettarono contro il collega Marco Livio Druso e il triumviro Gaio Papirio Carbone. Scoppiarono una serie di disordini che il nuovo console Opimio, eletto dal partito oligarchico, ebbe mano libera per reprimere. Gaio e i suoi sostenitori si rifugiarono sull'Aventino per resistere armati, ma quando Opimio promise l'impunità a chi si fosse arreso e consegnato, l'ex tribuno, rimasto quasi solo, si fece uccidere dal suo schiavo Filocrate nel lucus Furrinae sul Gianicolo. Una feroce repressione portò alla morte nelle carceri di quasi 3.000 dei suoi partigiani. La memoria dei Gracchi fu maledetta e alla madre fu proibito d'indossare le vesti a lutto per il figlio defunto. «La sconfitta dei Gracchi consolidò apparentemente il potere dell'aristocrazia, ma dimostrò anche che questa, rifiutandosi a qualsiasi soddisfazione delle esigenze dei plebei e degli Italici, non si reggeva ormai più che con la violenza.» (Enciclopedia Italiana Treccani alla voce "Gracco, Gaio Sempronio").

Come ricompensa per avere sventato il pericolo dell'invasione barbarica di Cimbri, Teutoni e Ambroni, Gaio Mario viene rieletto console anche per l'anno 100 a.C. Gli avvenimenti di quell'anno, tuttavia, non gli furono propizi. Nel corso di questo anno il tribuno della plebe Lucio Appuleio Saturnino richiese con forza che si varassero riforme simili a quelle per cui si erano in passato battuti i Gracchi. Propose quindi una legge per l'assegnazione di terre ai veterani della guerra appena conclusasi e per la distribuzione da parte dello stato di grano a prezzo inferiore a quello di mercato. Il senato si oppose a queste misure, provocando così lo scoppio di violente proteste, che presto sfociarono in una vera e propria rivolta popolare, e a Mario, come console in carica, fu chiesto di reprimerla. Sebbene egli fosse vicino al partito popolare, il supremo interesse della repubblica e l'alta magistratura da lui rivestita gli imposero di assolvere, sebbene riluttante, a questo compito. Dopodiché lasciò ogni carica pubblica e partì per un viaggio in Oriente e Roma conobbe alcuni anni di relativa tranquillità.

Aquilifer con aquila, di
Marten 253, da QUI.

Sallustio narra che Gaio Mario usò per la prima volta l'aquila come insegna delle legioni romani nella guerra contro i Cimbri, consegnandone una ad ogni legione. In battaglia e durante le marce era tenuta in consegna dall'aquilifer (aquilifero) e strenuamente difesa. La sua perdita era motivo di disonore e poteva causare lo scioglimento dell'unità. L'aquila, nel periodo antico, rappresentava l'Icona di Giove, padre di tutti gli dei e protettore dello stato. Come tale fungeva da simbolo del potere di Roma e del suo impero e venne utilizzata da allora come insegna da parte dell'esercito. Ai tempi di Gaio Giulio Cesare, l'aquila delle legioni era d'argento e oro ma a partire dalla riforma augustea il materiale utilizzato fu il solo oro. L'aquila era custodita dalla prima centuria della prima coorte, conservata presso l'accampamento (assieme ai signa militaria) all'interno dell'aedes signorum, uno degli edifici dei Principia (quartier generale della legione). L'aquila usciva dall'accampamento romano solo in occasione dei trasferimenti dell'intera legione, sotto la responsabilità di un sottufficiale legionario, l'Aquilifer che, oltre a doverne garantire la custodia, era incaricato di portarla in battaglia e difenderla anche a costo della propria vita. In tal senso, l'aquilifer può essere paragonato ad un alfiere, quindi un giovane ufficiale dei moderni eserciti e la stessa aquila può essere considerata come una bandiera di guerra o uno stendardo. Era segno di grave disfatta la sua perdita, evento che accadde in rare occasioni, come nel corso della battaglia della foresta di Teutoburgo nel 9 d.C., quando ben tre aquilae caddero nelle mani del nemico germanico.

Il generale e più volte
console Gaio Mario.
Nell' 89 a.C., dopo le Guerre Sociali con gli italici, che ha rischiato di perdere, Roma concede la cittadinanza romana alle popolazioni italiche mentre Gaio Mario, contrariamente alle prescrizioni della legge, riceve il mandato di Console per l'ennesima volta. Gaio Mario (in latino: Gaius Marius, nelle epigrafi: C·MARIVS·C·F·C·N; Cereatae, Arpinium, 157 a.C. - Roma, 13 gennaio 86 a.C.) è stato un militare e politico romano, per sette volte console della Repubblica romana. La carriera di Gaio Mario è particolarmente emblematica della situazione nella tarda repubblica, in quanto si sviluppa attraverso fatti e circostanze che, in seguito, porteranno alla caduta della Repubblica romana.

Gaio Giulio Cesare, I sec.
museo archeologico di Napoli.

Nonostante le origini aristocratiche, la famiglia di Giulio Cesare non era ricca per gli standard della nobiltà romana, né particolarmente influente. Ciò rappresentò inizialmente un grande ostacolo alla sua carriera politica e militare, e Cesare dovette contrarre ingenti debiti per ottenere le sue prime cariche politiche. Inoltre, negli anni della giovinezza dello stesso Cesare, lo zio Gaio Mario si era attirato le antipatie della nobilitas repubblicana (anche se successivamente Cesare riuscì a riabilitarne il nome) e questo metteva anche lo stesso Cesare in cattiva luce agli occhi degli optimates. Il padre, suo omonimo, era stato pretore nel 92 a.C. e aveva probabilmente un fratello, Sesto Giulio Cesare, che era stato console nel 91 a.C. e una sorella, Giulia, che aveva sposato Gaio Mario intorno al 110 a.C.. Sua madre era Aurelia Cotta, proveniente da una famiglia che aveva dato a Roma numerosi consoli. Il futuro dittatore ebbe due sorelle, entrambe di nome Giulia: Giulia maggiore, probabilmente madre di due dei nipoti di Cesare, Lucio Pinario e Quinto Pedio, menzionati insieme a Ottaviano nel suo testamento, e Giulia minore, sposata con Marco Azio Balbo, madre di Azia minore e di Azia maggiore, a sua volta madre di Ottaviano.

Nell' 88 a.C. inizia la Guerra Civile Romana, che nell' 82 a.C. vedrà il conflitto tra la fazione degli ottimati, guidata da Silla, e quella dei populares, o mariani perché seguaci del sette volte console Gaio Mario morto nell'86 a.C., guidata dai consoli Gaio Mario il Giovane e Gneo Papirio Carbone. Quando nell'88 a.C. Mario fu dichiarato nemico pubblico da Silla e costretto a fuggire da Roma, si rifugiò tra le paludi di Minturnae. I magistrati locali decretarono la sua morte per mano di uno schiavo Cimbro il quale, tuttavia, mosso a compassione o intimorito non diede corso alla esecuzione. Il busto bronzeo di Gaio Mario si trova collocato attualmente nel Municipio di Minturno. Plutarco, in “Marium”, scrisse che i Minturnesi, mossi a compassione, lo aiutarono a imbarcarsi sulla nave di Beleo, diretta verso l'Africa. Mentre Silla conduceva la sua campagna militare in Grecia, a Roma il confronto fra la fazione conservatrice di Ottavio, rimasto fedele a Silla, e quella popolare e radicale di Cinna fedele a Mario si inasprì sfociando in aperto scontro. A questo punto, nel tentativo di avere la meglio su Ottavio, Mario, insieme al figlio, rientrò dall'Africa con un esercito ivi raccolto e unì le proprie forze a quelle di Cinna, che aveva radunato truppe filomariane ancora impegnate in Campania contro gli ultimi socii ribelli. Gli eserciti alleati entrarono in Roma, di modo che Cinna fu eletto console per la seconda volta e Mario per la settima. Seguì una feroce repressione contro gli esponenti del partito conservatore: Silla fu proscritto, le sue case distrutte e i suoi beni confiscati. L'armata di Silla, dopo aver concluso vittoriosamente la campagna nel Ponto, rientrò in Italia sbarcando a Brindisi nell'83 a.C., e sconfisse il figlio di Mario, Gaio Mario il Giovane, che morì in combattimento a Preneste, a circa 50 chilometri da Roma. Gaio Giulio Cesare, nipote della moglie di Mario, sposò una delle figlie di Cinna. Dopo il ritorno di Silla a Roma si instaurò un regime di restaurazione che perpetrò le più feroci repressioni, tanto che Giulio Cesare fu costretto a fuggire in Cilicia, dove rimase fino alla morte di Silla, nel 78 a.C.

Ormai da diverso tempo la repubblica romana era percorsa da un conflitto politico tra due fazioni, quella dei populares, guidata dall'uomo nuovo Gaio Mario (almeno fino alla sua morte avvenuta nell'86 a.C.), e quella degli ottimati, guidata dal nobile Lucio Cornelio Silla, che si combattevano, con alterne fortune, per il predominio politico sull'Urbe.

Nell' 88/87 a.C. la lotta per il potere presto si era spostata dal piano politico a quello militare, così avvenne che, grazie all'appoggio delle legioni a lui fedeli, Silla scacciò i mariani dall'Urbe ed ottenne il comando per la guerra a Mitridate, e fu sempre grazie alla forza delle armi che, con Silla impegnato in Asia Minore, i populares e Gaio Mario poterono rientrare in città e controllarla, almeno fino al ritorno di Silla.

Nell' 86 a.C. mentre Silla combatteva in Grecia, ottenendo numerosi ed importanti successi, prima ad Atene nel marzo di quest'anno, poi al Pireo, a Cheronea, dove secondo Tito Livio caddero ben 100.000 armati del regno del Ponto, ed infine ad Orcomeno, a Roma Silla era dichiarato nemico pubblico da Gaio Mario e Lucio Cornelio Cinna. Le sue abitazioni cittadine e di campagna furono distrutte ed i suoi amici messi a morte. Contemporaneamente il Senato deliberava di inviare in Grecia il nuovo console, Lucio Valerio Flacco, collega di Lucio Cornelio Cinna, con due legioni per succedere nel comando a Silla. Nello stesso anno, nel primo mese del suo settimo mandato da Console, all'età di 71 anni Gaio Mario muore. Cinna fu in seguito rieletto console per altre due volte, per poi morire vittima di un ammutinamento, mentre si dirigeva con l'esercito verso la Grecia.

Nell' 85 a.C. Silla, conclusa prima del tempo quella che sarebbe stata ricordata come la prima guerra mitridatica con il Trattato di Dardano nell'85 a.C., decide di tornare in Italia per contrastare le manovre del partito avverso, che lo aveva addirittura dichiarato nemico della patria. I più attivi nel campo dei populares erano i consoli Lucio Cornelio Cinna e Gneo Papirio Carbone, consoli per l'85 a.C. e l'84 a.C., che a cavallo tra i due consolati tentarono di organizzare ad Ancona un esercito per contrastare quello di Silla, una volta che fosse terminata la campagna in Asia. L'impresa non ebbe seguito perché nell'84 a.C. l'esercito, forse perché scontento delle dure condizioni di vita imposte dai due consoli, si ribellò ed uccise Cinna, mentre Carbone fuggiva. Molti per sottrarsi alla tirannide dei due consoli avevano abbandonato Roma, e si erano rifugiati nell'accampamento di Silla, come in un porto di salvezza. Così in breve tempo venne a crearsi, attorno allo stesso, una parvenza di Senato. Anche la moglie, Cecilia Metella Dalmatica, riuscì a stento a fuggire con i figli e raggiunse il marito in Grecia, portando la notizia che i suoi oppositori avevano bruciato la casa in città e le ville in campagna, pregandolo quindi di far ritorno in Italia in aiuto dei suoi sostenitori.

Nell' 84 a.C. - Conclusa la pace a Dardano in Asia con Mitridate VI, ed obbligato quest'ultimo a ritirarsi dalle province romane asiatiche, Silla trascorre i successivi due anni in Grecia per riorganizzare le forze, prima di rientrare in Italia. Egli, infatti, una volta conclusa la pace, salpò da Efeso nel corso dell'inverno dell'85-84 a.C. e si trasferì al Pireo e poi ad Atene dove fu iniziato ai misteri. Verso la fine dell'anno attraversò la Tessaglia e la Macedonia e fece i preparativi per il suo rientro in Italia da Durazzo, con una flotta di 1.200 navi.

Nello stesso 84 a.C., Giulio Cesare ripudia la sua promessa sposa Cossuzia per poi sposare in seguito Cornelia minore, figlia di Lucio Cornelio Cinna, alleato di Gaio Mario nella guerra civile. Nell’antica Roma il nome individuale di una donna doveva rimanere segreto, infatti mentre gli uomini avevano il loro nome, poi il nome della gens ed infine i cognomen, le donne son indicate sempre con il nome della gens cui appartengono - cosa che spesso induce errori nelle trattazioni storiche - e vengono distinte con maior o minor in base all’anzianità o con un numero ordinale, secunda, tertia, ecc. ecc. Il nuovo legame con una famiglia notoriamente schierata con i popolari, oltre alla parentela con Mario, causeranno problemi non indifferenti al giovane Cesare negli anni della dittatura di Silla, che cercherà di ostacolarne in tutti i modi le ambizioni, bloccando fra l'altro la sua nomina a Flamen Dialis, il sacerdote preposto al culto di Giove Capitolino, l'unico tra i sacerdoti che potesse presenziare nel Senato con il diritto alla sedia curule e alla toga pretesta.

Nell' 82 a.C. sono eletti consoli Gneo Papirio Carbone e il ventiduenne Gaio Mario il Giovane, figlio di Gaio Mario, a cui è affidata la difesa della città; quasi immediatamente questi inviarono Sertorio, forse l'unico esponente tra i populares con l'adeguata esperienza militare necessaria per contrastare Silla, nella Spagna Citeriore. I primi scontri, entrambi favorevoli agli ottimati, si ebbero invece nelle Marche, presso il fiume Esino, dove le truppe di Pompeo e di Metello ebbero la meglio su quelle condotte da Carbone, e nella pianura di Sacriporto antistante Preneste, nel Lazio, dove le truppe di Silla ebbero la meglio su quelle guidate da Mario il Giovane. I due comandanti mariani, invece di riunire le proprie forze, decisero di resistere alla fazione avversa posizionandosi in città diverse; Gaio Mario il Giovane a Preneste e Carbone a Chiusi, in Etruria. Lo scontro decisivo tra gli eserciti delle due fazioni, la battaglia di Porta Collina, si svolse l'1 e il 2 novembre dell' 82 a.C., sotto le mura di Roma, tra le legioni della fazione aristocratica guidata da Lucio Cornelio Silla e un esercito formato dalle legioni della fazione dei populares e dalle milizie italiche guidate dal condottiero sannita Ponzio Telesino, che marciavano verso Roma. La battaglia, combattuta con estremo accanimento alle porte della città, venne vinta, dopo fasi di grande difficoltà, dall'esercito della fazione aristocratica. Persa la battaglia di Porta Collina, che segnerà la definitiva sconfitta dei mariani, Preneste, in cui si trovava Mario il Giovane, si arrese a Silla e Mario il Giovane satesso, frustrato nel suo tentativo di fuggire attraverso dei sotterranei, preferì uccidersi piuttosto che cadere nelle mani del nemico.

Il generale e dittatore
Lucio Cornelio Silla.
Carbone invece prima riparò in Africa poi sull'isola di Pantelleria, dove fu catturato da Pompeo Magno che lo trasse in catene nella prigione di Marsala, dove quello stesso anno fu giustiziato. Sconfitti i nemici mariani, Silla iniziò le proscrizioni di tutti gli avversari politici; assunse il titolo di dittatore a vita, e cercò con una serie di riforme di ristabilire il regime oligarchico. Una vittima delle sue proscrizioni con una morte particolarmente violenta e crudele fu Marco Mario Gratidiano che, racconta suo cognato Catilina, fosse stato torturato e smembrato in modo da evocare il sacrificio umano. Silla, entrando in Roma con le legioni in armi, segna un precedente che porterà alla fine della Repubblica.

Per quanto poi emanerà una legge che proibisca tale gesto, dopo un quarantennio sarà il "populares" Gaio Giulio Cesare a stroncare definitivamente la Repubblica in cui il Senato degli "ottimati" aveva sempre prevalso.

Le ostilità fra il partito dei patrizi optimates, rappresentato dal senato, e i populares, di cui i tribuni della plebe erano i rappresentanti politici, portarono al collasso della Repubblica attraverso sanguinose guerre civili iniziate con da Silla e Mario nell'88 a.C. e proseguite fra Giulio Cesare e Pompeo, Marco Antonio e Ottaviano, il futuro Augusto, che si esauriranno solo col principato di Augusto, che limiterà comunque i poteri del senato.

Patrizio Torlonia di
 profilo, da https://it.wiki
pedia.org/wiki/Patrizio
_Torlonia
.
Patrizio Torlonia, da https
://it.wikipedia.org/wiki/
Patrizio_Torlonia
.
La testa 535 della Collezione Torlonia, detta anche patrizio Torlonia, ritrae un ignoto personaggio virile ed è il capolavoro del cosiddetto ritratto romano repubblicano, cruda effigie del patriziato romano durante il periodo di Silla. Si tratta di una copia di epoca tiberiana (I secolo d.C.) di un originale databile al decennio 80-70 a.C. In quest'opera sono ben evidenti tutte quelle caratteristiche che i patrizi dell'epoca volevano mettere in evidenza, in una dura epoca che vedeva finalmente trionfare le loro ambizioni dopo i momenti difficili della lotta ai Gracchi, dell'avanzata della plebe e delle guerre civili. In una resa particolarmente secca e asciutta, il trattamento minuzioso dell'epidermide non risparmia nessuno dei segni della vecchiaia: anzi essi stanno a significare la dura vita contadina e militare del patrizio, la fierezza inflessibile della sua casta e un certo sdegno, eloquentemente rappresentato dal taglio duro della bocca e dall'espressione ferma e sprezzante dello sguardo. Il notevolissimo realismo veicola quindi un preciso messaggio politico e sociale.

- Nel 63 a.C. irrompe sulla scena politica Lucio Sergio Catilina. Nobile decaduto, tentò più volte di impadronirsi del potere, organizzando una prima congiura nel 66 o nel 65 a.C., a cui Cesare aveva preso probabilmente parte. La congiura, che avrebbe portato all'elezione di Crasso come dittatore e dello stesso Cesare come suo magister equitum, fallì per l'improvviso abbandono del progetto da parte di Crasso o forse perché Cesare si rifiutò di dare il segnale convenuto che avrebbe dovuto dare inizio al programmato assalto al Senato.
Cesare Maccari: "Cicerone accusa
Catilina" (1880) a Palazzo Madama.
Quando nel 63 a.C la seconda congiura di Catilina è scoperta da Marco Tullio Cicerone (pur non avendo prove certe) , Lucio Vezio, amico di Catilina, fa i nomi di alcuni congiurati, includendo tra essi anche Cesare. Questi sarà scagionato dalle accuse grazie al tempestivo intervento di Cicerone, ma resta assai probabile che avesse partecipato, almeno inizialmente, anche a questa seconda congiura. Ad avvalorare l'ipotesi è il discorso che lo stesso Cesare pronunciò in senato in difesa dei congiurati Lentulo e Cetego: dopo la sua fuga, Catilina aveva lasciato a loro le redini della congiura, ma i due erano stati scoperti grazie a un abile piano congegnato da Cicerone, principale accusatore di Catilina e responsabile del fallimento della congiura. Discutendo sulla pena cui condannare Lentulo e Cetego, molti senatori avevano proposto la condanna a morte ma Cesare, invitando tutti a non prendere decisioni avventate e dettate dalla paura, propose invece di confinare i congiurati e di confiscare i loro beni. Il discorso di Cesare, che aveva convinto molti senatori, fu però seguito da un altro, molto acceso, pronunciato da Marco Porcio Catone Uticense, che riuscì a reindirizzare il senato verso la condanna a morte dei congiurati Lentulo e Cetego senza che gli fosse concessa la provocatio ad populum. Il discorso di Cesare, grazie al quale si presentò come un uomo saggio e poco vendicativo, fu molto gradito al popolo; è però probabile che con le sue parole il futuro dittatore tentasse anche di salvare dalla morte amici e compagni politici con i quali aveva indubbiamente collaborato.

Marco Licinio Crasso
da QUI.
Nel 60 a.C. si stipula il primo triumvirato, accordo privato mantenuto segreto per un po' di tempo come parte del progetto politico dei Triumviri per la spartizione del potere fra Gaio Giulio Cesare e Gneo (pronuncia G dura di "ghianda") Pompeo Magno con Marco Licinio Crasso, quest'ultimi colleghi consoli nel 70 a.C., quando avevano emanato una legge per il completo ripristino dei poteri dei tribuni della plebe (Lucio Cornelio Silla aveva di fatto tolto tutti i poteri ai tribuni della plebe ad eccezione dello ius auxiliandi, il diritto di aiutare un plebeo in caso di persecuzioni da parte di un magistrato patrizio) ma che fino a quel momento avevano avuto una notevole antipatia reciproca, giacché ognuno riteneva che l'altro avesse superato i propri limiti per aumentare la sua reputazione a spese del collega. Il primo triumvirato ebbe  notevolissime ripercussioni sulla vita politica, dettandone gli sviluppi per quasi dieci anni e segnò l'inizio dell'ascesa politica di Gaio Giulio Cesare.
Crasso era l'uomo più ricco di Roma (aveva infatti finanziato la campagna elettorale di Cesare per il consolato) ed era un esponente di spicco della classe dei cavalieri. Pompeo, dopo aver brillantemente risolto la guerra in Oriente contro Mitridate e i suoi alleati, era il generale con più successi alle spalle. Il rapporto tra Crasso e Pompeo non era dei più idilliaci, ma Cesare con la sua fine abilità diplomatica seppe riappacificarli, vedendo in un'alleanza tra i due l'unico modo in cui egli stesso avrebbe potuto raggiungere i vertici del potere. Crasso serbava infatti verso Pompeo un certo rancore da quando aveva celebrato il trionfo per la guerra contro Sertorio in Spagna e la vittoria contro gli schiavi ribelli che, soffocata la rivolta di Spartaco, cercavano di fuggire dall'Italia per attraversare l'arco alpino. Ogni merito era andato a Pompeo, mentre Crasso, vero artefice della sofferta vittoria su Spartaco, aveva potuto celebrare soltanto un'ovazione.
Pompeo avrebbe dovuto sostenere la candidatura al consolato di Cesare,  mentre Crasso  l'avrebbe dovuta finanziare. In cambio di quest'appoggio, Cesare avrebbe fatto in modo che  ai veterani di Pompeo  venissero distribuite delle terre, e che il Senato ratificasse i provvedimenti presi da Pompeo in Oriente. Al contempo, com'era desiderio di Crasso e dei cavalieri, fu ridotto di un terzo il canone d'appalto delle imposte della provincia d'Asia. A rinsaldare ulteriormente quanto previsto dal triumvirato, Pompeo sposò Giulia, la figlia di Cesare.

Nel 1553 a Roma, nel vicolo dei Leutari,
presso il Palazzo della Cancelleria, è
stata rinvenuta casualmente, sotto le
fondamenta di due modeste case, la
grande statua di Gneo Pompeo Magno,
la stessa scultura che si trovava nella
curia di Pompeo e ai piedi della quale
Cesare cadde ucciso dai congiurati.
Svetonio racconta che Augusto fece
spostare la statua fuori della curia per
farla collocare di fronte alla propria
basilica. Secondo alcuni esperti la
zona corrisponde al ritrovamento.
Nel 59 a.C., durante l'anno del suo consolatoCesare  porta al servizio dell'alleanza la sua popolarità politica e il suo prestigio e si adopera per portare avanti le riforme concordate con gli altri triumviri. Nonostante la forte opposizione del collega Marco Calpurnio Bibulo, che tentò in ogni modo di ostacolare le sue iniziative, Cesare ottenne comunque la ridistribuzione degli appezzamenti di ager publicus per i veterani di Pompeo, ma anche per alcuni dei cittadini meno abbienti. Bibulo, una volta accortosi del fallimento della sua sterile politica volta esclusivamente alla conservazione dei privilegi da parte della nobilitas senatoriale, si ritirò dalla vita politica: in questo modo pensava di frenare l'attività del collega, che invece poté attuare in tutta tranquillità il suo rivoluzionario programma. Cesare infatti programmò la fondazione di nuove colonie in Italia e per tutelare i provinciali riformò le leggi sui reati di concussione (lex Iulia de repetundis), facendo approvare allo stesso tempo delle leggi che favorissero l'ordo equestris: con la lex de publicanis egli ridusse di un terzo la somma di denaro che i cavalieri dovevano pagare allo stato, favorendo così le loro attività. Fece infine promulgare una legge che imponeva al senato di stilare le relazioni di ogni seduta (gli acta senatus). In questo modo Cesare si assicurava l'appoggio di tutta la popolazione romana, ponendo le basi per il suo futuro successo.

Durante il consolato del 59 a.C., grazie all'appoggio dei triumviri, Cesare ottiene con la lex Vatinia del 1º marzo, il proconsolato delle province della Gallia Cisalpina e dell'Illirico per cinque anni, con un esercito composto da tre legioni (VII, VIII e VIIII). Poco dopo  un  senatoconsulto gli affida anche la  vicina provincia  della Gallia Narbonense, il cui proconsole, Quinto Cecilio Metello Celere, era morto all'improvviso, e la X legione.

Il Senato sperava con le sue mosse di allontanare il più possibile Cesare da Roma, proprio mentre egli stava acquisendo una sempre maggiore popolarità. Quando lo stesso Cesare promise di fronte al Senato di compiere grandi azioni e riportare splendidi trionfi in Gallia, uno dei suoi detrattori, per insultarlo, urlò che ciò non sarebbe stato facile per una donna, alludendo ai costumi sessuali dell'avversario; il proconsole designato rispose allora ridendo che l'essere donna non aveva impedito a Semiramide di regnare sulla Siria e alle Amazzoni di dominare l'Asia. Cesare seppe comprendere le potenzialità che l'incarico affidatogli presentava: in Gallia avrebbe potuto conquistare immensi bottini di guerra (con i quali saldare i debiti contratti  nelle campagne  elettorali), e avrebbe acquisito il prestigio necessario per attuare la sua riforma della res publica.

Nel 58 a.C., prima di lasciare Roma, nel marzo del 58 a.C., Cesare incarica il suo alleato politico Publio Clodio Pulcro (amante della moglie Pompea che aveva ripudiato), tribuno della plebe, di fare in modo che Cicerone fosse costretto a lasciare Roma. Clodio fece allora approvare una legge con valore retroattivo che puniva tutti coloro che avevano condannato a morte dei cittadini romani senza concedere loro la provocatio ad populum: Cicerone fu quindi condannato per il suo comportamento in occasione della congiura di Catilina, venne esiliato, e dovette lasciare Roma e la vita politica. In questo modo Cesare cercava di assicurarsi che, in sua assenza,  il Senato  non  prendesse decisioni che compromettessero la realizzazione dei suoi piani. Allo stesso scopo, Cesare si liberò anche di un altro esponente dell'aristocrazia senatoriale, Marco Porcio Catone, che venne allontanato da Roma e inviato propretore a Cipro. Per evitare inoltre di divenire oggetto delle accuse legali dei suoi avversari, si appellò alla lex Memmia, secondo la quale nessun uomo che si trovava fuori dall'Italia a servizio della res publica poteva subire un processo giuridico. Infine, affidò la gestione dei suoi affari a Lucio Cornelio Balbo, un eques di origine spagnola; per evitare che i messaggi che gli spediva cadessero nelle mani dei suoi nemici, Cesare adoperò un codice cifrato, che prese il nome di cifrario di Cesare.


Le Gallie dopo la conquista
di Gaio Giulio Cesare.
Il Senato, intimorito dai successi di Cesare nelle Gallie, aveva dunque deciso di favorire Pompeo, campione degli optimates,  nominandolo  consul sine collega nel 52 a.C., perché frenasse le ambizioni del suo vecchio alleato. Anche negli anni seguenti il senato farà in modo che i consoli eletti siano sempre appartenenti alla factio degli optimates e che osteggiassero dunque le mosse del proconsole populares di Gallia. Gaio Giulio Cesare, di contro, aveva in mente di ottenere il consolato per il 49 a.C. in modo da poter tornare a Roma senza divenire oggetto di eventuali procedure penali e, una volta rientrato nell'Urbe, impadronirsi del potere. Terminato il tribunato di Publio Clodio Pulcro, l'aristocrazia senatoria si adoperò per cancellarne gran parte delle realizzazioni, mentre attorno a Clodio si radunavano gruppi di sostenitori, reclutati tra la plebe urbana, che diedero origine a numerosi disordini, contribuendo a creare nell'Urbe un diffuso clima di tensione e violenza. Clodio, che era divenuto punto di riferimento del popolo romano, fu prima edile, e si candidò poi alla pretura per il 52 a.C., deciso ad attuare un programma rivoluzionario. Pochi giorni prima dei comizi elettorali, tuttavia, Clodio perse la vita in uno scontro tra i propri uomini e i seguaci di Tito Annio Milone, candidato al consolato per il medesimo anno e suo nemico politico. La sua figura, tra le più importanti nello scenario della crisi della repubblica romana, fu a lungo considerata come simbolo di corruzione e violenza, come appare in numerose opere di Cicerone. È stato tuttavia rivalutato dalla storiografia recente, che ha veduto in lui ora un agente dei triumviri, ora un uomo dalle geniali intuizioni politiche.
Marco Emilio Lerpido (figlio) il
triumviro, da: https://comunitaoli
vettiroma.files.wordpress.com
/2015/11/lepido.jpg
Subito dopo la morte di Publio Clodio Pulcro, Marco Emilio Lepido (figlio) è nominato interrex dal Senato (l'interrex, pl. interreges, era un magistrato nominato dal Senato romano esclusivamente per convocare i comitia centuriata, le assemblee popolari della Res Publica Romana deputate ad eleggere i nuovi consoli o i nuovi tribuni consolari, quando i loro predecessori non avevano potuto provvedere) perché  convocasse i  comitia centuriata che eleggessero i nuovi consoli. Marco Emilio Lepido (figlio), Roma, 90 a.C. circa - San Felice Circeo, 13 a.C., era figlio dell'omonimo Marco Emilio Lepido e fratello del console Lucio Emilio Paolo, membro del secondo triumvirato assieme a Ottaviano e Marco Antonio, oltre che pontefice massimo. Roma si trovava allora in uno stato di anarchia e Lepido rifiutò la convocazione dei comizi per l'elezione dei consoli; per tale motivo la sua casa venne assediata dai partigiani di Clodio e lui a stento riuscì a salvarsi. Era sposato con Giuniasorella del cesaricida Marco Giunio Bruto ed ebbe da lei due figli maschi, Marco e Quinto.

Domini di Roma dopo la conquista
della Gallia, nel 50 a.C., da QUI.
Nel 50 a.C. Gaio Giulio Cesare dichiara la Gallia, ormai totalmente in suo possesso, provincia romana, per cui per il 49 a.C. le sue legioni avrebbero potuto finalmente tornare in Italia. Cesare chiede al Senato la possibilità di candidarsi al consolato in absentia, ma se la vede negare, come era già successo nel 61 a.C.. Comprende quindi le intenzioni del senato e "neutralizza" il console pompeiano Lucio Emilio Paolo facendo avanzare dai suoi tribuni della plebe Marco Antonio e Gaio Scribonio Curione (che aveva attirato a sé saldandone i debiti) una proposta che prevedeva che sia lui quanto Pompeo avrebbero sciolto le loro legioni entro la fine dell'anno. Invece il Senato ingiunse ad entrambi i generali di inviare una legione a testa per la progettata spedizione contro i Parti ed elesse consoli per il 49 a.C. Lucio Cornelio Lentulo Crure e Gaio Claudio Marcello, feroci avversari di Cesare. Giulio Cesare fu dunque costretto a lasciare andare una delle sue legioni, che si radunò con quella offerta da Pompeo nel sud dell'Italia e ordinò ad Antonio e Curione di avanzare una nuova proposta in senato, chiedendo di poter restare proconsole delle Gallie conservando solo due legioni e candidandosi in absentia al consolato. Sebbene Cicerone fosse favorevole alla ricerca di un compromesso, il senato, spinto da Catone, rifiutò la proposta di Cesare, ordinando anzi che sciogliesse le sue legioni entro la fine del 50 a.C. e tornasse a Roma da privato cittadino, per evitare di divenire hostis publicus (nemico pubblico).

Alla fine della conquista della Gallia, nel 50 a.C., scriveva Plinio “Senza contare i moltissimi morti causati dalla guerra civile, provocata da Cesare col passaggio del Rubicone, quattro anni di efferata guerra fratricida dovuta all’ambizione di un uomo provocarono 1.200.000 morti, massacrati da Cesare al solo fine di conquistare la Gallia. Io non posso porre tra i suoi titoli di gloria un così grave oltraggio da lui arrecato al genere umano”. E accusa Cesare di avere per giunta occultato le cifre del grande massacro: “non rivelando l’entità del massacro causato dalle guerre civili, Cesare ha riconosciuto l’enormità del suo crimine” (VIII, 92). Secondo Cesare, alla fine del conflitto gallico furono un milione i nemici morti in combattimento e un milione i prigionieri di guerra deportati in Italia; secondo Velleio Patercolo, 400.000 morti e un numero maggiore di prigionieri. Plutarco riconosce la cifra «tonda» di un milione di vittime e un milione di prigionieri (Pompeo 67, 10; Cesare 15, 5), poi venduti come schiavi, e considerando che il prezzo di ognuno di loro si aggirava sui 1.200 - 2.500 sesterzi (nel I secolo d.C. 1 sesterzio valeva circa 2 €), indubbiamente Cesare si arricchì. Alla storia, rimane una guerra terribile, combattuta per quasi un decennio e nella quale, né da una parte né dall'altra, si risparmiarono le crudeltà.

Gaio Giulio Cesare,
da QUI.

Nel 49 a.C. Gaio Giulio Cesare ordina ai tribuni della plebe Marco Antonio e Gaio Scribonio Curione (che aveva attirato a sé saldandone i debiti) di osteggiare, tramite il diritto di veto, il Senato, ma questi, al principio del 49 a.C., sono costretti a fuggire da Roma. Cesare allora decide di varcare con le sue legioni il confine politico della penisola italiana, il fiume Rubicone. Il 9 gennaio ordina a cinque coorti di marciare fino alla riva del fiume e il giorno successivo lo attraversa, pronunciando la storica frase "alea iacta est" (il dado è tratto o si getti il dado), scatenando la guerra civile. Il senato, di contro, si stringe attorno a Gneo Pompeo Magno e, nel tentativo di difendere le istituzioni repubblicane care agli optimates, decide di dichiarare guerra a Cesare. Dopo alterne vicende, i due contendenti si affrontarono a Farsalo, dove Cesare sconfisse irreparabilmente il rivale.

Scriveva Plutarco: "La morte di Crasso spinse Cesare a chiudere la partita con Pompeo; nella pratica delle guerre galliche aveva allenato l’esercito e accresciuto la sua fama: il malgoverno in Roma e la nomina di Pompeo a console unico accelerarono i tempi". (Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 28, 1-8). "Ribellandosi agli ordini del senato, Cesare fece occupare Rimini, grande città della Gallia, affidando l’esercito ad Ortensio. Successivamente, egli scese verso Rimini e giunto al Rubicone, il fiume che segnava il confine tra la Gallia Cisalpina e il resto dell’Italia, si fermò e in silenzio e a lungo tra sé e sé meditò il pro e il contro. Alla fine, con impulso, dopo aver detto "si getti il dado" si accinse ad attraversare il fiume e prima di giorno si buttò su Rimini e la conquistò. Dicono che la notte precedente il passaggio del Rubicone egli fece un sogno mostruoso: gli parve di congiungersi con sua madre." (Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 32, 3-8).

Con quest'atto Cesare dichiarava ufficialmente guerra al Senato e alla res publica, divenendo nemico dello stato romano. Si diresse verso sud spostandosi lungo la costa adriatica, nella speranza di poter raggiungere Pompeo prima che lasciasse l'Italia, per tentare di riconciliarsi con lui; Pompeo, al contrario, allarmato anche dalla caduta di numerose città, tra cui Corfinio, che si erano opposte a Cesare, si rifugiò in Puglia, con l'obbiettivo di raggiungere assieme alla sua flotta la penisola balcanica. L'inseguimento da parte dello stesso Cesare fu inutile, in quanto Pompeo riuscì a scappare assieme ai consoli in carica e a gran parte dei senatori a lui fedeli, e a mettersi in salvo a Durazzo. Cesare allora, rientrato il 1º aprile a Roma dopo anni di assenza, si impossessò delle ricchezze contenute nell'erario e, a una sola settimana dal ritorno, decise di marciare contro la Spagna (che gli accordi di Lucca avevano assegnato a Pompeo). Giunto in Provenza, lasciò tre legioni al comando di Decimo Bruto e Gaio Trebonio con l'incarico di assediare Marsiglia, che cadde in mano ai cesariani solo dopo mesi di assedio. Lui invece proseguì verso la penisola iberica, dove combatté contro i tre legati di Pompeo che amministravano la regione e dopo qualche mese di scontri riuscì ad avere la meglio e poté tornare in Italia.

Statua di Giulio Cesare,
che ricostruì il foro
romano nel 46 a.C., da
Gaio Giulio Cesare è stato dittatore (dictator) della Repubblica di Roma alla fine del 49 a.C., nel 47 a.C., nel 46 a.C. con carica decennale e dal 44 a.C. come dittatore perpetuo e per questo ritenuto da Svetonio il primo dei dodici Cesari, in seguito sinonimo di imperatore romano. Il dittatore non aveva alcun collega e non veniva eletto dalle assemblee popolari, come tutti gli altri magistrati, ma veniva dictus, cioè nominato, da uno dei consoli, di concerto con l'altro console e con il senato, seguendo un rituale che prevedeva la nomina di notte, in silenzio, rivolto verso oriente e in territorio romano. Cicerone e Varrone ricollegano l'etimologia del termine a questa particolare procedura di nomina. È probabile che il dittatore fosse l'antico comandante della fanteria, il magister populi, e questo spiegherebbe l'antico divieto, per lui, di montare a cavallo mentre nominava come proprio subalterno il magister equitum (il comandante della cavalleria). Alla dittatura si  faceva ricorso solamente in casi straordinari (quali particolari pericoli da nemici esterni, rivolte o un impedimento grave ad operare del console che lo nominava), e il dittatore durava in carica fino a quando non avesse svolto i compiti per i quali era stato nominato e comunque non più di sei mesi; inoltre il dittatore usciva dalla propria carica una volta scaduto l'anno di carica del console che lo aveva nominato. Il dittatore era dotato di summum imperium, e cumulava in sé il potere dei due consoli; per questa ragione era accompagnato da ventiquattro littori. Inoltre non era soggetto al limite della provocatio ad populum (un istituto del diritto pubblico romano, introdotto dalla Lex Valeria de provocatione del 509 a.C. rogata dal console Publio Valerio Publicola, che prevedeva la possibilità di commutare la pena capitale di un condannato a morte in altra pena se così stabilito da un giudizio popolare) e per questo i suoi littori giravano anche all'interno del pomerium (il confine sacro e inviolabile della città di Roma) con le scuri inserite nei fasci, mentre era proibito a chiunque portare armi. Mentre tutti magistrati erano subordinati al dittatore, iniziava a un processo di radicale riforma della società e del governo, mentre la burocrazia repubblicana si centralizzava.

Nel 47 a.C. Gaio Giulio Cesare annuncia la rapida vittoria riportata il 2 agosto contro l'esercito alleato degli optimates pompeiani e senatoriali di Farnace II a Zela, nel Ponto, con tre parole: Venividivici (lett. venni, vidi, vinsi). «Subito marciò contro di lui con tre legioni e dopo una gran battaglia presso Zela lo fece fuggire (Farnace II) dal Ponto e distrusse totalmente il suo esercito. Nell'annunziare a Roma la straordinaria rapidità di questa spedizione, scrisse al suo amico Mazio tre sole parole: "Veni, vidi, vici".» (Plutarco, Vite Parallele: Alessandro e Cesare, BUR. Milano, 2004. Trad.: D. Magnino).

Nel 46 a.C. Cesare parte per l'Africa, dove gli optimates, campioni dei patrizi "pater della patria" del senato, si erano riorganizzati sotto il comando di Catone l'Uticense e li sconfigge a Tapso. I superstiti trovarono rifugio in Spagna e Giulio Cesare, non soddisfatto di aver stupito solo il Senato, per sottolineare la vittoria davanti all'intero popolo romano, nel trionfo Pontico contro Farnace II, il terzo dei cinque che celebrò, «...tra le barelle del corteo fece portare avanti un'iscrizione di tre parole, "Veni, vidi, vici" che evidenziava non le azioni di guerra, come negli altri casi, ma la caratteristica della rapida conclusione.» (Svetonio, Vite dei Cesari, I, 37, Newton, Roma, trad.: F. Casorati).

Marco Antonio da QUI.
La definitiva sconfitta della fazione pompeiana procurò a Cesare le  antipatie di buona parte dei sostenitori  della Repubblica, che temevano l'instaurazione di un regime a carattere monarchico, che sarebbe risultato inviso a tutti i Romani. Notevoli malcontenti, tuttavia, si generarono anche all'interno dello stesso partito cesariano: alcuni dei più fidati collaboratori di Cesare, tra cui Marco Antonio e Gaio Trebonio, erano stati esclusi dalla campagna spagnola o posti in secondo piano durante le azioni belliche e covavano un certo risentimento nei confronti del loro stesso leader, cui erano stati fino ad allora profondamente devoti. Scriveva Plutarco: «Ritenendo che la monarchia fosse un sollievo ai mali delle guerre civili, i Romani elessero Cesare dittatore a vita; ciò equivaleva, per comune consenso, ad una tirannide.» ... «Dopo che ebbe posto termine alle guerre civili, si mostrò irreprensibile e i fatti dimostrano che i Romani giustamente hanno eretto il tempio della Clemenza in rendimento di grazie per la sua mitezza. Infatti lasciò liberi molti di quelli che avevano combattuto contro di lui. (…) E non tollerò che restassero abbattute le statue di Pompeo, ma le fece raddrizzare e perciò anche Cicerone disse che, erigendo le statue di Pompeo, Cesare aveva consolidato le proprie.» ... «Per quanto gli amici lo invitassero a cingersi di una guardia del corpo, non volle, affermando che è meglio morire una volta sola che aspettare sempre di morire.» ... «Ma l’odio più vibrante e che l’avrebbe portato a morte glielo produsse l’aspirazione al regno, che fu per il popolo la causa prima per odiarlo.» (Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 57 e 60).
Andrea Camassei: Festa dei
Lupercalia (1635), Museo del
Prado, Madrid, da QUI.
 «[Marco] Antonio (durante la festa dei Lupercali) porse a Cesare un diadema intrecciato con una corona d’alloro. Si levò un applauso, non scrosciante, ma sommesso, come se fosse preparato. Cesare respinse la corona e tutto il popolo applaudì; quando di nuovo Antonio offerse al corona, pochi applaudirono e di nuovo applaudirono tutti quando Cesare la rifiutò. La prova ebbe questo risultato e Cesare, levatosi, ordinò di portare la corona sul Campidoglio. Poi si videro le sue statue adorne di diademi regali e due tribuni della plebe, Flavio e Marullo, vennero a toglierli: ricercarono poi coloro che per primi avevano salutato Cesare come re e li condussero in carcere.» ... «Quando era già in corso la congiura, alcuni denunciarono Bruto a Cesare, ma egli non prestò fede. (…) Ma coloro che aspiravano al rivolgimento di regime e guardavano a lui (= Bruto) solo o a lui per primo (…) di notte riempivano di scritte la sua tribuna e il seggio sul quale da pretore amministrava la giustizia; la maggior parte di queste scritte diceva: “Tu dormi, o Bruto”; “Non sei Bruto”.» (Plutarco, Vite Parallele, Vita di Cesare, 57 60,61 e 62).

Nel 45 a.C., Gaio Giulio Cesare è padrone di Roma, ed è eletto dittatore a vita. Quello stesso anno, quando il suo prozio Cesare parte per la Spagna a combattere contro i figli di Pompeo, il diciottenne Ottaviano lo segue, sebbene ancora convalescente da una grave malattia. Raggiunge Cesare con una scorta ridotta, dopo aver percorso strade infestate da nemici e dopo un naufragio. Si fa subito apprezzare dal prozio per il coraggio che dimostra. Dopo aver portato a termine anche la guerra in Spagna, Cesare, che progettava una campagna militare prima contro i Daci e poi contro i Parti, lo invia ad Apollonia (sulla riva destra del fiume Voiussa, nell'attuale Albania), dove potrà dedicarsi allo studio della retorica. Svetonio racconta che durante il soggiorno ad Apollonia, Ottaviano era salito insieme al fedele amico, Marco Vipsanio Agrippa, all'osservatorio dell'astrologo Teogene. Fu Agrippa a consultarlo per primo, ricevendo splendide previsioni sulla sua vita futura, quasi incredibili. Ottaviano, temendo di essere considerato di origini oscure, preferì inizialmente non fornire i dati relativi alla propria nascita, ma dopo numerose preghiere, vi acconsentì. Teogene allora si alzò dal suo seggio e lo adorò.
Augusto, Denario, Hiberia: Colonia
Patricia , c. 18-16 a.C. AR (g 3,82;
mm 19; h 8); Testa nuda a d., Rv.
Capricorno verso s., tiene il globo
legato al timone e porta una
cornucopia sul dorso, da QUI.
Per questo motivo Ottaviano ebbe così tanta fiducia nel suo destino che fece coniare una moneta d'argento con il segno del Capricorno, segno sotto il quale era stato concepito (momento preferito rispetto a quello della nascita per stilare un oroscopo) o segno del suo Ascendente, anche se il suo Sole di nascita era nella Bilancia. Ad Apollonia gli giungerà la notizia dell'omicidio di Cesare.

Il "denario" fatto coniare da Giulio
Cesare nel 44 a.C. In un lato c'è
il suo volto e nell'altro Venere che
sulla mano destra porta una Nike
(la Vittoria).
Nel 44 a.C. l'operato di Gaio Giulio Cesare provoca  la reazione  dei conservatori optimates, finché un gruppo di senatori, capeggiati da Marco Giunio Bruto, Gaio Cassio Longino e Decimo Bruto, cospira contro di lui uccidendolo, alle Idi di marzo del 44 a.C. (il 15 marzo) nel Senato di Roma, davanti alla statua di Gneo Pompeo Magno, con decine di pugnalate. Cesare stava preparando una grande campagna militare contro i Parti con l'intenzione di ristabilire l'egemonia romana in Asia, compromessa dal disastro subito da Crasso nel 53 a.C. A Roma venne messo in giro ad arte un oracolo secondo il quale il regno dei Parti avrebbe potuto essere sconfitto solo da un re, andando ad aumentare le voci e i sospetti di aspirazioni monarchiche di Cesare, leitmotiv degli ottimati nei suoi confronti. Fu allora ordita una congiura guidata da Marco Giunio Bruto, Cassio Longino e Decimo Bruto che programmò l'attentato per il 15 marzo, in occasione di una seduta plenaria del Senato e il piano si svolse con successo. Cesare, colpito da ventitré coltellate, cadde a terra morto. Secondo Plutarco e Appiano, egli tentò di difendersi finché non vide anche Bruto snudare il pugnale, prima di colpirlo all'inguine. A quel punto si tirò la toga sul capo e si abbandonò alla violenza dei colpi. Sia Svetonio che Dione Cassio riferiscono che, secondo alcuni, le sue ultime parole, rivolte a Bruto, furono "Anche tu, figlio?".
"La morte di Cesare" di Jean-Léon
Gérôme (1859), da https://it.wiki
pedia.org/wiki/Cesaricidio#/media/
File:Jean-L%C3%A9on_G%C
3%A9r%C3%B4me_-_The_
Death_of_Caesar_-_Walters
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Plutarco racconta che la moglie Calpurnia ebbe una premonizione la mattina in cui Cesare fu assassinato (15 marzo 44 a.C.) e cercò inutilmente di convincere il marito a non recarsi in senato, dove più tardi avrebbe avuto luogo l'attentato. Fu Decimo Giunio Bruto Albino, uno dei congiurati, a persuadere Cesare a non ascoltare la moglie, dicendogli che avrebbe perso considerazione agli occhi dei senatori, se qualcuno avesse annunciato loro che Cesare non si era presentato alla seduta in attesa di "sogni migliori" di Calpurnia. Da lei Cesare non ebbe nessun figlio. Che si sappia, gli unici figli di Cesare sono  stati Giulia da  Cornelia Cinna minore e Cesarione (Tolomeo XV), che ebbe da Cleopatra. Secondo la testimonianza di Plutarco, dopo la morte del marito Calpurnia consegnò a Marco Antonio gli scritti, gli appunti e tutte le ricchezze di Cesare, che ammontavano a 300 talenti.

Il talento era un'antica unità di misura della massa, un peso di riferimento per il commercio, nonché una misura di valore pari alla corrispondente quantità di metallo prezioso. La quantità di massa di un talento era diversa tra i diversi popoli: in Grecia il talento attico corrispondeva a 26 kg di metallo prezioso, a Roma valeva 32,3 kg.


Cesare stava preparando una grande campagna militare contro i Parti con l'intenzione di ristabilire l'egemonia romana in Asia, compromessa dal disastro subito da Crasso nel 53 a.C.. A Roma venne messo in giro ad arte un oracolo secondo il quale il regno dei Parti avrebbe potuto essere sconfitto solo da un re, andando ad aumentare le voci e i sospetti di aspirazioni monarchiche di Cesareleitmotiv degli ottimati nei suoi confronti. Fu allora ordita una congiura guidata da Marco Giunio Bruto, Cassio Longino e Decimo Bruto che programmò l'attentato per il 15 marzo, in occasione di una seduta plenaria del Senato e il piano si svolse con successo. Cesare, colpito da ventitré coltellate, cadde a terra morto. Secondo Plutarco e Appiano, egli tentò di difendersi finché non vide anche Bruto snudare il pugnale, prima di colpirlo all'inguine. A quel punto si tirò la toga sul capo e si abbandonò alla violenza dei colpi. Sia Svetonio che Dione Cassio riferiscono che, secondo alcuni, le sue ultime parole, rivolte a Bruto, furono "Anche tu, figlio?". 

La morte di Cesare apriva una fase di grave instabilità interna alla res publica romana. Le ragioni  per cui era stata ordita la congiura contro Cesare sono da ricercare nei poteri quasi monarchici  che questi aveva accumulato dopo la vittoria su Pompeo, tali da scatenare una atavica avversione contro ogni forma di potere di tipo personale e assoluto, in nome delle tradizioni e delle libertà repubblicane da una parte e nel revanscismo da parte degli optimates che avevano perso i loro privilegi e parte del loro potere con le riforme cesariane, visto che Gneo Pompeo Magno, il campione del Senato, appannaggio degli optimates stessi, era stato sconfitto da Gaio Giulio Cesare. In ogni caso, l'azione dei congiurati assassini di Cesare, definiti dagli storici cesaricidi,  mancava di un disegno politico preciso e coerente. Infatti il 15 marzo del 44 a.C., i senatori che si consideravano custodi e difensori della tradizione e dell'ordinamento repubblicani, che assassinarono il dittatore a vita Gaio Giulio Cesare, erano convinti che il loro gesto avrebbe avuto il sostegno del popolo ma le loro previsioni si rivelarono sbagliate. Quindi, rifugiatisi in Campidoglio, i cesaricidi decisero di attendere lì l'evolversi degli eventi, lasciando in questo modo l'iniziativa agli stretti collaboratori del defunto dittatore: Marco Antonio e Marco Emilio Lepido. Dopo lo sgomento iniziale seguito all'uccisione di Cesare, Marco Antonio prese in mano la situazione e si fece consegnare da Calpurnia, vedova del dittatore, le carte politiche e il denaro liquido di quest'ultimo. Intanto Lepido, nuovo proconsole della Gallia Narbonense e della Spagna Citeriore, lasciava ad Antonio il potere di occuparsi da solo della situazione: mentre in un primo momento aveva fatto entrare a Roma alcuni soldati della legione accampata alle porte della città con l'intento di attaccare il Campidoglio, alla fine decideva di partire per le sue province. Antonio trovava anche un'intesa con il suo vecchio nemico, Publio Cornelio Dolabella, che insieme a lui era stato designato console da Cesare. A questo punto, per guadagnare tempo, con un abile mossa Antonio permise che il senato concedesse l'amnistia ai congiurati e cercò il dialogo proprio con la massima assemblea romana. In cambio, il Senato votò la concessione dei funerali di stato per Cesare. Durante le celebrazioni accadde però che la vista del corpo del dittatore e del sangue sulla sua toga, la lettura del suo  testamento generoso verso i romani e il discorso ad effetto di Antonio, accendessero d'ira l'animo del  popolo contro gli assassini. Fino all'aprile del 44, Antonio mantenne comunque un atteggiamento conciliante: lasciò che i cesaricidi assumessero quelle cariche a cui Cesare li aveva designati, allontanò i veterani del defunto dittatore da Roma e propose l'abolizione della dittatura. Per sé chiese e ottenne la provincia di Macedonia (e le legioni che Cesare aveva ammassato là per la spedizione contro i parti) e per Dolabella quella di Siria. Per la loro sicurezza, Marco Antonio esortò Bruto e Cassio a lasciare la città ed essi, essendosi ritrovati isolati, privi del sostegno sia della plebe urbana che del senato filo-cesariano e dei soldati veterani, ad aprile lasciarono l'Urbe. Assecondando poi le richieste di Antonio, i due congiurati, per preservare la pace, sciolsero le bande di partigiani repubblicani che si erano riunite intorno a loro, mentre invece Antonio, per parte sua, di lì a poco, fece ritorno a Roma dalla Campania con una nutrita scorta di veterani. Nel frattempo, gli altri congiurati Decimo Bruto e Gaio Trebonio partirono in quegli stessi mesi per le provincie assegnate loro da Cesare, la Gallia Cisalpina e l'Asia. Gaio Trebonio, convinto repubblicano che si era in passato opposto alla politica popolare del tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro per poi passare alla fazione cesariana, era stato messo da parte, dopo aver avuto un importante ruolo nell'assedio di Marsiglia, per aver fallito il tentativo di sconfiggere Gneo Pompeo il Giovane in Betica, prima dell'arrivo di Cesare. Incoraggiato probabilmente dal "sistema di potere che Cesare tentava di costruire fuoriuscendo con molte incertezze e soluzioni dalla vecchia legalità repubblicana", Trebonio aveva aderito, nell'estate del 45 a.C., mentre Cesare era ancora impegnato a completare il processo di pacificazione della Spagna, ad un progetto di congiura che mirava ad eliminare Cesare, probabilmente nato all'interno dello stesso ambiente cesariano e dunque non direttamente riconducibile alla congiura che sarebbe stata portata a compimento alle Idi di marzo del 44 a.C..

La scena politica romana è presto dominata da Marco Antonio, che aveva facilmente marginalizzato i cesaricidi. In realtà l'abile generale di Cesare, che nel 44 a.C. ricopriva insieme a lui la carica consolare, voleva appropriarsi dell'eredità politica di Cesare e ripercorrerne le orme.

Tornando da Apollonia, dove aveva avuto la notizia dell'omicidio del prozio, verso RomaOttaviano sbarca a Brindisi, dove riceve il benvenuto dalle legioni di Cesare, lì acquartierate in attesa della spedizione che voleva Cesare in Oriente, contro i Parti, e si impossessa dei circa 700 milioni di sesterzi (nel I secolo d.C. 1 sesterzio valeva circa 2 €) di denaro pubblico destinati alla guerra contro i Parti, che utilizza a questo punto per acquisire ulteriore favore tra i soldati e tra i veterani di Cesare stanziati in Campania. «Ritenendo che la cosa più importante fosse quella di vendicare la morte di suo zio e di difendere ciò che aveva fatto, appena tornò da Apollonia, decise di essere estremamente duro con Bruto e Cassio, i quali non se lo aspettavano, e quando questi capirono di essere in pericolo, fuggirono; [allora Ottaviano] li perseguì con un'azione legale atta a farli condannare per omicidio.» (Svetonio, Augustus, 10)

Il 21 maggio del 44 a.C., Ottaviano fa il suo ingresso a Roma mentre il 1º giugno Marco  Antonio fa  approvare una legge che sottragga a Decimo Bruto il governo della Gallia, conferito ora allo stesso Antonio. Il 5 giugno poi, nel tentativo di allontanare Bruto e Cassio con un incarico onorifico, veniva loro offerto il compito di acquistare grano dalla Sicilia e dall'Asia. La proposta suscitò l'ira furiosa di Cassio, mentre Bruto, indeciso sul da farsi, continuò ad attendere una qualche svolta favorevole, un accordo con Antonio e di conoscere l'andamento dei giochi Apollinari a Roma, indetti a suo nome in qualità di pretore. L'incrinatura nei rapporti con Antonio arrivò infine ai primi di agosto e i due pretori, Bruto e Cassio, lanciando minacce al console Antonio, si risolsero infine a partire per le province che erano state intanto assegnate loro, Creta e Cirenaica, innocue e prive di eserciti. Cicerone, invece, fece ritorno a Roma e, dopo una latitanza di circa sei mesi, si fece rivedere in Senato dove, il 2 settembre, diede inizio alla sua battaglia contro Antonio, attraverso una serie di discorsi, le Filippiche, nel corso delle quali portò avanti un'opera di idealizzazione dell'attentato contro Cesare e sostenne politicamente l'operato di Bruto e Cassio in Oriente e di Decimo Bruto in Gallia, e inoltre del giovane Ottaviano, che, mostrando a Cicerone la sua devozione per lui e per la patria, ne otteneva il sostegno. Ottaviano inoltre, poiché i magistrati incaricati non osavano celebrare i Ludi per la vittoria del prozio Cesare, si occupò personalmente di organizzarli (dal 5 al 19 settembre del 44 a.C.). In seguito, per riuscire a portare a termine altri suoi progetti, sebbene fosse patrizio ma non ancora senatore, si presentò come candidato per sostituire un tribuno della plebe, che era appena deceduto. La sua candidatura incontrò l'opposizione di Marco Antonio, sul cui appoggio il giovane Ottaviano contava, per cui passò dalla parte degli ottimati, nemici storici dei populares cesariani.

Marco Tullio Cicerone (106
-43 a.C.), Musei
Capitolini.
Quando nel mese di ottobre, l'appoggio del Senato a Ottaviano si fece più pressante, con Cicerone che tuonava con le sue Filippiche contro Antonio, questi decise di riprendere il controllo della situazione richiamando in Italia le legioni stanziate in Macedonia. Di fronte a quella minaccia, Ottaviano in novembre richiamò allora i veterani di Cesare a lui fedeli, ottenendo ben presto anche la diserzione di due delle legioni macedoni di Antonio, la IV e la Martia, appena sbarcate. Poi, fallito, per l'opposizione del Senato (Cicerone infatti era certo della fedeltà del giovane Ottaviano alla Res publica), il tentativo di far dichiarare Ottaviano hostis publicus per aver reclutato un esercito senza averne l'autorità (in realtà sarà Antonio a essere indicato come nemico dello Stato avendo preso d'assedio illegalmente Decimo Bruto, un legittimo propretore), il console Marco Antonio decise allora di accelerare i tempi dell'occupazione della Cisalpina, in modo da garantirsi una posizione di forza per l'anno successivo. Ricevuto il rifiuto da parte di Decimo Bruto alla cessione della Cisalpina, Antonio, grazie al consenso del Senato, poté marciare su Modena, dove strinse d'assedio Bruto mentre Ottaviano, su consiglio di alcuni ottimati, provò ad assoldare alcuni sicari perché uccidessero Antonio ma, scoperto il suo tentativo, per proteggersi arruolò una buona parte dei veterani di Cesare, facendo loro grandi elargizioni.

Statua di Augusto di
Prima Porta, Musei
Vaticani, da  QUI.
Inizia così, alla fine del 44 a.C., la guerra civile romana, nell'ultimo  complesso e confuso periodo storico della Repubblica romana, guerra civile iniziata nel 44 a.C. con l'assassinio di Cesare e terminata nel 30 a.C. con la battaglia di Azio. In occasione della morte di Cesare, Ottaviano aveva saputo di essere stato adottato per testamento dal prozio come figlio ed erede e, secondo la consuetudine, assunse il nomen gentilizio (Iulius) e il cognomen (Caesar) del padre adottivo, omettendo però di aggiungere come tradizione un secondo cognome derivato della gens di provenienza aggettivata in -anus, divenendo così Gaio Giulio Cesare (Gaius Iulius Caesar). Il nome Ottaviano venne generalmente diffuso dalla propaganda degli avversari politici, ma non risulta nei documenti ufficiali. Si narra che poco prima di venire assassinato, Cesare lo avesse nominato magister equitum in seconda, accanto a Marco Emilio Lepido, in vista della grande spedizione d'Oriente che stava preparando contro i Parti. Ottaviano, pur restando indeciso se chiamare in aiuto le legioni orientali per combattere i Parti o lasciar perdere, preferì tornare a Roma a reclamare i suoi diritti di figlio adottivo e di erede di Cesare. Ancora Svetonio racconta di un episodio curioso: «Tornando da Apollonia a Roma, dopo la morte di Cesare, nel cielo limpido e puro apparve all'improvviso un cerchio, simile all'arcobaleno, che circondò il sole, mentre la tomba di Giulia, figlia di Cesare, fu colpita più volte da un fulmine. [...] Tutti l'interpretarono come un presagio di grandezza e prosperità.» (Svetonio, Augustus, 95.) «...Ritornò però a Roma e rivendicò la sua eredità, nonostante le esitazioni di sua madre e l'energica opposizione del patrigno Marcio Filippo, ex console. Da quel tempo, procuratosi un esercito, governò lo Stato prima con Marco Antonio e Marco Lepido, poi, per circa 12 anni, con il solo Antonio (dal 42 al 30 a.C.) e infine, per 44 annida solo (dal 30 a.C. al 14 d.C.).» (Svetonio: Vita dei Cesari, Libro II, Augusto, 8).

Nel 43 a.C., il 1º gennaio, giorno dell'insediamento dei nuovi consoli Pansa e Irzio, il Senato decreta l'abrogazione della legge che assegnava ad Antonio la Gallia Cisalpina e ordina a questi di cessare immediatamente gli attacchi a Decimo Bruto. Ottenutone un netto rifiuto, i consoli  sono incaricati di marciare contro Antonio assieme a Ottaviano, a cui venne conferito eccezionalmente l'imperium di pretore per legalizzare la condizione del suo esercito privato. Il 14 aprile e il 21 aprile Antonio viene sconfitto nella battaglia di Forum Gallorum e nella battaglia di Modena, nelle quali però rimangono premeditatamente uccisi i due consoli Irzio e Pansa, per cui Ottaviano, che aveva preso parte personalmente ai combattimenti del 21 aprile all'interno del campo di Antonio, alla fine rimane l'unico comandante delle legioni repubblicane. «Durante il primo scontro, se dobbiamo credere a quanto scrive Antonio, Ottaviano si diede alla fuga e ricomparve due giorni dopo, senza il suo mantello di comandante ed il cavallo; ma nella seconda sappiamo che fece il suo dovere non solo come generale, ma anche come soldato: vedendo, nel mezzo della battaglia, che l'aquilifer della sua legione era ormai ferito gravemente, prese con sé l'aquila sulle spalle e la tenne con sé per il tempo necessario.» (Svetonio, Augustus, 10). Svetonio aggiunge che corse voce allora che fosse stato Ottaviano a far uccidere Aulo Irzio e Gaio Vibio Pansa, poiché, una volta messo in fuga Antonio e tolti di mezzo entrambi i consoli, potesse rimanere unico padrone degli eserciti vincitori. Tanto è vero che da Cicerone apprendiamo che, al termine della battaglia di Forum Gallorum, Pansa si ritirò al campo ferito, ma ancora in vita e la sua morte sembrò talmente sospetta che Glicone, il suo medico, fu messo in prigione con l'accusa di aver lavato la ferita con il veleno. Aquilio Nigro sostenne infine che nella confusione della battaglia l'altro console, Irzio, fu ucciso dallo stesso Ottaviano, che quando venne a sapere che Antonio, dopo la sconfitta, era stato accolto da Marco Emilio Lepido e che anche altri comandanti, insieme ai loro eserciti, si stavano avvicinando al partito dei populares a lui avverso, abbandonò la causa degli ottimati. La tesi del complotto di Ottaviano sembra essere sostenuta anche da Tacito, che scrive: «...tolti di mezzo Irzio e Pansa (furono uccisi dai nemici? Oppure a Pansa sparsero del veleno sulla ferita e Irzio venne ucciso dai suoi soldati e per macchinazione dello stesso Augusto?), si era impadronito delle loro truppe; che aveva estorto il consolato a un senato riluttante e rivolto le armi, avute per combattere Antonio, contro lo stato...» (Tacito, Annales, I, 10). Tornato a Roma con l'esercito, infatti, malgrado la giovane età (aveva soli vent'anni), Ottaviano si fece eleggere console suffectus assieme a Quinto Pedio, ottenendo compensi per i suoi legionari e facendo approvare dal Senato la lex Pedia contro i cesaricidi. In tal modo i consoli poterono rifiutarsi di portare ulteriore soccorso a Decimo Bruto che, in fuga, venne infine ucciso nella Gallia Cisalpina da un capo gallo fedele ad Antonio. Svetonio racconta che: «[Ottaviano] A vent'anni prese il consolato, facendo avanzare minacciosamente le sue legioni verso Roma (urbem) e inviando quei [soldati] che chiedessero per lui a nome dell'esercito; quando il Senato sembrò esitante, il centurione Cornelio, capo della delegazione, gettando indietro il suo mantello e mostrando l'impugnatura del suo gladio, non esitò a dire nella Curia: "Se non lo farete [console] voi, questa [spada] lo farà".» (Svetonio, Augustus, 26). Poi, dopo aver fatto riconoscere la sua adozione (avvenuta nel 45) e mutato il nome in Gaio Giulio Cesare Ottaviano, decise di riappacificarsi con Lepido e Antonio ricomponendo i dissidi interni alla fazione cesariana, dalla sua nuova posizione di forza, come capo dello Stato romano. Ottaviano prese quindi contatti con il principale sostenitore di Antonio, il pontefice massimo Marco Emilio Lepido, già magister equitum di Cesare, con l'intenzione Con gli auspici di Lepido, ottenne dunque che fosse organizzato un incontro a tre con Antonio nei pressi di Bononia. Da quel colloquio privato nacque un accordo a tre, tra lui, Antonio e Lepido della durata di cinque anni. Si trattava del secondo triumvirato, riconosciuto legalmente dal Senato il 27 novembre di quello stesso anno con la Lex Titia, in cui veniva creata la speciale magistratura dei Triumviri rei publicae constituendae consulari potestate, ovvero "triumviri per la costituzione dello stato con potere consolare". «Per dieci anni fece parte del triumvirato, creato per dare un nuovo ordine alla Repubblica: come suo membro cercò inizialmente di impedire che si iniziassero le proscrizioni, ma quando esse cominciarono si mostrò più spietato degli altri due. [...] lui solo si batté in modo ostinato affinché non venisse risparmiato nessuno, arrivando a proscrivere anche C. Toranio, suo tutore, che era stato, inoltre, collega di suo padre come edile. [...] più tardi si pentì di questa sua ostinazione e promosse al rango di cavaliere T. Vinio Filopomeno, che sembra avesse nascosto il suo padrone, quando era proscritto.» (Svetonio, Augustus, 27).

Aureo romano ritraente l'effigi di Marco
Antonio (sinistra) e Ottaviano (destra)
emesso nel 41 a.C. per celebrare il
secondo triumvirato. Si noti l'iscrizione
'III VIR R P C' (Triumviri Rei Publicae
Constituendae Consulari Potestate) su
entrambi i lati. Da QUI.
L'incontro fra i tre maggiori eredi di Cesare fu organizzato da Lepido su un'isoletta del fiume Reno, presso l'allora colonia romana di Bononia, l'odierna Bologna. Il patto, valido per un quinquennio, fu legalizzato ed ebbe validità istituzionale con la Lex Titia del 27 novembre 43 a.C. Ufficialmente i membri furono conosciuti come Triumviri Rei Publicae Constituendae Consulari Potestate (Triumviri per la Costituzione della Repubblica con Potere Consolare, abbreviato come "III VIR RPC"). Svetonio racconta di un episodio curioso accaduto in questa circostanza: «Quando nei pressi di Bologna si riunirono le truppe dei triumviri, un'aquila, posàtasi sulla sua tenda [di Ottaviano], sopraffece e gettò a terra due corvi che la attaccavano da una parte e dall'altra: tutto l'esercito intese che un giorno o l'altro ci sarebbe stata tra i colleghi quella discordia che poi effettivamente ci fu, e ne presagì l'esito.» (Svetonio, Augustus, 96). L'accordo fu lo sviluppo naturale a cui portava la situazione creatasi dopo la morte di Cesare. Antonio e Ottaviano erano i principali eredi politici del dittatore ucciso l'anno prima; essi si ritrovarono nella comune opposizione agli ottimati - intenzionati ad abolire le riforme cesariane - e nella volontà di dare la caccia ai cesaricidi (i quali, intanto, con Bruto e Cassio, stavano organizzando imponenti forze in Oriente). Intanto Sesto Pompeo, figlio dell'avversario di Cesare, con le forze pompeiane superstiti e una potente flotta, teneva sotto controllo Sicilia, Sardegna e Corsica, e la usava per razziare le coste dell'Italia meridionale seminando il terrore. L'accordo era necessario soprattutto per Ottaviano, il quale voleva evitare di trovarsi fra due fuochi, da una parte Antonio con 17 legioni (comprese quelle dategli da Lepido, suo partigiano) e dall'altra le già ricordate forze dei cesaricidi in Oriente. Dall'incontro uscì una spartizione delle provincie, inizialmente a lui sfavorevole: ad Antonio sarebbe spettato il proconsolato nella Gallia Cisalpina e Comata, a Lepido la Gallia Narbonense e le Spagne, ad Ottaviano l'Africa, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica, territori minacciati dai pompeiani. Per reperire i fondi necessari per la campagna in Oriente e per vendicare la morte di Cesare, i tre redassero le "liste di proscrizione" degli avversari da eliminare ed incamerarne così i beni. A Roma e in Italia si scatenò quindi una caccia all'uomo senza eguali e in molti casi più feroce e indiscriminata di quella operata dopo la vittoria di Silla su Gaio Mario. Molte furono le vittime illustri: ben 300 senatori caddero assassinati e 2000 cavalieri ne seguirono la sorte. Tra questi fu anche Cicerone, al quale Antonio non aveva perdonato le orazioni contro di lui, raccolte nelle Filippiche. Ottaviano, pur essendo stato protetto e incoraggiato dal grande intellettuale latino, non fece nulla per salvargli la vita. Altra barbarie decisa dai triumviri fu l'uso di appendere ai rostri del foro le teste dei nemici uccisi e di dare una ricompensa proporzionale a chi le portava: 25.000 denari agli uomini liberi, 10.000 agli schiavi con l'aggiunta della manomissione (libertà) e della cittadinanza. I tre triumviri quindi, strinsero l'accordo per convenienza personale. Marco Antonio era desideroso di raccogliere e proseguire l'opera già cominciata da Cesare: riforma in senso monarchico dello stato ed espansione a Oriente dell'impero. Dopo aver dato pubblica lettura del testamento del dittatore, seppe usare per i suoi fini le ire popolari contro i cesaricidi, diventando così leader indiscusso del partito cesariano. Il suo consolato del 44 fu caratterizzato da politiche demagogiche e da una legislazione confusa. Percepì ben presto il pericolo rappresentato dal giovane Ottaviano, sia in quanto erede universale di Cesare, sia perché era ben visto dagli ottimati. Costretto, dopo la sconfitta subita a Modena, a condividere con il futuro rivale la scena politica, scatenò sanguinose rappresaglie contro i propri nemici politici. Ottaviano, figlio adottivo di Cesare, fu astuto e abile allo stesso tempo nello sfruttare la confusione creatasi dalle lotte fra i diversi partiti. Nonostante la “pericolosa parentela”, fu visto inizialmente come paladino degli ottimati, da contrapporre ad Antonio. Non a caso, in occasione della battaglia di Modena, accompagnò come propraetor i consoli Irzio e Pansa con milizie a lui fedeli. Ben presto, però, fece pentire l'aristocrazia della scelta fatta, mostrando di voler vendicare il padre adottivo e di raccoglierne l'eredità politica. Seppe raggiungere subito in maniera spregiudicata la massima magistratura della Res publica con un vero e proprio colpo di Stato e, come vedremo, una volta entrato in contrasto con Antonio, si presentò come campione del mos maiorum tanto caro all'aristocrazia senatoria e della conservazione e tutela dei valori della repubblica e delle sue istituzioni. Non fu solo bravo nel sapersi muovere nell'agone politico, ma si circondò di valenti uomini, come quel Marco Vipsanio Agrippa abile generale che gli regalò i suoi successi militari più importanti. Marco Emilio Lepido, sostenitore di Cesare e poi di Antonio subito dopo le idi di marzo, fu invece presto un comprimario, una spalla degli altri due colleghi e in molti casi poco affidabile. Di fronte al crescere della personalità e dell'importanza degli altri triumviri, egli fu sempre più relegato ai margini della scena politica.

Nel 42 a.C., appena due anni dopo il suo assassinio in Senato, nella Curia di Pompeo, Gaio Giulio Cesare è deificato ufficialmente, elevato quindi a divinità, dal Senato stesso. L'eredità riformatrice e storica di Cesare è quindi raccolta da Ottaviano Augusto, suo pronipote e figlio adottivo. Gaio Giulio Cesare ha avuto un ruolo fondamentale nella transizione del sistema di governo dalla forma repubblicana a quella imperiale. Probabilmente il continuo scontro fra le due anime della Repubblica, i pochi optimates aristocratici e i tanti populares che volevano partecipare alla vita pubblica, non garantiva una continuità del potere per la vastità dell'impero romano nascente, continuità che invece si perpetrerà nel principato.

Nel 33 a.C., dopo l'eliminazione graduale di tutti i contendenti al potere su Roma nell'arco di sei anni, da Bruto e Cassio a Sesto Pompeo e Lepido, la situazione rimane nelle sole mani di Ottaviano in Occidente e Antonio in Oriente, portando un inevitabile aumento dei contrasti tra i due, ciascuno troppo ingombrante per l'altro, tanto più che i successi ottenuti nelle campagne militari di Ottaviano in Illirico (del 35-33 a.C.) e contro Lepido non erano stati compensati da Antonio in Oriente contro i Parti, limitandosi alla sola acquisizione in dote dell'Armenia. Alla sua scadenza, nel 33 a.C., il triumvirato non viene rinnovato (durò infatti 10 anni) e Antonio ripudierà Ottavia minore, (nel 32 a.C.) sorella di Ottaviano.

Nel 33 a.C. Tiberio Claudio Nerone padre muore ed è il giovanissimo figlio Tiberio a pronunciarne la laudatio funebris dai rostri del Foro. Tiberio si trasferisce quindi nella casa di Ottaviano dov'erano la madre e il fratello, proprio mentre le tensioni tra Ottaviano e Antonio porteranno ad un nuovo conflitto, che si concluderà nel 31 a.C. con lo scontro decisivo di Azio.


Nel 32 a.C. il conflitto fra Ottaviano e Antonio era ora inevitabile, mancava solo il casus belli, che Ottaviano trovò Scriveva Svetonio: «La sua alleanza [di Ottaviano] con Antonio era sempre stata dubbia e poco stabile, mentre le loro continue riconciliazioni altro non erano che momentanei accomodamenti; alla fine si giunse alla rottura definitiva e per meglio dimostrare che Antonio non era più degno di essere un cittadino romano, aprì il suo testamento, da Antonio lasciato a Roma, e lo lesse davanti all'assemblea, dove designava come suoi eredi anche i figli che aveva avuto da Cleopatra.» (Svetonio, Augustus, 17). Ancora Svetonio aggiunge che Antonio aveva scritto ad Augusto in modo confidenziale, quando non era ancora scoppiata la guerra civile tra loro: «Che cosa ti ha cambiato? Il fatto che mi accoppio con una regina? È mia moglie. Non sono forse nove anni che iniziò [la nostra storia d'amore]? E tu ti accoppi solo con Drusilla? E così starai bene se quando leggerai questa lettera, non ti sarai accoppiato con Tertullia, o Terentilla, o Rufilla, o Salvia Titisenia o tutte. Giova forse dove e con chi ti accoppi?» (Svetonio, Augustus, 69.). Poiché il Senato non aveva visto di buon occhio il trionfo celebrato ad Alessandria e tantomeno la spartizione ai figli di terre che appartenevano a Roma e non ad Antonio, Ottaviano decise di forzare la mano ai senatori e, dopo aver corrotto alcuni funzionari, si impossessò del testamento del rivale e lo lesse pubblicamente all'assemblea senatoria: Antonio lasciava i territori orientali di Roma a Cleopatra VII d'Egitto e ai suoi figlicompreso Cesarione, figlio di Gaio Giulio Cesare. 
Cleopatra, museo Altes
di Berlino, da QUI.
Si scatenò quindi la prevista reazione, per cui si dichiara Antonio nemico pubblico mentre Ottaviano gli manda i suoi parenti e i suoi amici, tra cui i consoli Gaio Sosio e Domizio Enobarbo. Poi il Senato di Roma dichiara guerra a Cleopatra, ultima regina tolemaica di Egitto, sul finire del 32 a.C.

Mappa della battaglia di Azio, da QUI
Nel 31 a.C. Marco Antonio e Cleopatra sono  sconfitti nella battaglia navale di Azio, il 2 settembre del 31 a.C. e si suicideranno entrambi l'anno successivo, in Egitto. La battaglia navale fu vinta dalla flotta di Ottavianoguidata con abilità da Marco Vipsanio Agrippa, già decisivo contro Sesto Pompeo, soprattutto per la scarsa decisione di Marco Antonio che si fece convincere da Cleopatra a rinunciare al combattimento, mentre l'esito era ancora incerto, e a fuggire con il tesoro dell'esercito verso l'Egitto con una parte delle navi, mentre il resto della flotta antoniana rientrava in porto dopo aver subito alcune perdite. 

Da alcuni anni risalivano le frizioni tra Antonio e Ottaviano, triumviro e figlio adottivo  di Cesare, quindi fratellastro adottivo dello stesso Cesarione, tensioni che erano sfociate in una guerra civile intestina della Repubblica romana tra i due generali. Nel settembre del 31 a.C. Antonio e Cleopatra erano stati sconfitti nella battaglia di Azio e si erano quindi ritirati in Egitto. Dopo il ritorno ad Alessandria dei due, Cesarione e Marco Antonio Antillo, figlio di Antonio da un precedente matrimonio, erano entrati a far parte degli efebi e il primo fu sempre più coinvolto negli affari del regno (l'efebìa, da ephebéia, era la condizione legale dei giovani al primo gradino dell'arruolamento di leva (le odierne "reclute"), che si esercitavano sotto il controllo dello stato. L'efebia era quindi il primo gradino per l'età adulta e sanciva l'uscita dall'infanzia. Ad Atene si era efebi dai diciotto ai vent'anni e ciò veniva sancito con un solenne giuramento nel tempio di Aglauro). La situazione andava però peggiorando con l'avanzata di Ottaviano in Siria e nell'estate del 30 a.C. Cleopatra, allontanatasi da Antonio, iniziò i preparativi per una sua partenza insieme a Cesarione  per l'India, così da sfuggire al figlio adottivo di Cesare, Ottaviano; i suoi piani furono però scoperti dal governatore della Siria Quinto Didio, che fece bruciare la flotta egizia di stanza nel mar Rosso. Nel luglio di quell'anno quindi, Ottaviano sbarcò in Egitto e assediò Alessandria; Antonio si suicidò il 1º agosto di quell'anno, mentre Cleopatra il 12. Dopo la morte della madre, Cesarione fu fatto uccidere per ordine di Ottaviano, convinto in tal senso da Ario Didimo, per liberarsi di uno scomodo rivale dinastico, mentre gli altri figli di Cleopatra furono condotti a Roma.

Dopo la vittoria di Azio, Ottaviano non solo ordina quindi di uccidere il figlio di Cleopatra,  Cesarione (in greco ellenistico Cesariòn, piccolo Cesare) la cui paternità veniva attribuita dalla regina a Gaio Giulio Cesare, ma decide di annettere l'Egitto a Roma, compiendo l'unificazione dell'intero bacino del Mediterraneo sotto Roma, e facendo di questa nuova acquisizione la prima provincia imperiale, governata da un proprio rappresentante, il prefetto d'Egitto. L'imperium di Ottaviano su questa provincia venne probabilmente sancito da una legge comiziale già nel 29 a.C., due anni prima della messa in opera del nuovo assetto provinciale. Svetonio racconta che quando Ottaviano si trovava ancora ad Alessandria d'Egitto: «[...] si fece mostrare il sarcofago e il corpo di Alessandro Magno, prelevato dalla sua tomba: gli rese omaggio mettendogli sul capo una corona d'oro intrecciata con fiori. E quando gli chiesero se voleva visitare anche la tomba di Tolomeo, rispose che voleva vedere un re, non dei morti.» (Svetonio, Augustus, 18). Per la storiografia moderna più datata, la nuova forma di governo provinciale riservata all'Egitto ebbe origine dal tentativo di compensare gli Egiziani della perdita del loro monarca-dio (il faraone), con la nuova figura del Princeps, primo fra gli uguali; in realtà, la scelta di Ottaviano di porre a capo della nuova provincia un prefetto plenipotenziario (figura che derivava direttamente dal prefetto della città tardo-repubblicana), il cosiddetto praefectus Alexandreae et Aegypti, titolo ufficiale attribuito al neo-governatore che aveva soppresso la Bulè di Alessandria, era stata dettata dal contesto in cui era avvenuta la conquista del paese: la guerra civile, ragioni di ordine strategico-militare nella lotta fra le due factiones tardo-repubblicane pro-occidente o pro-oriente, l'importanza del grano egiziano per l'annona di Roma e, non da ultimo, il tesoro tolemaico. L'aver, infatti, potuto mettere le mani sulle risorse finanziarie dei Tolomei consentì a Ottaviano di pagare molti debiti di guerra, nonché decine di migliaia di soldati che in tanti anni di campagne lo avevano servito, disponendone l'insediamento in numerose colonie, sparse in tutto il mondo romano. Svetonio aggiunge che Ottaviano: «[...] per meglio ricordare la vittoria di Azio, fondò nelle vicinanze la città di Nicopoli, dove vennero istituiti dei giochi quinquennali; fece ingrandire l'antico tempio di Apollo e consacrò a Nettuno e a Marte dove aveva posto gli accampamenti, adornandoli con le spoglie navali.» (Svetonio, Augustus, 18).

Aureo del 27 a.C.
col consolidamento
al potere di
Augusto da: QUI.
Ottaviano era divenuto, di fatto, il padrone assoluto dello Stato romano, anche se formalmente Roma era ancora una repubblica e Ottaviano stesso non era ancora stato investito di alcun potere ufficiale, dato che la sua potestas di triumviro non era stata più rinnovata: nelle "Res Gestae" riconosce di aver governato in questi anni in virtù del "potitus rerum omnium per consensum universorum" ("consenso generale"), avendo per questo motivo ricevuto una sorta di perpetua tribunicia potestas (certamente un fatto extra-costituzionale). Il senato gli conferì progressivamente onori e privilegi, ma il problema che Ottaviano doveva risolvere consisteva nella trasformazione della sostanza dei rapporti istituzionali, lasciando intatta la forma repubblicana. I fondamenti del reale potere vennero individuati nell'imperium e nella tribunicia potestas: il primo, proprio dei consoli, conferiva a chi ne era titolare il potere esecutivo, legislativo e militare, mentre la seconda, propria dei tribuni della plebe, offriva la facoltà di opporsi alle decisioni del senato, controllandone la politica grazie al diritto di veto. Ottaviano cercò di ottenere tali poteri evitando di alterare le istituzioni repubblicane e dunque senza farsi eleggere a vita console e tribuno della plebe ed evitando inoltre la soluzione cesariana (Giulio Cesare era stato eletto, prima annualmente e poi a vita dictator). La carica di dittatore gli fu infatti offerta, ma egli prudentemente la rifiutò: «Il popolo con grande insistenza offrì ad Augusto la dittatura, ma lo stesso, dopo essersi inginocchiato, fece cadere la toga dalle spalle e, a petto nudo, supplicò che non gli fosse imposta.» (Svetonio, Augustus, 52). Fra l'altro Ottaviano, ora Augusto (degno di venerazione), considerava il titolo di dominus («signore») come un grave insulto e sempre lo respinse con vergogna.

Roma - Resti dei Fori Imperiali.
Rimasto in Egitto per tutto l’inverno del 30 e la primavera del 29 prima dell'era Volgare (a.C.), risolto l’assetto politico in Oriente, Ottaviano fa ritorno a Roma e il 13, 14 e 15 agosto di quell'anno celebra tre magnifici trionfi delle vittorie riportate in Dalmazia, ad Azio ed in Egitto. Durante la cerimonia di un trionfo, è Tiberio a precedere il carro del vincitore, conducendo il cavallo interno di sinistra, mentre  Marcello, nipote prediletto e successore designato di Augusto, cui però premorirà (Marco Claudio Marcello, Roma 42 a.C. - Baia 23 a.C., era figlio di Gaio Claudio Marcello, console nel 50 a.C. e di Ottavia minore, sorella di Ottaviano), monta quello esterno di destra, trovandosi dunque al posto d'onore. Ottaviano concede donativi ai veterani ed ai poveri adoperando i tesori di Cleopatra e alla fine dei tre giorni di feste, consacra il tempio dedicato a Cesare. Come aveva già fatto Pompeo Magno, anche Ottaviano in quell'occasione fa coincidere il suo triplice trionfo con le feste celebrate a Roma in onore di Eracle, il 12 agosto per Heracles Invictus ed il giorno successivo in onore di Heracles Victor, l'Eracle vincitore. La memoria di quei festeggiamenti, le Ferie Augustae si è perpetrata nel nostro Ferragosto, il 15 Agosto, così come l'etimologia del nome agosto si ricollega al latino Augustus, nome dato a quel mese dall'8 a.C. 

In quell'anno Virgilio Marone (che era di Mantova, quindi di discendenza etrusca) inizia la stesura dell'"Eneide", che assegnerà antenati divini a Romolo e ad alcune "gens" Romane (Venere per la gens Julia, a cui apparteneva Giulio Cesare). Caio Giulio Cesare, che nacque il 13 luglio del 101 o il 12 luglio del 100 a.C. nella Suburra, un quartiere di Roma, dall'antica e nota famiglia patrizia della gens Iulia, annoverava tra gli antenati anche il primo e grande re romano, Romolo, che discendeva da Iulo (o Ascanio), figlio del principe troiano Enea, secondo il mito figlio a sua volta della dea Venere.

Roma antica con i nomi dei 7 colli
fino alle mura serviane del VI sec. a.C.,
l'espansione della Roma Repubblicana
e Imperiale fino alle mura aureliane del
III sec. d.C.
Il 16 gennaio del 27 a.C. Ottaviano, che da qui in avanti sarà chiamato Augusto, restituisce formalmente nelle mani del senato e del popolo romano i poteri straordinari assunti per la guerra contro Marco Antonio e riceve: 1) il titolo di console da rinnovare annualmente; 2) una potestas con maggiore auctoritas  rispetto agli altri magistrati (consoli e proconsoli), poiché aveva diritto di veto in tutto l'Impero, a sua volta non assoggettato ad alcun veto da parte di qualunque altro magistrato; 3) l'imperium  proconsolare decennale, rinnovatogli poi nel 19 a.C., sulle cosiddette province "imperiali" (compreso il controllo dei tributi delle stesse), vale a dire le province dove fosse necessario un comando militare, ponendolo di fatto a capo dell'esercito; 4) il titolo di Augusto (su proposta di Lucio Munazio Planco), cioè "degno di venerazione e di onore", che sancisce la sua posizione sacra che si fondava sul consensus universorum di Senato e popolo romano; 5) l'utilizzo del titolo di Princeps ("primo cittadino"); 6) il diritto di condurre trattative con chiunque volesse, compreso il diritto di dichiarare guerra o stipulare trattati di pace con qualunque popolo straniero.

Province senatorie e imperiali nella Roma
 di Augusto, da QUI
Nel 27 a.C. Augusto effettua la  suddivisione dell'impero in province  senatorie e imperiali.
Alcune province, in genere quelle di più antica annessione e ormai  pacificate, nelle quali non era necessaria la presenza di legioni, sono affidate al controllo del Senato (province senatorie) e rette, secondo il modello dell'epoca repubblicana, da proconsoli (Proconsul provinciae) o propretori, eletti annualmente, a capo delle truppe lì stanziate a cui il senato stesso avrebbe potuto in qualunque momento emanare un senatus consultum limitandone o revocandone i poteri conferiti. La Numidia, l'Africa proconsolare, l'Asia, l'Acaia e l'Epiro, l'Illyricum, la Macedonia, la Sicilia, Creta e Cirene, Bitinia e Ponto, Sardegna e Corsica, Hispania Baetica erano province senatorie e a partire dal 22 a.C. Augusto cedette al Senato le province della Gallia Narbonense e di Cipro ottenendo in cambio quella dell'Illyricum.
Le province imperiali erano quelle in cui il governatore era nominato direttamente ed unicamente dall'imperatore. Queste province erano spesso province di confine, strategicamente e militarmente importanti per la sicurezza dell'Impero o comunque quelle non del tutto pacificate o nelle quali erano da poco scoppiate guerre o rivolte; lo scopo ultimo, non troppo celato, era il controllo della pressoché totalità delle legioni da parte dell'imperatore. Si trattava delle province (esclusa l'Africa proconsolare) che si trovavano lungo il limes romano, in cui erano presenti delle legioni, soprattutto nei suoi tratti renano-danubiano-orientale. A questo sistema, faceva eccezione, già al tempo di Augusto, la prima provincia imperiale per costituzione, ovvero l'Egitto, che era assegnata ad un Praefectus Aegypti di rango equestre e di nomina imperiale, l'unico fra i governatori equestri che avesse al proprio comando una o più legioni. La Hispania Tarraconensis, la Hispania Lusitania, la Gallia Comata (o Tres Galliae), la Gallia Narbonensis (divenuta poi provincia senatoria dal 22 a.C.), la Siria (a cui fu unita la Cilicia e Cipro fino al 22 a.C.) e l'Egitto erano province imperiali. A partire dal 22 a.C. Augusto cedette al Senato le province della Gallia Narbonense e di Cipro ottenendo in cambio quella dell'Illyricum. Il potere dell'imperium consentiva all'imperatore di assumere direttamente il comando delle legioni stanziate nelle province "non pacatae" e di avere così costantemente a disposizione una forza militare a garanzia del suo potere, nel nesso inscindibile tra esercito e proprio comandante che era stato creato dalla riforma di Gaio Mario, ormai vecchia più di un secolo. L'imperium gli garantiva inoltre, la gestione diretta dell'amministrazione e la facoltà di emanare decreta, decisioni di carattere giurisdizionale, ed edicta, decisioni di carattere legislativo. 

Asse coniato in occasione del
terzo consolato di Agrippa,
sancito dalle iniziali del Senato
Consulto sul retro. Da https://it.
wikipedia.org/wiki/Asse_(mon
eta)#/media/File:Asse_
Agrippa.jpg
Marco Vipsanio Agrippa
al Louvre di Parigi, di
Shawn Lipowski QUI.
Nel 27 a.C., anno in cui Ottaviano ottenne il titolo di Augusto, Marco Vipsanio Agrippa  rivestì per la terza volta il consolato insieme all'amico e futuro suocero Augusto. Quello stesso anno Vipsanio Agrippa costruì e dedicò il Pantheon, ricostruito in seguito sotto l'imperatore Adriano, che ripeté sulla trabeazione il testo dell'iscrizione dell'edificio eretto da Agrippa durante il suo terzo consolato (M·AGRIPPA·L·F·COS·TERTIVM·FECIT, ovvero"Marco Agrippa, figlio di Lucio, console per la terza volta, fece"). 
Il Pantheon, il tempio dedicato al culto di tutti gli dei (dal greco Pan= tutti e Theon=divinità) che sorge in piazza della rotonda, vicino a piazza Minerva, era stato concepito come Augusteum, ossia come luogo sacro dedicato al divinizzato imperatore Augusto e tempio di tutte le divinità protettrici della sua stirpe. 
Il Pantheon visto dall'alto.
Danneggiato nell’incendio di Roma dell’80 d.C., fu restaurato da Domiziano ed è giunto a noi quasi integro nella ricostruzione eseguita da Adriano nel 130 d.C.. Quasi tutto quello che vi si può ammirare risale all'epoca romana. La cupola, che ha un diametro interno di 44.30 m, è tuttora la più grande mai realizzata in muratura ed è costruita in un conglomerato particolarmente leggero formato da malta e da scaglie di travertino, sostituite man mano che si sale, da lapilli (pozzolana vulcanica) e pietra pomice. Alta 43,4 metri, dalla cupola la luce filtra attraverso l’oculus, l’apertura circolare con un diametro di 9 metri sulla sua sommità, illuminando l’intero edificio. In caso di pioggia, l’acqua che cade all'interno sparisce nei 22 fori quasi invisibili del pavimento, anche se nell'antichità probabilmente la pioggia veniva deviata dalle forti correnti ascensionali prodotte dalle torce accese all'interno. La massiccia porta di bronzo risale all'età romana, così come l'esterno, iscrizione compresa, del 27 a.C.. Il porticato all'interno è decorato da pregiati marmi policromi e presenta nella facciata 16 colonne monolitiche, alte ben 14 metri, di granito grigio e rosa dotate di capitelli corinzi in marmo e coronato da un frontone con timpano, originariamente decorato da un fregio di bronzo.
Il Pantheon all'interno.
Di bronzo era coperto anche il soffitto del porticato, ma tale rivestimento fu rimosso nel 1625 per volontà di Urbano VIII Barberini quindi utilizzato dal Bernini per realizzare il Baldacchino in San Pietro. L'interno presenta una pianta circolare caratterizzato dalla maestosità della cupola a cassettoni e l'unica apertura è l'oculus al suo centro, che crea un effetto luminoso che esalta la grandiosità e l'armonia del monumento. Nel 609 il tempio fu donato dall'imperatore Foca a papa Bonifacio IV e fu trasformato in chiesa, dedicata a Santa Maria dei Martiri, cosa che favorì la sua ottima conservazione fino ai giorni nostri. Dopo il 1870, demoliti i due campaniletti laterali, le cosiddette “orecchie d’asino”, fatti realizzare da Urbano VIII al Bernini, il Pantheon venne trasformato nel sacrario dei re d’Italia, e accolse le spoglie di Vittorio Emanuele II, Umberto I e Margherita di Savoia, le cui tombe si affiancarono a quelle di Baldassarre Peruzzi e di Taddeo Zuccari. Inoltre vi è il sepolcro di Raffaello Sanzio, ad ornamento del quale si trova la famosa Madonna del Sasso realizzata da Lorenzetto nel 1520, commissionatagli dallo stesso Raffaello. Nelle cappelle dell'interno si trovano distribuite numerose opere d'arte.

Nella Repubblica di Roma il potere era condiviso fra: 1) tribuni della plebe e comizi che eleggevano i consoli e proponevano leggi da parte del popolo e 2) il senato, che decideva ogni altra cosa, a cui però i tribuni della plebe potevano opporre un veto, per gli ottimati (gli aristocratici). Da qui in poi, nell'impero il popolo non avrà più una rappresentanza politica e il senato degli aristocratici non avrà a disposizione la forza militare primaria, le legioni. Ora tutto il potere era nelle mani di chi disponeva dell'imperium, l'autorità sulla forza militare. L'ambizione di Augusto era quella di essere fondatore di un optimus status, facendo rivivere le più antiche tradizioni romane e nel contempo tenendo conto delle problematiche dei tempi. Il mantenimento formale delle forme repubblicane, nelle quali si inseriva il nuovo concetto della personale auctoritas del princeps (Augusto definiva il princeps come il primo degli uguali, cioè i senatori e considerava il titolo di dominus «signore» come un grave insulto, e sempre lo respinse con vergogna), permise di risolvere i conflitti per il potere vissuti nell'ultimo secolo della Repubblica. Egli non schiacciò affatto l'antica aristocrazia, ma le affiancò, in una più vasta cerchia del privilegio, il ceto degli uomini d'affari e dei funzionari, organizzati nell'ordine equestre, i cui membri furono spesso utilizzati dall'imperatore per controllare l'attività degli organi repubblicani e per il governo delle province imperiali. Augusto, una volta ricevuti i necessari poteri da parte di Senato e Popolo romano, cominciò ad assumere misure atte a dare all'Italia e alle Province il sospirato benessere dopo oltre un decennio di guerre civili: riordinò il cursus honorum delle magistrature repubblicane, ne creò di nuove (come la figura del curator o quella del praefectus Urbis), ripristinò la carica magistratuale del censore, aumentò il numero dei pretori e promosse leggi che frenavano il diffondersi del celibato e incoraggiavano la natalità, emanando la lex Iulia de Maritandis Ordinibus del 18 a.C. e la lex Papia Poppaea del 9 d.C. (a completamento della prima legge). Il termine imperator è un titolo originariamente denso di significati religiosi e successivamente è stato conferito ai condottieri vittoriosi, poiché contiene in sé il riferimento all'imperium, un primato nell'ambito religioso, civile e militare. Il significato del termine imperatore, che deriva dal latino imperator, ha un'origine chiara: indica colui che vive un rapporto favorevole con gli dèi. Già in epoca regale la felicitas imperatoria indicava quel re che poteva vantare un tale rapporto favorevole (pius) con gli dèi. Questa relazione unica veniva stabilita il giorno dell'inauguratio, ovvero il giorno in cui gli àuguri verificavano tale condizione del re. Con Ottaviano, che creò la struttura ideologica del principato, a tale termine venne aggiunto anche quello di Augustus ovvero detentore dell'augus (lojas in indo-iranico), detentore cioè di quella forza che unica consente di adempiere alle funzioni sacrali rispetto agli dèi e quindi di rafforzare la stessa Roma. L'imperator, nella cultura profondamente religiosa quale fu quella romana, è ricco di felix, ovvero è possessore legittimo degli auspici e quindi votato alla vittoria purché sia sempre pius cioè collegato correttamente con il mondo sacro degli dèi. Sempre con Ottaviano ha ingresso nella Religione romana la figura dell'imperatore. Esso diviene il "re divino", monarca universale per volere degli dèi, ricevendo, inoltre, il doppio titolo di sacer e sanctus. Le qualifiche religiose della figura imperiale ricalcano i modelli ellenistici a cui si aggiungono le peculiarità della religiosità romana, per le quali ad un beneficio ricevuto dal dio deve corrispondere sempre un atto di culto. L'imperatore è quindi sacro e per le sue virtù e per la sua condotta di vita è anche santo. Ma i due termini, sacer e sanctus, finiscono per sovrapporsi, così Gallieno e Alessandro Severo vengono indicati come sanctissimi, mentre Domiziano, Adriano e Antonino Pio vengono invece appellati come sacratissimi. Dal 13 a.C. Augusto assume la carica di Pontefice massimo, carica che gli imperatori manterranno fino al 375. L'Imperatore, nella sua qualità di Pontifex Maximus esercitava il supremo ruolo di sorveglianza e governo sul culto religioso, presiedendo il collegio dei pontefici e gli altri collegi sacerdotali, nominando le Vestali, i Flamini ed il Rex sacrorum, regolando il calendario con la scelta dei giorni fasti e nefasti ed avendo il completo controllo sul rispetto del diritto romano, della cui interpretazione era custode. In tal senso poteva anche controllare la redazione degli annales pontificum, cioè delle cronache pubbliche, e della tabula dealbata, riportante la lista dei magistrati in carica. L'Imperatore stesso era oggetto di un culto imperiale, nel quale il genio del Principe diveniva oggetto di pratiche religiose, spesso affiancandosi nei templi ad altre forme divinizzate del potere imperiale dello Stato, come la dea Roma. Il culto del genius principis, sebbene spesso percepito nelle classi elevate come una forzatura della religione tradizionale, consentiva di rivolgere al sovrano cerimonie pubbliche di valenza religiosa senza per questo infrangere i principi che vietavano il culto di persone viventi. A questo si aggiungeva la possibilità di rivolgere poi un vero e proprio culto alla persona dell'Imperatore dopo la sua morte una volta che questi fosse pubblicamente divinizzato dal Senato con il riconoscimento della sua condizione di divus. Il complesso di tali pratiche durerà fino all'anno 375, quando l'imperatore Graziano declinerà l'onore del pontificato massimo perché incompatibile con la nuova religione cristiana, anche se Costantino I non rinunciò mai a tale potere. Tuttavia anche nel nuovo ambito cristiano l'Imperatore continuò a rivestire un ruolo preminente come vicario di Cristo e rappresentazione terrena dell'ordine celeste. Questo valse soprattutto per gli imperatori romani d'Oriente, che potevano, in qualità di vicari (rappresentanti) della divinità, manovrare patriarchi, papi e vescovi oltre ad emettere editti a carattere religioso e convocare concili. Ottaviano stesso inaugura l'epopea della Pax Romana, che vede l'impero come area di civiltà che si esprime nel diritto e al cui interno non vi sono conflitti, e ricorderà che si era ritrovato una Roma costruita di mattoni e la lascerà edificata di marmi.

Ottaviano Augusto nell' Ara Pacis.

Età imperiale - «Il numero dei senatori era costituito da una folla infame e rozza (erano infatti più di mille e alcuni completamente indegni, che fossero entrati, grazie a favori e alla corruzione, dopo la morte di Cesare e che il popolo definiva «del regno dei morti»).» (Svetonio, Augustus, 35.).  Augusto ridusse il numero dei senatori alla cifra di un tempo, pari a 600, e gli restituì la sua antica dignità, ma non l'antico potere, attraverso due selezioni: la prima era generata dai senatori stessi, in quanto ognuno sceglieva un collega; la seconda era operata dallo stesso princeps e dal fedele Marco Vipsanio Agrippa. Svetonio racconta che in questa circostanza, mentre presiedeva le sedute del Senato, Augusto indossasse una corazza e tenesse alla cintura un pugnale, mentre dieci senatori, suoi amici fidati, selezionati tra i più robusti, circondavano il suo seggio. In questo periodo nessun senatore era ricevuto da solo e senza essere stato prima perquisito. Convinse alcuni a dimettersi per convenienza e lasciò che anche i dimissionari potessero continuare a indossare il laticlavio, oltre al diritto di prendere posto nell'orchestra durante gli spettacoli, avendo infine facoltà di partecipare ai banchetti pubblici. Ancora Augusto dispose che i senatori svolgessero le loro funzioni con maggior coscienza e meno insofferenza. Decretò che, prima di prendere posto a sedere, bruciassero incenso e facessero un sacrificio davanti all'altare del dio nel cui tempio ci si riuniva; stabilì che non si tenessero più di due sedute al mese, una alle Calende e l'altra alle Idi, e che durante i mesi di settembre e di ottobre fosse presente solo un numero di senatori estratti a sorte, affinché ci fosse un numero sufficiente per l'approvazione dei decreti del Senato. Decise anche di creare, mediante estrazione a sorte semestrale, un gruppo di consiglieri con i quali studiare le questioni, prima di sottoporle all'intero Senato riunito in seduta plenaria. Sulle questioni importanti egli chiedeva un parere a suo piacere, in modo che ciascuno facesse attenzione a come si esprimeva e si trovasse sempre pronto, come se dovesse esprimere un parere e non come se dovesse semplicemente approvare. Vietò infine di rendere pubblici gli atti del Senato. Permise ai figli dei senatori, a cui in età repubblicana era stato vietato di entrare nella Curia, al fine di apprendere più velocemente come si affrontassero gli affari della Res publica, di vestire con il laticlavio, poco dopo aver indossato la toga virile e di assistere alle sedute del Senato. A coloro che, in seguito, avrebbero affrontato la carriera militare diede la possibilità di entrare sia nella legione con il grado di tribunus laticlavius, sia nelle truppe ausiliarie con il grado di praefectus alae. E poiché ritenne necessario che ciascun figlio maschio di senatore dovesse affrontare la vita dell'accampamento militare, mise normalmente due ufficiali con il laticlavio al comando di ciascuna ala di cavalleria. E ancora Svetonio racconta che Augusto: «E anche durante le elezioni dei tribuni, nel caso non ci fosse un numero sufficiente di candidati tra i senatori, li prese tra i cavalieri romani, tanto poi da permettere loro, una volta scaduto il mandato, di rimanere nell'ordine che volessero.» (Svetonio, Augustus, 40). 

Sempre Augusto elevò il censo senatoriale, portandolo prima da quattrocentomila a un milione di sesterzi nel 13 a.C. (nel I secolo d.C. 1 sesterzio valeva circa 2 €) e infine a un milione e duecentomila sesterzi, e diede la differenza ai senatori che non ne avevano abbastanza. Inoltre, per diventare senatori bisognava essere ex-magistrati e l'assunzione di cariche magistratuali dipendeva dal beneplacito imperiale. L'imperatore poteva inoltre introdurre in senato persone da lui scelte con la procedura dell'adlectio (promozione a) e guidava la revisione delle liste dei senatori (lectio senatus). Sappiamo che nell'11 a.C. Augusto redasse una lista non solo delle sue proprietà, come se fosse un cittadino comune, ma anche una per i senatori. E sempre in quella circostanza, poiché si era accorto che i presenti alle assemblee senatoriali non erano spesso in molti, ordinò che i decreti di questo organo collegiale venissero votati anche quando i membri fossero stati meno di quattrocento.

L'imperatore aveva il diritto di convocare e presiedere il senato, cosa che poteva essere fatta anche dal console e dal pretore. In materia finanziaria il senato conservava l'amministrazione dell'aerarium populi Romani, anche se il fiscus (tesoro) imperiale a mano a mano diventò sempre di più il vero tesoro dello Stato. Svetonio racconta che Augusto ebbe un ottimo rapporto con l'ordine senatorio. Nei giorni di seduta del Senato egli salutava i senatori solo all'interno della curia e dopo che si fossero seduti, chiamando ciascuno con il suo nome, senza alcun suggerimento. E quando se ne andava, salutava tutti allo stesso modo, senza costringerli ad alzarsi. Coltivò relazioni con molti di loro e spesso fu presente alle solennità celebrate da molti di loro, almeno fino a quando non fu troppo vecchio. Si racconta che: «Sebbene il senatore Gallo Terrinio non fosse uno dei suoi migliori amici, quando venne colpito da una malattia agli occhi e decise di morire di fame, Augusto stesso lo consolò e lo trattenne alla vita.» (Svetonio, Augustus, 53).

Gaio Cilnio Mecenate,
di Cgheyne da QUI.
Le ingenti ricchezze possedute da Gaio Cilnio Mecenate (Arezzo, 15 aprile 68 a.C. - 8 a.C.), potrebbero essere state in gran parte ereditate, ma dovette la sua posizione ed influenza grazie allo stretto legame con l'imperatore Augusto. Fece la sua apparizione nella vita pubblica nel 40 a.C., quando fu incaricato di chiedere per Ottaviano la mano di Scribonia in matrimonio; in seguito partecipò ai negoziati di pace a Brindisi ed alla riconciliazione con Marco Antonio. In quanto amico e consigliere agì sempre come delegato di Augusto quando si recava all'estero. Negli ultimi anni di vita, tuttavia, le relazioni tra i due divennero più fredde, in parte probabilmente perché Augusto aveva avuto un'avventura con la moglie Terenzia. Ciononostante, prima di morire Mecenate avrebbe nominato proprio Augusto quale unico erede. Nel "viaggio verso Brindisi", svoltosi nel 37 a.C., si dice che Mecenate e Marco Cocceio Nerva, bisnonno del futuro imperatore Nerva, avessero un'importante missione, dalla quale scaturì il Trattato di Taranto: un trattato di riconciliazione tra i due grandi nemici. Durante la guerra con Sesto Pompeo, nel 36 a.C., egli tornò a Roma, e gli fu concesso il supremo controllo amministrativo in Italia. Fu vicereggente di Ottaviano durante la battaglia di Azio, quando, con grande fermezza, soffocò in gran segreto la congiura di Marco Emilio Lepido il Giovane e durante le successive assenze di Ottaviano dalle province. Formò un circolo di intellettuali e poeti che protesse, incoraggiò e sostenne nella loro produzione artistica, tra cui spiccano Orazio, Virgilio e Properzio. Con questo suo atteggiamento egli diede un efficace sostegno al regime che Augusto stava instaurando: molte delle opere prodotte con il sostegno di Mecenate contribuirono infatti ad illustrare l'immagine di Roma ed a sostenere alcune azioni della politica dell'imperatore. Fu per molti anni il migliore amico di Augusto oltreché il suo più stretto collaboratore, e per molti aspetti contribuì alla creazione della struttura data da Ottaviano allo Stato romano, nel quale le istituzioni tradizionali (Senato e magistrature in primis) furono svuotate di significato e fu istituito un apparato amministrativo fondato sul coinvolgimento degli equites, la classe sociale intermedia fra patrizi e plebei introdotta da Gaio Sempronio Gracco nel 123 a.C. Una sintesi del suo personaggio come uomo e statista proviene da Velleio Patercolo che lo descrive come "insonne nella vigilanza e nelle emergenze, lungimirante nell'agire, ma nei momenti di ritiro dagli affari più lussuoso ed effeminato di una donna". Da alcuni passi nelle Odi di Orazio si può dedurre che Mecenate non avesse la robustezza fisica richiesta alla maggior parte dei romani, e notoria fu l'intensa passione di Mecenate per un liberto di nome Batillo, un attore, poeta e mimo originario di Alessandria d'Egitto più giovane di lui di 15-20 anni. Su tale rapporto si hanno testimonianze dello pseudo Lucio Anneo Cornuto, Tacito e Dione Cassio, mentre Orazio si spinge fino a metter la vicenda in parallelo con quella dell'antico poeta lirico greco Anacreonte il quale bruciava d'amore per un altro Batillo, un efebo. Mecenate morì nell'8 a.C., lasciando tutte le sue ricchezze all'imperatore; gli imperatori successivi vollero continuare ad accumulare tesori e a patrocinare gli artisti, tanto che uno dei più importanti dipartimenti di corte - in effetti era quello del tesoro - divenne delle largitiones, letteralmente delle elargizioni, anche se la maggior parte delle spese avevano finalità più pragmatiche.

Tiberio, dal Museo di
Venezia QUI.

Nell'anno 14 d.C., alla morte di Augusto, all'età di 55 anni Tiberio gli succede alla guida dell'impero Romano. I senatori avevano deciso di tributare solenni onoranze funebri al princeps defunto, il cui corpo fu cremato nel Campo Marzio, e iniziarono poi a rivolgere preghiere a Tiberio perché assumesse il ruolo e il titolo che era stato di suo padre, e guidasse dunque lo Stato romano; Tiberio inizialmente rifiutò, secondo Tacito e Svetonio volendo in realtà essere supplicato dai senatori, perché non sembrasse che il governo dello Stato subisse svolte in senso autocratico e perché il sistema repubblicano rimanesse almeno formalmente intatto. Alla fine Tiberio accettò l'offerta dei senatori, prima di irritarne gli stessi animi, probabilmente essendosi reso conto che vi era l'assoluta necessità di un'autorità centrale: il corpo (l'Impero) aveva bisogno di una testa (Tiberio). Risulta, pertanto, più probabile la tesi sostenuta dagli autori filotiberiani, che raccontano che le esitazioni di Tiberio nell'assumere la guida dello Stato erano dettate da una reale modestia, più che da una premeditata strategia. Dopo la seduta del Senato del 17 settembre del 14, dunque, Tiberio divenne il successore di Augusto alla guida dello Stato romanoAsceso al trono imperiale all'età di quasi 56 anni, Tiberio (Roma,16 novembre 42 a.C. - Miseno, 16 marzo 37 d.C.) operò molte importanti riforme in ambito economico e politico e pose fine alla politica di espansione militare, limitandosi a mantenere sicuri i confini grazie anche all'opera del nipote Germanico Giulio Cesare. Dopo la morte di quest'ultimo, Tiberio, allontanandosi da Roma per ritirarsi nell'isola di Capri, favorì sempre più l'ascesa del prefetto del pretorio Seiano, che provocò, fra le altre cose, una progressiva esautorazione del Senato a proprio vantaggio. Quando il prefetto mostrò di volersi impadronire del potere assoluto, Tiberio lo fece destituire e uccidere, ma evitò ugualmente di rientrare nella capitale. Tiberio è stato duramente criticato dagli storici antichi, quali Tacito e Svetonio, che soprassedettero alle imprese militari che Tiberio aveva compiuto sotto Augusto e i provvedimenti politici che aveva preso nel primo periodo del suo principato, registrando invece tutte le critiche e le calunnie che i nemici gli riversavano, fornendone quindi di Tiberio una descrizione fondamentalmente negativa. Sicuramente non fu amato dal popolo romano, d'altro canto Tiberio non cercò mai di allontanare dalla sua figura critiche e sospetti, probabilmente infondati, a causa della sua personalità chiusa, malinconica e sospettosa. La sua figura però è stata rivalutata dalla storiografia moderna come quella di un politico abile e attento e impedì, con il suo governo fermo, ordinato e rispettoso delle regole poste da Augusto, che l'opera di quest'ultimo avesse un carattere di provvisorietà e andasse perduta. Egli infatti, riuscì nel corso del suo regno a dare quella continuità indispensabile al sistema del principato, ed evitare che la situazione degenerasse in nuove guerre civili, come era accaduto invece ai tempi di Mario e Silla, Giulio Cesare e Pompeo, Marco Antonio e Ottaviano. Poco dopo la caduta di Seiano (nel 31), si riapre la questione della successione. Ed è in questa circostanza che Tiberio, ormai ritiratosi a Capri dal 26, vuole che a fargli compagnia sia il nipote Caligola. Giunto sull'isola, Gaio ricevette la toga virilis, senza che però gli fosse riservato alcun onore aggiuntivo. Il ragazzo, durante il soggiorno sull'isola, mostrò grande autocontrollo e sembrò dimenticare tutte le crudeltà che Tiberio aveva compiuto nei confronti della sua famiglia. In questa occasione l'oratore Passieno pronunciò la celebre frase: «Non c'è mai stato un servo migliore e un padrone peggiore». Svetonio racconta che, già in questo periodo, Gaio mostrò i primi segnali della sua natura crudele e viziosa, assistendo spesso e volentieri alle esecuzioni capitali, oltre a frequentare taverne e bordelli, mascherandosi per non farsi riconoscere. Tiberio che conosceva i vizi del nipote, ne tollerava la condotta e che in lui cercava la sua vendetta personale nei confronti del popolo romano, che ormai lo odiava, tanto da fargli pronunciare la frase: «Gaio vive per la rovina sua e di tutti; io educo una vipera per il popolo romano, un Fetonte per il mondo». Nel 37 Tiberio, ormai 77enne, lascia Capri forse con l'idea di rientrare finalmente in Roma per trascorrervi i suoi ultimi giorni; intimorito però dalle reazioni che il popolo avrebbe avuto, si ferma a sole sette miglia dall'Urbe e decide di tornare indietro verso la Campania. Qui è colto da malore e, trasportato nella villa di Lucullo a Miseno, dopo un iniziale miglioramento, il 16 marzo cade in uno stato di delirio in cui è creduto morto. Mentre molti già si apprestavano a festeggiare l'ascesa di Caligola, Tiberio si riprende ancora una volta, suscitando scompiglio tra coloro che avevano già acclamato il nuovo imperatore. Il prefetto Macrone, tuttavia, mantenendo la lucidità, ordina che Tiberio sia soffocato tra le coperte: era il 16 marzo del 37. Il vecchio imperatore, debole e incapace di reagire, spira. La plebe romana reagì con grande gioia alla notizia della morte di Tiberio, festeggiandone la scomparsa. Molti monumenti che celebravano le imprese dell'imperatore furono distrutti, così come numerose statue che lo raffiguravano. In molti tentarono di far cremare il corpo di Tiberio a Miseno, ma fu comunque possibile trasportarlo a Roma, dove fu cremato nel Campo Marzio e sepolto, tra le ingiurie, nel Mausoleo di Augusto il 4 aprile, presidiato dai pretoriani. Mentre l'imperatore defunto riceveva queste modeste onoranze funebri il 29 marzo, Caligola era già stato acclamato princeps dal Senato.

Gaio Cesare Caligola
da QUI.

In generale la politica giudiziaria di Caligola (Gaio Giulio Cesare Augusto Germanico, Anzio, 31 agosto 12 - Roma, 24 gennaio 41, regnante dal 37 al 41 con il nome di Gaio Cesare e meglio conosciuto con il soprannome di Caligola, da "piccola caliga", la calzatura dei legionari, affettuoso soprannome datogli in giovane età dai soldati del padre, ma che lui non voleva che si usasse), si può dividere in due periodi: il primo, molto liberale e filo-popolare, nel quale egli cercò anche il favore dell'ordine senatorio; il secondo, nel quale il princeps fece di tutto per accrescere il proprio potere, in una sorta di assolutismo monarchico, che egli sfruttò per accumulare ricchezze e per disporre del destino dei cittadini romani a suo piacimento, fino a nominare senatore, nel 41 d.c., Incitatus , il suo cavallo.

Caliga, da QUI.
L'imperatore massacrerà infatti numerosi oppositori interni e non risparmierà critiche nei confronti del Senato. Nell'ottobre del 37, l'imperatore Caligola è colpito da una grave malattia, notizia che turberà profondamente il popolo romano che farà voti per la salvezza del proprio princeps; Svetonio e Cassio Dione riportano il caso di un cavaliere, Atanio Secondo, che promise di combattere nell'arena come gladiatore in caso di sua guarigione: egli mantenne la promessa, combattendo, vincendo lo scontro e salvandosi la vita. Al contrario, un plebeo che fece un'identica promessa, in seguito alla guarigione di Gaio, pretese di sciogliere il voto, ma venne arrestato e morì dopo essere stato gettato dalle mura serviane. Caligola si riprese dalla malattia, anche se da questo momento in poi vi fu un netto peggioramento della sua condotta morale. Sulla malattia e sulle cause gli storici non concordano, ma tutti considerano questo evento come lo spartiacque tra il suo primo periodo di governo e il successivo, caratterizzato da una condotta folle. Osserva Filone di Alessandria: «[...] non passò molto tempo e l'uomo che era stato considerato benefattore e salvatore [...] si trasformò in essere selvaggio o piuttosto mise a nudo il carattere bestiale che aveva nascosto sotto una finta maschera» (Filone di Alessandria, De Legatione ad Gaium, 22). Per Filone, Dio si servì di Caligola, trasformandolo dopo la malattia da ottimo principe e fortunato erede di Tiberio in un pazzo carnefice destinato a compiere la vendetta divina contro i giudei e i romani, quella stessa che avrebbe poi punito il suo persecutore, liberando alla fine gli stessi israeliti. La malattia fu attribuita agli eccessi compiuti all'inizio del principato; in particolare Giovenale e Svetonio indicano come causa della pazzia di Caligola l'aver usato un afrodisiaco (poculum amatorium) a lui offerto dalla moglie Milonia Cesonia. Sono state ipotizzate dagli studiosi moderni, come cause degli sbalzi d'umore, delle allucinazioni, dell'insonnia e delle paranoie di cui soffriva l'imperatore, disturbi mentali veri e propri (schizofrenia, disturbo bipolare o altri), patologie come l'epilessia, l'ipertiroidismo (es. tiroidite di Hashimoto), l'encefalite erpetica, la neurosifilide e il saturnismo. Dato che l'ordine equestre si stava riducendo di numero, convocò da tutto l'impero, anche al di fuori d'Italia, gli uomini più importanti per stirpe e ricchezza e li iscrisse all'ordine; ad alcuni di loro, per assecondare l'aspettativa di diventare senatori, concesse di vestire l'abito senatoriale ancor prima di aver assunto cariche in quelle magistrature che davano accesso al Senato. Cercò di ristabilire, almeno formalmente, i poteri delle assemblee popolari, permettendo alla plebe di convocare nuovamente i comizi. Il fatto che Caligola appartenesse a una famiglia di importanti comandanti militari che si erano guadagnati gloria e onore con imprese belliche potrebbe aver destato in lui il desiderio di emularne le gesta. Se Druso maggiore, il nonno paterno, e Germanico, il padre, si erano concentrati in Germania, egli, per superare le loro gesta, credette di dover non solo conquistare in modo definitivo i territori compresi tra Danubio e Reno, ma anche varcare l'oceano e sbarcare in Britannia. A tal scopo, per prima cosa creò due nuove legioni, la XV Primigenia e la XXII Primigenia. Caligola assunse, subito dopo la malattia, atteggiamenti autocratici e provocatori. Fu accusato, infatti, di giacere con le mogli di importanti esponenti dell'aristocrazia romana e di vantarsene; di uccidere per puro divertimento; di dilapidare deliberatamente il patrimonio statale e di aver ordinato l'erezione di una statua colossale nel Tempio di Gerusalemme, sfidando le usanze religiose dei Giudei. Egli, al contrario, si rese popolarissimo con laute elargizioni alla plebe e costosi giochi circensi, ma anche il popolo gli si rivoltò contro quando alzò nuovamente le tasse. Se gli imperatori prima di lui avevano scelto, almeno nella parte occidentale dell'impero, di mantenere i legami con le tradizioni repubblicane, egli virò sensibilmente verso Oriente: non solo aveva in mente di trasferire la capitale imperiale ad Alessandria d'Egitto (come voleva il suo bisnonno Marco Antonio), ma anche di instaurare una forma di monarchia assoluta, a quel tempo ancora sconosciuta in Italia ma che di fatto fu posta in atto da Domiziano, Commodo e da tutti gli imperatori romani dal III secolo in poi. Adottò, pertanto, una politica volta a diventare un sovrano a cui si rendevano onori divini sul modello delle monarchie orientali, esasperando il noto processo di divinizzazione degli imperatori defunti. La sua inclinazione filo-ellenista gli fece, infine, programmare un lungo viaggio ad Alessandria, in Asia minore e Siria.

Il 24 gennaio del 41, durante l'annuale celebrazione dei ludi palatini, un gruppo di pretoriani, guidati dai due tribuni Cherea e Cornelio Sabino, misero in atto il loro piano per assassinare il princeps. L'occasione era favorevole, in quanto i congiurati avrebbero potuto mescolarsi agli spettatori accorsi al teatro mobile tradizionalmente allestito di fronte al palazzo imperiale. Caligola giunse in teatro, si sedette e iniziò ad assistere allo spettacolo. Quando verso l'ora settima o forse la nona a seconda delle fonti pervenuteci, egli decise di andarsene e mentre percorreva un criptoportico che congiungeva il teatro al palazzo, si fermò a conversare con un gruppo di attori asiatici che avrebbero dovuto esibirsi a breve. Fu a questo punto che il principe incontrò infine la sorte temuta. Al primo tumulto, accorsero in suo aiuto i portatori della lettiga, armati di bastoni, poi i germani della sua guardia che uccisero alcuni dei suoi assassini e anche qualche senatore estraneo al delitto. Durante lo scontro il ventottenne Caligola fu pugnalato a morte. Qualche ora dopo persero la vita anche sua moglie Milonia Cesonia, pugnalata da un centurione appositamente inviato da Cherea, e la figlia piccola, Giulia Drusilla, che fu scaraventata contro un muro. Secondo Svetonio il principe fu colpito da oltre trenta pugnalate. Il suo cadavere fu portato negli Horti Lamiani, semi-bruciato e frettolosamente ricoperto di terra. Quando le sorelle tornarono dall'esilio, disseppellirono il corpo del fratello e posero le sue ceneri nel Mausoleo di Augusto. Al momento della diffusione della notizia che Caligola era morto nessuno osò festeggiare, poiché i più credevano che l'imperatore avesse messo in giro la voce per capire di chi potesse fidarsi. Quando questa comunicazione fu però confermata, non avendo i congiurati nominato alcun altro imperatore, il Senato si riunì e dichiarò di voler ripristinare la Repubblica, cancellando di fatto il governo dei precedenti principes a partire da Augusto. Cherea provò a convincere l'esercito ad appoggiare i padri coscritti, ma senza successo. Alla fine i senatori si resero conto di dover nominare un nuovo successore, che Lucio Annio Viniciano, importante senatore e cospiratore, indicò in Marco Vinicio, suo parente e marito di Giulia Livilla. Alla morte di Caligola, i membri della famiglia imperiale rimasti ancora in vita erano pochi. Tra questi vi era il cinquantenne Claudio che, appena saputo della morte del nipote Gaio, corse a nascondersi nelle sue stanze; rintracciato da un pretoriano mentre era nascosto dietro una tenda, fu condotto nel loro accampamento per essere acclamato imperatore dalle guardie pretoriane stesse mentre il Senato era occupato tra Foro e Campidoglio. Claudio venne invitato a presentarsi davanti al popolo, ma prima decise di comprarsi la fedeltà della guardia pretoriana promettendo la somma di quindicimila sesterzi (un sesterzio equivaleva all'incirca a 2  € attuali) per ciascun pretoriano che gli prestasse giuramento. Fu così che Claudio venne elevato alla porpora imperiale e divenne il quarto imperatore di Roma. Il nuovo princeps pose quindi il proprio veto a quanto il Senato aveva appena deliberato, e cioè condannare Caligola alla damnatio  memoriae. Poi, su invito del popolo romano, fece imprigionare e condannare a morte tutti i congiurati, compreso Cassio Cherea.

Claudio, Museo
archeologico di
Napoli, da QUI.

Claudio ottenne così il Principato con la forza delle armi; fu quindi il primo il fra gli imperatori a comprarsi la fedeltà dei pretoriani e sarà il primo princeps a non essere eletto dal Senato

Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico (Lugdunum, 1º agosto 10 a.C. - Roma, 13 ottobre 54), appartenente alla dinastia giulio-claudia e il primo a nascere fuori dalla penisola italiana, fu dunque il quarto imperatore romano, dal 41 al 54. Claudio era rimasto l'unico membro superstite della famiglia Giulio-Claudia a poter essere messo sul trono imperiale. Molti suoi famigliari erano stati assassinati da tempo, mentre Claudio era riuscito a scampare ad ogni congiura perché nessuno lo aveva considerato un avversario pericoloso. Suo zio Tiberio, non si era dimostrato nei suoi confronti più disponibile di quanto lo fosse stato Augusto in passato: quando Claudio gli chiese il permesso di iniziare il cursus honorum, Tiberio gli conferì gli ornamenta consularia, i simboli del rango consolare, ma quando Claudio chiese un ruolo più attivo glielo rifiutò. Se la sua famiglia non perdeva occasione per dimostrare di non averne grande stima, il popolo romano, al contrario, pare lo tenesse in una qualche considerazione: alla morte di Augusto, infatti, l'ordine equestre lo aveva scelto come proprio patrono, mentre il Senato romano aveva proposto di ricostruire a spese pubbliche la sua casa distrutta da un incendio e di permettergli di partecipare alle proprie sedute. Proposte, peraltro, che Tiberio aveva respinto. Di fronte a questo ostracismo, Claudio abbandonò ogni aspirazione alla carriera politica e si ritirò a vita privata, dedicandosi ai suoi studi di storia. Scrisse, infatti, un trattato sugli Etruschi, andato perduto, (celebre rimane il frammento di un'iscrizione di Lione, sua città natale, che trascrive un discorso pubblico di Claudio in cui lo stesso faceva riferimento alla storia degli Etruschi, da lui stesso amata e studiata per decenni, in particolare al periodo di Servio Tullio, il sesto re di Roma, da lui nominato Mastarna: CIL XIII, 1668) di cui studiò anche la lingua; una storia su Cartagine, una difesa di Cicerone, alcuni trattati sul gioco dei dadi e sull'alfabeto, tutti andati perduti. Sempre in questo periodo sposò (nel 15) Plauzia Urgulanilla, nobildonna di origine etrusca da cui ebbe due figli: Druso Claudio, morto in giovane età, e Claudia, che però Claudio non riconobbe, accusando Plauzia di adulterio e divorziando da lei nel 28. A partire da Claudio, indifferente al potere del senato, fu creata una nuova categoria di province, cosiddette procuratorie, nelle quali il principe inviava un procurator Augusti di rango equestre, e non senatoriale, che aveva piena giurisdizione in campo militare, giudiziario e finanziario. In queste province erano stanziate solamente truppe ausiliarie, che nel tempo prevarranno nell'impero, portandolo inevitabilmente al collasso. A questo sistema, faceva eccezione, già al tempo di Augusto, la prima provincia imperiale per costituzione, ovvero l'Egitto, assegnato ad un Praefectus Aegypti di rango equestre e di nomina imperiale che, unico fra i governatori equestri, aveva al proprio comando una o più legioni.

Nerone, da QUI.

Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico (Anzio, 15 dicembre 37 - Roma, 9 giugno 68), nato come Lucio Domizio Enobarbo e meglio conosciuto semplicemente come Nerone, è stato il quinto imperatore romano, l'ultimo appartenente alla dinastia giulio-claudia. Regnò circa quattordici anni dal 54 al 68, anno in cui si fece uccidere da un suo servo. Nerone è stato un principe molto controverso nella sua epoca; ebbe alcuni innegabili meriti, soprattutto nella prima parte del suo impero, quando governava con la madre Agrippina e con l'aiuto di Seneca, filosofo stoico e di Afranio Burro, prefetto del pretorio, ma fu anche responsabile di delitti e atteggiamenti dispotici. Accusati sommariamente di congiure contro di lui o crimini vari, caddero vittime della repressione la stessa madre, la prima moglie Valeria Messalina e lo stesso Seneca, costretto a suicidarsi, oltre a vari esponenti della nobiltà romana, e molti cristiani. Per la sua politica assai favorevole al popolo, di cui conquistò i favori con elargizioni e giochi del circo e il suo disprezzo per il Senato romano, fu - come era già stato per lo zio Caligola - molto inviso alla classe aristocratica (tra i quali i suoi principali biografi, Svetonio e Tacito). Per le ingenti spese sostenute, Nerone attuò riforma del conio ed emise una nuova moneta sulla quale, nel dritto, appare la sua figura con il capo incoronato e l'aspetto fiero con la scritta: "IMP NERO CAESAR AVG GERM" e, sul rovescio, il tempio di Giano "a porte chiuse" con la scritta: "PACE P R UBIQ PARTA IANVM CLVSIT - S C -" (senatus consulto). Per la prima volta dunque, a Roma un principe si fregia del titolo ufficiale di Imperatore.

Nel 69 sono presenti quattro imperatori al trono in rapida successione: Galba, successore di Nerone in carica dal giugno 68, Otone, entrato in carica a gennaio, Vitellio, imperatore da aprile e Vespasiano, che otterrà la porpora a dicembre per tenerla saldamente per dieci anni. Galba venne eletto in Hispania, Vitellio dalle legioni germaniche, Otone dalla guardia pretoriana a Roma ed infine Vespasiano dalle legioni orientali e danubiane. La dinastia flavia fu la seconda dinastia imperiale romana e detenne il potere dal 69 al 96. I Flavii Vespasiani erano una famiglia della classe media, d'origine modesta, giunta prima all'ordine equestre grazie alla militanza fedele nell'esercito di Tito Flavio Vespasiano, che prese il potere durante l'Anno dei quattro imperatori e che imporrà la successione al trono ereditaria. La dinastia flavia è la seconda dinastia imperiale romana, che ha detenuto il potere dal 69 al 96 con Vespasiano (imperatore nel 69/79), Tito (imperatore nel 79/81) e Domiziano (imperatore nell'81/96).

Si evidenzia dunque il fatto che il Senato, che in età repubblicana eleggeva consoli e generali, dopo avere caldeggiato l'ascesa di Augusto prima e di Tiberio e Caligola poi, a partire dall'elezione di Claudio non sarebbe mai più potuto intervenire nell'elezione degli imperatori.

Vespasiano: Ny Carlsberg
Glyptotek, Copenhagen,
foto di Carole Raddato
da QUI.

Con la contestazione del potere di Vitellio da parte delle legioni  orientali,  Vespasiano, inviato da Nerone a reprimere la rivolta degli ebrei in Palestina, viene scelto da esse come nuovo candidato imperatore. Lasciato il figlio Tito in Giudea, egli si recò in Egitto aspettando prudentemente a recarsi a Roma finché generali a lui fedeli sconfiggessero Vitellio nella pianura padana (seconda battaglia di Bedriaco del 69) e finché non ricevette manifestazioni di pubblica obbedienza da parte del Senato e da ogni area dell'Impero. Nella capitale stazionò intanto il figlio secondogenito Domiziano, come reggente, finché non venne raggiunto dal padre nell'estate del 70. Tito Flavio Vespasiano, meglio conosciuto come Vespasiano (Cittareale, 17 novembre 9 - Cotilia, 23 giugno 79), governò fra il 69 e il 79 con il nome di Cesare Vespasiano Augusto. Ristabilita la calma a Roma, Vespasiano, il primo principe dell'ordine equestre, poté dedicarsi a ristabilire al più presto l'ordine, riconducendo le varie istituzioni alle loro competenze originarie frenando sia le richieste dei generali, sia l'indebolimento del Senato. Anche se di fatto si riservò un potere assolutofavorì l'accesso alla carica senatoria di numerosi esponenti non italici (soprattutto Ispanici Galli), favorendo così la romanizzazione delle province. In campo economico, dopo il disastroso anno dei quattro imperatori, fu costretto a attuare una politica di rigore con misure anche impopolari, quali l'introduzione di nuove tasse. Un celebre aneddoto riferisce che egli mise una tassa sugli orinatoi (gabinetti pubblici, che da allora vengono chiamati anche vespasiani). Rimproverato dal figlio Tito, che riteneva la cosa sconveniente, gli mise sotto il naso il primo danaro ricavato, chiedendogli se l'odore gli dava fastidio («Pecunia non olet» ovvero «il denaro non ha odore», quale che ne sia la provenienza); e dopo che questi gli rispose di no, aggiunse «eppure proviene dall'orina». Attraverso l'esempio della sua semplicità di vita, mise alla gogna il lusso e la stravaganza dei nobili romani e iniziò sotto molti aspetti un marcato miglioramento del tono generale della società. Grazie alle nuove entrate venne intrapresa una notevole stagione edilizia nella capitale e nelle province che portò nuovo benessere a tutto l'Impero. Dal punto di vista militare Vespasiano cercò di consolidare ed estendere i confini, soprattutto nelle zone più strategiche, come la Britannia e la zona tra Reno e Danubio (circa l'attuale Foresta Nera). Vespasiano attuò un ristabilimento economico e sociale in tutto l'Impero che godette, grazie al suo governo, di una pax che rimarrà proverbiale. Di fatto sarà uno degli  imperatori più amati della storia romana. Vespasiano imporrà la successione al trono ereditaria.

Domiziano: Musei
Capitolini, Roma,
da QUI.

Nell'81 l'imperatore Tito, primo figlio e successore di Vespasiamo, si ammala e muore in una villa di sua proprietà. Le fonti parlano di una forte febbre: secondo Svetonio, potrebbe essere stato colpito dalla malaria assistendo i malati, oppure avvelenato dal suo medico personale Valeno su ordine del fratello Domiziano. Dopo la prematura scomparsa di Tito sale al potere il suo fratello minore, Domiziano (Roma, 24 ottobre 51 - Roma, 18 settembre 96), imperatore dall'81 alla sua morte che seguirà le orme del padre in politica estera, intraprendendo alcune campagne militari tese a rafforzare i confini. Fece a tale scopo costruire una serie di fortini collegati tra loro nella regione del Reno, presidiati stabilmente da contingenti di ausiliares e nell'area danubiana stanziò stabilmente guarnigioni di legionari, dall'attuale Austria fino quasi al Mar Nero. In politica interna invece Domiziano si distanziò notevolmente dal tracciato paterno, instaurando di fatto una monarchia assoluta di stampo autocratico, accettando con piacere forme di servilismo da parte dei senatori, come l'adulazione ostentata e il titolo di "Dominus ac deus"(signore e dio). Domiziano si rese estremamente impopolare per le sue tendenze autocratiche, che spezzarono quell'illusione, creata da Augusto, che l'imperatore fosse solo un primus inter pares, cioè il primo fra uguali. Quale censore a vita espulse dal Senato a più riprese gli elementi a lui sfavorevoli, determinando una forte situazione di attrito. Ai tentativi di congiura scoperti rispose sempre con fermezza, emettendo numerose condanne a morte che colpirono anche personaggi in vista dell'aristocrazia. Ciò non fece che accelerare i tentativi del Senato di sopprimerlo, individuando infine un liberto che aveva accesso alla sua corte come esecutore materiale e l'anziano senatore Marco Cocceio Nerva quale suo successore. Con la morte di Domiziano (96) ebbe fine la dinastia flavia. A Domiziano verrà inflitta la damnatio memoriae, con la distruzione di ogni immagine, iscrizione o dedica che lo potesse ricordare ai posteri.

Adriano: Museo delle
Terme, Roma. Foto di
Livioandronico2013
da QUI.

Publio Elio Traiano Adriano, noto semplicemente come Adriano (Italica, antica città della Spagna romana vicino all'attuale Siviglia, primo insediamento di romani e italici nella penisola iberica, 24 gennaio 76 - Baia, frazione di Bacoli, comune della città metropolitana di Napoli e parte dei Campi Flegrei, 10 luglio 138), è imperatore romano della dinastia degli imperatori adottivi dal 117 alla sua morte. Successore di Traiano, fu uno dei "buoni imperatori" secondo lo storico Edward Gibbon. In merito alla sua divinizzazione postuma, voluta dal suo successore Antonino Pio, si oppose fieramente tutto il Senato, che non aveva dimenticato come Adriano avesse diminuito l'autorità dell'assemblea e ne avesse mandato a morte alcuni membri. Alla fine si giunse ad un compromesso: il Senato non si sarebbe opposto alla divinizzazione del defunto imperatore se  Antonino avesse abolito l'organo di governo dell'Italia formato da quattro giudici circoscrizionali, che minavano l'autorità all'ordine senatorio.

Busto di Antonino Pio
conservato a Monaco
di Baviera.

Nel 138, Cesare Tito Elio Adriano Antonino Augusto Pio, nato come Tito Aurelio Fulvo Boionio Arrio Antonino (Lanuvio, 19 settembre 86 - Lorium, 7 marzo 161), è eletto imperatore romano fino al 161. Imperatore saggio, l'epiteto pius gli venne attribuito per il sentimento di amore filiale che manifestò nei confronti del padre adottivo che fece divinizzare. Il suo principato è stato caratterizzato da pace interna e floridezza economica, mentre l'unico fronte in movimento era in Britannia, dove Antonino avanzava oltre il Vallo di Adriano, facendo erigere un altro vallo più a nord, che però fu abbandonato dopo solo vent'anni dalla sua costruzione. Antonino mantenne sempre un atteggiamento deferente verso il senato, amministrò saggiamente l'impero evitando sperperi e non avviò nuove costruzioni importanti o riforme urbanistiche. Fu attento alle tradizioni religiose senza però perseguitare i culti non ufficiali. Per il suo comportamento, rispettoso dell'ordine senatorio e delle nuove regole, Antonino fu insignito dell'appellativo "Pio". Uno dei primi atti ufficiali di governo (acta) fu la divinizzazione del suo predecessore, alla quale si oppose fieramente tutto il Senato, che non aveva dimenticato come Adriano avesse diminuito l'autorità dell'assemblea e ne avesse mandato a morte alcuni membri. 
Sesterzio di Adriano, dupondio di Antonino Pio e
asse di Marco Aurelio, da https://it.wikipedia.org/
wiki/Asse_(moneta)#/media/File:Sestertius_
dupondius_as.jpg
Alla fine si giunse ad un compromesso: il senato non si sarebbe opposto alla divinizzazione del defunto imperatore se Antonino avesse abolito l'organo di governo dell'Italia formato da quattro giudici circoscrizionali, i consulares («consolari», cioè ex consoli), o legati Augusti pro praetore («delegati di Augusto con comando ‘propretorio’»), con funzioni giurisdizionali in Italia, funzioni che erano state appannaggio dell'ordine senatorio. Le controversie tra individui di rango sociale diverso e tra comunità, in una regione fittamente abitata e urbanizzata come l’Italia, con aree extra-urbane dense di proprietà rurali produttive, dovevano essere frequenti, e spesso esulavano dalle competenze dei magistrati di una singola città. Infatti negli anni sessanta del II secolo d.C. appaiono attivi su ampi e variabili distretti regionali d’Italia, degli iuridicigiudici» o «consulenti giudiziari») di rango senatorio. Fu anche per aver cercato un accordo con il Senato (l'imperatore, se avesse voluto, avrebbe potuto mettere a tacere le polemiche facendo intervenire i soldati) che Antonino ricevette l'inusuale titolo di Pio (pius), col significato di detentore di un rapporto favorevole con gli dèi. In questo periodo l'impero ottenne il pieno consenso delle élite cittadine e delle province, che beneficiavano ampiamente della Pax Romana.

Marco Aurelio: Musei Capitolini
di Roma.

Nel 161, dopo la morte per un malore del settantacinquenne   
Antonino Pio, gli succede Marco  Aurelio (Roma, 26 aprile 121 - Sirmio, 17 marzo 180), il cui nome completo era, nelle iscrizioni: IMP(erator) • CAES(ar) • M(arcus) • AVREL(ius) • ANTONINVS • AVG(ustus), che è stato un imperatore, filosofo e scrittore romano. Su indicazione dell'imperatore Adriano, era stato adottato nel 138 dal futuro suocero e zio acquisito  Antonino Pio che lo aveva nominato erede al trono imperiale. Fin dalla sua ascesa al principato, Marco ottenne dal Senato che Lucio Vero gli fosse associato su un piano di parità (diarchia), con gli stessi titoli, ad eccezione del pontificato massimo che non si poteva condividere. La formula era innovativa: per la prima volta alla testa dell'impero vi era una collegialità e una parità totale tra i due principes. In teoria i due fratelli, entrambi insigniti del titolo di Augustus, ebbero gli stessi poteri ma in realtà Marco conservò una preminenza che Vero mai contestò. A dispetto della loro uguaglianza nominale Marco Aurelio ebbe maggior  auctoritas (autorità) di Lucio Vero. Fu console una volta di più di Lucio, avendo condiviso l'amministrazione già con Antonino Pio e solo Marco divenne Pontifex Maximus e questo fu chiaro a tutti. L'imperatore più anziano deteneva un comando superiore al fratello più giovane: "Vero obbedì a Marco... come il tenente obbedisce a un proconsole o un governatore obbedisce all'imperatore".

Commodo rappresentato
con gli attributi di
Nel 180, in  marzo, quando la nuova stagione di guerra stava per cominciare, Marco Aurelio cade gravemente ammalato muore  non lontano da Sirmio (il 17 marzo 180), come ci informa il contemporaneo Tertulliano nel suo "Apologeticum". Poco prima di morire, la "Historia Augusta" riferisce che chiese al figlio Commodo di «non trascurare il compimento delle ultime operazioni di  guerra».  Commodo, figlio di Marco Aurelio, gli succede alla guida dell'impero:  viene così ripristinata la successione  ereditaria. Cesare Lucio Marco Aurelio Commodo Antonino Augusto, nato Lucio Elio Aurelio Commodo (Lanuvium, 31 agosto 161 - Roma, 31 dicembre 192), è stato un imperatore romano, membro della dinastia degli Antonini; regnò dal 180 al 192. Così come Caligola e Nerone, è descritto dagli storici come stravagante e depravato.Figlio dell'imperatore filosofo Marco Aurelio, Commodo fu associato al trono nel 177, succedendo al padre nel 180. Avverso al Senato e da questi odiato, governò in maniera autoritaria, esibendosi anche come gladiatore e in prove di forza, facendosi soprannominare l'"Ercole romano". Amato dal popolo e appoggiato dall'esercito, al quale aveva elargito consistenti somme di denaro, riuscì a mantenere il potere tra numerose congiure fino a quando venne assassinato nel 192. 

Nel 192 l'imperatore Commodo è assassinato. Amato dal popolo e appoggiato dall'esercito, al quale aveva elargito consistenti somme di denaro, riuscì a mantenere il potere tra numerose congiure fino a quando venne assassinato in un complotto ad opera di alcuni senatori, pretoriani e della sua amante Marcia, finendo strangolato dal suo maestro di lotta, l'ex gladiatore Narcisso, cospirazione che portò al potere Pertinace. Sottoposto a damnatio memoriae dal senato, venne riabilitato e divinizzato dall'imperatore Settimio Severo, che voleva ricollegarsi alla dinastia antoniniana cercando il favore dei membri superstiti della famiglia di Commodo e Marco Aurelio. Con la fine della dinastia degli Antonini, nell'Impero romano si conclude un periodo universalmente riconosciuto come prospero e ricco. Nei primi due secoli dell'Impero la contrapposizione tra autorità politica e potere militare si era mantenuta, anche se pericolosamente (al prezzo di guerre civili), all'interno di un certo equilibrio, garantito anche dalle enormi ricchezze che affluivano allo Stato e ai privati tramite le campagne di conquista. L'economia dell'impero romano nei primi due secoli si era basata sulla conquista militare di nuovi territori e sullo sfruttamento delle campagne da parte di schiavi, perlopiù prigionieri di guerra. L'acquisto di enormi quantità di prodotti di lusso provenienti dalle regioni asiatiche era stato regolato con monete, soprattutto d'argento (monete romane sono state trovate anche in regioni molto lontane), tanto che la continua fuoriuscita di metallo prezioso (non bilanciata dalla produzione delle miniere, visto che i giacimenti erano ormai in esaurimento dopo secoli di sfruttamento) finì per determinare nel Tardo Impero una rarefazione dell'oro e dell'argento all'interno dei confini imperiali. La suddivisione della società nelle tre classi tradizionali: senatoricavalieri (grandi proprietari terrieri e militari, che disponevano della proprietà terriera e di riserve di monete d'oro; classe o ordine costituita da Gaio Sempronio Gracco che poteva accedere alla magistratura di giudice) e dei plebei, cambierà il proprio assetto con la crisi del III secolo, che seminerà i germi del Medioevo. Durante il secolo d'oro del Principato adottivo, il mondo romano aveva abbracciato le idee principali della filosofia greca, non seguendo una particolare corrente, ma secondo l'eclettismo, ovvero raccogliendo all'interno di essa alcune idee principali. Il disprezzo per le ricchezze e la gloria mondana resero lo stoicismo una filosofia adottata sia da imperatori (come Marco Aurelio, autore dei "Colloqui con se stesso") che da schiavi, come il liberto Epitteto. Cleante, Crisippo, Seneca, Catone, Anneo Cornuto e Persio furono importanti personalità della scuola stoica, alla quale si ispirò anche Cicerone. A partire dall'introduzione dello stoicismo a Roma da parte di Panezio di Rodi (185 a.C. - 109 a.C.), ha avuto inizio il periodo dello Stoicismo medio, che si differenzia dal precedente per il suo carattere eclettico, in quanto influenzato sia dal platonismo che dall'aristotelismo e dall'epicureismo. Queste concezioni eclettiche vedevano l'uomo al centro  dell'universo secondo l'ideale della humanitas classica e secondo l'idea romana dell'homo faber, per cui ognuno è l'artefice del proprio destino e non ci sono dèi o fato che possano intervenire. Conseguentemente ci si interrogava sul ruolo degli Dèi negli affari umani e si metteva in dubbio la loro stessa esistenza. La crisi della religione romana, intesa come politeismo greco-romano, stava intensificato i propri effetti nell'età imperiale, anche se questo politeismo non pretendeva che gli abitanti dell'Impero fossero obbligati a venerare esclusivamente il pantheon degli dèi romani. Fin dai tempi di Giulio Cesare e dei suoi rapporti coi culti druidici dei Galli, l'amministrazione romana era tollerante in campo religioso, per cui accoglieva culti provinciali e stranieri. Unica condizione era che non mettessero in pericolo l'unità imperiale. E così, soprattutto da Oriente, si riversarono  sull'Occidente romano e quindi su Roma, una notevole quantità di culti misterici, quali quelli di Cibele (la "Grande Madre" dalla Frigia), Baal (da Emesa, a cui fu devoto lo stesso imperatore Eliogabalo), Iside e Osiride (dall'Egitto), Mitra (dalla Persia), che raccolse numerosi seguaci fra i militari e nel quale si ravvisava il Sol invictus, l'invitto dio della luce a cui furono devoti gli imperatori Aureliano, Diocleziano e Costantino I.

Settimio Severo
Dal 193, con la scomparsa di Commodo, ucciso da una congiura, si apre un periodo di instabilità politica caratterizzata da una guerra civile durata cinque anni, dal 193 al 197, con scontri tra legioni  acquartierate in diverse regioni dell'Impero, ciascuna delle quali sostiene il proprio generale  come  nuovo imperatore. Ha la meglio Settimio Severo, originario della Tripolitania, in Africa, governatore della Pannonia. L'ascesa di Settimio Severo costituisce uno spartiacque nella storia romana; è considerato infatti l'iniziatore della nozione di "dominato" in cui l'imperatore non è più un privato gestore dell'impero per conto del Senato, come durante il principato, ma è unico e vero dominus, che trae forza dall'investitura militare delle legioni (anche se anticipazioni di questa tendenza si erano avute durante la guerra civile seguita alla morte di Nerone e con Traiano). Fu iniziatore di un nuovo culto che si incentrava sulla figura dell'imperatore, ponendo le basi per una sorta di "monarchia sacra" mutuata dall'Egitto e dall'oriente ellenistico di Alessandro Magno. Fu così che Settimio Severo adottò il titolo di Dominus ac Deus, (Signore e Dio) al posto di quello di princeps (Augusto definiva il princeps come il primo degli uguali, cioè i senatori), e regolò i meccanismi di successione assegnandosi il titolo di Augustus ed usando quello di Caesar per il suo successore designato. Sua moglie Giulia Domna, di origine siriaca, promosse attivamente l'arrivo a Roma di culti monoteistici solari, che sottolineavano l'analogia tra ordine imperiale e ordine cosmico. Settimio Severo pose le basi per il successivo sistema autocratico  fondato sugli imperatori militari, creando la prima forma di autocrazia militare, togliendo potere al Senato. Si racconta infatti che, poiché aveva preso il potere con l'aiuto dei militari, ricambiò l'ostilità senatoria ordinando l'esecuzione di 29 senatori, accusati di corruzione e cospirazione contro di lui e sostituendoli con suoi favoriti, soprattutto africani e siriani. Inoltre attribuì e ampliò i poteri degli ufficiali dell'esercito investendoli anche di cariche pubbliche che erano solitamente appannaggio del senato. Appena giunto a Roma avviò l'epurazione della guardia pretoriana, che dopo essere stata per due secoli reclutata in Italia e in piccola parte nelle province più romanizzate, fu smantellata e riorganizzata con quadri e organici a lui fedeli, tratti dal contingente danubiano. Da allora in poi l'accesso alla Guardia Pretoriana, un tempo avente un prerequisito geografico e culturale, sarebbe stata appannaggio dei soldati più battaglieri, quelli dell'Illirico nel III secolo. Insediò una legione ad Albano Laziale, a dispetto della tradizione che voleva l'Italia libera dagli eserciti e utilizzò i proventi della vendita delle terre confiscate agli avversari politici per creare una cassa imperiale privata, il fiscus. Il fiscus era distinto dall'aerarium, la cassa dello Stato che doveva coprire i costi della complessa e articolata macchina burocratica e amministrativa dell'Impero. Diede impulso agli studi di diritto e nominò il più importante giurista del tempo, Papiniano, Praefectus urbi, con poteri di polizia e repressione criminale su Roma. Il nuovo ordine promosso da Settimio Severo si scontrò presto con i problemi derivanti dallo scoppio di nuove guerre. Già l'imperatore Caracalla dovendo guerreggiare contro i Parti a oriente e i Marcomanni lungo il confine renano-danubiano, aveva notevolmente gravato sulle finanze statali con l'arruolamento sempre più massiccio di mercenari  germani nell'esercito e  la diminuzione del  metallo prezioso nelle monete, che causò inflazione. Le campagne militari contro i Parti combattute dagli Imperatori erano dettate da esigenze strategiche di controllo dell'area ma anche da esigenze politiche, per perpetuare l'affermazione di un sacro primato del potere imperiale romano su un insieme di popoli, sulla scia di Alessandro il Grande. Settimio Severo divenne generale romano ma proveniva da una famiglia di re-sacerdoti di Emesa, città santa e capitale del culto del Dio solare "El-Gabal", il "Sol invictus" dei Romani e sentiva molto la sua "sacra missione".

Caracalla
Nel 211 a Settimio Severo succede come imperatore romano il  figlio Caracalla  (imperatore dal 211 al 217), nato a Lugdunum (Lione), in Gallia, il 4 aprile 188, da Settimio Severo e Giulia Domna, Augusta e detentrice di un potere mai raggiunto da una donna romana. Il suo vero nome era Lucio Settimio Bassiano ma il padre Settimio Severo l'aveva fatto cambiare in Marco Aurelio Antonino per suggerire una parentela col vecchio imperatore Marco Aurelio. Fu in seguito soprannominato "Caracalla" dal nome della tunica con cappuccio di origine gallica che spesso indossava e che fece conoscere ai Romani. Aveva un fratello, Publio Settimo Geta. Nel 212/213 Caracalla promulga la "Constitutio Antoniniana", con la quale estende la cittadinanza romana a tutti  gli individui liberi dell'impero, un atto di difficile interpretazione, anche perché non ci è giunto il suo testo originale. L'Editto, pur con tutti i suoi limiti, presentava dei caratteri altamente innovativi, destinati ad avere una profonda ripercussione sui futuri assetti sociali ed economici dell'Impero. Il provvedimento ebbe infatti riflessi nell'economia erariale, perché estendeva il sistema fiscale ai nuovi cittadini e aumentava la decentralizzazione del potere: il fulcro ormai si spostava da Roma e dalle province di tradizionale appannaggio senatorio a quelle più decentrate, dove maggiore era la presenza degli eserciti. A partire dagli anni 213-214, si ebbero nuove incursioni in Dacia e in Pannonia inferiore, lungo il tratto danubiano attorno ad Aquincum, da parte dei Vandali. L'Imperatore Caracalla, costretto ad intervenire di persona, riuscì a chiedere aiuto agli alleati Marcomanni, opponendoli ai vicini Vandali che si stavano dimostrando da qualche tempo particolarmente ostili.

Nel 217 Macrino, prefetto del pretorio, elimina Caracalla e si autoproclama imperatore. Il suo regno durò solo quattordici mesi. Il prefetto del pretorio era secondo in comando all'imperatore e responsabile per le uniche forze militari presenti nella città di Roma: la guardia del corpo dell'imperatore, ovvero i pretoriani. Questa era la massima carica che un personaggio dell'ordine equestre potesse raggiungere a quei tempi: naturalmente i membri dell'ordine equestre non facevano parte dell'aristocrazia. Macrino fu spodestato da Eliogabalo, autore di una discussa riforma religiosa e assassinato da una guardia pretoriana nel 222. Gli successe il cugino Severo Alessandro, ucciso nel 235 da una rivolta dei soldati lungo il confine renano. Si assisteva quindi a una sempre più chiara tendenza di dominio dell'esercito nel processo di scelta e acclamazione dell'imperatore. I cambiamenti nelle istituzioni, nella società, nella vita economica e, di conseguenza anche nel modo di pensare e nella religione furono così profondi e fondamentali, che la "crisi del III secolo" è sempre più vista come lo spartiacque che contrassegna la differenza fra il mondo classico e quello della tarda antichità, che già porta in sé i germi del Medioevo. Durante i circa 50 anni della crisi, più di una ventina di imperatori si succedettero sul trono, regnando a volte contemporaneamente su parti diverse del territorio. Si trattava in genere di comandanti militari che venivano proclamati imperatori dalle proprie legioni e riuscivano a mantenere il potere per una media di due o tre anni, prima di essere a loro volta assassinati dal loro successore. La crisi si arrestò solo con una serie di imperatori che provenivano dai ranghi militari e dalla provincia della Dalmazia, che grazie alla loro abilità militare riuscirono a riunificare l'Impero e a difenderne efficacemente i confini. La drastica riforma imposta da Diocleziano nel 284, permise la prosecuzione dell'Impero per quasi altri due secoli come "tardo impero romano".

Gaio Giulio Vero
Massimino, noto
come Massimino il
Trace, il primo
imperatore barbaro,
da: QUI.
Nel 235, a seguito dell'assassinio da parte dei suoi soldati e del suo successore, dell'imperatore  Alessandro Severo, ultimo imperatore della dinastia dei Severi, a Moguntiacum (l'odierna Magonza), capitale della provincia della Germania InferiorMassimino Trace è acclamato imperatore, malgrado la forte opposizione del  Senato e l'ostilità della popolazione. L'omicidio avvenne nel il limes  settentrionale, al ritorno dal fronte orientale, dopo tre anni di campagne contro i Sasanidi della Persia. Massimino è stato il primo barbaro a raggiungere la porpora imperiale grazie al solo consenso delle legioni; era nato senza la cittadinanza romana e non aveva percorso alcun corsus honorem. Al "Sol invictus", il Sole invincibile, il cui primo vicario e sacerdote era stato l'Imperatore Settimio Severo, non tutte le legioni si erano convertite e la discriminazione nella scelta dei comandi, volta a escludere i non-convertiti, dovette alienare le simpatie al suo discendente Alessandro Severo. Il 235 d.C. è quindi l'anno in cui viene fatta iniziare di solito l'anarchia militare, che fu anche una ribellione di quella parte di società romana che non voleva soggiacere al culto solare orientale, dopo trent'anni di dominio di questa. Le legioni fedeli a Massimino il Trace, stanziate nei confini occidentali, sul Reno e sul Danubio, non seguivano il culto solare, mentre era già presente fra loro una forte componente barbarica che preferiva una politica tollerante, esente da carichi religiosi e affine all'agnosticismo degli imperatori del secolo precedente, con successioni al Principato non ereditarie. Dopo aver preso il potere, Massimino lanciò l'ultima grande offensiva romana in Germania con effettivi in gran parte germanici, contro gli Alemanni, che da allora rimasero tranquilli per vent'anni, ma  perse la guerra e la vita contro i futuri Imperatori Gordiano I e Gordiano II, che avevano i comandi e l'appoggio dell'Africa romana, regione di provenienza di Settimio Severo, dove il culto del Dio solare era invece diffuso. Con il loro discendente Gordiano III, la pressione dei barbari sui confini era aumentata e necessitavano quindi eserciti fedeli e coesi. Sia l'Imperatore Filippo l'Arabo che il suo successore Decio, erano stati generali dell'esercito di Gordiano III, fedeli al dio solare, che pur non pretendendo esclusiva devozione e quindi non configurandosi come un monoteismo, prendeva senz'altro il primo posto nel Pantheon dell'Impero Romano. È significativo che proprio sotto Decio cominciarono le persecuzioni contro i cristiani. La pressione dei barbari lungo le frontiere settentrionali e quella, contemporanea, dei Sasanidi in Oriente, si erano non solo intensificate, ma avevano diffuso la sensazione che l'impero fosse totalmente accerchiato dai nemici. Si rivelavano ormai inefficaci gli strumenti della diplomazia tradizionale, usati fin dai tempi di Augusto e basati sulla minaccia dell'uso della forza e sulla fomentazione di dissidi interni alle diverse tribù ostili (la politica del “dividi e impera”) per tenerle impegnate le une contro le altre. Si rendeva necessario reagire in tempi brevi con la forza, schierando armate tatticamente superiori e capaci di intercettare il più rapidamente possibile ogni possibile via di invasione dei barbari, strategia resa difficoltosa dal dover presidiare immensi tratti di frontiera con contingenti militari per lo più scarsi. La causa principale della crisi del III secolo può essere ricercata nella fine dell'idea di Impero tipica delle dinastie giulio-claudia ed antonina, basata sulla collaborazione tra l'imperatore, il potere militare e le forze politico-economiche interne, al fine di espandere l'impero, mentre nel III secolo d.C. tutte le energie dello Stato venivano spese non per ampliare, ma per  difendere  confini dalle invasioni barbariche. Con l'esaurimento dei proventi ottenuti dalle conquiste, il peso economico e l'energia politica delle legioni finirono per pesare all'interno dell'Impero, con il risultato che l'esercito, che era stato il fattore principale della potenza economica romana, finì per  diventare un peso sempre più schiacciante, mentre la sua prepotenza politica non poteva essere arginata da alcuna istituzione. La cosa più sorprendente di questa gravissima crisi è che l'Impero sia riuscito a superarla. Molti degli imperatori che vennero via via proclamati dalle legioni successivamente, non riuscirono neppure a metter piede a Roma, né tanto meno, durante i loro brevissimi regni, a intraprendere riforme interne, poiché permanentemente occupati a difendere il trono imperiale dagli altri pretendenti e il territorio dai nemici esterni. La crisi, generalizzata in tutto l'impero, non fu solo politica, ma anche economica e sociale. L'economia dell'impero romano nei primi due secoli si era basata sulla conquista militare di nuovi territori e sullo sfruttamento delle campagne da parte di schiavi, perlopiù prigionieri di guerra. Ora, in mancanza di nuove conquiste, di nuovi schiavi e di bottini di guerra, le spese dello Stato, sempre più impellenti per rispondere militarmente alle pressioni delle popolazioni esterne dell'impero, furono coperte con un progressivo  aumento delle tassazioni, proprio quando la diminuzione del numero di schiavi minava le possibilità economiche dei cittadini. Gradualmente la ricchezza, l'importanza politica, sociale, istituzionale e culturale si era livellata tra il centro e le province dell'Impero romano, sebbene con disparità ancora evidenti (in genere le province orientali erano economicamente più sviluppate di quelle occidentali). La pressione fiscale divenne insostenibile per molti piccoli proprietari, costretti a indebitarsi e quindi a vendere le proprie terre, per andare a lavorare in condizioni di semischiavitù sotto i grandi proprietari (colonato). Per questo fenomeno e per il calo demografico determinato dalle perdite umane nei numerosi conflitti, molte  terre furono  abbandonate e cessarono di essere produttive (fenomeno degli agri deserti). Le difficoltà di comunicazione in seguito ai numerosi conflitti avevano in diversi casi reso indispensabile la riscossione diretta delle tasse da parte dell'esercito stesso, causando abusi e trasformandosi a volte in un vero e proprio diritto al saccheggio. Lo spopolamento di intere regioni fu inoltre causato anche da elementi climatici e sociali: i contadini, infatti, non conoscevano la rotazione delle colture e via via che la terra diventava improduttiva si dovevano spostare verso altre aree. Si diffusero così i latifondi scarsamente produttivi e il ceto dei contadini liberi si assottigliò, sostituito prima dagli schiavi e successivamente, dai coloni affittuari. La scarsa capacità di acquisto delle classi subalterne, impediva una qualsiasi crescita del mercato economico. Mancava inoltre qualsiasi politica di sussidi statali all'agricoltura e alle manifatture. Fin dalla riforma di Settimio Severo, i soldati romani costituivano una casta (ereditaria) di privilegiati mentre gli altri, soprattutto gli agricoltori, si trovavano oberati dalle tasse e di conseguenza in molti cercarono  di abbandonare  la terra per trasferirsi in città. Fin dalla fine del III secolo e ancor più nel secolo successivo, lo Stato cercò di approntare una serie di meccanismi e disposizioni legali tese  a impedire  l'abbandono della terra da parte dei contadini non proprietari che, a vario titolo, la coltivavano, creando così la servitù della gleba. Mentre per questi fattori l'impero si andava gradualmente impoverendo, le situazioni ai confini si stavano facendo sempre più critiche, con richieste di tributi per sostenere la macchina militare, che sempre con maggiori difficoltà venivano ottenuti. Le aree spopolate vennero in seguito concesse ad alcune popolazioni barbariche che per si stabilirono nell'Impero come foederati. Le continue scorrerie da parte dei barbari nei vent'anni successivi alla fine della dinastia dei Severi avevano messo in ginocchio l'economia ed il commercio dell'Impero romano. Numerose fattorie e raccolti erano stati distrutti, se non dai barbari, da bande di briganti e dalle armate romane alla ricerca di sostentamento, durante le campagne militari combattute sia contro i nemici esterni, sia contro quelli interni (usurpatori alla porpora imperiale). La scarsità di cibo generava, inoltre, una domanda superiore all'offerta di derrate alimentari, con evidenti conseguenze inflazionistiche sui beni di prima necessità. A tutto ciò si aggiungeva un costante reclutamento forzato di militari, a danno della manovalanza impiegata nelle campagne agricole, con conseguente abbandono di numerose fattorie e vaste aree di campi da coltivare. Questa impellente richiesta di soldati, a sua volta, aveva generato una implicita corsa al rialzo del prezzo per ottenere la porpora imperiale. Ogni nuovo imperatore o usurpatore era costretto, pertanto, ad offrire al proprio esercito crescenti donativi e paghe sempre più remunerative, con grave danno per l'aerarium imperiale, spesso costretto a coprire queste spese straordinarie con la confisca di enormi patrimoni di cittadini privati, vittime in questi anni di proscrizioni "di parte". La crisi era aggravata, inoltre, dall'iperinflazione causata da anni di svalutazione della moneta, già sotto gli imperatori della dinastia dei Severi, che per far fronte alle necessità  militari avevano  ampliato l'esercito di un quarto e raddoppiata la paga base. Le spese militari costituivano il 75% circa del bilancio totale statale, in quanto poca era la spesa "sociale", mentre tutto il resto era utilizzato in progetti di prestigiose costruzioni a Roma e nelle province. A ciò si aggiungeva un sussidio in grano per coloro che risultavano disoccupati, oltre ad aiuti al proletariato di Roma (congiaria) e sussidi alle famiglie italiche (simile ai moderni assegni familiari) per incoraggiarle a generare più figli. I giacimenti di metalli preziosi erano ormai in esaurimento, dopo secoli di sfruttamento e finì per determinarsi, nel Tardo Impero, una rarefazione dell'oro e dell'argento all'interno dei confini imperiali, accelerando così la perversa spirale di diminuzione della quantità effettiva di metallo prezioso nelle monete coniate dai vari imperatori. Inoltre, l'instabilità politica ebbe pesantissimi effetti anche sui traffici commerciali, per cui l'ampia rete commerciale attiva nei due secoli precedenti fu interrotta. L'agitazione civile e i conflitti la resero poco sicuri i viaggi per i commercianti e la crisi monetaria rese gli scambi molto difficili. Ciò produsse profondi cambiamenti che proseguirono fino all'età medioevale. I grandi latifondisti, non più in grado di esportare con successo i loro raccolti sulle lunghe distanze, cominciarono a produrre cibi per la sussistenza e il baratto locale e per non importare alcuni prodotti, cominciarono a produrre beni localmente, spesso sulle loro stesse proprietà di campagna, dove tendevano a rifugiarsi per sfuggire alle imposizioni dello Stato. Nacque in tal modo una "economia domestica" autosufficiente che sarebbe diventata ordinaria nei secoli successivi, raggiungendo la sua forma finale in età medioevale. La crisi economica aveva comportato una diversa suddivisione della società. Delle tre classi  tradizionali dei senatoricavalieri  e plebei, senatori e cavalieri (grandi proprietari terrieri e militari, che disponevano anche delle riserve di monete d'oro) erano confluiti nella classe privilegiata degli honestiores, mentre artigiani e piccoli commercianti, colpiti dalle difficoltà economiche e dalla svalutazione delle monete d'argento, erano confluiti nella classe degli humiliores che andava man mano perdendo i propri diritti. Pene diverse erano infatti previste per honestiores e humiliores e le possibilità di scalata sociale erano fortemente ridotte per quest'ultimi, che sempre più spesso rinunciavano volontariamente alle proprie libertà per affidarsi alla protezione dei grandi proprietari terrieri ed evitare l'arruolamento forzato nell'esercito, mentre i piccoli artigiani e commercianti delle città si spostavano verso le grandi proprietà della campagna alla ricerca di cibo e di protezione. Diventarono perciò cittadini semi-liberi, noti come coloni, legati alla terra e con le successive riforme imperiali, la loro posizione divenne ereditaria, il modello per la servitù della gleba, la base della società feudale medievale.

Nel 238 in opposizione all'esoso governo di Massimino, si ribellano nella provincia d'Africa Gordiano I e Gordiano II (rispettivamente nonno e zio del futuro imperatore Gordiano III), che sono riconosciuti co-imperatori dal Senato, mentre al nipote è promessa la pretura, il consolato ed il titolo di Cesare. Contemporaneamente Massimino ed il figlio sono proclamati "nemici pubblici". L'azione dei due Gordiani sarà però, repressa in meno di un mese da Capeliano, governatore della Numidia e fedele seguace di Massimino. I due co-imperatori persero la vita, ma la pubblica opinione ne conservò la memoria come di letterati amanti della pace e vittime dell'oppressione di Massimino. Nel frattempo, Massimino era in procinto di marciare su Roma ed il Senato elesse co-imperatori Pupieno e Balbino. Questi senatori non erano personaggi popolari e la popolazione di Roma, ancora scioccata dalla fine dei due Gordiano, pretese che il figlio tredicenne di Antonia Gordiana prendesse il nome del nonno, Marco Antonio Gordiano e che fosse nominato Cesare. Pupieno e Balbino sconfissero Massimino Trace principalmente grazie alla diserzione di alcune legioni, in particolare la Legio II Parthica, che assassinò Massimino. Il regno di Pupieno e Balbino fu minato fin dall'inizio da ribellioni popolari, dal malcontento nelle legioni ed anche da un  enorme incendio che  divorò Roma nel giugno del 238. Il 29 luglio Pupieno e Balbino furono uccisi dai pretoriani e Gordiano, giovanissimo, fu proclamato imperatore, riconosciuto anche dal Senato. In suo onore furono organizzati gare sceniche e ginniche. Marco Antonio Gordiano Pio, meglio noto come Gordiano III (Roma, 20 gennaio 225 - Circesium, 11 febbraio 244), è stato imperatore romano dal 238 alla sua morte, avvenuta durante una campagna militare in Oriente contro i Sasanidi. A causa della sua giovane età (salì al trono a tredici anni e regnò fino a diciannove), il governo dell'impero fu nelle mani di reggenti appartenenti all'aristocrazia senatoriale, che si dimostrarono capaci. Gordiano funse da simbolo dell'unità dell'impero, riscuotendo il sostegno del  popolo. La storiografia ne dipinge quindi un ritratto estremamente positivo, forse anche in opposizione al suo successore Filippo l'Arabo.

Nel 244, Marco Giulio Filippo Augusto, meglio noto come Filippo l'Arabo (Trachontis, 204 circa - Verona, 249), è imperatore romano per cinque anni, dal 244 alla sua morte. Sono poche le notizie sui cinque anni e mezzo di regno di questo imperatore nato di umili origini e passato alla storia per aver celebrato  il primo  millennio di Roma e per la sua origine araba. Dopo una breve campagna sul fronte danubiano, di nuovo in subbuglio per la minaccia delle popolazioni germaniche, Filippo si recò a Roma per consolidare i rapporti con il Senato e per celebrare con grande sfarzo, il 21 aprile 247, le feste del millenario di Roma. Sui confini, però la situazione divenne drammatica, i Goti passarono il Danubio e invasero la Mesia. Vari usurpatori vennero acclamati dalle truppe e così, nel 249 anche il regno di Filippo terminò nel sangue e il suo posto fu preso dal senatore Messio Decio, comandante delle truppe sul fronte danubiano.

Dal 250 - Dopo il primo assalto avvenuto durante l'epoca di Marco Aurelio, un'altra pesantissima e ancor più devastante epidemia di peste colpisce i territori dell'Impero nel ventennio 250-270. Si è calcolato che il morbo abbia mietuto milioni di vittime e che alla fine la popolazione dell'Impero si fosse ridotta del 30 per cento, da 70 a 50 milioni di abitanti. Il prezzo da pagare per la sopravvivenza dell'Impero fu molto alto anche in termini territoriali: a partire dal 260, gli Imperatori che si susseguirono dovettero abbandonare definitivamente, gli Agri decumates oltre il Reno (con Gallieno imperatore) e la provincia delle Tre Dacie (con Aureliano imperatore, nel 271 circa).

Nel 251 - Insieme al figlio Erennio Etrusco, muore l'imperatore ex senatore e generale Gaio Messio Quinto Traiano Decio (201 - 1º luglio 251), imperatore romano dal 249, durante la battaglia di Abrittus, che regnerà così per soli due anni. Furono avvenimenti torbidi quelli che seguirono la morte di Decio, che aveva dovuto sostenere dure lotte coi Goti giunti sino a Filippopoli. Gli eserciti romani lasciarono le frontiere per marciare verso l'interno e i barbari passarono dovunque i confini. I Goti, oltre a spingersi via terra a sud del Danubio, arrivavano anche per mare in Asia Minore. Alemanni e Franchi si rovesciarono sulla Gallia, attaccata per mare dai Sassoni. D'altra parte l'esercito imperiale era per buona parte formato da Germani con aspetto e organizzazione divenuti  sempre più barbarizzati e si era persa quella superiorità che gli veniva dall'armamento e dalla disciplina romana. 

Valeriano su sesterzio. Di
Classical Numismatic Group,
Inc. QUI, da QUI.
Nel 253 - Il nuovo imperatore Valeriano (imperatore dal 253 al  260),  spartì il potere con il figlio Gallieno (imperatore dal 253 al 268), affidando a quest'ultimo la parte occidentale e riservando per sé quella orientale, come in passato era già avvenuto con Marco Aurelio e Lucio Vero (dal 161 al 169). Intorno al 253 gli Eruli si erano uniti ai Goti nell'attacco a Pessinunte ed Efeso, che distrussero. In seguito presero parte, insieme ai Gepidi (i Goti settentrionali) e ad altre tribù, all'imponente coalizione guidata dai Goti che saccheggiò le province romane della regione balcanico-anatolica. Da queste basi, Goti ed Eruli partirono per compiere varie incursioni e spedizioni di pirateria lungo le coste prima del mar Nero e poi dell'Asia minore. Nel 257 e nel 258, Valeriano emanò due editti,  che prevedevano la confisca dei terreni religiosi e la condanna dei seguaci del Cristianesimo; a differenza dei suoi predecessori diresse il proprio attacco alla gerarchia ecclesiastica piuttosto che ai semplici fedeli. Tra le vittime di questa persecuzione vi furono infatti papa Stefano I, papa Sisto II, il vescovo di Cartagine Cipriano (messo a morte nel settembre del 258 e con la fine della sua corrispondenza manca un'importante fonte storica di quel periodo), Dionisio di Alessandria e san Lorenzo martire. Il momento più cupo del suo principato fu raggiunto nel 260, quando  Valeriano stesso fu sconfitto in battaglia e preso prigioniero dai  Sasanidi, morendo  in prigionia senza che fosse possibile intraprendere una spedizione militare per liberarlo.
L'imperatore Gallieno.
Se da un lato l'impero romano sembra abbia attraversato, sotto Gallieno, uno dei periodi più "bui" della sua storia, questo imperatore rappresentò il punto di svolta nel tragico periodo della crisi del III secolo, che era seguito alla dinastia dei Severi. Non è un caso che proprio Gallieno sia stato il primo a regnare per quindici anni  (sette con il padre ed otto da solo), cosa assai rara se si considera il primo periodo dell'anarchia militare (dal 235 al 253). Era, infatti, dai tempi di Settimio Severo (193-211) che un Imperatore romano non regnava tanto a lungo. Gallieno riformò l'esercito: resosi conto dell'impossibilità di proteggere contemporaneamente tutte le province dell'impero con una statica linea di uomini posizionati a ridosso della frontiera, Gallieno sviluppò una pratica che era iniziata verso la fine del II secolo sotto Settimio Severo (con il posizionamento di una legione, la legio II Parthica, a pochi chilometri da Roma, ovvero posizionando una riserva strategica di soldati ben addestrati pronti ad intervenire dove servisse nel minor tempo possibile (contingenti di cavalleria erano stanziati  a Mediolanum, Sirmio, Poetovio e Lychnidos). In accordo con queste considerazioni, Gallieno attorno agli anni 264-268, o forse poco prima, costituì questa riserva strategica centrale (che sarà alla base della futura riforma dell'esercito di Diocleziano), formata prevalentemente da unità di cavalleria pesante dotate di armatura (i cosiddetti promoti, tra cui spiccavano gli equites Dalmatae, gli equites  Mauri et  Osroeni), poiché queste percorrevano distanze maggiori in minor tempo della fanteria legionaria o ausiliaria. Ed ogni volta che i barbari sfondavano il limes romano e s'inoltravano nelle province interne, la "riserva strategica" poteva così intervenire con forza dirompente. La base principale scelta da Gallieno per la nuova armata fu posta a Milano, punto strategico equidistante da Roma e dalle vicine frontiere settentrionali della Rezia e del Norico. Si trattava di un'iniziativa resasi necessaria anche a causa della perdita degli Agri decumates tra il Reno ed il Danubio, che aveva portato i vicini Germani a trovarsi più vicini alla penisola italica, centro del potere imperiale. La predisposizione per la cavalleria riguardava non solo le forze ausiliarie ed i numeri, ma anche le legioni stesse,  dove il  numero di cavalieri passò da 120 a 726 per legione. Sembra infatti che Gallieno abbia aumentato il contingente di cavalleria interno alla legione stessa, dove la prima coorte era composta da 132 cavalieri, mentre le altre nove di 66 ciascuna. Questo incremento fu dovuto proprio alla necessità di avere un esercito sempre più "mobile". La riforma di Gallieno inoltre,  toglieva ai senatori ogni carica militare; se in passato i comandanti delle legioni (legatus legionis) provenivano dal Senato a parte quelli che comandavano le legioni egiziane, ora  provenivano dalla classe equestre (praefectus legionis). Con le riforme apportate da  Gallieno infatti, era mutata sia la composizione sociale dei comandanti militari e dei loro diretti subalterni, già monopolio aristocratico, che quella degli ufficiali intermedi, un tempo privilegio dell'ordine equestre: dopo il 260 il comando delle legioni e la carica di tribuno militare fu assegnata a ufficiali di carriera spesso di bassa origine sociale. Era ora possibile, anche per un semplice legionario che si distinguesse per abilità e disciplina, scalare i diversi gradi dell'esercito: centurione, protector, dux, fino a ottenere incarichi amministrativi prestigiosi, quale quello di praefectuscomandante militare. La riforma eliminò inoltre, in modo definitivo, ogni legame tra le legioni e l'Italia, poiché i nuovi comandanti, che erano spesso militari di carriera partiti dai gradi più bassi e arrivati a quelli più alti, erano interessati più al proprio tornaconto o al massimo agli interessi della provincia d'origine (in particolare a quelle Illiriche, vedi quanti Imperatori illirici), ma non a Roma. I generali  che comandavano questa forza quindi,  avevano nelle loro mani un potere incredibile e non è un caso che futuri augusti come Claudio II il Gotico o Aureliano ricoprissero questo incarico prima di diventare imperatori. Il periodo in cui Gallieno regnò da solo (260-268) fu caratterizzato anche da un rifiorire delle arti e della cultura, con la creazione di un ponte tra la cultura classica dell'epoca degli Antonini e quella post-classica della Tetrarchia. Tale periodo vide  un cambiamento nella visione dei rapporti tra uomo e divino e tra uomini, un movimento che consciamente tentò di far rinascere la cultura classica ed ellenica, come si può osservare dalla monetazione e dalla ritrattistica imperiale. « In verità Gallieno si segnalava, non lo si può negare, nell'oratoria, nella poesia ed in tutte le arti. Suo è il celebre epitalamio che risultò il migliore tra cento poeti. [...] si racconta che abbia recitato: "Allora andate ragazzi, datevi da fare con il profondo del cuore tra voi. Non le colombe i vostri sussurri, né l'edera i vostri abbracci, né vincano le conchiglie i vostri baci". » (Historia Augusta, Gallieni duo, 11.6-8.) . Fu questo periodo che vide fiorire il Neoplatonismo, il cui maggior rappresentante, Plotino, fu amico personale di Gallieno e della moglie Salonina. I ritratti di Gallieno si rifanno allo stile classico-ellenistico di quelli di Adriano, ma la nuova spiritualità è evidente dallo sguardo verso l'alto e dalla palese immobilità del ritratto, che danno un senso di trascendenza e immutabilità. Lo stesso imperatore rinnovò i legami con la cultura ellenica rafforzati da Adriano e Marco Aurelio, recandosi in visita ad Atene, diventando arconte eponimo e facendosi iniziato ai misteri di Demetra. Tale slancio verso il trascendente e la divinità è rimarcato dalle emissioni numismatiche di Gallieno. Lì dove l'imperatore si trovava per far sentire la propria presenza in zone dell'impero minacciate, la zecca locale coniava monete in cui gli dei (tra cui Giove in diverse incarnazioni, Marte, Giunone, Apollo, Esculapio, Salus...) venivano ritratti come protettori dell'imperatore, direttamente o tramite gli animali che li rappresentavano. Un posto particolare fu quello del Sole Invitto, che venne identificato come comes Augusti, "compagno dell'augusto": tale divinità era particolarmente venerata dai soldati, ancor di più da quelli orientali, dei quali Gallieno cercava il favore e il sostegno. Secondo una interpretazione storica che pone attenzione alla reazione psicologica delle popolazioni rispetto alla fede religiosa, col tempo le nuove religioni assunsero sempre più importanza per le loro caratteristiche escatologiche e soteriologiche in risposta alle insorgenti esigenze della religiosità dell'individuo, al quale la vecchia religione non offriva che riti vuoti di significato. Sempre secondo questa interpretazione storica la critica alla religione tradizionale veniva anche dalle correnti filosofiche dell'Ellenismo, che fornivano risposte intorno a temi propri della sfera religiosa, come la concezione dell'anima e la natura degli dèi. Nella congerie sincretistica dell'impero del III secolo, permeata da dottrine neoplatoniche (Plotino),  gnosticheorfiche e  misteriche (misteri eleusini che trovò seguaci prima in Adriano e poi Gallieno), il Cristianesimo si consolidava.

L'Europa centrale nel 258-260 con i
 percorsi delle migrazioni delle
delle confederazioni dei Franchi,
  dei Suebi Alemanni, Marcomanni
e Quadi, dei Sàrmati Iazigi.
Immagine da: QUI.
Nel 260 - Con Gallieno imperatore  si abbandonano  definitivamente gli Agri Decumates, posti a est del Reno e a nord delle sorgenti del Danubio, alla confederazione degli Alemanni, che giungono fino alle porte di  Mediolanum (Milano), nella primavera del 260 e che le legioni dell'imperatore romano Gallieno, riescono a respingere nella battaglia di Milano, in cui Gallieno si rende conto dell'impossibilità di proteggere contemporaneamente tutte le province dell'impero con una  linea statica di uomini posizionati a ridosso della frontiera (detti appunto limitanei dal termine latino limes) ora che il fronte è stato sfondato definitivamente. Perciò Gallieno formalizza e migliora una pratica che si era già diffusa dalla fine del II secolo sotto Settimio Severo, che aveva fatto acquartierare una legione, la Legio II Parthica, a pochi chilometri da Roma: si trattava infatti di una riserva strategica di soldati ben addestrati (detti comitatenses) pronti ad intervenire dove serviva nel minor tempo possibile. Gallieno costituì questa riserva strategica centrale (che sarà alla base della futura riforma dell'esercito di Diocleziano) formata prevalentemente da unità di cavalleria pesante, ovvero composte da cavalieri dotati di armatura pesante (i cosiddetti promoti, tra cui spiccavano gli equites Dalmatae e gli equites Mauri et Osroeni), poiché questi percorrevano distanze maggiori in minor tempo della fanteria legionaria o ausiliarie. Ogni volta che i barbari sfondavano il limes e s'inoltravano nelle province interne, interveniva la "riserva strategica". La base principale scelta da Gallieno per la nuova armata fu proprio Milanopunto strategico equidistante da Roma e dalle vicine frontiere settentrionali di Rezia e Norico. Si trattava di un'iniziativa resasi necessaria dalla perdita degli Agri Decumates tra il Reno ed il Danubio, che aveva portato i vicini Germani a trovarsi più vicini alla penisola italica, centro del potere imperiale. Visto il nuovo ruolo strategico della città che diverrà in seguito capitale della parte occidentale dell'impero, per l'occasione Gallieno apre nell'antica Mediolanum una nuova zecca. Inoltre con la riforma dell'esercito operata da Gallieno (260-268), il Senato di Roma finì per essere escluso non solo sostanzialmente, ma anche ufficialmente dal comando militare, in quanto l'imperatore decretò che le legioni potessero essere guidate anche da praefecti di rango equestre, la classe sociale intermedia fra Patrizi e Plebei istituita da Gaio Sempronio Gracco nel 123 a.C., mentre in precedenza il comando delle legioni era monopolio di legati patrizi, di classe senatoria.

Claudio il Gotico, di
Sailko, opera propria
CC BY 3.0: QUI.
La vittoria di  Claudio II il Gotico (Sirmia,10 maggio 213 o 214 - Sirmio, l'attuale Sremska Mitrovica in Serbia, luglio 270), il nuovo imperatore di stirpe illirica, contro i Goti nella battaglia di Naisso del 268, da cui meritò il titolo di Gothicus Maximus, segnerà una significativa svolta nell'ambito della crisi dell'anarchia militare. Anche se il suo principato (dal settembre/ottobre del 268) durò solo un anno e nove mesi, cercò di risolvere i gravi problemi dell'impero. Gli ottimi rapporti che ebbe con il Senato di Roma, che trovarono il fondamento principale nella gratitudine della Curia romana per l'eliminazione di Gallieno, si manifestarono anche dopo la sua morte, con l'elezione ad Augusto del fratello Quintillo. Quindi, dopo la morte di Gallieno (268), fu  un gruppo  di imperatori-soldati di origine illirica  (Claudio il Gotico, Aureliano e Marco Aurelio  Probo) che riuscirono a  riunificare  l'Impero in un unico blocco, anche se cinquant'anni di guerre civili e continue incursioni barbariche avevano costretto i Romani a rinunciare sia agli Agri Decumates  (lasciati agli Alemanni nel 260) che alla Dacia (nel 256/271), attaccata da Carpi, Goti Tervingi, Eruli e Sàrmati Iazigi. L'imperatore Costantino rivendicava Claudio il Gotico come proprio antenato.

Aureliano, da: QUI.
Nel 270 - Aureliano (imperatore nel periodo 270-276)  succede a   Claudio il Gotico
Carta delle invasioni nell'Impero
Romano nel periodo 268-271da
parte delle confederazioni suebiche
 degli Alemanni, Iutungi e
Marcomanni, dei vandalici
Asdingi e dai sarmatici Iazigi.
La popolazione germanica dei Vandali (Wandili), dopo una prima migrazione dalla Scandinavia nei territori dell'attuale Polonia intorno al 400 a.C., sotto la pressione di altre tribù germaniche si era spostata più a sud, dove aveva sottomesso la popolazione celtica dei Boi, circa nel 170, mentre nel periodo 270 - 330 si era stanziata nell'attuale Slesia, nel sud della Polonia. Nel 270, mentre l'imperatore Aureliano si trovava a Roma, per ricevere dal Senato in modo ufficiale i pieni poteri imperiali, una nuova invasione generò il panico, questa volta nelle province di Pannonia superiore ed inferiore, che evidentemente Aureliano aveva sguarnito per recarsi in Italia a respingere l'invasione degli Iutungi. Si trattava dei Vandali Asdingi, insieme ad alcune bande di Sàrmati Iazigi, ma il pronto intervento dell'imperatore in persona costrinse queste popolazioni germano-sarmatiche a capitolare e a chiedere la pace. Aureliano costrinse i barbari a fornire in ostaggio molti dei loro figli, oltre ad un contingente di cavalleria ausiliaria di duemila uomini, in cambio del ritorno alle loro terre a nord del Danubio e per questi successi ottenne l'appellativo di Sarmaticus maximus.

- La crisi politico-militare del III sec., durata 50 anni e caratterizzata da almeno tre conflitti,  quello esterno, innescato dalle invasioni barbariche, quello interno tra l'aristocrazia senatoria ed i comandanti militari e quello nelle file dell'esercito tra generali, imperatori ed usurpatori, dimostrava la maggiore importanza dell'elemento militare che doveva difendere l'Impero rispetto al Senato, che aveva ormai perso non solo autorità, ma anche autorevolezza. Gli imperatori ormai non provenivano più dai ranghi del Senato, ma erano i generali che avevano fatto carriera nell'esercito e che erano proclamati dai soldati, ottenendo il potere dopo aver combattuto contro altri comandanti. Con la riforma dell'esercito operata da Gallieno (260-268) il Senato di Roma finì per essere escluso non solo sostanzialmente, ma anche ufficialmente dal comando militare, in quanto l'imperatore decretò che le legioni potessero essere guidate anche da praefecti di rango equestre (in precedenza il comando delle legioni era monopolio di legati di classe senatoria). L'insicurezza del territorio comportò anche un cambiamento nel carattere delle città: queste si erano ovunque sviluppate nei primi due secoli dell'impero e non avevano particolari esigenze difensive, mentre a partire dal III secolo iniziò il cambiamento graduale e discontinuo che avrebbe portato dalle grandi città aperte dell'antichità, alle più piccole città cinte da mura, comuni nel medioevo. Particolarmente significativa fu la nuova cinta muraria che l'imperatore Aureliano fece costruire intorno alla stessa Roma, che dopo molti secoli era nuovamente minacciata dalle incursioni dei barbari. La costruzione delle mura iniziò probabilmente nel 271 e si concluse dopo soli due anni, anche se la definitiva rifinitura avvenne verso il 280, sotto l’imperatore Probo. Il progetto era improntato sulla massima velocità di realizzazione e semplicità strutturale oltre, ovviamente, ad una garanzia di protezione e sicurezza. Queste caratteristiche fanno pensare che un ruolo non secondario, almeno nella progettazione, sia stato rivestito da esperti militari. E d’altra parte, poiché all’epoca gli unici nemici che potevano rappresentare qualche pericolo non erano in grado di compiere molto più che qualche razzia, un muro con robuste porte ed un camminamento di ronda poteva ritenersi sufficiente. Comunque, nessun nemico assediò le mura prima dell'anno 408. La stessa diminuzione del commercio indirizzava inoltre le città verso un sempre crescente isolamento. I grandi centri videro diminuire la propria popolazione: molti grandi proprietari si erano spostati nei loro possedimenti in campagna, diventati in larga misura autosufficienti e che tendevano a sfuggire al controllo dell'autorità centrale; la crisi aveva attratto verso questi nuovi centri economici anche coloro che precedentemente trovavano la propria sussistenza nell'economia cittadina. La pressione fiscale aveva inoltre quasi del tutto cancellato quel ceto di funzionari cittadini, i decurioni, che ne garantivano l'amministrazione ed il legame con Roma.

La Mesia nel 250, da: QUI.
Nel 280 Diocle (244 - 311), il futuro imperatore Diocleziano, ottiene l'incarico di dux Moesiae, ossia comandante dell'esercito stanziato in Mesia, regione corrispondente all'odierna Serbia e vigila dunque le frontiere del basso Danubio. Nato in Dalmazia e di umili origini illiriche, Diocle aveva scalato i ranghi dell'esercito romano fino a divenire comandante di cavalleria sotto l'imperatore Marco Aurelio Caro (282-283), poiché con le riforme apportate da Gallieno era mutata l'estrazione sociale sia dei comandanti militari e dei loro diretti subalterni, già monopolio aristocratico, che quella degli ufficiali intermedi, un tempo privilegio dell'ordine equestre. Dal 260 il comando delle legioni e la carica di tribuno militare era assegnata a ufficiali di carriera spesso di bassa origine sociale ed era ora possibile, anche per un semplice legionario che si distinguesse per abilità e disciplina, scalare i diversi gradi dell'esercito: centurione, protector, dux fino a praefectus, comandante militare. Diocle era entrato nell'esercito romano poiché l'Illirico era una regione privilegiata di reclutamento di militari e ufficiali di grado inferiore e durante il III secolo, essere un legionario significava, per gli humiliores, entrare a far parte della superiore categoria degli honestiores.

Nel 284 - Il figlio e successore di Caro, Numeriano, consigliato dallo suocero, il prefetto del pretorio Arrio Apro, preferisce ricondurre l'esercito romano sulla via del ritorno, lungo l'Eufrate. Nel marzo 284 si trovavano ad Emesa, in Siria e Numeriano era vivo e in buona salute (qui, infatti, promulgò l'unico suo rescritto conservatosi), ma quando lasciò la città, i suoi collaboratori dissero che era affetto da un'infiammazione agli occhi per cui avrebbe continuato il viaggio in una carrozza chiusa. A novembre erano ancora in Asia Minore e giunti in Bitinia, alcuni soldati sentirono un cattivo odore provenire dalla carrozza; l'aprirono, e vi trovarono il cadavere di  Numeriano,  morto da diversi giorni. I generali e i tribuni si riunirono per deliberare sulla successione, e scelsero Diocle come imperatore. Il 20 novembre 284 Diocle fu proclamato imperatore dai suoi colleghi generali su di una collina a 5 km da Nicomedia. Poi, di fronte all'esercito che lo acclamava Augusto, il nuovo imperatore giurò di non aver avuto alcuna parte nella morte di Numeriano e che fosse stato Apro ad uccidere l'imperatore e che avesse poi tentato di nasconderne la morte. Detto questo, Diocle estrasse la spada e uccise Apro. È possibile che Diocle sia stato a capo di una congiura di generali che volessero liberarsi sia di Numeriano, giovane più votato alla poesia che alle armi, che dello suocero Apro. Infatti, Diocle non volle apparire come il vendicatore di Numeriano, piuttosto ne fece cancellare il nome da molte epigrafi ufficiali, mentre il panegirista Claudio Mamertino esaltò Diocleziano come liberatore «da una crudelissima dominazione».
Diocleziano
Poco dopo la morte di Apro, Diocle mutò il proprio nome nel più latinizzante Diocleziano (Cesare Gaio Aurelio  Valerio Diocleziano  Augusto Iovio) e  governò dal 20 novembre 284 al 1º maggio 305. Rimaneva da risolvere la divisione del potere con il fratello maggiore di Numeriano, Carino, che dopo la morte del padre si era rapidamente diretto a Roma e aveva assunto il consolato per la terza volta. Carino, fatto divinizzare Numeriano, dichiarò Diocleziano usurpatore e con il suo esercito si mosse verso Oriente. Lungo il percorso, nei pressi di Verona, sconfisse in battaglia e uccise il governatore Marco Aurelio Sabino Giuliano, che si era proclamato imperatore. La rivolta di Giuliano (e la sua tragica conclusione) fornirono a Diocleziano il pretesto per presentare Carino come un tiranno crudele e oppressivo e assunse a sua volta il consolato, scegliendo Cesonio Basso come collega, che proveniva dalla famiglia senatoria campana dei Caesonii ed era stato già console e proconsole d'Africa per tre volte, dunque di un politico dotato di quell'esperienza degli affari di governo di cui Diocleziano difettava. Con la scelta di assumere il consolato con un collega proveniente dai ranghi del Senato, intendeva rimarcare la sua opposizione al regime di Carino, rispetto al quale rifiutava qualsiasi forma di subordinazione, dimostrando la volontà di continuare la collaborazione con l'aristocrazia senatoriale e militare, del cui sostegno necessitava per concretizzare il proprio successo sia al presente (mentre marciava su Roma) che in futuro, per consolidarsi al potere. Nell'inverno 284/285 attraversò i Balcani diretto a ovest per affrontare Carino.

Lo scontro risolutivo avvenne nella primavera del 285, nella battaglia del fiume Margus nei pressi dell'odierna Belgrado, in Serbia. Malgrado Carino disponesse di un esercito più consistente, lo dispose in una posizione più sfavorevole rispetto al dispiegamento adottato da Diocleziano che prevalse sull'avversario. Secondo gli storici antichi, Carino fu ucciso da uno dei suoi ufficiali, di cui aveva sedotto la moglie, mentre gli storici moderni ritengono che sia morto a seguito del tradimento perpetrato dal suo prefetto del pretorio e collega di consolato Aristobulo, che l'assassinò all'inizio della battaglia, essendo passato dalla parte di Diocleziano e ottenendone la riconferma delle sue cariche. Al termine della battaglia, Diocleziano, ricevuto un giuramento di fedeltà tanto dalle legioni vincitrici quanto da quelle appena sconfitte, che lo acclamarono Augusto, partì per Roma e insediatosi al potere, convinto che il sistema di governo dell'Impero fosse ormai inadeguato ad amministrare un così vasto territorio le cui frontiere erano sottoposte alla minacciosa e crescente pressione di popoli ostili, si risolse a crearne uno congeniale alle mutate necessità. Con l'avvento di Diocleziano al potere ebbe fine il periodo noto come crisi del terzo secolo, che con l'anarchia militare, protrattasi per quasi un cinquantennio, aveva visto succedersi un elevato numero di imperatori la cui ascesa e permanenza al potere dipendeva esclusivamente dalla volontà dell'esercito. Per porre fine all'instabilità, Diocleziano mise in atto una serie di profonde riforme politiche e amministrative, tra cui la condivisione dell'Impero tra più colleghi.

Massimiano
Nel 286 l'Impero Romano, per la prima volta, è diviso fra impero d'Oriente e impero d'Occidente. Ottenuto il potere, nel novembre del 285, Diocleziano nominò suo vice (col titolo di Cesare) un valente ufficiale, Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculio (Sirmio, 250 circa - Massilia 310), che pochi mesi più tardi elevò al rango di Augusto (suo pari) il 1º aprile 286: formò così una diarchia, nella quale i due imperatori si dividevano su base geografica il governo dell'Impero e la responsabilità della difesa delle frontiere e della lotta contro gli usurpatori. Introducendo il nuovo sistema di governo, Diocleziano si attribuì il titolo di Augusto d'Oriente, stabilendo la propria capitale a Nicomedia, e nominò Augusto d'Occidente Massimiano, che scelse come capitale Mediolanum (Milano), più vicina al confine con i territori "caldi" di Roma. Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculio, noto più semplicemente come Massimiano, (Sirmio 250 circa - Massilia luglio 310) fu co-imperatore di Diocleziano, le cui arti politiche erano complementari alle capacità militari di Massimiano. Nel corso del III secolo già altri imperatori, in più di un'occasione, avevano preferito a Roma (resa dalla posizione geografica troppo distante dalle turbolenti frontiere renana e danubiana), quelle città (come Milano) che gli consentissero di raggiungere rapidamente le zone di volta in volta minacciate. Con Diocleziano questo dato di fatto fu in qualche modo istituzionalizzato. Roma restò comunque il riferimento ideale dell'Impero, rimanendo la sede di quelle istituzioni (come il Senato) ridottesi a rivestire un ruolo puramente simbolico a seguito di un secolare processo di erosione delle proprie originarie prerogative. Il potere effettivo era oramai circoscritto all'imperatore e alla cerchia dei suoi più stretti collaboratori (consilium e poi consistorium), nei nuovi centri amministrativi dell'Impero (Milano in Occidentis; Nicomedia e poi Costantinopoli in Orientis).

Costantino I o il Grande,
Roma, Musei Capitolini.
Tardo impero e post impero - Con Costantino I viene edificata una seconda capitale a Costantinopoli, caratterizzata da un proprio Senato. Si creò quindi un organismo speculare a quello dell'Urbe, detto Synkletos. Quest'ultimo, inizialmente, sembrava non potesse competere per prestigio con quello dell'antica capitale imperiale.

Ambrogio di Milano.
Il 7 dicembre 374 Ambrogio è nominato vescovo  di Milano.  Aurelio Ambrogio, meglio conosciuto come sant'Ambrogio (Treviri, 339/340 - Milano, 397) è stato un vescovo, scrittore e santo romano, una delle personalità più importanti nella Chiesa del IV secolo. È venerato come santo da tutte le Chiese cristiane che prevedono il culto dei santi; in particolare, la Chiesa cattolica lo annovera tra i quattro massimi dottori della Chiesa d'Occidente, insieme a san Girolamo, sant'Agostino e san Gregorio I papa. Conosciuto anche come Ambrogio di Treviri, città in cui era nato e in cui il padre esercitava la carica di prefetto del pretorio delle Gallie, intorno al 339 circa, proveniva da  un'illustre famiglia romana di rango senatoriale, la gens Aurelia, cui la famiglia materna apparteneva inoltre al ramo dei Simmaci. La famiglia di Ambrogio, a cui apparteneva Santa Sotere, martire cristiana, Marcellina e Satiro di Milano, risultava convertita al cristianesimo già da alcune generazioni. Destinato alla carriera amministrativa sulle orme del padre, dopo la sua prematura morte frequentò le migliori scuole di Roma, dove compì i tradizionali studi del trivium e del quadrivium  (imparò il greco e studiò diritto, letteratura e retorica), partecipando poi attivamente alla vita pubblica dell'Urbe. Dopo cinque anni di avvocatura esercitati presso Sirmio (l'odierna Sremska Mitrovica, in Serbia), nella Pannonia Inferiore, nel 370 fu incaricato quale governatore dell'Italia Annonaria per la provincia romana Aemilia et Liguria, con sede a Milano, dove divenne una figura di rilievo nella corte dell'imperatore Valentiniano I. La sua abilità di funzionario nel dirimere pacificamente i forti contrasti tra ariani e cattolici gli era valso un largo apprezzamento da parte dei cattolici e tutta la sua opera finirà per  far primeggiare il  cattolicesimo sull'arianesimo, grazie alla sua influenza sugli imperatori, in particolare  Graziano e Teodosio I
Solidus di Flavio Graziano
(Sirmio, Sremska Mitrovica
in Serbia, 04/05 359 -
Lugdunum, 25/08/383), sotto
l'influenza di Ambrogio avviò
una politica anti-pagana. Di
Rasiel Suarez - Opera propria,
CC BY-SA 3.0: QUI.

Nel 375 il sedicenne Imperatore d'occidente Graziano (sicuramente  convinto dal vescovo Ambrogio), di religione cristiana cattolica, rinuncia alla carica di Pontefice Massimo, che con Augusto era stata assorbita dalla figura dell’Imperatore, per donarla al Vescovo di Roma che da lì in poi diventerà sinonimo di Papa. Graziano così opera una netta distinzione fra potere politico e autorità religiosa decretando comunque un primato di Roma nell'ambito del Cristianesimo, in cui Costantino I aveva trasfuso l'istituzionalità dell'Impero Romano.  

Nel 409 un'ambasceria guidata da Attalo, membro del Senato romano, giunge a Ravenna il 17 gennaio 409 con lo scopo di perorare la causa del sovrano visigoto Alarico I. Non ha successo ma Attalo è comunque onorato dall'imperatore Onorio della carica di comes sacrarum largitionum, grazie all'influenza di Olimpio, membro della corte che aveva causato la caduta e la morte di Stilicone. Prisco Attalo (fl. 394 - 416) è stato un senatore romano, due volte usurpatore dell'Impero romano, la prima volta nel 409 - 410 e la seconda nel 414 - 415, elevato a quella carica dal sostegno dei Visigoti. Greco dell'Asia di rango senatoriale, Attalo era uno dei più influenti membri del Senato romano, pagano e interessato agli indovini. Nel 398 aveva fatto parte di un'ambasceria del Senato romano presso l'imperatore Onorio che chiedeva l'esenzione dei senatori dal reclutamento nell'esercito, esenzione che ottennero. Il re dei Visigoti Alarico I, per tutta risposta, eleva Attalo al soglio imperiale, in opposizione a Onorio, che si era rinchiuso a Ravenna. In quell'occasione, Attalo si fa battezzare ed estende i diritti delle gerarchie, cattolica e ariana, nomina Alarico magister utriusque militiae, che lo pone a capo delle gerarchie militari e civili  mentre suo fratello Ataulfo riceve il rango di guardia imperiale a cavallo. Attalo rappresentava gli interessi della nobiltà senatoriale, all'epoca in conflitto con Onorio, contrasto che negava l'autorità di Attalo nell'impero e in regioni dell'Italia. Avvenne così la defezione di Eracliano, il comes Africae, fedele a Onorio che controllava la diocesi d'Africa, dalla quale giungeva l'indispensabile rifornimento di grano per la città di Roma: allo scopo di indebolire Attalo, Onorio aveva ordinato a Eracliano di interrompere la fornitura, causando la carestia in città. Attalo, di concerto con Alarico, preparò una spedizione contro Eracliano, poi quella stessa estate si mosse verso Ravenna accompagnato dal re visigoti, mettendo sotto assedio la capitale di Onorio. L'imperatore assediato offrì ad Attalo di condividere il potere, ma questi si rifiutò, continuando l'assedio; fu però costretto a ritornare a Roma, in quanto la sua capitale soffriva per la mancanza di rifornimenti di grano causati dal blocco ordinato da Eracliano, che aveva sconfitto le forze inviategli contro da Attalo. Quando Attalo si rifiutò di affidare a un capo goto il comando di una seconda spedizione contro Eracliano, poiché intenzionato a trattare con Onorio, Alarico lo depose, spogliandolo dei paramenti imperiali e incarcerandolo insieme al figlio Ampelio e progettò di mettere in atto il sacco di Roma.

Il successivo sacco di Roma del 410 per opera dei Goti di Alarico, dimostrò che cosa valesse l'impero senza le milizie e i comandanti germanici ed ebbe così inizio l'epoca dei regni germanici nelle provincie romane.  Dopo otto secoli un esercito straniero entrava di nuovo a Roma. Nella navata centrale della Basilica di Sant'Ambrogio a Milano, si può vedere un sarcofago paleocristiano in marmo chiamato Sarcofago di Stilicone. Risulta tuttavia inverosimile, per il luogo e il modo in cui fu ucciso, che il generale sia stato sepolto a Milano; il nome della tomba si deve probabilmente ad una tradizione popolare. Un nuovo esercito romano era in preparazione in Italia per  una seconda  campagna contro l'usurpatore Costantino III, ma quando Stilicone venne giustiziato per ordine di Onorio (il 22 agosto 408), il generale romano di origini gote Saro e i suoi uomini abbandonarono  l'esercito, lasciando l'imperatore senza protezione, arroccato nell'inespugnabile Ravenna con l'esercito dei Visigoti di Alarico I libero di muoversi in Etruria.


I rivolgimenti del V secolo (fra cui due sacchi di Roma e la definitiva caduta dell'Impero romano d'Occidente) infersero un colpo mortale al Senato romano, che comunque alla fine di quello stesso secolo e agli inizi di quello successivo, pur avendo perso gran parte della sua importanza, continuò a svolgere un ruolo di alto profilo.

Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, il Senato continuò a funzionare sotto il capo barbarico Odoacre, e poi sotto il dominio ostrogoto. L'autorità del senato si elevò considerevolmente sotto i capi barbari, che cercarono di proteggere l'istituzione. Questo periodo fu caratterizzato dall'ascesa di importanti famiglie senatorie romane, come gli Anicii, mentre il capo del senato, il princeps senatus, serviva spesso come la mano destra del leader barbaro. È noto che il senato nominò Laurenzio come papa nel 498, nonostante il fatto che sia il re Teodorico sia l'imperatore Anastasio sostenessero l'altro candidato, papa Simmaco. La coesistenza pacifica del dominio senatorio e barbaro continuò fino a che il capo ostrogoto Teodato si trovò in guerra con l'imperatore Giustiniano I e prese i senatori come ostaggi. Diversi senatori furono giustiziati nel 552 come vendetta per la morte del re ostrogoto Totila.

L'imperatore Giustiniano.
 Basilica di San Vitale,
a Ravenna.
Dopo che Roma fu riconquistata dall'esercito bizantino, il Senato fu restaurato, ma l'istituzione (così come la stessa Roma classica) era stata mortalmente indebolita dalla lunga guerra. Molti senatori erano stati uccisi e molti di quelli che erano fuggiti in Oriente scelsero di rimanere lì, grazie alla legislazione favorevole approvata dall'imperatore Giustiniano, che tuttavia abolì praticamente tutti gli uffici senatori in Italia. L'importanza del senato romano diminuì così rapidamente. Nel 578 e di nuovo nel 580 il Senato inviò una delegazione, con a capo il senatore Pamfronio, a Costantinopoli. Consegnarono circa 960 kg d'oro come regalo al nuovo imperatore, Tiberio II Costantino, insieme a una richiesta di aiuto contro i Longobardi, che avevano invaso l'Italia dieci anni prima.

Papa Gregorio I, in una predica del 593, lamentava la quasi completa scomparsa dell'ordine senatoriale e il declino della prestigiosa istituzione. Non è chiaramente noto quando il Senato romano scomparve in Occidente, ma è noto dal registro gregoriano che il Senato acclamò nuove statue dell'imperatore Foca e dell'Imperatrice Leonzia nel 603, e fu anche l'ultima volta in cui il Senato sia stato menzionato.

Nel 630, Curia Giulia fu trasformata in chiesa da papa Onorio I, probabilmente con il permesso dell'imperatore Eraclio. In epoca tardo medievale, il titolo di "senatore" era ancora in uso occasionale, ma era diventato un titolo aggiuntivo di nobiltà insignificante e non implicava più l'appartenenza a un corpo governativo organizzato. Venne così sostituito da "Senatore di Roma" come eredità dello scomparso Senato.

Nel 1144, la Comune di Roma tentò di stabilire un governo modellato sull'antica repubblica romana in opposizione al potere temporale dei nobili più alti e del papa. Questo includeva istituire un senato sulla falsariga di quello antico. I rivoluzionari divisero Roma in quattordici regioni, eleggendo ciascuno quattro senatori per un totale di 56. Questi senatori, i primi veri senatori dal VII secolo, elessero come loro condottiero Giordano Pierleoni, figlio del console romano Pier Leoni, con il titolo di patrizio, poiché anche il titolo "console" era considerato deprecabile in quanto esprimente lo stile nobiliare. Questa forma di governo rinnovata fu costantemente combattuta. Verso la fine del XII secolo, aveva subito una trasformazione radicale, con la riduzione del numero di senatori in uno solo - il senatore Summus - essendo in seguito il titolo del capo del governo civile di Roma.


Il logo della Repubblica di Roma,
Senatus Popolus Quirites
Romani.


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