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lunedì 1 giugno 2015

Nelle elezioni del 2015 in 7 regioni, il renzismo non paga!

Dopo il calo dei voti nelle regionali del 2000, Massimo D'Alema dette le dimissioni da presidente del Consiglio. L'esito delle elezioni vide l'insuccesso del centrosinistra, che non riuscì a confermarsi in Liguria, Lazio, Abruzzo e Calabria: in otto regioni (pari a 32 milioni di abitanti) prevalse la coalizione di centro-destra della Casa delle Libertà, mentre, nelle altre sette (pari a 16 milioni di abitanti), vinse lo schieramento di centro-sinistra de L'Ulivo, alleato, in genere, con Rifondazione Comunista. In particolare D'Alema ricevette la delusione peggiore dalla vittoria nel Lazio di Francesco Storace, esponente di Alleanza Nazionale e candidato della Casa delle Libertà.

Il 17 febbraio 2009, a seguito della pesante sconfitta del PD nelle elezioni regionali in Sardegna, Walter Veltroni si è dimesso dall'incarico di segretario del PD, confermando l'irrevocabilità delle proprie dimissioni in un discorso del giorno successivo. 

Vediamo ora cosa farà Renzi, nella doppia veste di segretario del PD e presidente del Consiglio dopo il netto calo di consensi espresso da chi ha votato e soprattutto da chi non si è recato a votare.
Il 31 maggio 2015 si è votato, in Italia, in 7 regioni per il rinnovo dell'amministrazione regionale e in 78 comuni per il rinnovo delle amministrazioni comunali. Fra questi 78 comuni, dove è necessitato, si è votato il 14 giugno per i ballottaggi.

Il dato emblematico delle consultazioni regionali del 2015 è soprattutto la bassa affluenza alle urne: si è recato ai seggi solo il 53,9% degli italiani nelle sette regioni in cui si votava, circa 11 punti in meno rispetto al 64,1% delle precedenti consultazione: è pur vero che si è deciso di votare durante il ponte del 2 giugno, scelta perlomeno distratta, se non in mala fede. 

Il Pd si afferma in Toscana, Marche, Puglia e Umbria. In Campania, a scrutinio quasi ultimato, Vincenzo De Luca è davanti all'azzurro Stefano Caldoro che è sempre rimasto a distanza ravvicinata. Il centrodestra si conferma invece in Veneto con Luca Zaia e conquista la Liguria con Giovanni Toti.

Il Pd si conferma così come primo partito, ma è ben lontano dal 41% delle europee del 2014. In un ipotetico ballottaggio, il secondo partito sarebbe il Movimento 5 Stelle. La Lega va fortissimo ma solo da Roma in su. FI non supera mai il 20% ed è sotto il 10% in Veneto, Umbria, Toscana e Marche.

In Puglia è eletto Emiliano con il 47,38% dei consensi, segretario regionale del PD ma con vedute politiche divergenti dal renzismo di Burlando e Paita; già prima del voto aveva annunciato una politica comune con i 5 stelle, sicuramente sul tema dell'ambiente.

In Liguria il consigliere politico di Silvio Berlusconi, Giovanni Toti, vince con il 34,4%, seguito ad una certa distanza dalla Dem Raffaella Paita (27,8%) con la M5S Alice Salvatore terza e Luca Pastorino, candidato della sinistra, quarto. 
"Il cinico disegno di Cofferati, Civati, Pastorino si realizza compiutamente", ha commentato la candidata del Pd Paita.  

Non penso che le cose stiano esattamente così. La dimensione della débâcle ligure è epocale ed evidenzia la miopia politica del premier rottamatore, che ha lasciato orfana la sinistra dem contando sul suo sconfinamento nella destra locale. Le primarie in cui è stata legittimata la Paita come candidata al governo della regione e in cui si sono consumati inciuci  con destra e malaffare, ha costretto Cofferati all'uscita da un PD che non voleva discutere su quello che stava succedendo e che escludeva fin dall'inizio un'intesa con la sinistra fuori dal partito, per strizzare l'occhio alla destra e replicare in regione il patto del Nazareno.

Checché ne dica Orfini, se Renzi avesse la statura morale dei suoi predecessori, dovrebbe dimettersi, perlomeno da segretario nazionale dei democratici.

Variazioni dei voti al PD nelle 7 regioni interessate dal voto nel 2015

Alessandro De Angelis su: http://www.huffingtonpost.it/2015/06/01/regionali-renzi-pd-bersani_n_7484496.html?1433172489&utm_hp_ref=italy

"Regionali 2015. Il Pd di Renzi va peggio della Ditta di Bersani. Analisi del voto regione per regione

Peggio della Ditta di Pier Luigi Bersani. I numeri raccontano che non solo il Partito della Nazione è evaporato, ma il Pd è tornato sotto i livelli della Ditta dei “rottamati”, quelli che come ama ripetere Renzi “hanno portato la sinistra al 25 per cento”. Per l’esattezza il Pd passa dal 25,9 di Bersani (alle regionali del 2010) al 25,2 di oggi. E allora, andiamo con ordine, nell’analisi dei numeri. Un primo termine di paragone, per capire la portata della battuta d’arresto, sono le Europee dello scorso anno, quelle del 40 per cento in cui il Pd risultò “il partito più votato d’Europa”. Secondo l’analisi dell’Istituto Cattaneo di Bologna, sui dati definitivi, il Pd ha perso oltre due milioni di voti: “Questo risultato negativo – scrive l’Istituto Cattaneo – può essere attribuito solo in parte al fenomeno delle cosiddette liste del presidente”. Le “civiche”, infatti, non sono solo molto “disomogenee”, ma in alcune regioni come Toscana, Umbria e Liguria non ci sono e il Pd ottiene, secondo il Cattaneo, “risultati deludenti rispetto al passato”.

È chiaro che i risultati vanno incrociati anche col crollo dei livelli di partecipazione, ovvero col boom dell’astensione sia rispetto all’anno scorso sia rispetto alle politiche del 2013. Ci sarà tempo per analizzare i “flussi” e quanto abbia pesato a livello nazionale il tema degli “impresentabili”, i conflitti sulla scuola, la crisi, la guerra di Renzi contro la sua sinistra. Dal dato quantitativo già si può dire che il Partito della Nazione, se ancora si può usare la formula non sfonda al centro e perde a sinistra. E questo risulta evidente anche se come il termine di raffronto non si usano le Europee, ma le performance del Pd di Bersani, proprio quelle che Renzi ha sempre giudicato deludenti. In termini assoluti e su scala nazionale, nelle regioni in cui si è votato, Renzi perde rispetto alle politiche del 2013 1.083.557 voti. I segnali della disaffezione sono eclatanti nelle zone rosse. Federico Fornaro, senatore del Pd, viene considerato un “Celso Ghini”, il mitico uomo dei numeri del Pci, dei tempi moderni. All’Huffington Post consegna la sua prima analisi del voto su cui è impegnato dall’alba, incrociando i dati definitivi:

Rispetto alle regionali 2010 i candidati delle coalizioni di centro sinistra arretrano dappertutto: Liguria 27,8% nel 2015 contro il 52,1% del 2010; Veneto 22,7% (29,1%); Toscana 48,0% (59,7%); Marche 41,1% (53,2%); Umbria 42,8% (57,4%); Campania 41,0% (43,0%); Puglia 47,3% (48,7%). Per quanta riguarda il voto alle liste del PD, nel 2015, dopo il travolgente risultato delle Europee 2014, si registra un aumento rispetto al 2010 soltanto in due regioni: la Toscana, dove passa dal 42,2% al 46,3% e nelle Marche dal 31,1% al 35,1%. I democratici calano, invece, nelle altre cinque regioni: Liguria (25.6% contro 28,3%), Veneto (16,7% rispetto al 20,3%), Umbria (35.8% - 36,2%), Campania (19,8% - 21,4%), Puglia (19,3% - 20,7%).
Dunque, peggio della Ditta. I numeri crudi consentono di sfatare anche l’effetto ottico creato da Renzi dopo il voto. Ovvero quello in base al quale in Liguria si è perso per colpa della sinistra “masochista” di Civati e Pastorino. Non è così. Ecco i numeri. In Liguria la Paita prende 183.191 voti (27,8) rispetto agli 424.044 di Burlando del 2010 (52,1). Il risultato di Pastorino 61.988 non basta a colmare il Gap. Anche sommando Pastorino alla Paita il Pd sarebbe andato peggio della Ditta. Proprio il paragone col 2010 – anche allora c’erano le liste civiche – consente di fotografare l’emorragia del Pd sulle sue liste. In Liguria passa da 211.500 voti a 138.190. In Veneto da 456.309 a 307.609. Tra l’altro, dato nel dato, i due volti nuovi del renzismo – Moretti e Paita – sono le candidate che vanno peggio su scala nazionale. Proseguendo in Toscana, con lo stesso candidato governatore, il Pd passa da 641.214 a 614.406. In Umbria da 149.219 a 125.777. Nelle Marche da 224.897 a 186.357. In Campania da 590.592 a 442.511. In Puglia da 410.395 a 313.151.

Proprio nelle due regioni del Sud la vittoria di Emiliano e De Luca si configura come una vittoria in perfetto stile “cacicchi” meridionali, grazie a coalizioni messe su dal candidato presidente che in Campania – il caso di De Luca - ha stretto l’accordo con De Mita, fiero oppositore di Renzi, e i cosentiniani e in Puglia – il caso di Emiliano – ha esteso i confini della coalizione a pezzi di destra. Ma questo è un altro capitolo. Un dato però è interessante. Nel 2010 Vendola vinse col 48.7 rispetto al 47,1 di Emiliano. De Luca ha invece vinto col 41,1 mentre nel 2010 prese di più, il 43, ma perse perché Caldoro aveva dietro di sé il Pdl che non era nemmeno paragonabile a Forza Italia di oggi. Quindi, anche dove vince, Renzi prende meno voti di Bersani."




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