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mercoledì 27 luglio 2016

L'Anarchia

Colori e A di anarchia.
La parola anarchia deriva dal greco anarkhía = assenza di governo, composta dal prefisso an = assenza, nel senso di privazione, e árkhō = comando. Coniata negli anni della Rivoluzione Francese, questa parola è stata largamente usata dal linguaggio filosofico e politico della seconda metà dell'800 per esprimere l'assenza di un potere centrale e di sue gerarchie che lo esprimano.
L'anarchico aspira ad una libertà personale assoluta nel dispiegamento della sua attività ed energia che si rifletta in una pari libertà ed autodeterminazione nei rapporti sociali, in un contesto sociale libero da istituzioni ed autoritarismi.

Un concetto che può sorgere sulla base di presupposti filosofici diversi: il presupposto sensista-egoistico, il presupposto razionalista-libertario, il presupposto istintivista o volontarista. Si può ragionare così: se il movente fondamentale della vita umana è la ricerca del piacere percepito nel vivere, le sensazioni sono la vera fonte di conoscenza e, di conseguenza, soltanto l'individuo può essere giudice competente del proprio maggiore o migliore piacere. Inoltre, pur grazie all'aiuto dell'esperienza ereditata dagli avi e comunicata dal prossimo, l'individuo è il miglior giudice anche per decidere i mezzi più idonei per il conseguimento del proprio piacere e della propria felicità.
Da ciò ne deriva che qualunque intervento esterno, col pretesto di assicurare la felicità, diffilmente soddisfi i criteri personali o limiti o costringa l'attività dell'individuo, e sarebbe quindi un intervento ingiustificato, quando invece sarebbe auspicabile la massima libertà di ogni individuo nella realizzazione della propria esistenza.

Segue con alcuni spunti tratti da “Anarchismo: un movimento utopistico che terrorizzò l'Europa dall'800 al '900” di Ferruccio Gattuso http://cronologia.leonardo.it/storia/tabello/tabe1536.htm

L'anarchia non è mai stato un movimento politicamente omogeneo e disciplinato, come ad esempio il movimento suo rivale, il marxismo, ma un “punto d'incontro” tra individualità orgogliosamente differenti l'una dall'altra ma con in comune l'obiettivo politico libertario.

Il pensiero anarchico ha come supremo ideale la libertà. Per gli storici e intellettuali che se ne sono interessati, è stato come avere a che fare con un cavallo indomabile, non trovando alcun percorso scientifico di studio su tale pensiero, ma innumerevoli correnti filosofiche ed estremi atti individualistici di terrorismo, da parte di quelli che si definivano “gli angeli neri” dell'anarchia.

Se per gli anarchici il supremo fine è la libertà, uno dei mezzi per ottenerla è il verbo, la parola, (in latino, parola = sermo e parole = verbis) per cui la propaganda ricoprirà sempre un ruolo essenziale: comizi, opuscoli volantini e un'innumerevole serie di giornali sono utilizzati dal movimento anarchico per annunciare al mondo il loro sogno, che per i non-anarchici è un'utopia, concetto estraneo al pensiero anarchico, che rigetta concetti trascendentali: una vita libera da ogni vincolo e costrizione governativa in un mondo in cui gli individui condividono i propri beni in armonia e in cui non esiste l'accumulo e la preponderanza di beni rifugio come denaro, oro ecc. ecc... Un mondo che può essere realizzato unicamente con il rovesciamento di qualsiasi potere e istituzione.

Sia nel campo intellettuale che in quello operativo, il motore dello slancio anarchico è sempre stato l'individualismo e l'alto senso della responsabilità personale nel divenire dei processi storici tramite i pensieri e le azioni individuali.

Per molto tempo i termini “anarchia” e “anarchico” hanno evocato, nell'immaginario collettivo, la distruzione nichilistica degli schemi, le cospirazioni, il disordine e l'immoralità, mentre furono usati per la prima volta nel 1793, durante gli anni della Rivoluzione Francese, dal girondino Brissot per indicare la corrente degli Engragés, gli Arrabbiati, in cui convivevano giacobini, hebertisti, babuvisti ecc., che contestavano ogni autorità, volendo opporre al potere della Convenzione, il potere del popolo. Pochi anni dopo, il direttorio dichiarava che “per anarchici si intende quegli uomini carichi di delitti, macchiati di sangue, impinguati dalle ruberie, nemici di tutte le leggi, che predicano la libertà ed esercitano il dispotismo, parlano di fraternità e massacrano i loro fratelli”, definizioni ed opinioni che non cessarono mai di esistere e riaffiorarono soprattutto negli ultimi decenni dell'800, quando la furia degli attentati anarchici raggiunse il suo apogeo.

Pierre-Joseph Proudhon
E' nel 1840 che, con Pierre-Joseph Proudhon, definito l'autentico fondatore del pensiero anarchico moderno (ma questa non dev'essere intesa come un'imposizione!), si assiste ad una rivalutazione o ad una valutazione positiva dei termini “anarchia” ed “anarchico”, grazie alla pubblicazione di “Che cos'è la proprietà?”, di cui le frasi più altisonanti sono “la proprietà è un furto” e “il grado più elevato dell'ordine nella società viene espresso dal grado più alto di libertà individuale, ossia dall'anarchia”.

Fra i padri non padroni del pensiero anarchico si annoverano anche Lev Tolstoj, William Godwin, Piotr A. Kropotkin, Max Stirner, le cui posizioni oscillano fra il comunismo anarchico o collettivismo e l'individualismo.
Il comunismo anarchico o collettivismo, sostiene l'importanza dell'equilibrio tra gli individui nel corpo sociale e vede come finalità umana l'associazionismo, da cui deriverà l'anarco-sindacalismo e quelle correnti disposte a calarsi in piccoli compromessi riformistici con la società. Proudhon può essere considerato il campione di questo pensiero, che presagiva l'autoritarismo del pensiero marxista.
L'individualismo costituisce uno degli aspetti più romantici dell'anarchismo, responsabile del conflitto con il pensiero marxista comunista, anti-individualista per eccellenza e affine ad una certa destra nietzchiana, affascinata dal mito dell'oltre-uomo (erroneamente tradotto come super-uomo). Stirner può essere considerato il campione di questa posizione, dove l'”Io” si oppone alla società.

Michail Bakunin
Il pensiero anarchico è anti-eroico, anti-patriarcale e soprattutto anti-istituzionale: è allergico a miti, patrie e bandiere. Bakunin sintetizza questa posizione già dal titolo di una sua opera: “Ne dio, ne stato, ne padroni”.
Michail Aleksandrovic Bakunin, oltre ad essere un uomo di pensiero è anche un uomo d'azione, punto di riferimento per varie generazioni di anarchici ed in vari stati. Dalle divisioni che provocò nella seconda internazionale, creando un solco fra anarchismo e marxismo, ai suoi interventi nel tessuto sociale svizzero quando risiedette a Locarno, alla tentata insurrezione a Bologna con Andrea Costa e il giovane Filippo Turati, raccontata ne “Il diavolo al Pontelungo” di Riccardo Bacchelli.

Le differenze fra anarchismo e socialismo, comunismo o marxismo in generale, è che gli anarchici non accetteranno mai il concetto di dittatura del proletariato; soprattutto non riconoscono nel proletariato l'“avanguardia” della rivoluzione, trovando assurdo ed improbabile che una classe sociale, una volta raggiunto il potere, scelga di privarsene per favorire l'avvento del comunismo totale. Nel corso della Storia, anarchici e socialisti (e comunisti) rivoluzionari hanno condiviso la volontà di attuare la Rivoluzione, ma nient'altro... Anzi... Durante la guerra civile spagnola, iniziata nel 1936, gli anarchici instaurarono a Barcellona una repubblica che osservava due leggi: la prima legge sentenziava che nessuno era tenuto ad osservare alcuna legge e la seconda legge precisava che la prima legge era comunque facoltativa. Il proliferare di anarchici e i loro successi impensierirono molto Stalin, che ne fece fucilare più che poté, favorendo così i falangisti e i fascisti.

L'obiezione di coscienza
anarchica in Italia
Nella pratica anarchica italiana sono da ricordare, oltre a Errico Malatesta, Carlo Cafiero e Andrea Costa, gli anarchici di Sanremo, le cui gesta, protrattesi con posizioni di comando nella Resistenza, sono ricordate in una pubblicazione auto finanziata di difficilissimo reperimento: “L'obiezione di coscienza anarchica in Italia” di Piero Ferrua, da cui emergono figure di grande spessore umano e che propone Sanremo come primo centro dell'obiezione di coscienza anarchica nell'Italia fascista.

A Sanremo ha vissuto Mario Calvino, il padre dello scrittore Italo, che era dottore in botanica e che diventò ministro dell'agricoltura nel Messico della rivoluzione, poi a Cuba, dove nascerà Italo. Quando Mario Calvino e la moglie Eva Mameli, scienziata che anticipò le rivendicazioni femminili, tornarono in italia, riempirono Sanremo di piante di avocado per sfamare, con i loro frutti, i più indigenti.

Libereso Guglielmi
Mario Calvino aveva come giardiniere, termine che non rende sufficientemente l'ampiezza della sua cultura, Libereso Gugliemi, amico e coetaneo di Italo che continua tuttora ad erudire coloro che gli si accostano con insegnamenti vari, fra cui l'alimentazione vegetariana naturale (lui stesso afferma di aver dovuto mangiare certi tipi di terra, per sopravvivere).

La panchina delle discussioni filosofiche a Sanremo, lungo
la passeggiata dell'imperatrice. Da sinistra Eugenio Scalfari,
Percivalle Roero, Gianni Pigati, Piero Dentone, Italo Calvino
e Agostino Donzella, da "L'obiezione di coscienza
anarchica in Italia" di Piero Ferrua.




















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